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sabato 25 aprile 2020

[Guest post #71] Sergio Pasquandrea & Billy Eckstine

Sergio Pasquandrea presenta per la prima volta su Jazz nel pomeriggio Billy Eckstine e ci dà una utile rinfrescata di storia del jazz.

 C’è tutta una narrazione sul bebop, secondo la quale i giovani musicisti dell’epoca, stanchi di suonare nelle orchestre, si misero a fare jam session nei localini di New York e, oplà, ecco venir fuori il bop.



 Non dubito che in tutto ciò ci sia una parte di verità, ma ce n’è probabilmente altrettanta di leggenda. Lo dimostra il fatto che il be bop fiorì in seno a orchestre come quella di Jay McShann (da cui uscì Charlie Parker), Lionel Hampton (dove passarono Charlie Christian e Dexter Gordon) e Earl Hines (dove c’erano, fra gli altri, Parker, Gillespie e una giovane Sarah Vaughan). E lo stesso Dizzy, appena ne ebbe l’occasione, mise in piedi la sua big band. Quando l’orchestra di Hines, nel 1943, si sciolse, a prenderne le redini fu il cantante (e trombettista) Billy Eckstine, che si ritrovò tra le mani una lineup formidabile: tra le ance passò gente come Gene Ammons, Dexter Gordon, Sonny Stitt, Lucky Thompson, Charlie Parker, Wardell Gray, Budd Johnson, Leo Parker; fra le trombe Dizzy Gillespie, Howard Mc Ghee, Kenny Dorham, Fats Navarro (ma fece capolino, come sostituto temporaneo, persino un giovanissimo Miles Davis); alla batteria c’era Art Blakey, alle voci Lena Horne, Sarah Vaughan, Earl Coleman.


 L’orchestra restò in piedi fino al 1947, poi «Mr B.», come si faceva chiamare Eckstine, si dedicò alla carriera solistica, sfruttando la sua voce vellutata, il suo charme e la sua eleganza per diventare uno dei più popolari uomini di spettacolo afroamericani dell’epoca (e chissà perché il suo nome è così poco menzionato nelle storie del jazz).

 In questo Blowing The Blues Away, inciso nel 1944, si possono ascoltare Gene Ammons e Dexter Gordon (rispettivamente 19 e 21 anni) impegnati in una «chase», più un ventisettenne Dizzy Gillespie che fa scintille sul finale.
L’intro è del bravo e sottovalutato pianista John Malachi (1919-1987), che poi scelse di autoesiliarsi dal grande giro del jazz e di stabilirsi a Washington, dove fu un generoso mentore per molti giovani musicisti.


 Blowing The Blues Away (Eckstine-Valentine), da «Billy Eckstine and His Orchestra, 1944-1945», Chronological 914. Billy Eckstine con Dizzy Gillespie, Gail Brockman, Boonie Hazel, Shorty McConnell, tromba; Alfred «Chips» Outcalt, Gerald «Jerry» Valentine, Howard Scott, Taswell «Joe» Baird, trombone; Bill Frazier, John Jackson, sax alto; Dexter Gordon, Gene Ammons, sax tenore; Leo Parker, sax baritono; Connie Wainwright, chitarra; John Malachi, piano; Tommy Potter, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato nel 1944.

lunedì 5 gennaio 2015

[Guest post #54] Sergio Pasquandrea & Duke Ellington

 Sergio Pasquandrea sta dando gli ultimi tocchi a un libro sui pianisti jazz. Questa è forse l’ultima occasione di leggerlo su «Jazz nel pomeriggio» prima che la gloria lo raggiunga.

I francesi le chiamano idées reçues, «idee ricevute». Sono quelle che tutti accettiamo, senza mai metterle in discussione. Ad esempio: tutti tendiamo a credere che un artista sbocci, fiorisca, dia i frutti della maturità e poi vada incontro al naturale declino. Paradigma organicista, se vogliamo chiamarlo così.

 Allo stesso modo, si pensa che gli stili seguano una loro placida logica: che al barocco segua il classicismo, al classicismo il romanticismo, allo swing il bebop. Così, per necessità naturale.

 Poi ci si trova davanti a un disco come «Piano in the Foreground», inciso nel 1961 da un Duke sessantaduenne. E ci si accorge che si tratta di un’opera sconvolgente, una delle cose più avanguardistiche mai incise da Ellington. Inaudita non solo rispetto all’intera produzione ellingtoniana, ma anche a ciò che era corrente nel 1961. Ancora più sconvolgente è rendersi conto che Duke raggiunge il risultato lavorando all’interno delle coordinate stilistiche del proprio mondo espressivo. E allora, come la mettiamo con l’evoluzione, la maturazione e il declino?

