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giovedì 8 dicembre 2022

K-4 Pacific (Gerry Mulligan)

 Stimolato da un mio amico che l’ha nominato, ho riascoltato questo dimenticato da anni. Gerry Mulligan tornava alla discografia dopo un certo intervallo di tempo, con un jazz colorato di pop, molto 1971, molto piacevole.

 K-4 Pacific (Mulligan), da «The Age of Steam», A&M SP-3036. Harry “Sweets” Edison, Roger Bobo, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Jimmy Cleveland, trombone; Ken Shroyer, trombone basso; Bud Shank, sax alto; Tom Scott, Ernie Watts, sax tenore, flauto; Gerry Mulligan, sax baritono; Roger Kellaway, piano; Howard Roberts, chitarra; Chuck Domanico, contrabbasso; Joe Porcaro, batteria. Registrato nel luglio 1971.

mercoledì 19 agosto 2020

So What (Gerry Mulligan)

 So What non ha niente a che vedere con «Kind of Blue»; è una cosa di Gerry Mulligan men che ventitreenne ma già lanciatissimo, che una settimana prima di questa seduta di registrazione aveva partecipato all’ultima delle tre del Nonet di Miles Davis («Birth of The Cool»), nelle quale vennero incise fra altre una sua composizione, Rocker, e il suo arrangiamento di Darn That Dream.

 Per il tramite di Miles in absentia, dunque, questa So What ha un legame spurio con quella famosa di nove anni dopo; si tratta in realtà di un trasparente travisamento di Love Me Or Leave Me, di cui due anni dopo Mulligan darà una versione con il quartetto senza pianoforte

 Qui è orchestrata sommariamente per un ottetto dalla composizione bislacca, con front line di tre sax e due tromboni, che sono poi Jay & Kai. Ma l’head è solo pretesto a un vivace scambio di fours fra Gerry e Zoot Sims.

 So What (Mulligan), da «Conception», Prestige UCCO-5213. JJ Johnson, Kai Winding, trombone; Charlie Kennedy, sax alto; Zoot Sims, sax tenore; Gerry Mulligan, sax baritono; Tony Aless, piano; Chubby Jackson, contrabbasso; Don Lamond, batteria. Registrato il 15 marzo 1950.

lunedì 14 agosto 2017

Nights At The Turntable – Walkin’ Shoes (Gerry Mulligan & Chet Baker)

Ho scritto questo pezzetto, con altri simili, per una rivista che l’anno scorso ha avuto vita meno che breve, ed è stato un peccato; al che puoi imputare un certo didascalismo  di norma estraneo a Jnp, che si rivolge a lettori evoluti. Absit iniuria.

 Il quartetto «pianoless» di Gerry Mulligan nella sua formazione originale con Chet Baker alla tromba durò meno di due anni, fra il 1952 e il ’53, ma s’incise indelebile, prima ancora che nella storia del jazz, nella coscienza collettiva, ideale colonna sonora di un momento e di un luogo, la California meridionale, anche se il suo successo sarebbe stato mondiale e avrebbe diffuso innumerevoli emuli e imitatori, più ancora in Europa che in America.

 Mulligan, nato nel 1927 e affermatosi giovanissimo come dotato arrangiatore e compositore al tramonto dello Swing e poi con il nonet di Miles Davis, si trovò di contraggenio, lui così individualista, a essere caposcuola di quella declinazione quasi esclusivamente bianca del cool jazz che prese il nome di «West Coast jazz», dalla costa della California, e che dal 1952 per circa un quinquennio riportò il jazz a livelli di popolarità che non aveva più conosciuto dopo l’epoca delle big band. Riconciliò infatti il pubblico bianco middle class con la musica afroamericana, fosse pure in una versione molto temperata, per non dire sedata.

 Ma le ambizioni di Mulligan erano più vaste e quell’etichetta non gli piacque mai. Fatto è che la musica del quartetto, in cui fece colpo la mancanza del pianoforte, mostrava in pezzi quali Bernie’s Tune, Walking Shoes, Nights at the Turntable tutti i caratteri della West Coast che presto sarebbero diventati formulari nelle mani di musicisti meno originali, attivi a Los Angeles e negli studios di Hollywood: dinamiche quiete, uno swing rilassato, semplicità ritmica quasi pre-moderna, melodie elaborate ma cantabili, armonie raffinate e colori sommessi, voci interne e accenni di contrappunto e, caratteristica questa tipicamente mulliganiana, una vena particolare di umorismo, quasi di clownerie.

