Hampton Hawes, quando si parla di piano jazz, mi provvede la soddisfazione più completa. Sulle circostanze di questo disco famoso, accolgo per una volta i truismi di Allmusic: «This studio session contained many elements associated with a live gig: the work took place during regular nightclub performing hours, the improvisations were mostly extended, and there were no alternate takes. A remarkable freshness and spontaneity prevailed throughout the session».
Jordu (Jordan), da «All Night Session!», Contemporary C3545. Hampton Hawes, piano; Jim Hall, chitarra; Red Mitchell, contrabbasso; Eldridge «Bruz» Freeman, batteria. Registrato il 12 novembre 1956.
Ecco uno dei tanti dischi interessanti nati sotto la supervisione e dall’intuizione di quella testa d’uovo che era Teddy Charles. Due sono i corni francesi, uno il qui ben noto Julius Watkins e l’altro quell’incredibile personaggio di David Amram, che pochi giorni fa ha compiuto 85 anni. In questa semplice composizione di Charles, i due si succedono in quell’ordine.
Curtis Fuller e Hampton Hawes, hardbopper implacabili, si prestano al gioco con divertimento e grazia, così come Sahib Shihab, colto qui prima che si dedicasse esclusivamente al sax baritono (e occasionalmente al flauto), un musicista dal suono molto personale, che io ascolto sempre con piacere.
Roc And Troll (Charles), da «Curtis Fuller And Hampton Hawes With French Horns», [New Jazz] OJCCD 1942-2. Curtis Fuller, trombone; Julius Watkins e David Amram, corno; Sahib Shihab, sax alto; Hampton Hawes, piano; Addison Farmer, contrabbasso; Jerry Segal, batteria. Registrato il 18 maggio 1957.
L’estate non è il momento giusto per prendere questo genere di decisioni, quindi non so dirti se riapro «Jazz nel pomeriggio» o se questo post è una tantum, o se chiuderò il blog perché forse ha fatto il suo tempo (= non ho più voglia).
Per adesso c’è Hampton Hawes che suona meravigliosamente, meravigliosamente accompagnato da Vinnegar e da Levey, al quale ultimo io avrei però sequestrato il triangolo che molesta head e outro, qui e in altri pezzi del disco, ma che pure dev’essere stata un’idea di Hawes, che chissà che cosa aveva per la testa: erano i suoi ultimi giorni di libertà prima di entrare a San Quentin per non uscirvi prima del (mi pare) 1963, graziato da JFK in persona. Non aveva mica ammazzato nessuno, eh, e nemmeno rapinato un drugstore: semplicemente, in quegli anni, in California ci andavano giù pesanti, ma pesanti, con chi anche «solo» si drogava.
Non so se il file si eseguirà in streaming o se invece ti toccherà scaricarlo per sentirlo, com’è capitato sovente negli ultimi tempi di segni vitali del blog; visto che comunque io non ci posso fare proprio niente, evita di lagnartene con me.
Go Down Moses (Trad.), da «The Sermon», Contemporary C 7653. Hampton Hawes, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Stan Levey, batteria. Registrato il 25 novembre 1958.
Hampton Hawes al Jazzhus Montmartre di Copenaghen, all’epoca la seconda casa di americani espatriati come Dexter Gordon (che figura in un pezzo di questo disco) e Ben Webster. Hampton è di umore estroverso e in questo celebre blues di Charlie Parker a momenti mostra un influsso armonico tyneriano.
Chissà perché il file non va in streaming; per sentirlo lo dovrai scaricare.
Cheryl (Charlie Parker), da «A Little Copenhagen Night Music», Arista Freedom. Hampton Hawes, piano; Henry Franklin, contrabbasso; Michael Carvin, batteria. Registrato il 2 settembre 1971.
Night In Tunisia(Gillespie-Paparelli), da «Everybody Likes Hampton Hawes», [Contemporary] OJCCD-421-2. Hampton Hawes, piano; Red Mitchell, contrabbasso; Chuck Thompson, batteria. Registrato il 25 gennaio 1956.
