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sabato 25 luglio 2020

Le manoir des mes rêves (James Carter)

 Sabato. Sciogliti e batti il piedino con l’organ trio. Ha qualcosa in più: quest’organico redolente di soul jazz, James Carter lo ha adibito a un repertorio da lui amato e praticato, quello di Django Reinhardt.

 La fusion funziona bene né si vede perché non dovrebbe. Carter non si risparmia, anzi, ne fa come sempre di tutti i colori in quella sua maniera – ma forse può dirsi uno stile – in cui mantrugia tutta la storia del sax, non solo tenore, da Chu Berry ad Ayler a Braxton (di cui, unico mainstreamer a mia conoscenza, ha in repertorio alcune composizioni), una maniera a volte un po’ inconcludente ma quasi sempre felicemente disinibita. In Manoir, che diventa altro rispetto alle versioni propriamente manouche, Carter trova modo di prodursi in multiphonics, in un tratto di respirazione circolare e in una sequenza in sopracuti dei quali, per potenza e intonazione, credo nessun saxofonista credo abbia mai emesso gli eguali (forse Teo Macero in un vecchio disco di Teddy Charles, o Eddie Harris).

 La ripresa è dal vivo al festival di Newport del 2018.

 Le manoir des mes rêves (Reinhardt), da «Live From Newport», Blue Note B003079802. James Carter, sax tenore; Gerard Gibbs, organo; Alex White, batteria. Registrato il 5 agosto 2018.

giovedì 30 gennaio 2020

Composition #40Q (James Carter) RELOADED


Reload dal 27 maggio 2010.

  James Carter è un multisaxofonista nero emerso fra lo scorcio finale degli anni Ottanta e quello iniziale dei Novanta. Come tutti i c.d. giovani leoni di quegli anni, è un supervirtuoso capace di tutto e perfettamente a conoscenza della tradizione. A differenza di quasi tutti gli altri, però, Carter arriva intelligentemente a includere nella tradizione del jazz anche le composizioni di un Anthony Braxton, che proprio non somigliano a Confirmation o a I Remember Clifford.
  Per esempio, nel significativamente intitolato «Conversin’ With the Elders» del 1996 (Atlantic 7567-82908-2), Carter esegue una composizione di Braxton dal caratteristico titolo #40Q e rappresentata da un ancor più caratteristico diagramma (o «scatola») che ho cercato di riprodurre:









  Al sax baritono, Carter duetta con l’altro baritonista Hamiet Bluiett (del World Saxophone Quartet) con la ritmica di Craig Taborn, piano, Jaribu Shahid, contrabbasso, Tani Tabbal, batteria.

 Composition #40Q

giovedì 13 agosto 2015

FreeReggaeHiBop (James Carter)

 FreeReggaeHiBop (Bowie), da «Conversin’ With the Elders», Atlantic 7567-82908-2. Lester Bowie, tromba; James Carter, sax tenore; Craig Taborn, piano; Jaribu Shahid, contrabbasso; Tani Tabbal, batteria. Registrato nel 1995.

giovedì 17 maggio 2012

Blues for a Nomadic Princess (James Carter)

 Un giovanissimo James Carter, al sax tenore, omaggia in una volta sola tutta una genìa di sax tenori post-hawkinsiani, non ultimo dei quali Illinois Jacquet, apparso qui sopra recentissimamente senza peraltro suscitare entusiasmi (un commento solo, e spregioso, da un vecchio aficionado di JnP: che pugnalata alle spalle).

 Ma Carter non si limita al manieristico omaggio, ascolta fino alla fine. Una roba di grana non finissima ma con tanto talento e verve da buttar via. Notevolissimi anche gli altri tre e specialmente Craig Taborn.

 Blues for a Nomadic Princess (Carter), da «JC on the Set», DIW Columbia 661449. James Carter, sax tenore; Craig Taborn, piano; Jaribu Shahid, contrabbasso; Tani Tabbal, batteria. Registrato il 14 o il 15 aprile 1993.



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mercoledì 7 settembre 2011

[Guest Post #5] Negrodeath & Sun Ra e James Carter

  Il dr. Jeckyll che ha scelto e commentato con sobria competenza questi due pezzi è in altri tempi e luoghi il mister Hyde che si fa chiamare Negrodeath, titolare di Sei un Idiota Ignorante, il blog più privo di autocensure del dominio italiano. Non ho mai incontrato N. di persona ma ho molte ragioni di supporlo un quieto e dimesso studioso, e ciò a dispetto di alcune frequentazioni musicali assai meno distinte di quelle di cui qui ci ha fatto parte.

  Nel 1958 Sun Ra prende questo standard degli anni ’30 e lo sottopone al suo trattamento orchestrale. Il risultato non è molto lontano dagli indigo ellingtoniani - quei pezzi suadenti, sensuali, lenti e un po’ misteriosi che sono inconfondibilmente «ducali» (Mood Indigo, Sophisticated Lady etc). La tromba di Hobart Dotson si lancia in un assolo malinconico ed essenziale, volando sul velluto ellingtoniano stesogli sotto i piedi dall’orchestra.

  Hour of Parting (Kahn-Spolianski), da «Sound Sun Pleasure!!», Evidence 22014. Hobart Dotson, tromba; Bo Bailey, trombone; Marshall Allen, James Spaulding, sax alto; John Gilmore, sax tenore; Pat Patrick, Charles Davis, sax baritono; Sun Ra, piano; Ronnie Boykins, contrabbasso; William Cochran, batteria. Registrato nel 1958.



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  È possibile, per un quartetto, riprendere questo pezzo omaggiando sia Sun Ra che Duke Ellington? Sì, se il quartetto è quello di James Carter, che impugna il contralto e si trasforma in una strepitosa reincarnazione moderna di Johnny Hodges, scivolando sull’accompagnamento solido e regolare stesogli sotto i piedi dai compagni.

  Hour of Parting, da «JC on the Set», DIW Columbia 661449. James Carter, sax alto; Craig Taborn, piano; Jaribu Shahid, contrabbasso; Tani Tabbal, batteria. Registrato il 14 o il 15 aprile 1993.



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