 Contraltare assai indovinato al sax baritono di Mulligan fu Chet Baker, subito dipinto come un James Dean del jazz, trombettista musicalmente analfabeta ma d’istinto melodico infallibile, che nei gusti di critica e pubblico, in quei pochi mesi assolati e un po’ storditi, superò perfino, incredibile dictu, Miles Davis.

 Nights at the Turntable (Mulligan), da «The Best of the Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker», Pacific Jazz CDP 7 95481 2. Chet Baker, tromba; Gerry Mulligan, sax baritono; Bob Whitlock, contrabbasso; Chico Hamilton, batteria. Registrato il 15 o 16 ottobre 1952.

 Walkin’ Shoes (Mulligan), id.

sabato 20 febbraio 2016

[Extracurricolare] Marc Myers sulle big band

 Mi è capitato anche di recente di esprimere la mia poca affinità verso le big band degli ultimi decenni, particolarmente quelle bianche e tempo fa, avendo fatto quest’osservazione in riferimento alla Concert Jazz Band di Gerry Mulligan (musicista che riverisco), ne sono stato più o meno garbatamente ripreso nei commenti.

 Non perché pensi che la cosa mi dia ragione, ma solo per una certa sorpresa, ricopio qui sotto che cosa ha scritto ieri Marc Myers sul suo sito Jazzwax al proposito, prendendo spunto da un disco della big band di Thad Jones e Mel Lewis, in effetti bianca solo per metà, ma estendendo poi il discorso proprio a quella famosa orchestra di Gerry Mulligan. Myers si spiega meglio di me e naturalmente con miglior cognizione di causa. Corsivo mio.

 (Marc Myers è stato due o tre anni fa autore di un saggio importante e innovativo di «storia sociale» del jazz, Why Jazz Happened, che da allora vado proponendo a diverse case editrici italiane, simile in ciò a quel tale che vociava nel deserto).

 (…)
 I’ve always been on the fence about the band. While I fully appreciate the exceptional talent assembled and that the music was orchestral jazz, not pop contrivance, much of the music for me lacked a compelling narrative and seemed more of a musician’s idea of a great idea than a listener’s dream. Too much of the music seemed circuitous in its brassiness and never seemed to go anyplace special. Or, put differently, I never felt moved enough to join the journey.

 Then again I’ve long found the Gerry Mulligan Concert Band to be similarly flat and wind-baggy in the story department. Loads of talent but more about musicians impressing musicians than performing for people in the seats or buying records. No one is demanding that the recordings be pulled from the shelves. I just never found myself deeply touched by either band
(…).

 [Sono sempre stato ambivalente nei confronti di quest’orchestra [quella di Thad Jones & Mel Lewis, ndr]. Da una parte, so apprezzare la somma di talenti che ha rappresentato e il fatto che la musica fosse vero jazz orchestrale, non una qualche trovata pop; ma dall’altra, la musica per me mancava quasi sempre di un senso narrativo cogente, simile piuttosto all’idea che un musicista può avere di una buona idea che non al sogno di un ascoltatore. Troppa di quella musica sembrava girare su se stessa nel suo esibito smalto sonoro (brassiness), senza imboccare una direzione chiara. In altre parole: non mi sono davvero mai sentito stimolato ad abbandonarmici.
 È poi vero che anche la Concert Jazz Band di Gerry Mulligan a me è sempre parsa ugualmente piatta e vacua quanto al «raccontare una storia». Un sacco di talento, ma più di musicisti intenti a impressionare i colleghi che non il pubblico o i compratori di dischi. Non pretendo certo che quei dischi vengano ritirati dai negozi. È solo che nessuna di queste due orchestre mi ha mai veramente toccato].

giovedì 12 novembre 2015

Limelight – What Is There To Say? (Gerry Mulligan)

 Ear candies: il classico quartetto pianoless di Mulligan del 1952 e una  sua incarnazione successiva intenta alla canzone di Vernon Duke che è una di quelle del mio cuor. La canzone è prefata da una meravigliosa intro eterofonica, una composizione in sé, in imitazione non rigorosa; Art Farmer vi suona ispirato, e le contromelodie di Mulligan sotto il suo assolo – dove la sezione ritmica passa dal tempo tagliato al 4/4 – sono la perfezione.

 Limelight (Mulligan), da «Limelight», Drive 607. Chet Baker, tromba; Gerry Mulligan, sax baritono; Carson Smith, contrabbasso; Chico Hamilton, batteria. Registrato nel 1952.