Un tardo Hampton Hawes, di fatto a meno di un anno dalla morte, concentrato ed essenziale quanto mai e anche aggiornato nel linguaggio. La compagnia è ideale.
Hampton tornava al pianoforte dopo aver trascorso buona parte di quella prima metà dei Settanta dietro un piano elettrico, lo strumento-simbolo del jazz tinto di soul di quel periodo. Come si sente qui, Hawes non ne aveva bisogno per essere funky e soulful, anzi: sullo strumento elettrico, la mancanza del suo tocco inconfondibile andava a scapito dello swing.
Soul Sign Eight (Hawes), da «At The Piano», [Contemporary] OJCCD 877. Hampton Hawes, piano; Ray Brown, contrabbasso; Shelly Manne, batteria. Registrato nell’agosto 1976.
Alcuni artisti sono per Jazz nel pomeriggio quello che i Penati per il focolare dei Romani. A trascurarne il culto, guai: i muri potrebbero coprirsi di rampicanti e poi creparsi, gli angoli dei soffitti annerirsi di muffe, cantine solai e sottoscale rilasciare scorpioni e scolopendre, le mortadelle e le soppresse nelle dispense putrefarsi, infine il vicinato popolarsi di designer e di sommelier.
Hampton Hawes è uno dei Penati più amati e potenti, e qui il culto ne è andato negletto per troppi mesi. Questo disco tedesco è uno dei suoi più dolci e sereni.
Autumn Leaves (Pévert-Kosma), da «Hamp’s Piano», Saba UCCM-9017. Hampton Hawes, piano; Eberhard Weber, contrabbasso; Claus Weiss, batteria. Registrato l’8 novembre 1967.
Bip – quasi mi dimenticavo che oggi è la Giornata UNESCO del Jazz… Mi giustifica il fatto che per me tutti i giorni sono giorni del jazz. Per l’occasione, il mio amico Alberto Arienti Orsenigo ha organizzato, chiamando a raccolta altri appassionati, una bellissima playlist su Youtube.
Questo valzerino, così palesemente memore di Waltz For Debby, è l’omaggio di Hampton Hawes al suo contemporaneo Bill Evans, per tanti versi un pianista a lui opposto. In questo disco magnifico, alla batteria si ascolta il grande Donald «Duck» Bailey, che è venuto a mancare un paio di settimane fa.
Rhonda (Hawes), da «Here and Now», Contemporary/OJCCD 178-2. Hampton Hawes, piano; Chuck Israels, contrabbasso; Donald Bailey, batteria. Registrato il 12 maggio 1965.
L’angolo del Kitsch! Non avrai mica pensato che l’estate si fosse portata via questa rubrica, eh? La sua periodicità continua a essere irregolare, ma il Kitsch jazzistico incomberà su di te come l’improvvisa gocciante percolazione di un liquido immondo dal soffitto, o come un senso di colpa che non riesce a restare nascosto troppo a lungo.
Io vado matto per Hampton Hawes e detesto cordialmente i musical, siano in forma di film o nell’originale forma teatrale (non dirmi che gli standard che tanto mi piacciono vengono quasi tutti da lì, lo so benissimo). Nel Kitsch di questo disco with strings si contemperano dunque amore e fastidio.
Questa canzone viene da Funny Girl, un musical di Broadway del 1964, poi un film, l’uno e l’altro con Barbra Streisand, cantante che con il Kitsch si è trovata associata strettamente anche più volte del necessario. In realtà la canzone non è neanche troppo male, ma l’arrangiamento è da depravati: e sì che l’ha scritto Bill Byers, che non era proprio un cretino. Hawes e i suoi suonano bene, ma non è che possano fare i miracoli, anche loro.
The Music That Makes Me Dance (Styne-Merrill), da «Hampton Hawes Plays Movie Musicals», Fresh Sound FSR 672. Hampton Hawes, piano; Bob West, contrabbasso; Larry Bunker, batteria, con orchestra arrangiata e diretta da Bill Byers. Registrato nell’agosto 1969.
