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giovedì 3 settembre 2020
[Comunicazione di servizio] Un articolo su Horace Silver
Oggi anzi ieri era il compleanno di Horace Silver (1928-2014). Qui c’è un mio pezzo su Silver che uscì nel 2008 sulla rivista «Musica Jazz» (.pdf).
domenica 29 gennaio 2017
[Extracurricolare] Carlo Tosetti a Radio Popolare
Domani sera lunedì 30 gennaio, alle 21:30, sulla Radio Popolare, il mio amico e contributore di Jnp Carlo Tosetti sarà ospite del programma di poesia Percorsi PerVersi. Il conduttore Paolo Massari discorrerà con Tosetti che leggerà dei suoi versi (una poesia di CT l’hai letta anche qui) e credo anche versi di altri autori.
È come se, indirettamente, un pezzetto di Jazz nel pomeriggio uscisse nel mondo.
(Qui, una bella recensione del volume Wunderkammer).
È come se, indirettamente, un pezzetto di Jazz nel pomeriggio uscisse nel mondo.
(Qui, una bella recensione del volume Wunderkammer).
sabato 5 novembre 2016
[Extraxurricolare] Basquiat a Milano 2006, 2016
Al MUDEC, Museo delle culture di Milano, sarà aperta fino a tutto febbraio venturo un’ampia mostra restrospettiva del pittore afroamericano Jean-Michel Basquiat. Al di là dell’interesse intrinseco, che mi pare più culturale che artistico, la mostra rileva a questo blog perché l’artista aveva rapporti stretti con il jazz, espliciti ed impliciti.
Esattamente dieci anni fa la Triennale di Milano aveva dedicato a Basquiat una mostra analoga, tanto che la ripetizione un po’ mi sorprende; non so confrontarla con la presente perché questa ancora non l’ho vista né sono certo che ci andrò. All’epoca, su un altro blog che tenevo e che non c’è più, ne scrissi una breve nota in cui fra l’altro esprimevo un entusiasmo che non credo riproverei oggi. La riporto qui perché mi sembra comunque abbastanza centrata; l’avevo intitolata Jazz sbagliato alla mostra di Basquiat.
Questa mattina [31 dicembre 2006] ho visitato la mostra retrospettiva del pittore statunitense Jean-Michel Basquiat alla Triennale di Milano, al parco Sempione (che, per inciso, si è giovato molto della recente ristrutturazione e di un più accurato mantenimento ed è ora il parco più piacevole di Milano. Sì, non ha certo una gran concorrenza…). Resterà aperta fino al 28 gennaio 2007.
La mostra, a cura di Gianni Mercurio e intitolata The Jean-Michel Basquiat Show, completa un trittico che ha visto retrospettive accurate di Andy Warhol (due anni fa) e di Keith Haring (l’anno scorso). La mostra di Warhol compendiava bene un personaggio sfuggente; quella di Haring, per me che ne avevo un’idea vaga, era affascinante.
Ma questa di Basquiat, afroamericano di Brooklyn con radici a Portorico e Haiti, mi ha addirittura entusiasmato. In questo blog mi impongo (me lo impone la pigrizia, anzi) di limitare l’off-topic, quindi sarò allo stretto proposito conciso: l’eredità africana-americana di Basquiat, a quasi vent’anni dalla sua morte si mostra – ai miei occhi, almeno – incomparabilmente più ricca, feconda, profonda e articolata di quella del quasi coetaneo e sodale Keith Haring, bianco che più bianco non si può. Questo si deve a molte ragioni: prima, la differenza etnica, quindi culturale (eh sì); un’altra, più sottile, l’essere Basquiat pittore in un senso molto tradizionale, come Haring non è né ha mai voluto essere (e non ne faccio una questione di talento, perché non credo che Basquiat sia pittore di grande talento). Basquiat non è un artista pop: non usa, se non molto raramente e radicalmente trasfigurati, elementi dell’ambito pubblicitario, industriale, della televisione, del fumetto, della pop culture insomma (e quando questo avviene, in un paio di collaborazioni con Warhol, la sua caratteristica espressività si raffredda subito). I lavori modulari, ricercatamente formulari e riproducibili di Haring decorano e decoravano, lui ancora vivente, servizi da tè, piastrelle, teli da spiaggia e magliette; è impensabile che questo accada mai con Basquiat, che forgia personalmente gli elementi linguistici del proprio universo espressivo, i quali non si trovano pre-dati in un repertorio visuale comune e non possono quindi essere tolti dal loro contesto e riusati; questo non leva niente al suo rapporto fortissimo con le immagini della realtà. In qualche modo, Haring (e Warhol prima di lui, per limitarci a quel milieu newyorkese) erano cronisti-saggisti integrati nel mondo e nei processi produttivi che descrivevano; Basquiat è un narratore, un romanziere le cui opere vivono di più livelli, ma, in quanto narratore, necessariamente un po’ – o molto – al di fuori: ed è anche questo un marchio della razza e qualcosa che ne rende il lavoro politico in una misura sconosciuta a Haring (o a Warhol).