 What Is There To Say? (Harburg-Duke), ib. Art Farmer, tromba; Mulligan; Bill Crow, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato nel 1959.

mercoledì 16 settembre 2015

Battle Hymn Of The Republican – Wintersong (Gerry Mulligan & Paul Desmond)

 Ci sarà stata della lieve satira da parte di Paul Desmond nel titolare Battle Hymn Of The Republican questa variazione su Tea For Two. Il titolo paròdia il notissimo Battle Hymn Of The Republic (Glory, Glory Halellujah ovvero John Brown’s Body), la più famosa delle canzoni della Guerra civile americana, mentre la canzone di partenza forse vuole richiamare la ribellione del tè di Boston del 1773, certo non il movimento conservatore USA del «Tea Party», che è cosa molto recente, o forse soltanto immagina giocosamente un aderente al Grand Old Party che si accinga alla battaglia, tazza di tè alla mano.

 La sezione ritmica di questo incontro di Gerry Mulligan con Desmond è sommessa in rispetto agli assoli e ai contrappunti dei due fiati ma è di qualità; Dave Bailey non è da confondere con un altro grande batterista, Donald «Duck» Bailey.

 Battle Hymn Of The Republican (Desmond), da «Blues In Time», Verve UDCD 648. Paul Desmond, sax alto; Gerry Mulligan, sax baritono; Joe Benjamin, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato il 27 agosto 1957.

 Wintersong (Desmond), id., Registrato il 2 agosto 1957.

giovedì 8 gennaio 2015

Apple Core (Gerry Mulligan)

 Le big band bianche, con le eccezioni del Second herd di Woody Herman e di qualche cosa di Benny Goodman e di Don Ellis, non mi sono mai andate a genio; anche dimenticando la «funzione Kenton» che sembra ineludibilmente ricorrervi, cioè la tendenza al magniloquente e al bombastico, vi sento sempre un che di lezioso, di troppo elaborato, di fussy, e allo stesso tempo di sfibrato o esangue. E poco swing come mi piace intenderlo.

 Questo mio dispiacere si estende perfino al comunemente stimatissimo esperimento orchestrale di Gerry Mulligan, la «Concert Jazz Band», e dire che Mulligan è uno dei musicisti che in assoluto io ammiro di più. Comunque ecco la CJB a Parigi nel 1960, in un pezzo che se non altro ci permette di ascoltare con tutto agio Zoot Sims come solista.

 Apple Core (Mulligan), da «Olympia – Nov. 19th 1960», Paris Jazz Concert 17421. Conte Candoli, Don Ferrara, Nick Travis, tromba; Willie Dennis, Allen Ralph, trombone; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Gene Quill, Bob Donovan, sax alto; Zoot Sims, Jimmy Reider, sax tenore; Gerry Mulligan, sax baritono; Buddy Clark, contrabbasso; Mel Lewis, batteria. Registrato il 19 novembre 1960.



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sabato 27 aprile 2013

[Guest post #34] Carlo Tosetti & Gerry Mulligan


 Voci nuove, voci interessanti: esordisce nel guest post di Jazz nel pomeriggio l’estroso Carlo Tosetti/Musnorvegicus, poeta, chitarrista e altro (per me soprattutto poeta, con tutto che anche la sua prosa, come stai per leggere o forse già sai dal suo blog, merita nota). Com’è suo singolare talento, partendo da una cosa Carlo arriva a parlare di tante altre.

 Anni fa, prima che mi decidessi ad approfondire temi che gravitano intorno alla salute, fui tormentato da una fastidiosa dermatite che mi straziava l’interno delle braccia. Rinomati luminari della dermatologia, senza spiegarmi le cause di tale afflizione e neppure confessando che – forse – le cause riposavano ancora in una zona d’ombra, dove la scienza medica non aveva ancora scovato l’interruttore della luce, tentarono di curarmi con continui insuccessi.

 Disperato per le mie condizioni, ascoltai il consiglio di un’amica e finii a Milano, da un medico Tibetano.

 Fu una visita molto curiosa. Guardò contro luce le mie urine, controllò gli occhi, la lingua e l’attaccatura dei capelli, mi scrutò il polso alla «moda cinese», poi sentenziò: fegato e vie biliari stressate. Tutto si svolse grazie all’intermediazione di un altro tibetano, traduttore. Mi proibì di mangiare agrumi e mi diede delle perle nerastre, da assumere mattina e sera. Erano disgustose, ma la cura funzionò.

