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lunedì 22 luglio 2013

[Guest post #37] Gennaro Fucile & The Soft Machine


«Dovrei stare in pensiero per Gennaro Fucile? Di recente vedo quel caro uomo via via smateriarsi per (così apprendo da questo guest post) riconfigurarsi nel futuro». Così parlò il nostro ospite lo scorso 9 maggio, nel presentare un contestatissimo guest post e le cose sono anche andate avanti. 

 Nel tentativo di recuperare il «caro uomo», l’audace Bertoli si è lanciato in un viaggio nel tempo animato dallo stesso spirito della pattuglia inviata a salvare il soldato Ryan. Ora trovarsi di fronte un panzer animato da cattive intenzioni può procurare guai seri, ma anche maneggiare la macchina del tempo senza conoscerne perbene i vari marchingegni che la governano ci può rendere la vita difficile. Così è stato per il nostro viaggiatore alle prime armi (o forse scafatissimo, ma i modelli di time machine – è noto – hanno un elevato tasso di obsolescenza). Morale: nell’avventurarsi nei paraggi del 2050, si è smarrito. Dov’è Bertoli? Chissà chi lo sa, come recitava il titolo della trasmissione condotta da Febo Conti ed emularlo, ovvero mettersi sulle sue tracce, cercarlo è stato inevitabile, come un imperativo morale, o quasi. Che si fa in questi casi? Si parte da dove si può ipotizzare si sia diretto, ovvero il 2050, ma lì la sua confusione deve essere stata tale da rendere comunque inevitabile pasticciare con le coordinate temporali.   

 Ricordiamoci che nel post citato si augurava di non arrivare a vivere fino al punto di ritrovarsi in tempi segnati da musica di “bruttezza sesquipedale” (così nel commento del pubblico di JNP e come non condividere un simile stato d’animo). Non restava che cercare in tempi migliori, quelli dove i jazzisti non irritavano, si facevano capire subito da grandi masse, non scoraggiavano l’ascoltatore, anche il più paziente, insomma, gente come Thelonious Monk, per capirci. Macché, nessun indizio del suo passaggio da quelle parti. Poi l’occhio è caduto su un quadrante secondario, un anno ponte tra due decenni: il 1970. Insomma, un nascondiglio ideale (i viaggiatori nel tempo lo sanno bene: negli anni cerniera si sprecano gli anfratti ideali per trovar riparo). I VU meeter (qui i nuovi modelli con display digitale ancora non si vedono) si agitavano a ritmo crescente, un segno eloquente: catturavano segnali di presenza. In questi casi occorre far ruotare la manopola del volume per capirci qualcosa … ed eccolo il nostro ospite, prima rapito dalla macchina del tempo, ora dai suoni della morbida macchina… ma come farà sentire certe cose? Sentite qui che diavolo stava ascoltando (di tornarsene, per ora, non ne ha voluto sapere).

 Facelift (Hopper), da «Third», Sony/Columbia CGK 30339. Elton Dean, sax alto, saxello; Lyn Dobson, flauto; Mike Ratledge, organo, piano elettrico; Hugh Hopper, basso elettrico; Robert Wyatt, batteria. Registrato il 4 gennaio 1970.


giovedì 9 maggio 2013

[Guest post #36] Gennaro Fucile & The Necks

 Dovrei stare in pensiero per Gennaro Fucile? Di recente vedo quel caro uomo via via smateriarsi per (così apprendo da questo guest post) riconfigurarsi nel futuro. Mi rassicura tuttavia l’avergli visto demolire, appena due sere fa, una porzione sardanapalesca di baccalà mentecatto seguita da un dolce di cioccolatte che si sarebbe detto coreografato da Guido Reni.
 Questo post da un numinoso avvenire è, in puri termini di byte, il più impegnativo mai allestito da Jazz nel pomeriggio; dico, la spataffiata, pardon, la selezione musicale dura  un’ora. Questo sostanzioso saggio di musica del futuro serve se non altro a consolarmi un poco del fatto che nel 2054 sarò con buone probabilità già morto.