Charlie Haden è stato ed è un grande accompagnatore per chiunque a cui si sia accompagnato, ma la chimica, come dicono gli americani, che aveva con il suo vecchio amico Hampton Hawes l’ha avuta con pochi altri e il risultato musicale è entusiasmante.
Questa è l’ultima seduta di registrazione a proprio nome di Hawes, che sarebbe morto meno di un anno dopo, ancora giovane. Di questo disco bellissimo, ispirato e commovente (ma me, Hampton Hawes mi commuove sempre almeno un po’) ti ho già fatto ascoltare qui su Jnp un paio di pezzi; uno è una versione davvero stupenda di Turnaround di Ornette Coleman.
Irene (Hawes), da «As Long As There’s Music», Verve 513534-2. Hampton Hawes, piano; Charlie Haden, contrabbasso. Registrato il primo agosto 1976.
Questo pezzo da un disco molto famoso, apprendo dalle note, contiene il primo assolo con l’arco mai registrato da Red Mitchell, il quale credo che all’epoca (1958) usasse sullo strumento ancora l’accordatura tradizionale, per quarte (in seguito ne avrebbe adottato una per quinte).
Bow Jest (Mitchell), da «Four!», [Contemporary] OJCCD-165-2. Hampton Hawes, piano; Barney Kessel, chitarra; Red Mitchell, contrabbasso; Shelly Manne, batteria. Registrato il 27 gennaio 1958.
Torna dopo qualche mese uno dei numi tutelari di Jazz nel pomeriggio: Hampton Hawes, evocato da Giorgio nei commenti al post su Warne Marsh.
Qui Hawes è nella sua Los Angeles, a Hollywood per la precisione, nel 1952, con una ritmica locale e una front line di grande livello, in un classico del West Coast Jazz.
Bernie’s Tune (Miller), da «Memorial», The Jazz Factory JFCD22806. Art Farmer, tromba; Wardell Gray, sax tenore; Hampton Hawes, piano; Howard Roberts, chitarra; Joe Mondragon, contrabbasso; Shelly Manne, batteria. Registrato il 9 settembre 1952.
Io spero che Hampton Hawesti piaccia almeno quanto piace a me, diversamente per te l’ascolto-lettura di questo blog rischia di farsi raro. Rieccolo nel 1966 dal vivo nella sua Los Angeles con i suoi due accompagnatori più sperimentati e solidali.
A Manhâ de Carnaval (uno di quei pezzi che può far sbadigliare solo a dirne il titolo, tanto è strasentito), Hamp e i suoi levano ogni linfatica malinconia. Anzi, nel primo chorus d’improvvisazione, Hamp parte come un razzo con le mani in unisono d’ottava e, in un empito forse inconsapevole di «pan-latinismo», subito seguito da Bailey, riproduce qualcosa che sembra proprio un montuno cubano.
Manhâ de Carnaval (Bonfá-Maria), da «I’m All Smiles», Contemporary/OJCCD-796-2. Hampton Hawes, piano; Red Mitchell, contrabbasso; Donald Bailey, batteria. Registrato il 30 aprile o il 1 maggio 1966.
Hampton Hawes mi piacque non appena lo sentii duettare con Charlie Haden su Turnaround di Ornette, avevo tredici o quattordici anni. Ma mi ci è voluto del tempo per imparare la profondità e (non so come meglio dire) la verità del suo stile, la sua relazione profonda e naturale con le radici culturali della musica, la sua nuda sincerità espressiva perfino in certi brutti dischi col piano elettrico dei primi anni Settanta. Maturando poi delle mie riflessioni sulla tecnica strumentale in relazione alla musica, ho capito anche che eccezionale pianista sia stato.
Qui senti Hamp a pochi mesi dalla morte, che lo colse prematurissimamente nel 1977, e allo zenith della ricchezza lessicale ed emotiva, accompagnato davvero come meglio non sarebbe possibile da Brown e da Manne.