Vengo ora al punto di querela, di cui al titolo di questo post: Basquiat era un jazzofilo. Nelle sue dichiarazioni ricorrono i nomi di Charlie Parker e di Louis Armstrong; cosa ben più importante, ricorrono nei suoi quadri i loro nomi, i titoli dei loro pezzi (di Armstrong soprattutto, e anche del classico bluesman Robert Johnson); Armstrong, stilizzato, compare raffigurato in due o tre occasioni.
Ebbene, la colonna sonora della mostra (oggi chi rinuncia al multimedia?) si compone di Straight No Chaser e Milestones da «Milestones» di Miles Davis, Spiritual di Coltrane dal «Live At Village Vanguard» e da un Jimi Hendrix che non ho saputo identificare. Ora, sarebbe bastato leggere i titoli che Basquiat ha inscritto profusamente in tanti dei quadri presenti alla Triennale per comporre senza sforzo alcuno una colonna sonora appropriata. Quella del Jean-Michel Basquiat Show non si giustifica nemmeno per essere le musiche contemporanee all’attività del pittore, nato nel 1960: «Milestones» è del 1958, «Live At Village Vanguard» del 1961, Hendrix dei tardi anni Sessanta.
Sono pedante? Non credo, perché la mostra è bella e ben curata sotto ogni altro aspetto e dispiacciono queste disattenzioni (un’altra è l’orribile, sgrammaticato italiano nei sottotitoli di un documentario), che non sono secondarie vista l’importanza della musica per l’artista. Fra l’altro Basquiat, che trafficava col clarinetto, nel 1983 incise anche un disco, di cui alla Triennale è esibita la copertina: non sarebbe stato interessante diffonderne qualche po’?
domenica 5 giugno 2016
[Extracurricolare] Una nuova rivista: «Classic Jazz»
Classic Jazz sarà nelle edicole verso la fine della settimana ventura, edita dalla Sprea. L’ho vista in anteprima perché figuro fra i collaboratori e posso in buona coscienza dire questo: è una rivista dove c’è davvero tanto da leggere per chi sia appassionato al jazz, e quel che c’è da leggere è anche scritto bene. Inoltre non mi pare una replica inutile delle altre due riviste di jazz italiane, Musica Jazz e Jazzit.
In copertina, per non sbagliare, trovi Miles, all’interno si parla estesamente di Henry Threadgill, che è anche intervistato, di Bill Evans, di Chet Baker e di Norman Granz; c’è un’istanza di quel classico della pubblicistica musicale che è i cento dischi essenziali in altrettante schede (io ne ho scritta una ventina); servizi molto interessanti su jazz e cinema e jazz e pubblicità (!); e vi si parla naturalmente di dischi e libri, e ci sono interviste fra cui una, insolita per franchezza, con Dino Piana.
Classic Jazz, di cui Francesco Coniglio è direttore editoriale e Maurizio Becker caporedattore, costa 9,90 e sarà bimestrale.
In copertina, per non sbagliare, trovi Miles, all’interno si parla estesamente di Henry Threadgill, che è anche intervistato, di Bill Evans, di Chet Baker e di Norman Granz; c’è un’istanza di quel classico della pubblicistica musicale che è i cento dischi essenziali in altrettante schede (io ne ho scritta una ventina); servizi molto interessanti su jazz e cinema e jazz e pubblicità (!); e vi si parla naturalmente di dischi e libri, e ci sono interviste fra cui una, insolita per franchezza, con Dino Piana.
