Visualizzazione post con etichetta Alberto Arienti Orsenigo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alberto Arienti Orsenigo. Mostra tutti i post

sabato 1 ottobre 2022

[Guest post #76] Alberto Arienti Orsenigo & Blossom Dearie

 Com’è ormai, se non ancora tradizione, buona abitudine dopo che Jazz nel pomeriggio è rimasto chiuso a lungo, ad aprire le finestre per cambiare l’aria è Alberto Arienti Orsenigo, che, conforme al suo gusto, ha scelto una cantante e una bellissima versione di un amato classico dell’American songbook.

 Tea for two è una zuccherosa canzone scritta da Vincent Youmans (testo di Irving Caesar) inserita nel musical (e nel film) «No, No, Nanette». Scritta nel 1925, ha avuto successo per l’orecchiabilità del tema e per il testo ruffiano e civettuolo. Le versioni cantate sembrano voler perpetrare il misfatto e quella di Doris Day è forse quella perfetta per il traboccare di melassa. Le versioni jazzistiche solo suonate prendono il tema come fosse un’autostrada nel deserto, piatta e senza curve, e danno il gas (forse sperando di finire prima); famoso il virtuosismo mostrato da Art Tatum, che ne esce vincitore assoluto. 

 La canzone fu spremuta abbastanza ma ci fu ancora Tommy Dorsey che ebbe la sfrontatezza di eseguirla in versione cha-cha-cha, ottenendo uno dei suoi pù grandi successi.

 La popolarità un po’ ossessiva del tema spinse persino Dmitri Shostakovich a scrivere un suo arrangiamento, sebbene solo per scommessa col direttore d’orchestra Nikolai Malko: dopo averla ascoltata per radio, il compositore scommise di scrivere una nuova orchestrazione in mezz’ora, e ci riuscì.

 Io però vorrei parlare di una versione vocale che secondo me è perfetta perché rispetta lo spirito del testo ma contemporaneamente lo tradisce, trasformando il tutto in un giochino di alta sofisticazione. L’artista autrice di questa abile trasformazione è la cantante-pianista Blossom Dearie (1924 - 2009). 

 Dotata di un’aggraziata voce di ragazzina e di un notevole senso dello swing, nonché di un notevole humor molto garbato, ci propone le dolcezze della vita di coppia (legittima) con un'ingenuità fresca e affascinante. Lentamente, come lento è il tempo scelto, giocando su inflessioni, sospiri e ritardi, l’ingenuità del testo assume una sfumatura maliziosa che finisce per promettere molto di più dei pasticcini da tè, visto che poi alla fine lei vuole due bambini, la femmina per lui e il maschio per lei. Roba da non far dormire un’intera generazione di malintezionati!

 Ma l’eleganza della confezione, sobria nell’orchestrazione, alla fine vince su tutto e trasforma la canzone in un gioiellino, alla faccia anche degli autori.

 Tea for Two (Youmans-Caesar), da «Once Upon a Summertime», Verve. Blossom Dearie, canto e piano; Mundell Lowe, chitarra; Ray Brown, contrabbasso; Ed Thigpen, batteria. Registrato nel 1959.      

venerdì 22 aprile 2022

[Guest post #75] Alberto Arienti Orsenigo & Stan Getz

 Per sentire la bossa nova qui sopra bisogna di solito che abbia voglia di parlarne qualcuno che non sono io. Cedo con piacere la ripresa delle trasmissioni, dopo qualche mese di silenzio, ad Alberto Arienti Orsenigo, un classico contributore di Jazz nel pomeriggio e non spregevole cantate di bossa nova lui stesso.

 

PERCHÉ MI PIACE TANTO LA BOSSA NOVA SUONATA DA STAN GETZ 

 Visto che voglio giocare pulito, sgombriamo il campo dai giri di parole: mi piace la musica brasiliana  in generale, per cui una piccola spiegazione del titolo sta già in questa affermazione.

 Resta da spiegare il motivo per cui mi piaccia in particolare quella suonata da Stan Getz.