Blue in Green, immortalata da Miles Davis e Bill Evans in «Kind of Blue» e poi ripetuta tante volte da Evans stesso, è riletta come se i tre non conoscessero nemmeno quella prima versione, ed è un disvelamento. Killing Me Softly è una canzone che nel 1974 conobbe un immenso successo internazionale e che è piaciuta a molti jazzisti, benché non si presti moltissimo all’improvvisazione. È anche una delle mie canzoni preferite e per questo te la propongo qui dopo averti proposto tempo fa la versione più famosa, quella di Roberta Flack.
Blue in Green (Evans), da «At the Piano», Contemporary/OJCCD 877. Hampton Hawes, piano; Ray Brown, contrabbasso; Shelly Manne, batteria. Registrato nell’agosto 1976.
Hampton Hawes condivise occasionalmente due bassisti con Bill Evans, che può considerarsi, pianisticamente, il suo opposto.
In «For Real!» Scott LaFaro, pre-Evans, ha ventidue anni ma è già ben sperimentato sulla scena di Los Angeles, la sua città; anche il suo stile appare formato, pur se qui, con Hawes, LaFaro sembra badare al corpo del suono più che non farà con Evans due anni dopo; tuttavia la scelta di note, l’ampio uso di terzine, la frequente interruzione del walkin’ regolare in quattro ne denunciano già chiaramente la personalità innovativa.
In «Here and Now», Hawes suona con Chuck Israels, che aveva sostituito LaFaro nel trio di Evans. Israels, altro grande contrabbassista, è nel complesso più regolare di LaFaro, che in alcuni momenti andava a cozzare contro il pianista.
Hampton Hawes, infine, è in entrambi i dischi in forma radiosa, malgrado la track list poco entusiasmante del secondo, che consiste quasi per intero di hit del momento (ci sono anche Chim Chim Cheree e People). Sentilo sgranare articolatissime quelle che davvero, in una metafora logora che qui riprende vita, sembrano «raffiche» di note: sode, inarrestabili, velocissime, eppure di traiettoria misteriosamente effettata. Di Girl of Ipanema, Hampton offre una versione swingante, non a bossa nova, che riprende la pratica bebop detta dell’anatole: dopo l’introduzione a tempo libero, in cui il tema è parzialmente enunciato e riarmonizzato, Hampton spara un conciso tema di netto sapore bebop sulle armonie del pezzo, ora arricchite di quarte alla mano sinistra e di un aroma modale: si era nel 1965 e anche lui aveva ascoltato McCoy Tyner. Nel suo assolo, sembra che Hampton aggredisca la musica staccandone e facendone volare in giro delle schegge acuminate.
Nei primi due pezzi ammira una volta di più Harold Land, un altro californiano, il primo fiato (e uno dei pochi) a mai incidere con Hawes.
I Love You (Porter), da «For Real!», Contemporary/OJCCD 7132. Harold Land, sax tenore; Hampton Hawes, piano; Scott LaFaro, contrabbasso; Frank Butler, batteria. Registrato il 17 maggio 1958.
The Girl of Ipanema (Jobim), da «Here and Now», Contemporary/OJCCD 178-2. Hampton Hawes, piano; Chuck Israels, contrabbasso; Donald Bailey, batteria. Registrato il 12 maggio 1965.
Carmel è una bella località marina della California settentrionale, vicino a Monterey, rinomata per il candore delle sue spiagge; mi dicono che negli ultimi anni si sia un po’ fatta un po’ troppo compiacente ai gusti del turismo di massa.
A Hampton Hawes sembra aver lasciato un ricordo nostalgico, non privo di un suo dramma.
Carmel (Hawes), da «High in the Sky», Fresh Sound (Vault) FSR-CD 59. Hampton Hawes, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Donald Bailey, batteria. Registrato nel 1970.
Due «lost sessions» di Hampton Hawes, registrate a Los Angeles per la Contemporary e per qualche ragione non pubblicate (hanno visto la luce quarant’anni dopo).