Classic Jazz, di cui Francesco Coniglio è direttore editoriale e Maurizio Becker caporedattore, costa 9,90 e sarà bimestrale.
sabato 30 aprile 2016
[Extracurricolare] Wunderkammer di Carlo Tosetti
Se mi segui da un po’ sai che mi piace la poesia e che quando posso trascrivo qualche verso (non mio) nei post del blog. A loro volta, alcuni poeti sono lettori di Jazz nel pomeriggio.
Uno di questi, l’a me carissimo Carlo Tosetti, autore anche di un guest post in tempi non vicinissimi, è fuori con una nuova raccolta edita da un altro mio amico e lettore, l’ottimo a sua volta poeta Antonio Lillo di Pietre Vive.
La raccolta si chiama Wunderkammer e contiene poesie e alcune prose bellissime; e molto, molto insolite.
Uno di questi, l’a me carissimo Carlo Tosetti, autore anche di un guest post in tempi non vicinissimi, è fuori con una nuova raccolta edita da un altro mio amico e lettore, l’ottimo a sua volta poeta Antonio Lillo di Pietre Vive.
La raccolta si chiama Wunderkammer e contiene poesie e alcune prose bellissime; e molto, molto insolite.
lunedì 18 aprile 2016
Un regalino
Non mi ricordavo proprio che cinque anni fa, ancora nel corso del primo anno di Jazz nel pomeriggio, avevo senza molto impegno e brevemente mantenuto un altro blog in cui avevo digitalizzato e messo a disposizione alcuni miei dischi un po’ rari: The Jazz Ear, l’avevo chiamato.
Mi ci sono imbattuto per caso e ho visto che il server Mediafire ha conservato tutto. Sono dischi belli, di quasi tutti i quali prima o poi ti ho presentato qualche cosa. Ma qui ci sono interi, in formato MP3 a 320 kbps, con tanto di copertine. Puoi scaricarli, se ti fa piacere; a me lo fa.
Mi ci sono imbattuto per caso e ho visto che il server Mediafire ha conservato tutto. Sono dischi belli, di quasi tutti i quali prima o poi ti ho presentato qualche cosa. Ma qui ci sono interi, in formato MP3 a 320 kbps, con tanto di copertine. Puoi scaricarli, se ti fa piacere; a me lo fa.
sabato 20 febbraio 2016
[Extracurricolare] Marc Myers sulle big band
Mi è capitato anche di recente di esprimere la mia poca affinità verso le big band degli ultimi decenni, particolarmente quelle bianche e tempo fa, avendo fatto quest’osservazione in riferimento alla Concert Jazz Band di Gerry Mulligan (musicista che riverisco), ne sono stato più o meno garbatamente ripreso nei commenti.
Non perché pensi che la cosa mi dia ragione, ma solo per una certa sorpresa, ricopio qui sotto che cosa ha scritto ieri Marc Myers sul suo sito Jazzwax al proposito, prendendo spunto da un disco della big band di Thad Jones e Mel Lewis, in effetti bianca solo per metà, ma estendendo poi il discorso proprio a quella famosa orchestra di Gerry Mulligan. Myers si spiega meglio di me e naturalmente con miglior cognizione di causa. Corsivo mio.
(Marc Myers è stato due o tre anni fa autore di un saggio importante e innovativo di «storia sociale» del jazz, Why Jazz Happened, che da allora vado proponendo a diverse case editrici italiane, simile in ciò a quel tale che vociava nel deserto).
Non perché pensi che la cosa mi dia ragione, ma solo per una certa sorpresa, ricopio qui sotto che cosa ha scritto ieri Marc Myers sul suo sito Jazzwax al proposito, prendendo spunto da un disco della big band di Thad Jones e Mel Lewis, in effetti bianca solo per metà, ma estendendo poi il discorso proprio a quella famosa orchestra di Gerry Mulligan. Myers si spiega meglio di me e naturalmente con miglior cognizione di causa. Corsivo mio.
(Marc Myers è stato due o tre anni fa autore di un saggio importante e innovativo di «storia sociale» del jazz, Why Jazz Happened, che da allora vado proponendo a diverse case editrici italiane, simile in ciò a quel tale che vociava nel deserto).