 Marco ci ha già fatto ascoltare Summertime, dove il filo che collega Ellington (classe 1899) con Thelonious Monk (1917) e Cecil Taylor (1929) è chiaro a chiunque voglia vederlo. Io vi propongo Springtime In Africa, una passeggiata di Claude Debussy e Anton Webern nei territori di Ellingtonia. Come bonus track, aggiungo The Single Petal Of A Rose, un’incantata isola di contemplazione sonora tratta dalla «Queen’s Suite», originariamente incisa in un’unica copia che venne donata personalmente a Sua Maestà Elisabetta II. Finché fu in vita, Ellington si oppose a qualunque pubblicazione commerciale. Coronate o no, Duke sapeva come trattare le donne.

 Springtime in Africa (Bell-Ellington), da «Piano in the Foreground», Columbia 512920 2. Duke Ellington, piano; Aaron Bell, contrabbasso; Sam Woodyard, batteria. Registrato nel marzo 1961.



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 The Single Petal Of A Rose (Ellington), da «The Ellington Suites», Pablo PACD-2310-762-2. Duke Ellington, piano; Jimmy Woode, contrabbasso. Registrato il 14 aprile 1959.



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martedì 27 maggio 2014

[Guest Post #46] Sergio Pasquandrea & Steve Lacy

 Sergio Pasquandrea è al lavoro su Steve Lacy, come ci spiega; nell’attesa di apprezzare il risultato della sua fatica possiamo goderci, insieme con queste sue osservazioni a latere, due pezzi magnifici del grande sopranista (quanto a Errol Garner, incassiamo la critica e promettiamo di riparare presto).

 Il nostro beneamato blogger è reduce da quella che lui stesso definisce «un’abbuffata di Bill Evans». Per quanto io ami Evans, capisco che l'esperienza non dev’essere stata facile. 
Per prestargli una mano amica, avevo intenzione di proporre qualcosa di un musicista che, ad ogni ascolto, ha sempre l'effetto di instillarmi allegria: Erroll Garner. Nome, fra l'altro, singolarmente latitante da questo blog. E non è detto che, prima o poi, non lo faccia.

 Però, c’è anche il fatto che io stesso, per motivi – credo – analoghi a quelli di Marco, sono reduce da una simile ubriacatura. Negli ultimi tempi, ho ascoltato intensivamente Steve Lacy. Non tutto, perché la sua produzione è notoriamente sterminata (credo che i soli titoli a suo nome ammontino ad almeno centocinquanta, e la stima è senz'altro per difetto), ma diciamo che mi sono ripercorso molte delle sue cose più importanti. Ho anche letto parecchie sue interviste, e intervistato io stesso musicisti che con lui hanno avuto rapporti lavorativi e umani.

 Risultato: Lacy mi rimane tuttora impenetrabile. È uno dei musicisti più personali della storia del jazz, riconoscibile dopo due o tre note: però la sua musica mi appare come un prisma dalle infinite facce, del quale vedo con assoluta chiarezza la superficie, ma non riesco (ancora?) a intuire l'interno.

 Vi propongo due brani che provengono dalle estremità opposte della sua discografia e che lo vedono entrambi in compagnia di uno dei suoi sodali di più lungo corso: Mal Waldron. Combinazione già incontrata più volte qui su JnP, e che è sempre una sicurezza e un bel sentire.
Four In One è tratto dal secondo titolo a suo nome, di cui Marco fece già sentire un brano in tempi non recentissimi. Da notare la scioltezza con cui Lacy (ventiquattrenne, già padrone di un sound del tutto definito) affronta una delle più intricate composizioni del corpus monkiano. Waldron, da parte sua, confeziona un assolo insolitamente facondo.

 Smooch proviene da uno dei primissimi dischi di Lacy che io abbia mai ascoltato, edito dalla più che benemerita Soul Note.

 Four In One (Monk), da «Steve Lacy Plays Thelonious Monk. Reflections», Prestige/New Jazz OJCCD-063-2 (NJ-8206). Steve Lacy, sax soprano; Mal Waldron, piano; Buell Neidlinger, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 17 ottobre 1958.



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 Smooch (Mingus-Davis), da «Communiqué», Soul Note 121298-2. Steve Lacy, sax soprano; Mal Waldron, pianoforte. Registrato l’8 o il 9 marzo 1994.



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lunedì 11 novembre 2013

[Guest Post #42] Sergio Pasquandrea & Jacopo Pierazzuoli

 Da Sergio Pasquandrea, ormai ufficialmente appaltatore del guest post. Condivido l’ammirazione per Succi e Bolognesi, e anche per gli altri.