I pezzi incisi nel ’56 coincidono temporalmente con le sedute in trio con Red Mitchell e Chuck Thompson che rivelarono Hawes al mondo oltre la West Coast; la formazione che vi si ascolta non è integrata come in quei dischi, visto che Chambers e Marable erano compagni occasionali, ma Hampton non è meno brillante.
In altri tre pezzi del 1958, invece, il pianista non risplende altrettanto: stava attraversando uno dei suoi momenti neri. Ma al contrabbasso c’è Scott LaFaro.
Big Foot è la composizione di Charlie Parker forse più nota come Air Conditioning. What’s New riceve qui un trattamento insolitamente brusco.
Sarò assente dalla redazione di JnP per pochi giorni, ma la pubblicazione delle musiche continuerà quotidiana in automatico; solo, non vedrò e non risponderò ai commenti. Se vorrete lasciarne, troveranno sicuramente seguito alla fine di questa settimana.
Big Foot (Parker), da «Bird Song», OJCCD [Contemporary]-1035-2. Hampton Hawes, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Larance Marable, batteria. Registrato il 18 gennaio 1956.
Alcuni standard rimangono legati a certi interpreti: Body and Soul a Coleman Hawkins, Embraceable You a Charlie Parker, My Favorite Things a John Coltrane, My Funny Valentine a Miles Davis o a Chet Baker, My Foolish Heart a Bll Evans.
Qui, a suonare quest'ultima canzone è invece Hampton Hawes in una trasferta tedesca, nel 1967. La suggestione delle interpretazioni evansiane, soprattutto di quella del live al Village Vanguard, sembrerebbe ineludibile, ma Hamp dà della composizione di Victor Young e Ned Washington una take tutta sua.
My Foolish Heart (Young-Washington), da «Hamp’s Piano», Saba/MPS. Hampton Hawes, piano; Eberhard Weber, contrabbasso; Klaus Weiss, batteria. Registrato l’8 novembre 1967.
Hello Goodbye (Haden-Hawes), da «As Long As There’s Music», Verve 513534-2. Hampton Hawes, piano; Charlie Haden, contrabbasso. Registrato il primo agosto 1976.
Questa composizione di Hampton Hawes è stata incisa diverse volte dal suo autore. Te ne propongo due versioni molto diverse: la prima, in realtà la più tarda, è un duo con il vecchio sodale di Hawes Charlie Haden, registrata nella medesima seduta che ha dato una bellissima versione di Turnaround di Ornette. Devo dire che nessun bassista sa accompagnare i pianisti come fa Charlie Haden (te l’ho fatto ascoltare anche con Egberto Gismonti). Se me ne dimenticassi, ricordami di proporti ancora qualcosa da questo disco.
Rain Forest (Hawes), da «As Long As There’s Music», Verve 513534-2. Hampton Hawes, piano; Charlie Haden, contrabbasso. Registrato il primo agosto 1976.
Tre anni prima, nel pieno di un suo periodo fusion, Hawes aveva registrato questo disco che sentito oggi è divertente come può esserlo un period piece (apprezzane la copertina). No, in realtà vi si sente suonare bene solidi professionisti come Oscar Brashear e soprattutto Hadley Caliman, e naturalmente Hawes stesso: ma il piano elettrico annulla la sua inconfondibile individualità timbrica, appiattisce la sua caratteristica accentuazione e in definitiva pialla il suo swing. Quest’esecuzione di Rain Forest è comunque piacevole, anche se non intensa né musicale come quella in duo con Haden o altre registrate in precedenza e, come detto, timbricamente molto datata.
Rain Forest, da «Blues For Walls», Prestige P 10060. Oscar Brashear, tromba; Hadley Caliman, sax tenore; Hampton Hawes, piano elettrico; George Walker, chitarra; Henry Franklin, basso elettrico; Leon «Ndugu» Chancler, batteria. Registrato nel gennaio 1973.