(…)
I’ve always been on the fence about the band. While I fully appreciate the exceptional talent assembled and that the music was orchestral jazz, not pop contrivance, much of the music for me lacked a compelling narrative and seemed more of a musician’s idea of a great idea than a listener’s dream. Too much of the music seemed circuitous in its brassiness and never seemed to go anyplace special. Or, put differently, I never felt moved enough to join the journey.
Then again I’ve long found the Gerry Mulligan Concert Band to be similarly flat and wind-baggy in the story department. Loads of talent but more about musicians impressing musicians than performing for people in the seats or buying records. No one is demanding that the recordings be pulled from the shelves. I just never found myself deeply touched by either band
(…).
[Sono sempre stato ambivalente nei confronti di quest’orchestra [quella di Thad Jones & Mel Lewis, ndr]. Da una parte, so apprezzare la somma di talenti che ha rappresentato e il fatto che la musica fosse vero jazz orchestrale, non una qualche trovata pop; ma dall’altra, la musica per me mancava quasi sempre di un senso narrativo cogente, simile piuttosto all’idea che un musicista può avere di una buona idea che non al sogno di un ascoltatore. Troppa di quella musica sembrava girare su se stessa nel suo esibito smalto sonoro (brassiness), senza imboccare una direzione chiara. In altre parole: non mi sono davvero mai sentito stimolato ad abbandonarmici.
È poi vero che anche la Concert Jazz Band di Gerry Mulligan a me è sempre parsa ugualmente piatta e vacua quanto al «raccontare una storia». Un sacco di talento, ma più di musicisti intenti a impressionare i colleghi che non il pubblico o i compratori di dischi. Non pretendo certo che quei dischi vengano ritirati dai negozi. È solo che nessuna di queste due orchestre mi ha mai veramente toccato].
sabato 21 giugno 2014
[Extracurricolare] È morto Gian Mario Maletto
Triste! È morto Gian Mario Maletto, redattore di «Musica Jazz» fin quasi dalla sua fondazione, memoria storica non solo della rivista ma di tutto il jazz italiano, grande giornalista e persona di grande simpatia. Condoglianze vivissime di Jazz nel pomeriggio a tutta la redazione di «Musica Jazz».
giovedì 19 settembre 2013
[Extracurricolare] Echoes Of A Friend
Per una volta un post personale. Ho appena ricevuto, da Città del Capo, la telefonata di un amico che è stato per me importante e che credevo perduto chissà dove, ormai da anni. Non so se mi leggerà, ma gli dedico questo bell’assolo di McCoy Tyner da un disco dal titolo significativo. Ben ritrovato, Neil.
Something personal for once. I just got a phone call – from Cape Town – from someone who has been a major presence in my life for quite a long time and whom I had given up hopes ever to see again. He might or might not be reading; in any event, this piano solo by McCoy Tyner, from an aptly titled album, is to him. Nice to hear you again, Neil.
Folks (Tyner), da «Echoes Of A Friend», Milestone OJCCD 650-2. McCoy Tyner, piano. Registrato l’11 novembre 1972.
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Something personal for once. I just got a phone call – from Cape Town – from someone who has been a major presence in my life for quite a long time and whom I had given up hopes ever to see again. He might or might not be reading; in any event, this piano solo by McCoy Tyner, from an aptly titled album, is to him. Nice to hear you again, Neil.
Folks (Tyner), da «Echoes Of A Friend», Milestone OJCCD 650-2. McCoy Tyner, piano. Registrato l’11 novembre 1972.
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mercoledì 9 gennaio 2013
[Extracurricolare] «Musica Jazz», Top Jazz 2012
«Riceviamo e volentieri pubblichiamo». Finalmente il Top Jazz di «Musica Jazz» è tornato quest’anno a essere un referendum della critica rivolto al jazz internazionale e non più solo a quello italiano, com’è stato il caso (assurdo, per quanto mi riguarda) dal 2007 fino all’anno passato.
È anche per questa ragione che quest’anno io ho ripreso a votare nel Top Jazz (non ti dico che cosa ho votato, però. Anzi, uno te lo dico: Franco D’Andrea per il disco dell’anno, che del resto ho presentato anche su Jnp).
