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martedì 30 marzo 2021

[Guest post #74] Alberto Arienti Orsenigo & Ray Charles

Come cantare contro l’orchestra e la canzone e creare un capolavoro.

 Ol’ Man River (musiche di Jerome Kern, testo di Oscar Hammerstein II) è una romanza nel 1927 tratta dal musical Show Boat. È nota per essere una canzone che parla del duro lavoro degli  afroamericani, ma è stata scritta da due ebrei. Ha una struttura operistica che ha messo spesso in crisi artisti di livello come Bing Crosby e Frank Sinatra; quest’ultimo l’ha pure cantata nel film dedicato al musicista, in un trionfo di bianco (vestito del cantante e scenografia) che potrebbe addirittura sembrare ironico. L'unico che sembrò trovarsi a suo agio fu Paul Robeson che creò lo standard interpretativo per tutti i bassi che l'avrebbe seguito nell’impresa.
 Poi nel luglio del 1963 Ray Charles decide d’inciderla per inserirla nell’album «Ingredients In A Recipe For Soul». L’arrangiamento di Marty Paich prevede che la strofa iniziale sia cantata da un coro che più bianco non si può, come usualmente è previsto nei dischi di Ray da quando è passato all’ABC-Paramount. Niente inflessioni gospel, niente Raylettes, siamo ancora nel regno di Ajax tornado bianco.


 Poi arriva lui a iniziare il ritornello e allora tutto si capovolge: il Genio fa a pezzi la linea melodica originale, così lineare, e la riassembla girandoci attorno fin dall’inizio: non c’è più un briciolo della consolidata concezione musicale dell’opera, nonostante gli archi e il coro continuino a squadrare, secondo partitura. Ray dribbla i passaggi scontati e dove le note sono troppo alte le tocca in falsetto. Affronta l’inciso in contrattempo e fa un finale elaboratissimo in un crescendo barocco, ma un barocco drammatico e per nulla estetizzante.
 Alla fine, la canzone non è più l’ingessato sermone buonista dell’originaria versione, non è nemmeno un gospel ed è lontana anche dall’estetica blues: è un corpo vivo e pulsante che è stato fatto a brandelli ed è bellissimo così.
 Ol’ Man River (Kern-Hammerstein II), da «Ingredients In A Recipe For Soul», ABC 465. Ray Charles con i Jack Halloran Singers e orchestra arrangiata e diretta da Marty Paich. Registrato nel 1963.

venerdì 16 settembre 2011

[Guest Post #6] Sergio Pasquandrea & Ray Charles

  Tarde non fûr mai grazie divine, e l’attesa per il guest post di Sergio Pasquandrea, spleenetico tenutario di uno dei pochissimi blog italiani che valga la pena di leggere tutti i giorni, è ben ricompensata (anch’io, quando Sergio mi ha inflitto questo blindfold test, sono andato per farfalle. Ma io, del resto, nei quiz sono pessimo).

  Per molto tempo, il nomignolo di «Genius» ha avuto per me un valore del tutto astratto.
  D’accordo, la fusione di generi, il blues, il rhythm’n’blues il gospel. D’accordo, il padre del soul, e volendo anche del rock’n’roll. Cantante che spaziava dal crooning allo shouting, ottimo pianista con chiare radici stride, songwriter spesso folgorante. Però, «genius»?

  Poi, un giorno, un amico ci propose un blindfold test e ci fece sentire un blues. Si intitolava Charlesville; il pianista suonava un hard bop impeccabile, con tutto il bebop e l’eccitazione del caso.

  Si affastellarono nomi che andavano da Tommy Flanagan a Red Garland, da Ray Bryant a Phineas Newborn.

  E invece era lui, Ray Charles.
  Dilatazione mandibolare collettiva.

  Allora, capii. The Genius. Giù il cappello, signori.

  [A proposito del disco: «Soul Brothers / Soul Meeting» è un doppio cd che riunisce due album Atlantic del 1958, incisi insieme a Milt Jackson e a sidemen blasonatissimi (Kenny Burrell, Percy Heath, Art Taylor, fra gli altri). Ci sono anche varie bonus tracks, fra le quali questa traccia in trio, rimasta esclusa, chissà perché, dall’edizione in LP].

  Charlesville (Ray Charles), da «Soul Brothers / Soul Meeting», Atlantic 757-81951-2. Ray Charles, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Connie Kay, batteria. Registrato il 12 settembre 1957.



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