 Ah, dimenticavo ancora di dire che Getz è uno dei miei saxofonisti preferiti, quindi un altro piccolo tassello è stato aggiunto.

 L’elenco di musicisti, brasiliani e non, che hanno suonato la bossa è lunghissimo ed è discretamente lungo anche l’elenco di quelli che non capendone lo spirito, hanno fatto solo dell’elegantissimo arredamento musicale, magari con tanti virtuosismi.

 Secondo il mio modesto e unilaterale giudizio, l’americano che l'ha suonata meglio è stato Bud Shank, sia perché il sax alto sembra più adatto a integrarsi con le deboli sonorità acustiche dei gruppi brasiliani, sia per le doti di leggerezza e fluidità mai degradate in omogeneizzazione dello stile. Io però preferisco Stan Getz ma solo in versione piccolo gruppo; la sua bossa orchestrale, nonostante gli ottimi arrangiamenti di Gary McFarland, è troppo yankee.

 Invece, nei piccoli gruppi, Getz entra col suo tenore che soffia un po’ senza arrivare ai sospiri di Webster e sembra un grosso orso in una cristalleria. Ma un orso un po’ di mondo, che sa come evitare vetrinette piene di oggetti trasparenti e delicati. Ecco: lui in mezzo a questo dedalo di trappole lussuose, si muove felpato con la sua sonorità piena ma non invadente e se qualche volta urta sbadatamente un mobiletto, lo fa in modo così delicato che gli oggetti sembrano tintinnare come percussione supplementare al tema che si sta suonando, ma non cadono a terra frantumandosi in un finale assolutamente inappropriato. 

 Ovviamente siamo in un attico di Rio con vista mare e cachaça fredda in quantità, frutta esotica peggio di un cappello di Carmen Miranda e strepitose ragazze in tanga che si muovono davanti a te seduto ad altezza lato B.

 Certo, ci sono anche parti cantate, di solito dai Gilberto, lui che sembra complottare a bassa voce ed ha un senso del ritmo tutto suo con anticipi a ritardi che ti pare di stare in stazione, e lei che è bellissima e che quindi le concedi tutto, anche di cantare.

 Pensate che tutto questo avveniva mentre Coltrane faticosamente stava costruendo il suo monumento e il free jazz si stava allargando come una macchia d’olio, in un paese pieno di fermenti sociali pronti a scoppiare. Ed anche in Brasile stavano preparando tempi duri…

 Eppure, nonostante tutto questo, la cosa funzionava alla grande, anche perché Stan, da ospite, sapeva che non doveva strafare, allargarsi troppo in riff da bopper o allungare troppo la sua parte come avrebbero fatto in tanti nel giro di pochi anni.

 Nello specifico, il disco «Getz/Gilberto» è famosissimo e carico di onorificenze: 

 L’album rimane 96 settimane nella classifica di Billboard e raggiunge la posizione n° 2 preceduto solo dai Beatles. Il singolo The Girl From Ipanema arriva al 5° posto della classifica a metà del 1964

  Il disco vince vari Grammy Award nel 1965 (premi per le produzioni del 1964):

 - miglior album dell’anno (João Gilberto, Stan Getz);

 - migliore esecuzione jazz per piccoli gruppi (Stan Getz);

 - migliore registrazione non classica (Phil Ramone).

 - Il singolo The Girl From Ipanema  come disco dell’anno (Astrud Gilberto, Stan Getz).

 La mia scelta, escludendo in partenza i sovraesposti The Girl From Ipanema, DesafinadoCorcovado, non ha motivazioni particolari, se non la bellezza delle composizioni di Jobim e De Moraes, vista l’alta resa artistica di tutta la registrazione: O Grande Amor è una bellissima melodia raccontata benissimo da João e con un Getz essenzialmente poetico; So Danço Samba è un tema veloce, allegro che stimola Stan a far musica danzante, non esplosiva come la versione di Elza Soares, ma più elegante.

 O Grande Amor (De Moraes-Jobim), da «Getz/Gilberto», Verve. Stan Getz, sax tenore; João Gilberto, chitarra, canto; Antônio Carlos Jobim, piano; Sebastião Neto, contrabbasso; Milton Banana, batteria. Registrato il 18 marzo e 19 marzo 1963.