Quello che segue è il comunicato di «Musica Jazz».
i nomi dei protagonisti (le classifiche complete sono su Musica Jazz di gennaio, in edicola ora).
Il Top Jazz rappresenta da trent’anni la fotografia reale e attendibile del panorama jazzistico internazionale e del fermento vitale che lo anima. Non solo per Musica Jazz, che il referendum ha creato e continua a organizzare, ma anche per quello «stato democratico» di appassionati del genere che, proprio in questo strumento, può conoscere e riconoscere cosa gira intorno, oltrepassa e allarga i
propri confini.
Il jazz, infatti, è ormai universale più di quanto sia mai stato, e proprio per questo Musica Jazz, dopo aver ritenuto chiuso l’esperimento avviato nel 2007 – quando a essere preso in esame divenne soltanto il panorama italiano – ha deciso di tornare alle originali nove categorie, affidando le valutazioni ad una giuria forte di oltre 80 critici e riaprendo così le porte al confronto con le eccellenze mondiali: dischi, musicisti, gruppi e nuovi talenti del jazz italiano e internazionale, più la ristampa che meglio di altre abbia saputo riportare gli ascoltatori dentro le trame della magnifica storia del jazz.
(El Gallo Rojo).
• Musicista italiano dell’anno (premio Pino Candini): Mauro Ottolini.
• Formazione italiana dell’anno: Artchipel Orchestra.
• Miglior nuovo talento italiano: Enrico Zanisi.
• Disco internazionale dell’anno: «Sleeper», Jarrett-Garbarek-Danielsson-Christensen (Ecm).
• Musicista internazionale dell’anno: ex aequo Wadada Leo Smith e Rob Mazurek.
• Formazione internazionale dell’anno: Brad Mehldau Trio.
• Miglior nuovo talento internazionale: Mary Halvorson.
• Ristampa dell’anno: «His Prestige / New Jazz Albums», Eric Dolphy (Prestige).
Da veri e propri maestri, da anni ai vertici del referendum, come Franco D’Andrea – con le sue cinque formazioni registrate live (da festival del Trentino) nel doppio cd «Traditions And Clusters» – agli estrosi talenti delle successive generazioni, Mauro Ottolini e Ferdinando Faraò (alla testa dell’Artchipel Orchestra), e di quelle future: tra tutti il ventiduenne pianista Enrico Zanisi.
Il settore internazionale non è da meno: in evidenza, soprattutto, la prestigiosa vittoria di Keith Jarrett per il miglior disco – «Sleepers», assoluto inedito del 1979 a Tokio con Garbarek, Danielsson e Christensen – e il pareggio meritevole tra due trombettisti all’avanguardia, entrambi molto amati anche in Italia, Wadada Leo Smith e Rob Mazurek.
I vincitori del referendum possono essere ascoltati nel cd fuori commercio dedicato al Top Jazz, prodotto con la collaborazione delle case discografiche e allegato a Musica Jazz di gennaio. Non solo: sempre su Musica Jazz di gennaio è intervistata la gran parte dei vincitori del Top Jazz 2012, da D’Andrea a Mazurek, da Ottolini a Wadada, dall’Artchipel a Zanisi a Mary Halvorson.
Musica Jazz di gennaio parla inoltre di Eric Dolphy, Joni Mitchell, Rickie Lee Jones, Westbrook-Rossini, David S. Ware, Borah Bergman, Roberto Masotti, Alex Hawkins, Gaetano Partipilo, Giorgio Gaber, Terry Callier e altri ancora.
È anche per questa ragione che quest’anno io ho ripreso a votare nel Top Jazz (non ti dico che cosa ho votato, però. Anzi, uno te lo dico: Franco D’Andrea per il disco dell’anno, che del resto ho presentato anche su Jnp).
Quello che segue è il comunicato di «Musica Jazz».
È IN EDICOLA MUSICA JAZZ DI GENNAIO: TUTTO SUL TOP JAZZ 2012
I trent’anni del Top Jazz all’insegna di un ritorno alla formula classica.