 Che c’entra tutto ciò con Jnp? Il fatto è che, nella sala d’aspetto del centro Tibetano, spiccavano delle foto – formato gigante – di un tizio occidentale, circondato da monaci. Domandai: si trattava di Gerry Mulligan, grande sostenitore della causa del Tibet.
Durante la grave malattia che lo colpì, si fece aiutare anche dai suoi amici orientali. Milano ricorda un suo stupendo concerto con Ornella Vanoni ed il coro dei Monaci del Tibet, poco prima di spegnersi; ulteriore dimostrazione della sua vicinanza a quella cultura.

 Era molto legato a Milano; sua moglie era milanese, a Milano aveva una casa. Ovviamente aveva suonato col caro Enzo Jannacci. Ho letto che spesso s’infilava nel Teatro Alla Scala, durante le prove: conosceva i professori d’orchestra. Insomma, per chi non lo sapesse: era più milanese di molti milanesi…

 Dopo la visita al centro Tibetano, mi informai ed acquistai «Night Lights», disco del 1963, che – delicato e dolce – permise di avvicinarmi al jazz. Marco ha già trattato quel disco, ma mi permetto di proporre un altro brano.
A ricordo di quei giorni, del carissimo medico Tibetano e del grande Mulligan.

 Ciao Marco, ciao a tutti,
 Carlo Tosetti

 Morning of the Carnival [Manha de carnaval] (Bonfa), da «Night Lights», Mercury 818 271-2. Art Farmer, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Jim Hall, chitarra; Gerry Mulligan, piano; Bill Crow, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato nel settembre 1963.


sabato 3 novembre 2012

Grand Tour (Gerry Mulligan)

 A dimostrazione della verità contenuta nelle parole di Barney Kessel che Sergio Pasquandrea cita nel commento al post che precede, ecco tre fiati (e un sommesso piano elettrico) swingare senza l’ombra di contrabbasso [NB Non è vero! V. nota] e batteria e per giunta su una composizione lenta ed elegiaca.

 Questo disco, nel 1972, fu considerato una specie di «ritorno» di Gerry Mulligan, che per la verità non se ne era mai andato via.

 Grand Tour (Mulligan), da «The Age of Steam», A&M 75021-0804-2. Bud Shank, sax alto; Gerry Mulligan, sax baritono; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Roger Kellaway, piano elettrico. Registrato fra il febbraio e il luglio 1971.



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mercoledì 29 agosto 2012

Across the Track Blues (Duke Ellington) (Gerry Mulligan)

 Consapevole del fatto che la perfezione non si migliora, Gerry Mulligan ripete Across the Track Blues di Duke Ellington lasciandone l’arrangiamento (trascritto da Tom Fay) intatto.

  Nell’esecuzione del 1940, l’assolo di cornetta è di Rex Stewart; in quella del 1980, la tromba solista è Tom Harrell.

 Across the Track Blues (Ellington), da «Never No Lament: The Blanton-Webster Band», Bluebird 82876 50857 2. Wallace Jones, Cootie Williams, tromba; Rex Stewart, cornetta; Lawrence Brown, Joe Nanton, trombone; Juan Tizol, trombone a pistoni; Barney Bigard, clarinetto; Johnny Hodges, Otto Hardwicke, sax alto; Ben Webster, sax tenore; Harry Carney, sax baritono; Duke Ellington, piano; Fred Guy, chitarra; Jimmy Blanton, contrabbasso; Sonny Greer, batteria. Registrato il 28 ottobre 1940.



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 Across the Track Blues, da «Walk on the Water», DRG SL-5194. Laurie Frink, Barry Ries, Tom Harrell, Mike Davis, Danny Hayes, tromba; Keith O’Quinn, Dave Glenn, Alan Raph, trombone; Eric Turkel, Gerry Niewood, Ken Hitchcock, sax alto; Gary Keller, Ralph Olson, Seth Broedy, sax tenore; Gerry Mulligan, Joe Temperly, sax baritono; Mitchel Forman, piano; Mike Bocchicchio, contrabbasso; Richie de Rosa, batteria. Registrato nel settembre 1980.



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venerdì 8 luglio 2011

Frenesi (Gerry Mulligan)

  Frenesi conobbe la sua versione di più grande successo, successo immenso in verità, nel 1940 con Artie Shaw. Qui è ripresa al suo ineffabile modo, di swinger travestito da bopper, da Gerry Mulligan con un’incarnazione del suo quartetto.

  Frenesi (Dominguez), da «At Storyville», Pacific CDP 7 94472 2. Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Gerry Mulligan, sax baritono; Bill Crow, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato il 6 dicembre 1956.