 So Danço Samba (De Moraes-Jobim), id.

martedì 30 marzo 2021

[Guest post #74] Alberto Arienti Orsenigo & Ray Charles

Come cantare contro l’orchestra e la canzone e creare un capolavoro.

 Ol’ Man River (musiche di Jerome Kern, testo di Oscar Hammerstein II) è una romanza nel 1927 tratta dal musical Show Boat. È nota per essere una canzone che parla del duro lavoro degli  afroamericani, ma è stata scritta da due ebrei. Ha una struttura operistica che ha messo spesso in crisi artisti di livello come Bing Crosby e Frank Sinatra; quest’ultimo l’ha pure cantata nel film dedicato al musicista, in un trionfo di bianco (vestito del cantante e scenografia) che potrebbe addirittura sembrare ironico. L'unico che sembrò trovarsi a suo agio fu Paul Robeson che creò lo standard interpretativo per tutti i bassi che l'avrebbe seguito nell’impresa.
 Poi nel luglio del 1963 Ray Charles decide d’inciderla per inserirla nell’album «Ingredients In A Recipe For Soul». L’arrangiamento di Marty Paich prevede che la strofa iniziale sia cantata da un coro che più bianco non si può, come usualmente è previsto nei dischi di Ray da quando è passato all’ABC-Paramount. Niente inflessioni gospel, niente Raylettes, siamo ancora nel regno di Ajax tornado bianco.


 Poi arriva lui a iniziare il ritornello e allora tutto si capovolge: il Genio fa a pezzi la linea melodica originale, così lineare, e la riassembla girandoci attorno fin dall’inizio: non c’è più un briciolo della consolidata concezione musicale dell’opera, nonostante gli archi e il coro continuino a squadrare, secondo partitura. Ray dribbla i passaggi scontati e dove le note sono troppo alte le tocca in falsetto. Affronta l’inciso in contrattempo e fa un finale elaboratissimo in un crescendo barocco, ma un barocco drammatico e per nulla estetizzante.
 Alla fine, la canzone non è più l’ingessato sermone buonista dell’originaria versione, non è nemmeno un gospel ed è lontana anche dall’estetica blues: è un corpo vivo e pulsante che è stato fatto a brandelli ed è bellissimo così.
 Ol’ Man River (Kern-Hammerstein II), da «Ingredients In A Recipe For Soul», ABC 465. Ray Charles con i Jack Halloran Singers e orchestra arrangiata e diretta da Marty Paich. Registrato nel 1963.

lunedì 4 aprile 2016

[Guest post #61] Alberto Arienti Orsenigo & Sarah Vaughan

 Let’s twist with Sarah Vaughan potrebbe essere il titolo sottinteso del singolo che vi presento. Un singolo comprato su una bancarella quando ero giovane, che portava in copertina il viso molto stilizzato di Sarah e in un angolo della copertina lo schizzo di una coppia inequivocabilmente impegnata a ballare il twist. La suggestione è evidente e non so se sia frutto della Ricordi che distribuiva il disco o se arrivasse da lontano.

 I ritmi delle due canzoni (due vecchi successi rhythm and blues),  proposti con la solita arguta esperienza da Quincy Jones, sono certamente  ballabili a twist, anche se sono più elastici e felpati e l’atmosfera è molto più rilassata e sembra divertire molto la Divina.

 
One Mint Julep era un successo del 1952 dei Clovers, rifatto già un anno prima da Ray Charles all’organo (sempre con Quincy Jones) per l’unico disco Impulse! da lui inciso. Il fatto che sia una drinking song consente a Sarah un approccio molto disinvolto e delle acrobazie vocali (tra il serio e il faceto) molto ardite.

 (Mama) He Treats Your Daughter Mean fu un successo del 1953 della star Ruth Brown e Sarah affronta la sfida alzando la temperatura del brano: ci si aspetta da un momento all’altro di vedere i ballerini sgambettare allegramente. Il ritmo incalzante stimola Sarah a volare sopra l’orchestra e a svisare come una tromba scatenata.