 Non so, a me questo «Almost Jazz» è piaciuto.

 Dico «non so», perché non saprei bene come classificare il disco. C’è un’evidente impronta del free storico; ma ci sono dentro anche influenze rock (il leader, Jacopo Pierazzuoli, ha un passato – e credo anche un presente – di batterista metal), che in teoria non dovrebbero farmelo piacere, e invece mi piace lo stesso. E poi ci sono Achille Succi e Silvia Bolognesi, due musicisti per i quali ho un enorme rispetto.

 Questi sono il primo e l’ultimo brano del disco. Insomma, giudicate voi.

 Persia (Pierazzuoli), da «Almost Jazz»,  Dodicilune Ed305. Achille Succi, sax alto, clarinetto basso; Silvia Bolognesi, contrabbasso; Jacopo Pierazzuoli, batteria. Registrato nel settembre 2012.



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 Seconds (Pierazzuoli), id., più Carlotta Limonta, voce.



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martedì 15 ottobre 2013

[Guest post #41] Sergio Pasquandrea & Stan Getz

 Meno male che c’è Sergio Pasquandrea a ricordarsi del guest post. Qui ha trovato un quartetto di Stan Getz in cui Steve Kuhn e Scott LaFaro, freschi rispettivamente di Coltrane e di Coleman, cercano di effettuare un dirottamento.

 Ho fatto un rapido e approssimativo calcolo. Se dovessi riascoltare, una sola e unica volta, tutti i cd, gli LP e le musicassette che ho in casa (lasciamo perdere, per carità, i giga- o tera-byte di materiale immagazzinato negli hard-disk), e se dovessi dedicare a questa nobile attività un paio d’ore quotidiane, comprese domeniche e feste comandate (per realismo, non posso ipotizzare di più), terminerei il lavoro tra un quarto di secolo circa, ad essere ottimisti.

 Se consideriamo anche che, per diletto o per mestiere, ascolto ogni anno qualche centinaio di nuovi titoli, si pone il problema di ottimizzare il tempo a disposizione, che per inaggirabili limiti della natura umana non è infinito.

 Tutto questo discorso per dire che, ultimamente, sto ripescando vecchi dischi, sepolti da anni sugli scaffali. Uno è questa raccolta di live getziani, che conserva ancora la pecetta con il prezzo in vecchie lire (14900). Premesso che non ricordo di aver mai ascoltato, da parte di Stan Getz, una singola esecuzione men che eccellente, la mia traccia preferita, nonostante una ripresa sonora tutt’altro che ottimale, è questa Airegin, eseguita con una formazione di fuoriclasse e registrata al festival di Newport nel 1961. L’esprit du temps si avverte in una certa tendenza all'astrazione, persino in Getz.

 Buon ascolto a tutti.

 Airegin (Rollins), da «The Golden Years 1958-1961. Volume Two»,  Moon Records MCD040-2. Stan Getz, sax tenore; Steve Kuhn, pianoforte; Scott LaFaro, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato nel 1961.



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lunedì 2 settembre 2013

[Guest post #40] Sergio Pasquandrea & Eddie Daniels e Roger Kellaway

Sergio Pasquandrea s’imbatte in due musicisti che non conosce. Non tarda ad accorgersi che sono due padreterni e subito ne fa parte ai suoi amici di Jnp: che li conoscono già, ma sono lo stesso contenti e grati.

 Il mestiere del recensore è un po’ così. Trovi dischi belli, dischi brutti, dischi noiosi, dischi interessanti, dischi che ti pare di aver già ascoltato e dischi che ti sorprendono.

 Poi capita anche di mettere nel lettore il cd di due nomi che non hai mai sentito (anzi, no: di Eddie Daniels conoscevo il nome, ma non l’avevo mai ascoltato; Roger Kellaway, invece, mi era del tutto ignoto; comunque, sia benedetta Wikipedia) e di imbatterti in questa meraviglia di omaggio ellingtoniano. Dove si fa esattamente come ai vecchi tempi: si suonano i temi e poi ci si improvvisa sopra. What you hear is what you get.

 Il disco è talmente bello – e dico proprio bello, nel senso platonico della parola – che ogni traccia è un gioiellino e c’è solo l'imbarazzo della scelta. Quindi vi propongo I’m Beginning To See The Light e Creole Love Call, per il semplice motivo che sono il primo e il secondo brano del disco. Il resto lo lascio alla vostra iniziativa.