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mercoledì 2 febbraio 2011

Storyville Story (Gerry Mulligan)

  Un altro caso di pianista occasionale, Gerry Mulligan, che altrove nel disco cede lo sgabello al trombonista Bob Brookmeyer. Mi è capitato di sentire dischi ed esibizioni di Gerry in cui lui era pianista migliore del suo pianista titolare…

  Storyville Story (Mulligan), da «Gerry Mulligan Quartet at Storyville», Pacific Jazz CDP 7 94472 2. Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Gerry Mulligan, piano; Bill Crow, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato allo Storyville Club di Boston il 6 dicembre 1956.

lunedì 27 dicembre 2010

Bernie’s Tune (Gerry Mulligan) (Jay & Kai) (Earl Hines)

  Bernie’s Tune nella versione del quartetto di Gerry Mulligan (che non ne è il compositore, come comunemente si ritiene: lo era invece un certo Bernie Miller, pianista di Washington); poi in quella di Jay & Kai, di due anni dopo; e infine in quella dell’inarrestabile patriarca Earl Hines, nel 1966 con una sezione ritmica di pesi massimi del jazz moderno.

  Bernie’s Tune (Miller), da «The Best of the Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker», Pacific Jazz CDP 95481 2. Gerry Mulligan, sax baritono; Chet Baker, tromba; Bob Whitlock, contrabbasso; Chico Hamilton, batteria. Registrato il 16 agosto 1952.




  Bernie’s Tune, da «Jay And Kai», Savoy. J. J. Johnson, Kai Winding, trombone; Wally Cirillo, piano; Charles Mingus, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato il 26 agosto 1954.



  Bernie’s Tune, da «The Mighty Fatha», Flying Dutchman FD-10147. Earl Hines, piano; Richard Davis, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 17 gennaio 1966.

martedì 14 dicembre 2010

I Mean You - Sweet and Lovely (Gerry Mulligan, Thelonious Monk)

  Thelonious Monk compì il suo primo soggiorno transatlantico dal 30 maggio al 10 giugno 1954, invitato all’ultimo minuto a partecipare al terzo Salon du Jazz di Parigi organizzato da Charles Delaunay e Jacques Souplet. Le cose in patria non gli andavano bene: i suoi dischi Blue Note e Prestige venivano ignorati o derisi dalla critica e trovava lavoro con grande fatica, anche perché pochi mesi prima un arresto lo aveva privato della cabaret card, senza la quale gli era impossibile lavorare, a New York, nei locali dove si servissero alcolici (cioè in qualunque jazz club).

  La trasferta parigina fu un mezzo disastro; anche Monk ci mise del suo. Dopo la sua prima esibizione, la sera del 3 giugno alla Salle Playel,

(…) il concerto finì e i musicisti erano passati nel caffè della Salle Pleyel per una jam session informale, Thelonious apparve più disteso ma chiaramente ubriaco. Suonò con Gerry Mulligan e i suoi, più qualche musicista locale. Secondo Horricks, Thelonious sabotò la seduta con il suo accompagnamento ritmicamente sfasato e le sue armonie bislacche, attirandosi gli sguardi straniti e iracondi degli altri musicisti. Non di Mulligan, però, che fu pari alla sfida e stabilì un fertile dialogo musicale con Monk.

(…)

Danny Halperin, un canadese che scriveva per il Continental Daily Mail e che era diventato amico stretto di molti musicisti jazz, ricorda di essere stato con Monk la notte dopo il primo concerto, e che lui si lamentò della reazione del pubblico. «Non prestano veramente attenzione a quello che suono». Gerry Mulligan, che aveva sentito, s’inserì nella conversazione e disse a Monk: «Non te ne preoccupare… D’ora in poi, io ti ascolterò. Starò sotto il palcoscenico a sentire, se ti girerai un po’ da quella parte mi vedrai». Pare che il consiglio funzionasse, perché il 3 giugno, giovedì, seconda serata del festival, Monk fece un ritorno a gonfie vele. Sobrio e concentrato, ignorò i «gesti irrispettosi» rivoltigli da qualcuno fra il pubblico, si sedette al piano e si mise a fare sul serio.
(Robin D. G. Kelley, Thelonious Monk: the Life and Times of an American Original, Free Press 2010, pp. 172-73).

   Monk e Mulligan rimasero amici, e secondo me qui lo si sente bene.