 Non ci si lasci ingannare dalle date di registrazione (1996, 1999), perché in realtà sono fasulle, si tratta di una copertura. Questo Hanging Gardens in realtà è stato inciso nel 2054 e scivolato nel nostro tempo da una porticina di servizio spazio-temporale.

 All’epoca, nel 2054, i Necks, due australiani e un neozelandese, erano un trio di stampo conservatore, non più legato agli stilemi tipici di quel post jazz ante meridiano che segnò il definitivo addio dalle forme storicamente codificate nel corso del XX secolo, ma ormai decisamente lontano dalle forme pulviscolari che prese ad assumere a partire dal 2039. Sentiti oggi, ovvero l’altro ieri, sembrano però indubbiamente avanti mille anni luce, con quelle loro composizioni in media lunghe un’ora a fare da marchio di fabbrica. Si legge su una rivista dell’epoca (gli anni Dieci del XXI secolo) questo commento di Bige Lagiutigio: «The Necks immaginano, compongono ed eseguono musica che appartiene all’ordine della trance. Possiedono un notevole senso dello swing, concepiscono lunghe reiterazioni come richiede la scuola minimalista, colorano con uso misurato dei timbri ottenendo un proprio sound come esige la tradizione pop, architettano una ragnatela di rimandi, come richiedono le più elementari norme postmoderne, ma si tengono distanti anni luce dal citazionismo (…) in The Necks il concettualismo è assente, il suono sgorga naturalmente, le trame si dipanano senza un fine apparente, agitate da un moto perpetuo, rigenerandosi all’infinito, volatilizzandosi, strutturandosi con rigore e passione. I tre musicisti davvero respirano insieme. La loro musica è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i mantra».

 Peccato che poi si siano arenati non cogliendo lo spirito del tempo che andava mutando. Forse è per questo che quando i viaggi spazio-temporali divennero low cost lasciarono nella stazione di inizio millennio alcuni dischetti nel preistorico formato compact disc, riuscendo abilmente a passare per un gruppo cosiddetto d’avanguardia. Insomma, The Necks non riescono a stare dentro gli schemi, restano insoliti per i loro contemporanei, quelli apparenti dell’altro ieri e quelli reali di ieri. Noi, invece, nel 2082, li stiamo rivalutando. È sempre tempo di revival.

 Hanging Gardens (Abrahams-Buck-Swanton) da «Hanging Gardens», ReR Necks1. Chris Abrahams, piano, piano elettrico, organo, tastiere; Tony Buck, batteria, percussioni, campionamenti; Lloyd Swanton, basso elettrico e contrabbasso. Registrato a Sydney-Annandale nel settembre 1996 e nel gennaio 1999.



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sabato 4 maggio 2013

[Guest post #35] Gennaro Fucile & Ferrante and Teicher

Il futuro è già cominciato con Gennaro Fucile!
 Attenti a questi due, coppia di bonaccioni dall’aria innocua, quasi un doppio raddoppiato di Gianni e Pinotto, se non fosse per certi occhiali che neanche Clark Kent oserebbe sfoggiare.

 Sono Arthur Ferrante e Louis Teicher, pianisti da classifica a partire da fine anni Cinquanta, quando in Usa si avvistavano un bel po’ di Ufo in cielo e parecchi marziani in terra, gente come Moondog, Lucia Pamela e altri eroi di generi vari, dall’exotica a quella che decenni dopo si sarebbe chiamata spage-age music. Un pazzo, pazzo, pazzo pazzo mondo dove c’erano anche Ferrante & Teicher. Non ci si lasci ingannare dalle apparenze, i due non erano degli sprovveduti, la tecnica non mancava, le idee neppure. Si avventuravano in zone impervie mascherati da entertainer, come facevano in molti nella terra dell’easy listening. Si pensi a Juan Garcia Esquivel, uno sperimentatore di rango nascosto dietro coretti tipo «du bi du bi du ba-ba».

