Questo blues di Eddie South (1904-1962), insieme con Joe Venuti il primo distinto violinista del jazz, qui a Parigi con Django Reinhardt, a me sembra una contraffazione di Lonesome Blues, il blues-canzone di Lil Hardin-Armstrong la cui esecuzione più nota è quella di Sidney Bechet.
Eddie’s Blues (Lil Hardin), da «Black Gipsy», Jazz Archives. Eddie South, violino; Django Reinhardt, chitarra. Registrato il 29 settembre 1937.
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martedì 12 gennaio 2016
domenica 15 novembre 2015
[Guest Post #58] Paolo il Lancianese e la Francia
Echoes Of France (La Marseillaise) (Rouget de l’Isle), da «The Complete Django Reinhardt and Quintet of the Hot Club of France Swing / HMV Sessions 1936-1948», Mosaic Records MD6-190. Stéphane Grappelli, violino; Django Reinhardt, Jack Llewelyn, Allan Hodgkiss, chitarra; Coleridge Goode, contrabbasso. Registrato a Londra il 31 gennaio 1946.
domenica 10 febbraio 2013
[Guest post #30] Sergio Pasquandrea & Django Reinhardt
Sergio Pasquandrea prosegue il suo percorso reinhardtiano.
Django Reinhardt, si sa, era analfabeta. Da vero zingaro, aveva preferito la strada alla scuola; solo da adulto imparò a tracciare la propria firma, e alla fine diventò abbastanza abile da riuscire a redigere un'intera lettera in un francese dall'ortografia, diciamo così, piuttosto creativa.
Idem per la musica. Stéphane Grappelli, che invece aveva fatto i suoi bravi studi al Conservatorio, raccontò che una volta Django, sentendolo discutere di scale musicali, gli chiese candidamente: «Che cos'è una scala?».
Ora, il problema è che, per i critici di formazione eurocolta (ivi inclusi molti critici di jazz), non saper leggere la musica equivale a non conoscerla. E quindi Django diventa, nella mitologia corrente, una specie di idiot savant, un genio istintivo che crea senza averne la consapevolezza. Storia, del resto, ben nota a chi si occupi di jazz.
La realtà è ben diversa. La tecnica strumentale di Django, ad esempio, era immacolata, forgiata da anni di studio paziente e meticoloso. Tutti i partner testimoniano del suo orecchio infallibile, della sua finissima sensibilità armonica, del suo perfezionismo maniacale, di come bastasse una nota sbagliata, un’intonazione calante o un accento fuori tempo per farlo montare su tutte le furie. Era in grado di dettare le parti a un’intera big band semplicemente suonandole sulla chitarra: evidentemente sentiva la musica, con le orecchie e con le dita, e non aveva tutto questo bisogno di vederla sulla pagina. Ed era un grande appassionato di musica classica, da Bach a Debussy passando per Berlioz.
Ecco, tutto ciò per introdurre questo Bolero, inciso nel 1937 con una sorta di estensione orchestrale del suo quintetto: tre trombe, due tromboni, flauto, tre violini, contrabbasso e due chitarre, oltre a quella di Django. Una roba del genere, nel jazz di allora, era assolutamente out of this world, frutto di un pensiero armonico, timbrico e compositivo che stava avanti di almeno vent’anni. E nemmeno un assolo di chitarra.
Alla faccia dell'analfabeta.
Bolero (Reinhardt), da «Paris and London: 1937 - 1948, Vol. 2», JSP-CD904. Philippe Brun, Gus Deloof, André Cornille, trombe; Guy Paquinet, Josse Breyère, tromboni; Maurice Cizeron, flauto; Michel Marlop, Paul Bartel, Joseph Swetschin, violini; Django Reinhardt, chitarra solista, arrangiamento; Joseph Reinhardt, Eugène Vées, chitarre ritmiche; Louis Vola, contrabbasso. Registrato a Parigi il 14 dicembre 1937.
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venerdì 10 agosto 2012
[Guest Post #21] Sergio Pasquandrea & Django Reinhardt
Il vero nordico che sono, io patisco il caldo, ma so tuttavia apprezzare i pochi distillati piaceri della mezza estate, lieto oggi di dividere con te un raro guest post di Sergio Pasquandrea, quel puntuto scrittore, che è andato a tirar fuori un Django Reinhardt bopper, elettrificato. Da parte mia, osservo che Django è sempre stato così avanti, armonicamente soprattutto, che il vocabolario bop pare scorrergli sotto le dita senza nessuno sforzo apparente, ciò che non direi dei suoi compagni nell’occasione, che del bebop sembrano un po’ la caricatura.
Django chi? Ah sì, quello del jazz manouche, le due chitarre all’unisono sui quattro quarti, i virtuosismi con due sole dita, e al di sopra di tutto il violino di Stéphane Grappelli che disegna trine e ricami. Puro swing anni Trenta, no?
Sì, sì, okay. Però ora ascoltate questa roba, poi ne riparliamo.
(E, già che ci siamo, Django morì il 16 maggio 1953, per un’emorragia cerebrale. Già da qualche tempo soffriva di forti cefalee e difficoltà nei movimenti, ma non aveva mai voluto farsi visitare perché era terrorizzato dai medici. Aveva appena compiuto quarantadue anni e tutti lo consideravano ormai un musicista sorpassato.)
Improptu (Reinhardt), da «The Electric Years», Avid AMSC 920. Django Reinhardt, chitarra elettrica; Bernard Hullin, tromba; Hubert Fol, sax alto; Raymond Fol, piano; Pierre Michelot, contrabbasso; Pierre Lemarchand, batteria. Registrato a Parigi il 10 febbraio 1951.
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Flèche d’or (Reinhardt), ib. Django Reinhardt, chitarra elettrica; Roger Guerin, tromba; Hubert Fol, sax alto; Raymond Fol, piano; Barney Spieler, contrabbasso; Pierre Lemarchand, batteria. Registrato a Parigi il 30 gennaio 1952.
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Nuits de Saint-Germain-des-Prés (Reinhardt), id.
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lunedì 13 febbraio 2012
Improvisation No. 1 - Perfum (Django Reinhardt)
Django Reinhardt, che sorprendentemente non è ancora mai uscito su Jazz nel Pomeriggio, è stato uno dei grandi improvvisatori della musica. Non ho detto «del jazz», perché non ritengo che Django abbia fatto sempre del jazz: forse non lo fece davvero mai ma, come ha osservato (mi pare) Arrigo Polillo, si limitò sempre a vagheggiarlo da lontano.
Improvisation No. 1 (Reinhardt), da «Complete Recordings For Solo Guitar (1937-1950», Definitive Records DRCD11286. Django Reinhardt, chitarra. Registrato il 27 aprile 1937.
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Perfum (Reinhardt), id.
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Improvisation No. 1 (Reinhardt), da «Complete Recordings For Solo Guitar (1937-1950», Definitive Records DRCD11286. Django Reinhardt, chitarra. Registrato il 27 aprile 1937.
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Perfum (Reinhardt), id.
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