Ristabilite le nove categorie che premiano dischi, musicisti, gruppi e nuovi talenti del jazz italiano e, di nuovo, anche di quello internazionale. Ecco tutti i dati sullo stato di salute del jazz nel 2012 ei nomi dei protagonisti (le classifiche complete sono su Musica Jazz di gennaio, in edicola ora).
Il Top Jazz rappresenta da trent’anni la fotografia reale e attendibile del panorama jazzistico internazionale e del fermento vitale che lo anima. Non solo per Musica Jazz, che il referendum ha creato e continua a organizzare, ma anche per quello «stato democratico» di appassionati del genere che, proprio in questo strumento, può conoscere e riconoscere cosa gira intorno, oltrepassa e allarga i
propri confini.
Il jazz, infatti, è ormai universale più di quanto sia mai stato, e proprio per questo Musica Jazz, dopo aver ritenuto chiuso l’esperimento avviato nel 2007 – quando a essere preso in esame divenne soltanto il panorama italiano – ha deciso di tornare alle originali nove categorie, affidando le valutazioni ad una giuria forte di oltre 80 critici e riaprendo così le porte al confronto con le eccellenze mondiali: dischi, musicisti, gruppi e nuovi talenti del jazz italiano e internazionale, più la ristampa che meglio di altre abbia saputo riportare gli ascoltatori dentro le trame della magnifica storia del jazz.
Primi classificati nelle nove categorie del Top Jazz 2012
• Disco italiano dell’anno (premio Arrigo Polillo): «Traditions And Clusters», Franco D’Andrea(El Gallo Rojo).
• Musicista italiano dell’anno (premio Pino Candini): Mauro Ottolini.
• Formazione italiana dell’anno: Artchipel Orchestra.
• Miglior nuovo talento italiano: Enrico Zanisi.
• Disco internazionale dell’anno: «Sleeper», Jarrett-Garbarek-Danielsson-Christensen (Ecm).
• Musicista internazionale dell’anno: ex aequo Wadada Leo Smith e Rob Mazurek.
• Formazione internazionale dell’anno: Brad Mehldau Trio.
• Miglior nuovo talento internazionale: Mary Halvorson.
• Ristampa dell’anno: «His Prestige / New Jazz Albums», Eric Dolphy (Prestige).
Da veri e propri maestri, da anni ai vertici del referendum, come Franco D’Andrea – con le sue cinque formazioni registrate live (da festival del Trentino) nel doppio cd «Traditions And Clusters» – agli estrosi talenti delle successive generazioni, Mauro Ottolini e Ferdinando Faraò (alla testa dell’Artchipel Orchestra), e di quelle future: tra tutti il ventiduenne pianista Enrico Zanisi.
Il settore internazionale non è da meno: in evidenza, soprattutto, la prestigiosa vittoria di Keith Jarrett per il miglior disco – «Sleepers», assoluto inedito del 1979 a Tokio con Garbarek, Danielsson e Christensen – e il pareggio meritevole tra due trombettisti all’avanguardia, entrambi molto amati anche in Italia, Wadada Leo Smith e Rob Mazurek.
I vincitori del referendum possono essere ascoltati nel cd fuori commercio dedicato al Top Jazz, prodotto con la collaborazione delle case discografiche e allegato a Musica Jazz di gennaio. Non solo: sempre su Musica Jazz di gennaio è intervistata la gran parte dei vincitori del Top Jazz 2012, da D’Andrea a Mazurek, da Ottolini a Wadada, dall’Artchipel a Zanisi a Mary Halvorson.
Musica Jazz di gennaio parla inoltre di Eric Dolphy, Joni Mitchell, Rickie Lee Jones, Westbrook-Rossini, David S. Ware, Borah Bergman, Roberto Masotti, Alex Hawkins, Gaetano Partipilo, Giorgio Gaber, Terry Callier e altri ancora.
lunedì 10 settembre 2012
[Extracurricolare] Charley Rosen a Roma
Chi è Charley Rosen? È un giornalista sportivo statunitense e un narratore che (come ho appreso per caso cinque minuti fa da una cara amica romana) questa sera alle 19 sarà presente a Roma, al Palazzo della cultura, nell’ambito dell’annuale Festival della letteratura ebraica.