 Tornando ai due tizi, loro si davano da fare come John Cage dall’altro lato della galassia musica ad allestire dei pianoforti ben preparati; però andavano in televisione, invece che restare in giri ristretti, avantgarde, per pochi eletti. Dentro ai loro Steinway, tra le corde ci ficcavano ogni bendidìo: cunei di gomma, feltro, rotoli di carta, carta vetrata, puntine, pezzetti di legno, barrette di metallo, martelletti, picconcini, ecc. Anche nel repertorio ci finiva di tutto, di più, compreso un po’ di jazz.

 Qui si danno da fare con uno straclassico di Fats Waller, Ain’t Misbehavin’, mandandolo a spasso sulla ruota del Prater, poi in un piano bar e infine sulle montagne russe di qualche luna park di periferia.

 Ain’t Misbehavin’ (Waller-Harry Brooks-Razaf), da «Blast Off!», Varese Sarabande VSD-5791. Arthur Ferrante e Louis Teicher, pianoforti preparati. Registrato nel 1958.



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mercoledì 6 febbraio 2013

Heart Throb (Mike Westbrook)

 Datosi che i guest post, un tempo onore di questo blog, si sono fatti rari e non ha scatenato emulazione nemmeno una rara apparizione di Valentina la settimana scorsa, ecco che mi risolvo a un posticcio: questo post è mio ma potrebbe essere un guest di Gennaro Fucile o di Claudio Bonomi, perché non solo è un post di jazz inglese (il quale Bonomi e Fucile inventarono fra Milano e Napoli una quarantina d’anni fa), non solo è un pezzo di Mike Wesbrook, che di Fucile e Bonomi è un prediletto, ma è preso direttamente da una bellissima antologia sonora cum saggio che il dinamico duo ha pubblicato alcuni anni or sono.

 A parte questo, si tratta di un pezzo di musica da camera piacevole e spiritoso, a cui accenna proprio Gennaro Fucile in quest’articolo sull’ultimo numero dei «Quaderni d’altri tempi» e il cui titolo e ispirazione Mike Westbrook spiega così, proprio in «Elastic Jazz»:
Intorno al 1980 Kate e io stavamo facendo un giro nel mercato coperto di Bolton, nel Lancashire. Questi mercati locali, nonostante le offerte dei grossi centri commerciali appena fuori città, si possono ancora trovare in molte città di provincia, specialmente al Nord. Le bancarelle vendono, a prezzi stracciati, una serie di cose tanto strambe da poterle pensare in qualche bazar orientale, buttate tutte lì nel mucchio a farsi concorrenza. Ci sono cibi di ogni genere, cosmetici, specialità farmaceutiche, biancheria intima, gioielleria, dolci e cianfrusaglie varie. Il nome di questi articoli – alcuni dei quali audacemente prosaici, altri bislacchi e fantasiosi, altri presi da canzoni pop più ordinarie, alcune di oscura origine popolaresca – sono tanto affascinanti quanto gli stessi prodotti. Mi sono scritto i marchi – Morning Thunder... Crysette... The Man Root... Heart Throb, e così via. I nomi, separati dagli oggetti, prendono una propria vena surreale, romantica – una poetica lista della spesa per doni con cui corteggiare l’innamorata. Heart Throb era stato incluso nel progetto Brass Band, Hotel Amigo. Quando Kate e io abbiamo formato il trio A Little Westbrook Music con Chris Biscoe nel 1982, è stata una delle prime canzoni che abbiamo suonato.

 Heart Throb (Westbrook), da «Elastic Jazz - Sketches of Britain», Auditorium AUD 02705 [orig. «A Little Westbrook Music», Westbrook Records LWM 1]. Kate Westbrook, con Mike Westbrook, piano; Chris Biscoe, sax soprano. Registrato nel luglio 1983.



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ATTENZIONE    Il curatore del blog sta perdendo colpi: questo pezzo era stato effettivamente già presentato in un guest post da Gennaro Fucile più di un anno fa. Va bé, è l’occasione per risentirlo. Scusami (soprattutto chiedo scusa a Gennaro), e grazie a Valentina per l’avviso.

giovedì 15 novembre 2012

[Guest Post # 26] Gennaro Fucile & Ella Fitzgerald

Un brivido mi ha corso la schiena pochi giorni fa, quando al telefono una voce inquisitoria (era di Gennaro Fucile) mi ha intimato: «Non hai mai fatto sentire Ella Fitzgerald!» Con mouse tremante ho scorso febbrile l'affollato elenco degli artisti comparsi su Jazz nel pomeriggio: incredibile ma vero. Ed Ella è una dei miei preferiti.