 Dietro la leggerezza dei brani e al puro divertimento fanno capolino una tecnica e una disinvoltura strabilianti.

 One Mint Julep (Toombs), da «You’re Mine, You», Roulette. Sarah Vaughan con orchestra arrangiata e diretta da Quincy Jones. Registrato nel 1962.

  (Mama) He Treats Your Daughter Mean (Lance-Singleton-Wallace), id.

giovedì 3 dicembre 2015

[Guest Post #59] Alberto Arienti Orsenigo e Friedrich Gulda

  Il guest post del ben noto Alberto Arienti Orsenigo oggi è di un impegno particolare, anche tecnico per l’A.O., che si è dovuto cimentare in un editing audio. Approviamo la scelta: benché Gulda sia molto apprezzato qui a Jnp soprattutto come interprete beethoveniano e bachiano, vi è comparso già come jazzista di distinzione.


 Un monumento del pianismo classico del secolo scorso alle prese col jazz. A differenza di altri esponenti della musica colta che hanno visitato il jazz sporadicamente con curiosità e disinvolta superiorità, Friedrich Gulda l’ha affrontato per anni con grande passione ed impeto, buttandosi anche in rischiose imprese con tastiere tecnologicamente improbabili. La sua eccellenza tecnica associata ad una non comune conoscenza del jazz (per un artista della sua estrazione) gli ha consentito di produrre della buona musica, spesso anche ottima, che però non ha mai convinto del tutto gli appassionati che lo vedevano più come un curioso diversivo che come uno di famiglia.


 Questo disco doppio è forse l’unico veramente riuscito, certamente è il più originale e quello che mostra con più chiarezza la profonda conoscenza e il suo amore per il jazz. Il lungo viaggio che ci propone è quello, autobiografico, intrapreso da un musicista europeo di educazione classica, nel mondo del jazz. La grande intuizione è quella di analizzare il jazz nelle sue strutture, secondo lo schema eurocentrico, producendo degli esercizi propedeutici che evidenziano le caratteristiche ritmico-armoniche di questa musica. Un libro di studi che passo dopo passo integrano i vari aspetti del jazz e che porteranno all'esecuzione finale (molto libera) in duo con una batteria: l’acquisizione della libertà musicale conquistata lentamente, razionalmente, sistematicamente.


 I due dischi sarebbero da ascoltare in sequenza per gustare «levoluzione del viaggio», io ho dovuto fare delle scelte e tagliare moltissimo i pezzi scelti: Play Piano Play (Zehn Übungsstücke Für Klavier), come dice il sottotitolo è costituito da dieci esercizi per piano e dura quasi mezz’ora. Il mio breve estratto evidenzia un pianista a metà strada tra Hines e Waller ma dall’educazione elegantemente viennese (nell’opera intera i richiami pianistici son ben più ampli).


 Variationen Über «Light My Fire» dura poco meno di un quarto d’ora e mette in evidenza una piccola ossessione di Gulda, affascinato dalla canzone dei Doors che ha spesso suonato in trio nei concerti ed incisa su disco. Il momento selezionato è la riflessiva parte centrale e l’inizio nel finale in crescendo in cui il musicista si tuffa con un coraggioso «spirito rock».



 Play Piano Play (Zehn Übungsstücke Für Klavier) (Gulda) [estratto], da «The Long Road To Freedom», MPS. Friedrich Gulda, piano. Registrato nel 1971.


 Variationen Über «Light My Fire» (Gulda) [estratto], id.

mercoledì 29 luglio 2015

[Guest Post #56] Alberto Arienti Orsenigo & Uri Caine, Ernst Glerum

Alberto Arienti Orsenigo, pur professandosi in stato colliquativo per il caldo, contribuisce validamente a questa inopinata risorgenza jazzistica di mezz’estate.

