Tarde non fûr mai grazie divine, e l’attesa per il guest post di Sergio Pasquandrea, spleenetico tenutario di uno dei pochissimi blog italiani che valga la pena di leggere tutti i giorni, è ben ricompensata (anch’io, quando Sergio mi ha inflitto questo blindfold test, sono andato per farfalle. Ma io, del resto, nei quiz sono pessimo).
Per molto tempo, il nomignolo di «Genius» ha avuto per me un valore del tutto astratto.
D’accordo, la fusione di generi, il blues, il rhythm’n’blues il gospel. D’accordo, il padre del soul, e volendo anche del rock’n’roll. Cantante che spaziava dal crooning allo shouting, ottimo pianista con chiare radici stride, songwriter spesso folgorante. Però, «genius»?
Poi, un giorno, un amico ci propose un blindfold test e ci fece sentire un blues. Si intitolava Charlesville; il pianista suonava un hard bop impeccabile, con tutto il bebop e l’eccitazione del caso.
Si affastellarono nomi che andavano da Tommy Flanagan a Red Garland, da Ray Bryant a Phineas Newborn.
E invece era lui, Ray Charles.
Dilatazione mandibolare collettiva.
Allora, capii. The Genius. Giù il cappello, signori.
[A proposito del disco: «Soul Brothers / Soul Meeting» è un doppio cd che riunisce due album Atlantic del 1958, incisi insieme a Milt Jackson e a sidemen blasonatissimi (Kenny Burrell, Percy Heath, Art Taylor, fra gli altri). Ci sono anche varie bonus tracks, fra le quali questa traccia in trio, rimasta esclusa, chissà perché, dall’edizione in LP].
Charlesville (Ray Charles), da «Soul Brothers / Soul Meeting», Atlantic 757-81951-2. Ray Charles, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Connie Kay, batteria. Registrato il 12 settembre 1957.
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