Converseranno con lui Valerio Bianchini e Rav Moshè Hacmun a proposito del suo romanzo The House of Moses All-Stars (trad. it. Gli All Star di Mosé, 64th and 2nd Editore), la divertente e picaresca narrazione di una traversata del Midwest americano nel pieno della Grande Depressione compiuta da una scalcinata squadra di basket composta tutta da ebrei di Brooklyn, che da Brooklyn non erano mai usciti prima, tutti spinti all’impresa da necessità di diversa natura.
Questo romanzo io lo conosco bene perché lo scorso anno ne sono stato il traduttore. Il jazz non vi ha veramente parte, ed è un peccato, ma per i miei lettori può essere un esercizio divertente associare alla lettura una colonna sonora appropriata.
Se voi, miei lettori romani, doveste avvicinare mister Rosen (lo riconoscerete facilmente, è un uomo altissimo con i baffi), ditegli che il suo traduttore lo saluta affettuosamente da Milano.
Converseranno con lui Valerio Bianchini e Rav Moshè Hacmun a proposito del suo romanzo The House of Moses All-Stars (trad. it. Gli All Star di Mosé, 64th and 2nd Editore), la divertente e picaresca narrazione di una traversata del Midwest americano nel pieno della Grande Depressione compiuta da una scalcinata squadra di basket composta tutta da ebrei di Brooklyn, che da Brooklyn non erano mai usciti prima, tutti spinti all’impresa da necessità di diversa natura.
Questo romanzo io lo conosco bene perché lo scorso anno ne sono stato il traduttore. Il jazz non vi ha veramente parte, ed è un peccato, ma per i miei lettori può essere un esercizio divertente associare alla lettura una colonna sonora appropriata.
Se voi, miei lettori romani, doveste avvicinare mister Rosen (lo riconoscerete facilmente, è un uomo altissimo con i baffi), ditegli che il suo traduttore lo saluta affettuosamente da Milano.
domenica 26 agosto 2012
[Extracurricolare] Armstrong sulla luna
È morto ieri Neil Armstrong. Ripubblico qui un Phantasiestuck che scrissi tre anni fa, in occasione del quarantennale della sua grande impresa.
Quella notte di luglio famosissima in cui Armstrong poggiò circospetto il bianco piedone sulla terra della Luna, e nel farlo pronunciò una fanfaluca compitatagli mesi prima dalle Pubbliche Relazioni della NASA, il mondo, come dicono i giornalisti in gamba, tirò un sospiro di sollievo. Per lo scrivente bambino, un’aspettativa torturante cominciò invece solo in quell’attimo: quanti minuti sarebbero trascorsi, fatta la tara all’esasperante barbosità di tutta la messinscena, prima che Armstrong si levasse il casco, rivolgesse all’universo buio, per illuminarlo, il suo sorriso invincibile e premesse le amatissime labbra a mestolo al bocchino della tromba per lasciar risuonare, ci avrei scommesso, la sublime cadenza d’apertura di West End Blues? Oh l’idea meravigliosa e poetica: che il primo uomo sulla Luna fosse quel medesimo che quasi cinquant’anni prima più d’ogni altro aveva rivelato al mondo, cambiandolo per sempre, il pianeta del jazz!
Ma già vedendolo girarsi penosamente, raggiunto poi dall’oscuro collega Aldrin (che non conoscevo: c’era sì un Moz Aldrin, clarinettista del Dixieland Revival, ma mi sapeva male che Satchmo si accompagnasse, nell’occasione, a uno strimpellatore di seconda schiera, bianco per di più), non capivo dove potesse tenere la custodia dello strumento. E il tempo passava, passavano le ore, che se ore erano qui da basso, filtrate dalla televisione fino al lago d’Orta, lassù dovevano essere settimane, almeno, mesi. Niente. Louis e quell’Aldrin si baloccarono con certe pietrazze, che ce n’era di meglio sagomate e di più vivo colore in riva alla Sesia; fecero un giretto, ciuf ciuf ciuf, su una goffa automobilina a pedali, anche poco dignitosa se vogliamo; poi risalirono la scaletta, e ciao Luna.