 Ecco un bon bon alla crema. Un paio di mesi fa il nostro ospite si produsse in un efficace affondo nel british blues, creando anche un po’ di sconcerto con il post dedicato ai Cream. A testa alta il trio è uscito dalla porta principale difeso a spada tratta dal suo atipico fan. Così, per dare man forte (non che ne abbia bisogno) all’impavido Marco facciamo scendere in campo una signora che qui non ha certo bisogno di presentazioni: Ella Fitzgerald.

 In un concerto tenuto al Fairmont Hotel di San Francisco nel 1968 Miss Ella mise in scaletta nientepopodimenochè Sunshine of Your Love, dal riff così incisivo da diventare in pratica come una sigla dei tre. Piacque subito, infatti, e parve insuperabile all’epoca per il suo rigore geometrico, fino a quando uno degli ammiratori, Jimi Hendrix, non si cimentò a sua volta in una pirotecnica interpretazione, suonandone alla velocità della luce quattro e più versioni contemporaneamente.

 Coeva, diversa, ma altrettanto superlativa questa rilettura di Miss Ella, che ribatte colpo su colpo alla prorompente sezione fiati, sprigionando grinta a gogò e swing a tonnellate. Aveva già superato i cinquant’anni, ma l’energia era pari alla classe. Il concerto vedeva la Fitzgerald prima in compagnia del collaudato trio di Tommy Flanagan (con Frank de la Rosa e Ed Thigpen) e poi con l’orchestra diretta da Ernie Heckscher a rifare i Cream, Bacharach e anche i Beatles (Hey Jude). Insomma i classici cocktail serviti da Norman Granz.

 C’è poco altro da aggiungere, questa signora non a caso è The Queen of Jazz.

 Sunshine of Your Love (Clapton-Bruce-Brown), da «Sunshine of your love», Verve 1326. Ella Fitzgerald con orchestra diretta da Ernie Heckscher. Registrato nell’ottobre 1968.



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domenica 2 settembre 2012

[Guest post #23] Gennaro Fucile & Sergey Kuryokhin

 Saluto, nelle piogge torrenziali di Milano, il ritorno dell’autunno, stagione a me grata, e quello di Gennaro Fucile, che ci presenta un grande musicista (fra le altre cose) (e un mostro del pianoforte) fino a oggi assente da Jazz nel pomeriggio.
 Sergey Kuryokhin non suonava esclusivamente jazz, tantomeno rock, musica circense, tradizionale, cioè folk, o quella di qualsivoglia avanguardia. Sergey Kuryokhin suonava Sergey Kuryokhin. Lo si è apparentato con Frank Zappa e le Mothers of Invention, con il Willem Breuker Kollektief, per via degli happening e delle gag teatrali inscenate dal suo open group Pop Mechanics ma anche dei collages arditi e inaspettati. I rimandi però non finiscono qui.

 Non tirandola per le lunghe, si citerà anche John Zorn, quello «prebiblico», che ancora non ci tormentava mensilmente con i suoi libri della legge masadica, ma nelle bizzarrie di Sergey Kuryokhin c’era una vena di follia estranea agli altri. In lui risuona ancora il manifesto dei cubofuturisti, Schiaffo al gusto corrente, quello firmato da David Burljuk, Aleksandr Kručënych, Vladimir Majakovskij e Viktor Chlebnikov a un passo dalla Grande guerra. Sergey Kuryokhin era russo, Sergey Kuryokhin era Sergey Kuryokhin, unico. Pianista, band leader, compositore, attivista della libertà in tempi difficili, quando la piazza in cui agiva si chiamava Leningrado e lui era un cittadino sovietico che insieme ad altri musicisti sopraffini come Vladimir Chekasin e Anatoly Vapirov spargeva jazz in Urss.