   I Mean You (Monk), da «Mulligan Meets Monk» Original Jazz Classics (Riverside) OJC20 301-2. Gerry Mulligan, sax baritono; Thelonious Monk, piano; Wilbur Ware, contrabbasso; Shadow Wilson, batteria. Registrato il 12 o 13 agosto 1957.




   Sweet and Lovely (Arnheim-Tobias-Lemare), ib.

sabato 9 ottobre 2010

I Feel Pretty (Annie Ross-Gerry Mulligan)

  Una dei pionieri del vocalese (l'arte vocale che applica dei versi a famosi assoli strumentali), linglese Annie Ross si esibisce qui accompagnata da un quartetto stellare (in alcuni pezzi Chet Baker sostituisce Art Farmer) arrangiato da Gerry Mulligan. Ritrovo il disco curiosando negli scaffali di colui che  mi ospita, che ringrazio.

  I Feel Pretty (Bernstein), da «Annie Ross Sings A Song With Mulligan», EMI Pacific Jazz Series CDP 7 46852 2. Annie Ross accompagnata da Art Farmer, tromba, Gerry Mulligan, sax baritono, Bill Crow, contrabbasso, Dave Bailey, batteria. Registrato nel dicembre 1957.


sabato 14 agosto 2010

Bweebida Bobbida (Gerry Mulligan)

  La Concert Jazz Band di Gerry Mulligan suonava eleganti partiture, perlopiù  di Bob Brookmeyer, per una formazione sottilmente eccentrica: heavy on saxophones e con soli sei ottoni, oltretutto equamente (e insolitamente) ripartiti fra trombe e tromboni; il pianoforte era occasionalmente suonato da Mulligan.

  Qui, il solista di sax alto è Gene Quill.

  Bweebida Bobbida (Mulligan), da «Olympia - Nov. 19th, 1960», Delta Music 17421-2. Don Ferrara, Conte Candoli, Nick Travis, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Willie Dennis, Allen Ralph, trombone; Gene Quill, Bob Donovan, sax alto; Jimmy Reider, Zoot Sims, sax tenore; Gene Allen, clarinetto basso; Gerry Mulligan, sax baritono; Buddy Clark, contrabbasso; Mel Lewis, batteria. Registrato il 19 novembre 1960.


lunedì 26 luglio 2010

Night Lights 1, 2 (Gerry Mulligan)

  Un Gerry Mulligan più disteso del solito, quasi easy listening, in due versioni di questa sua carezzevole composizione. Nessuna delle due vede Gerry al sax baritono.

  Night Lights (Mulligan), da «Night Lights», Mercury  818 271-2. Art Farmer, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Jim Hall, chitarra; Gerry Mulligan, piano; Bill Crow, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato nel settembre 1963.



  Night Lights, ib. Gerry Mulligan, clarinetto; Pete Jolly, piano; Jond Gray, chitarra; Jimmy Bond, contrabbasso; Hal Blaine, batteria; archi. Registrato nel 1965.

venerdì 9 luglio 2010

What Is There To Say? (Gerry Mulligan)

  La scelta di questo pezzo del quartetto di Gerry Mulligan versione 1958 non è senza relazione con i due pezzi di Jelly Roll Morton che lo precedono subito qui sotto. Anche qui si tratta di ammirare, fra altre cose, l’arte di un compositore, stavolta applicata a materiali altrui (uno standard famosissimo), quindi nella veste più dimessa dell’arrangiamento.
  Ma la maniera in cui Mulligan elabora l’inciso iniziale della canzone, riarmonizzandolo a tre voci (il contrabbasso con l’arco), è opera di un compositore di classe. E poi, come sempre in Mulligan, c’è lo swing, l’interplay, le voci interne. C’è il magnifico Art Farmer alla tromba.
  Infine, What Is there To Say? è una delle mie canzoni preferite: aspettati di sentirla ancora molte volte in molte salse.

  What Is there To Say? (Duke-Harburg), da «What Is there To Say?», Columbia CK 52978. Art Farmer, tromba; Gerry Mulligan, sax baritono; Bill Crow, contrabbasso; Dave Bailey, batteria. Registrato nel dicembre 1958.


martedì 22 giugno 2010

Nights at the Turntable (Gerry Mulligan)

  Un Mulligan d’annata fa sempre bene.

  Nights at the Turntable (Mulligan), da «The Best of the Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker», Pacific Jazz CDP 7 95481 2. Chet Baker, tromba; Gerry Mulligan, sax baritono; Bob Whitlock, contrabbasso; Chico Hamilton, batteria. Registrato il 15 o 16 ottobre 1952.