Sì, certo, anch’io vidi nei giorni successivi, in televisione, sulla Gazzetta, quell’Armstrong contraffatto, con la faccia da odontoiatra o da vetrina di barbiere e quel che è peggio, bianco come me, anzi di più, e con due labbruzza invisibili che sul bocchino della tromba o della cornetta non avrebbero prodotto che un pflit! sputoso ed equivoco; e con una vocetta bianca da baco da seta. Che brutto scherzo. Che errore stupido: non il mio, ma quello di chi, potendolo fare – e sono certo che Louis, che non si era peritato di suonare perfino per i comunisti rossi dell’Unione Sovietica, non avrebbe rifiutato – , non aveva mandato sulla Luna Louis Armstrong. A suonare da là, per tutti i lunatici di lassù e di quaggiù, West End Blues, Stardust, Basin Street Blues, Lazy River…
Comunque Louis Armstrong sulla Luna c’è poi stato, forse per conto suo, non so, e ha suonato e cantato e ballato con la sua All Stars, che aveva Jack Teagarden al trombone ed Earl Hines al pianoforte. Io lo so per certo, perché da allora l’ho sognato molte volte, e io sogno sempre solo cose vere, che sono successe veramente, dato che non ho fantasia. Una volta, con loro, c'erano anche Buster Keaton e Duke Ellington.
lunedì 21 maggio 2012
[Extracurricolare] Un grande amico del jazz: Gian Mario Maletto
Tutti gli appassionati di jazz e i jazzisti italiani hanno caro Gian Mario Maletto, giornalista, da oltre cinquant’anni collaboratore assiduo di Musica Jazz di cui è la vera e proverbiale memoria storica e in particolare curatore della rubrica «Carta stampata», rassegna della stampa estera. Negli anni prima dell’internet, «Carta stampata» era la sola finestra sul mondo jazzistico accessibile alla maggior parte di noi; ed è piacevole e informativa anche oggi.
Il sito Andy. Visioni Contemporanee porta oggi questa intervista con Maletto condotta da Federico Scoppio e con delle fotografie (di Amedeo Novelli) che mostrano Gian Mario nella magnifica confusione del suo studio. Anch’io voglio una stanza così, quando avrò la sua età!
Il sito Andy. Visioni Contemporanee porta oggi questa intervista con Maletto condotta da Federico Scoppio e con delle fotografie (di Amedeo Novelli) che mostrano Gian Mario nella magnifica confusione del suo studio. Anch’io voglio una stanza così, quando avrò la sua età!
domenica 7 agosto 2011
[Extracurricolare] Il jazz oggi
Leggo ora ora questo messaggio (in risposta a un altro in cui si parla del violinista Nigel Kennedy) postato sul newsgroup it.arti.musica.classica. Il messaggio è a firma di Shapiro Used Clothes, che non conosco ma che si capisce fare il libraio, ed è cosa che potrei aver scritto io, se avessi il dono di un’argomentazione tanto precisa.
Vi si tratta della posizione di midcult assunta dal jazz in Europa e in particolare in Italia in anni recenti:
Gradisco i vostri pareri.
Vi si tratta della posizione di midcult assunta dal jazz in Europa e in particolare in Italia in anni recenti:
Quanto al jazz, è antipatico dirlo, ma è di moda. O lo è stato fino a ieri. Non è una moda generalizzata, ma è molto sentita dalle classi mediamente colte. Ne consegue che tutto quello che è classificabile, a maglie larghe, come jazz (sarebbe curioso confrontare cosa corrisponde alla stessa etichetta, per dire, negli Usa, che nella storia del jazz contano qualcosa) è visto con simpatia. Essere in grado di valutare la sostanza, come sapevano fare una volta gli appassionati seri, è altra cosa. È triste vedere qualcosa di nobile e serio (che lo può essere, che lo stato spesso) degradato a icona socioculturale, a spilletta da esibire, ma succede ai migliori.
Va da sé che esiste jazz mediocre, poco creativo. Anche se sembra di no, a sentire certi discorsi. Che poi a farli sono gli stessi (ho tanti clienti così) che adorano leggere, ma guai a proporgli qualcosa di serio, voglio di dire di poco più impegnativo di Carofiglio e Camilleri; al massimo Simenon. Che la televisione l’hanno regalata dieci anni fa, poi misteriosamente sanno tutto dei programmi di Santoro e della Dandini.
Gradisco i vostri pareri.
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