 Storia breve, appassionante quella di Sergey Kuryokhin che trova un briciolo di popolarità in Occidente grazie alla Leo Records di  Leo Feigin, connazionale emigrato a Londra. Facciamola breve, nel 1991 incide «Some Combinations of Fingers and Passion» album di solo piano dando prova di maestria, sapienza e sregolatezza. Mettete insieme Frédéric Chopin, Colin Nancarrow, Cecil Taylor, Renato Carosone e avvisterete Sergey Kuryokhin. Quello che si sente qui è il fremito più jazzistico: A Combination of Power and Passion (Blue Rondo A La Russ - A Tribute to Dave Brubeck). Il titolo dice tutto.

 Sergey Kuryokhin ci ha lasciato nel 1996. Aveva 42 anni e 150.000.000 di idee, per tornare a Majakovskij.

 A Combination of Power and Passion (Blue Rondo A La Russ - A Tribute to Dave Brubeck) (Kuryokhin), da «Some Combinations of Fingers and Passion», Leo Records LR 179. Sergey Kuryokhin, piano. Registrato a Londra il 4 giugno 1991.



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mercoledì 11 luglio 2012

[Guest post #20] Gennaro Fucile & Lol Coxhill, r.i.p.

 Guest post di Gennaro questa volta in coincidenza con un’occasione triste: la morte, dopo breve malattia, di Lol Coxhill, il lunare, lunatico musicista-fantasista inglese che proprio Gennaro ci aveva proposto per primo tempo fa.

 Niente da fare. Neanche la bella strega Samantha – quella del telefilm Bewitched – l’ha spuntata con la vecchia megera, come si augurava Alessandro Achilli in un guest post di domenica 18 marzo. La partita è chiusa, Lol Coxhill se ne è andato la sera del 9 luglio e c’è poco da aggiungere, se non invitare ancora una volta a visitare il caleidoscopico pianeta di un artista inimitabile.

 Si è scelta The Vacant Pool per questo saluto. È una divagazione nel mistero forse registrata sull’orlo di un cratere lunare nel quale di colpo precipita e svanisce.

 Bye Bye Lol.

 The Vacant Pool (Lol Coxhill) da «Home Produce: Country Bizzarre», NDN 37. Lol Coxhill, sax soprano. Registrato nel 1982.



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giovedì 21 giugno 2012

[Guest post #19] Gennaro Fucile & Michael Nyman (+ Brötzmann, Parker)

 Meno male che ho degli amici/lettori che si preoccupano di pararmi il sedere quando faccio qualche sparata fuori bersaglio. 
 Fuori bersaglio secondo loro… Gennaro, che spezza regolarmente il pane con me, sa, o dovrebbe sapere, che Jnp – sotto la specie di salottino «a modo» – è proprio un salon réactionnaire, vandeano quasi, senza che questo ne pregiudichi il tratto affabile o l’afflato pedagogico: alla prima occasione, offrirò a GF un «crash course» in jazz.

 Annunciata/minacciata, l’intera settimana dedicata a Evan Parker e Peter Brötzmann è parsa subito uno scherzo e d’altronde sarebbe stato un eccesso insostenibile per un salotto a modo come Jnp. I due sono davvero dei brutti ceffi e quando decidono di cannoneggiare non stanno a fare distinguo tra orecchie avvezze a certi sconquassi sonori e timpani innocenti. Loro che da giovani erano un’ira di dio fanno fuoco senza fare complimenti. Nel 1968 Brötzmann titolò un suo primo lavoro «Machine Gun», Parker era della partita e ciò basti.

 Molti anni dopo i due si ritrovarono in qualità di ospiti in un altro salottino educato, allestito da Michael Nyman, persona perbene, di buone maniere (come il Bertoli non solo al pomeriggio). All’epoca Nyman non era ancora un pezzo da novanta delle colonne sonore, aveva appena avviato la sua collaborazione con Peter Greenaway e conclusa la sua carriera di musicologo riassunta dal libro La musica sperimentale (Shake Edizioni, 2011) e per coerenza concettuale s’imbarcò nel progetto Obscure ideato da Brian Eno. Una delle dieci uscite della collana fu il suo album «Decay Music». Preso coraggio, allestì nel 1982 un disco con le prime musiche scritte per Greenaway, l’ellepì banalmente intitolato «Michael Nyman».