 Siamo di fronte a un altro disco in duo di Uri Caine e le sorprese non mancano. Intanto il bassista olandese Ernst Glerum non è certo un nome ricorrente nelle liste che contano e non è nemmeno giovane (è del 1955, mentre Caine è più giovane di un anno). I brani scelti sono tutti classici di cui conosciamo infinite versioni: la sfida è quindi tutta all’interno di un recinto ben definito.

 Eppure i contorni non sono così facilmente definiti. Sin dall’inizio il suono caldo del basso suonato con l’archetto ci introduce in un’atmosfera volutamente rilassata, forse nostalgica, ma forse semplicemente rievocativa. Le melodie scorrono tranquille, praticamente come sono state scritte, improvvisazioni quasi inesistenti o giocate sottono, come piccole varianti a un discorso lineare. E dietro questa voce quasi umana, il pianoforte commenta attento a non debordare introducendo con piccoli ma mirati interventi, un'atmosfera jazz che il basso così suonato non può dare.

Black And Tan Fantasy è un piccolo capolavoro minimalista, liberato da ogni tipo di retorica che a  volte sa suscitare, con le punteggiature di Caine perfettamente poste nei momenti giusti. In A Sentimental Mood oscilla tra la riproposizione del bel suono e una sotterranea inquietudine, con il pianismo del Duca richiamato qua e là con uno spirito riguardoso e divertito.

 Jazz più rievocato che eseguito, in una specie di seduta spiritica in una stanza piena di magnifiche presenze del passato che sorridono benevolmente: nessuna ricostruzione accademica di vecchie sonorità, semplicemente una nuova rilettura alla ricerca dell'essenza della musica. Un’operazione riuscita benissimo ma molto rischiosa, forse per questo la durata del disco è di soli 21 minuti.

 Black And Tan Fantasy (Ellington-Miley), da «In A Sentimental Mood», Favorite Records FAV9. Uri Caine, piano; Ernst Glerum, contrabbasso. Registrato nel febbraio 2013.

  In A Sentimental Mood (Ellington), id.

martedì 12 agosto 2014

[Guest Post #51] Alberto Arienti Orsenigo & Louis César Ewandé

Ci vuole la spregiudicatezza di un guest poster per condurre Jazz nel pomeriggio fuori dal seminato leggermente perbenistico dei gusti jazzistici del tenutario. Alberto Arienti Orsenigo si conferma uno dei guest più originali; certo il più succinto nei commenti.

 Il jazz torna in Africa: una delle composizioni più sofisticate di Miles ridotta a canto tribale.

 All Blues (Miles Davis), da «Cano», Bleu Citron BLC-D017. Ali Wagué, flauto; Louis César Ewandé, sintetizzatore e percussioni; Louis Winsberg, Djeli Moussa Kouyaté, chitarra; Djeli Madi Kouyaté, balafon; coro. Registrato nel 1992.



 Download

domenica 1 giugno 2014

[Guest Post #47] Alberto Arienti Orsenigo & Giorgio Gaslini

 Da Alberto Arienti Orsenigo, musicofilo di ampie frequentazioni, musicista lui stesso, polemista arguto e guest poster esordiente su Jnp, mi aspettavo una scelta insolita e raffinata come questa, che attinge alla musica composta e suonata da Giorgio Gaslini per un grande – checché ne pensi Alberto – film di Michelangelo Antonioni del 1960, La notte.
 Avevo un vago ricordo del film come fosse un sogno e nel sogno la musica mi sembrava l’unica cosa reale, nonostante fosse abbastanza eterea. Non conoscevo Gaslini e comunque l’avrei conosciuto in situazioni più politicizzate qualche anno dopo e mi sembrava facesse musica di grande spessore.

 Non ho più rivisto il film, ho tentato poco tempo fa ma non sono andato oltre i primi 5 minuti. È invecchiata meglio la musica.

 Lettura della lettera (Gaslini), da «La notte. Colonna sonora originale del film di Michelangelo Antonioni», Quartet Records, QRSCE021. Eraldo Volonté, sax tenore; Giorgio Gaslini, piano; Alceo Guatelli, contrabbasso; Ettore Ulivelli, batteria. Registrato nel 1960.



 Download