 Qui come d’incanto al minimalismo della prima ora si affiancano musiche d’altri tempi, ci si gingilla con il Don Giovanni, si fanno prove di barocco e ci si concede un Waltz candido sulla carta se non fosse che il compito è affidato, non solo alla Michael Nyman Band, ma anche ai succitati terroristi sonici, che iniziano a soffiare come due mantici extra size. Non sembrerà vero, ma ne viene fuori una delizia.

 Waltz (Nyman) da «Michael Nyman», MN Records, MNRCD123. Peter Brötzmann, clarinetto basso e sax tenore; Evan Parker, sax soprano. Michael Nyman Band: Rory Allam, clarinetto e clarinetto basso; Alexander Balanescu, violino; Anne Barnard, corno francese; Ben Grove, chitarra e basso; John Harle, sax soprano;  Nick Hayley, ribeca e violino; Ian Mitchell, clarinetto e clarinetto basso; Michael Nyman, tastiere; Elisabeth Perry, violino e viola; Steve Saunders, trombone, tuba ed euphonium; Roderick Skeaping, ribeca e violino; Keith Thompson, flauti e saxofoni; Doug Wootton, banjo e basso. Data di registrazione non indicata ma 1982.



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lunedì 9 gennaio 2012

Guest Post #11: Gennaro Fucile & Ian Carr

  È l’anno nuovo e tornano con nuova lena i guest post nella figura del loro contributore più assiduo, il ciclopico Gennaro Fucile (no, non ha un occhio solo), che qui attende al suo grande amore, il jazzinglese che, come tutti sanno, è stato da lui inventato al principio degli anni Settanta, a Napoli.

  L'antologia «Elastic Jazz» citata da GF è una splendida antologia musicale, accompagnata da utilissime note in italiano e in inglese, che GF e Claudio Bonomi (lo zio del jazzinglese) hanno pubblicato pochi anni fa per la casa editrice Auditorium di Milano. Reperirne una copia è tutt’altro che facile, temo, ma vi incoraggio a provarci.

  Secondo i faziosi compilatori dell’antologia «Elastic Jazz», il 1970 è l’anno di nascita di quello che alcuni indicano come jazz inglese. La mamma è nota da sempre, non potrebbe essere altrimenti, è la musica afroamericana, mentre il padre è incerto, forse ignoto. Taluni suggeriscono che andrebbe cercato tra gli esuli sudafricani arruolati nella Brotherhood of Breath diretta da Chris McGregor, altri preferiscono attribuirne la paternità a qualcuno dei musicisti del giro del Little Theatre Club facente capo a John Stevens e Trevor Watts, artefici dello Spontaneous Music Ensemble, oppure agli ancor più radicali Derek Bailey e Evan Parker che lì si ritrovarono spesso. Fortemente sospette sono pure le botteghe musicali intestate a Graham Collier e Mike Westbrook, attive già dal 1967. C’è anche chi pensa che il papà si trovi dalle parti di Canterbury e fa i nomi dei componenti dei Soft Machine.

  Mah, resta tuttora da appurare come andarono davvero le cose. Fatto sta che nel 1970 videro la luce l’omonimo ellepì della Brotherhood of Breath, le prime uscite della intrasigente etichetta Incus di Bailey e Parker, «Third» della morbida macchina, e l’esordio dei Nucleus: «Elastic Rock».

  Nucleus fu un’invenzione e un cimento del trombettista Ian Carr che condusse l’impresa fino alla fine dei Settanta, ma la formazione di partenza non andò oltre il secondo album da cui proviene questa Song For The Bearded Lady. Qui si calca con maggior vigore sul pedale rock che nell’esordio, l’atmosfera è più torrida, Carr passeggia signorilmente in una selva di suoni elettrici, l’elastico è teso al massimo e… io nun capisco, ê vvote, che succede... e chello ca se vede, nun se crede! nun se crede!

  È nato nu criaturo…

  Song For The Bearded Lady (Jenkins) da «We’ll Talk About It Later», BGO CD47. Ian Carr, tromba, flicorno; Karl Jenkins, piano elettrico, oboe, sax baritono; Brian Smith, sax tenore, sax soprano, flauto; Chris Spedding, chitarra; Jeff Clyne, basso elettrico, contrabasso; John Marshall, batteria, percussioni. Registrato a Londra (Trident Studios) il 21 e 22 settembre 1970.



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mercoledì 7 dicembre 2011

Guest Post #9: Gennaro Fucile & Moondog

  Gennaro qui ha superato se stesso. C’è chi pensa che dovrei cedergli chiavi in mano la gestione di questo blog…

Ecco un tipo strano, eccentrico, incredibile. Un artista di strada: Louis Thomas Hardin, nato nel 1916 a Maryville, nel Kansas, ribattezzatosi Moondog perché il cane che lo aiutava a muoversi era solito abbaiare alla luna. Lui aveva perso la vista da giovane, per via dell’inesperienza e di un’esplosione fuori programma. Era l’Indipendence Day del 1932, un festeggiamento finito male.

  Negli anni Quaranta se ne andò a New York, viveva per strada, in particolare all’angolo tra la Cinquantatreesima e la 6th Avenue a Manhattan. Lì suonava le sue bizzarre composizioni senza confini, nelle quali artigianalmente cuciva insieme l’exotica, la tradizione contrappuntistica e la lingua del nuovo jazz e per eseguirle utilizzava anche strumenti auto-costruiti. Si appassionò alla saga nordica dell’Edda, prese ad andarsene in giro con un elmo da vichingo e da bravo homeless si confezionava anche abiti consoni alla tradizione di quegli antichi navigatori. Anni dopo, trasferitosi in Germania, sfoggiò una lunga barba bianca, degna di Gandalf. D’altra parte, nell’America che iniziava ad avvistare ovunque oggetti volanti non identificati, si libravano ad altezze variabili un discreto numero di personaggi tanto geniali quanto poco terrestri, da Sun Ra che veniva da Saturno a tale Lucia Pamela che se ne andava sulla Luna a registrare le sue canzoncine stralunate. Uno così, non poteva non piacere a giovani esordienti in freakerie, come Janis Joplin e la sua band, «Big Brother and the Holding Comapany», che nell’album d’esordio interpretarono un suo pezzo: All Is Lonelinness. Era il 1967 e la California brulicava di gente in viaggio a bordo di allucinogeni.

  Tornando sulla terra, Moondog incontrò per strada anche Charlie Parker. Si intesero subito, irregolari per natura, profondi conoscitori delle regole in musica. Volevano fare un disco insieme, poi Bird cambiò pianeta e Moondog gli dedicò Bird’s Lament, in pratica, una ciaccona. I solisti sono Buckland e Rebbeck.

  Bird’s Lament (Hardin) da «Sax Pax for a Sax», Kopf KD 94 33 33. Rob Buckland, Simon Haram, sax alto; John Rebbeck, Tim Redpath, sax baritono; Andy Scott, Gareth Brady, sax tenore; Will Gregory, sax basso; Liam Noble, piano; Danny Thompson, contrabbasso; Luis Hardin, grancassa. Registrato a Bath (Michael Tippett Centre - Newton Park College) nel 1994.



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sabato 15 ottobre 2011

Guest Post #8: Gennaro Fucile & Mike Westbrook

  Seconda graditissima visita di Gennaro Fucile, ancora con un notabile del jazz inglese, ma stavolta assai più suadente di Lol Coxhill.

  Quando presenti Mike Westbrook non rischi mai di fare brutta figura. È un uomo e un musicista raffinato, colto, invaghito delle liriche di William Blake, ammaliato dalle atmosfere del cabaret, innamorato del jazz e di sua moglie Kate con cui condivide da decenni sofisticate avventure musicali.

  Quando fai conoscere la musica di Westy, come lo chiama chi è in maggior confidenza con lui, fai sempre un figurone, sia se proponi le sue composizioni più squisitamente jazzistiche, sia se fai ascoltare quelle che non sarebbero dispiaciute a Kurt Weill, o quelle in cui ha messo in musica di poesie di Lorca, Rimbaud e dell’adorato Blake, oppure altre, le cover delle musiche di Rossini, dei Beatles, di Nat King Cole. Dietro c’è sempre quell’iconoclastia inglese che ha reso possibile una via britannica al jazz a cavallo tra i Sessanta e i Settanta e Westbrook di questa invenzione musicale ne è stato autorevole protagonista.

  Diamoci un taglio, è giunto il momento di presentarvi Mike Westbrook, per gli amici Westy. Eccolo in versione intima, un trio con Kate e il fido Chris Biscoe. Una canzone, Heart Throb, che arriva da un disco fatto in casa, intitolato programmaticamente «A Little Westbrook Music».

  Curiosa l’origine del testo. Ricorda lo stesso Westbrook: «Intorno al 1980 Kate e io stavamo facendo un giro nel mercato coperto di Bolton, nel Lancashire…. Le bancarelle vendono, a prezzi stracciati, una serie di cose tanto strambe da poterle pensare in qualche bazar orientale … Mi sono scritto i marchi - Morning Thunder... Crysette... The Man Root... Heart Throb, e così via. I nomi, separati dagli oggetti, prendono una propria vena surreale, romantica – una poetica lista della spesa per doni con cui corteggiare l’innamorata».

  Che altro deve fare una ballad?

  Heart Throb (Westbrook), da «A Little Westbrook Music», Westbrook Records LWM 1. Kate Westbrook con Mike Westbrook, piano; Chris Biscoe, sax soprano. Registrato a Londra (Parsifal Studios) nel luglio 1983.



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giovedì 4 agosto 2011

[Guest Post #4] Gennaro Fucile & Lol Coxhill

  Un altro grande momento a Jazz nel Pomeriggio: guest poster è oggi Gennaro Fucile, la mente dietro quello che è (secondo me) il più bel sito del Web italiano e non solo di quello, i Quaderni d’altri tempi. Gennaro scrive benissimo di qualunque cosa gli interessi, e gli interessano davvero tante cose, molte insolite.

  Lol Coxhill è buffo, ha un testone calvo che sembra ricalcato su qualche fumetto imparentato con i Peanuts. A volte, anche la sua musica è buffa, divertente, in qualche occasione suona come uno sberleffo alle regole, alla tradizione, alle avanguardie al non conformismo, o a quello che vi pare. Puro situazionismo. Lol Coxhill, beninteso, è un musicista serissimo, rigoroso nel rivisitare l’intera storia del jazz, abile nell’evitare le secche dell’improvvisazione più di maniera e capace, contemporaneamente di divagare in enne direzioni, tante quante sono possibili in musica.

  Quando aveva qualche anno di meno – chiusa la sua carriera di rilegatore di libri – sembrava non riuscisse a star fermo e suonava senza sosta: lo trovavi nel bel mezzo di una session della Company di Derek Bailey e un attimo dopo a suonare con una banda di paese o in gruppo ska, oppure reggae, poi a ricamare in solitudine temi lunari, dopo ancora a fare finissime scemenze con i Melody Four (che erano un trio) e strane escursioni elettroacustiche con i Recedents alla prese con film sugli zombi, trovando il tempo anche di fare una capatina in Africa con la Moiré Music di Trevor Watts, un tuffo nel passato con il progetto Before My Time e altro ancora (maggiori informazioni su questo pazzo, pazzo, pazzo mondo Coxhill).

  Qui lo si ascolta in un 45 giri (!!) con un soprano curvo Borgani e ricorre a sovraincisioni più riverberi per frullare echi di New Orleans, di ballabili, di blues, di feste in piazza o cortile e divagazioni sul tema. Tutto un po’ sgangherato e buffo, per l’appunto. Il brano è la side B e si intitola Disco Dementia, tutto un programma.

  Disco Dementia (Lol Coxhill) da «Il Froga Silencio/Disco Dementia», Umyu F-3.005. Lol Coxhill, sax soprano. Registrato a Barcellona nell’aprile 1982.



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