 (A proposito: in quattro tracce, interviene anche James Holland, violoncellista classico, che non improvvisa, ma funziona sorprendentemente bene. Tanto per gradire).

 I’m Beginning To See The Light (Ellington-George-Hodges-James), da «Duke At The Roadhouse»,  Ipo IPOC1024. Roger Kellaway, piano; Eddie Daniels, clarinetto. Registrato nell'ottobre 2012.



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 Creole Love Call (Ellington), id.



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lunedì 19 agosto 2013

[Guest Post #38] Sergio Pasquandrea e Francesco Bearzatti

 Sergio Pasquandrea mi risparmia la fatica di riaprire il blog dopo quindici giorni di vacanza, facendolo lui per me. Quanto al caveat che apre il suo come sempre gradito intervento, non tema. Se è vero che non sono proprio stato capace di apprezzare il disco in oggetto (ma è piaciuto a Pasquandrea, dunque probababilmente avrò sbagliato io), è anche vero che ho già raggiunto e superato la mia quota mensile di persone a cui ho tolto il saluto, o meglio, che me l’hanno tolto: quota che non è bassa. Non ne vado orgoglioso.

 Stavolta Marco mi toglie il saluto. O forse no, chissà.

 Comunque. Io ho un'ammirazione sconfinata per Francesco Bearzatti: e non solo come strumentista. Nel senso che ogni suo disco non è mai un assemblaggio casuale di brani, ma bensì un discorso coerente, dotato di senso compiuto. Poi, sul senso si può essere d'accordo o no, ça va sans dire.

 Il senso di «Monk’n’Roll» sta già tutto nel titolo. Monk è svestito da panni paludati, che poco gli si addicono, e trattato secondo quella forma di rispetto più profondo, che è il divertimento.

 (Giusto per chiarire: nel disco non ci sono chitarristi. Fa tutto Bearzatti).

 Straight No Chaser (Monk), da «Monk’n’Roll»,  Cam Jazz CAMJ 7859-2. Francesco Bearzatti, sax, elettronica; Giovanni Falzone, tromba; Danilo Gallo, basso elettrico; Zeno de Rossi, batteria. Registrato nel gennaio 2012.



 I Mean You (Monk), ib.


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domenica 10 febbraio 2013

[Guest post #30] Sergio Pasquandrea & Django Reinhardt

 Sergio Pasquandrea prosegue il suo percorso reinhardtiano.

 Django Reinhardt, si sa, era analfabeta. Da vero zingaro, aveva preferito la strada alla scuola; solo da adulto imparò a tracciare la propria firma, e alla fine diventò abbastanza abile da riuscire a redigere un'intera lettera in un francese dall'ortografia, diciamo così, piuttosto creativa.
 Idem per la musica. Stéphane Grappelli, che invece aveva fatto i suoi bravi studi al Conservatorio, raccontò che una volta Django, sentendolo discutere di scale musicali, gli chiese candidamente: «Che cos'è una scala?».

 Ora, il problema è che, per i critici di formazione eurocolta (ivi inclusi molti critici di jazz), non saper leggere la musica equivale a non conoscerla. E quindi Django diventa, nella mitologia corrente, una specie di idiot savant, un genio istintivo che crea senza averne la consapevolezza. Storia, del resto, ben nota a chi si occupi di jazz.
 La realtà è ben diversa. La tecnica strumentale di Django, ad esempio, era immacolata, forgiata da anni di studio paziente e meticoloso. Tutti i partner testimoniano del suo orecchio infallibile, della sua finissima sensibilità armonica, del suo perfezionismo maniacale, di come bastasse una nota sbagliata, un’intonazione calante o un accento fuori tempo per farlo montare su tutte le furie. Era in grado di dettare le parti a un’intera big band semplicemente suonandole sulla chitarra: evidentemente sentiva la musica, con le orecchie e con le dita, e non aveva tutto questo bisogno di vederla sulla pagina. Ed era un grande appassionato di musica classica, da Bach a Debussy passando per Berlioz.

 Ecco, tutto ciò per introdurre questo Bolero, inciso nel 1937 con una sorta di estensione orchestrale del suo quintetto: tre trombe, due tromboni, flauto, tre violini, contrabbasso e due chitarre, oltre a quella di Django. Una roba del genere, nel jazz di allora, era assolutamente out of this world, frutto di un pensiero armonico, timbrico e compositivo che stava avanti di almeno vent’anni. E nemmeno un assolo di chitarra.

 Alla faccia dell'analfabeta.

 Bolero (Reinhardt), da «Paris and London: 1937 - 1948, Vol. 2», JSP-CD904. Philippe Brun, Gus Deloof, André Cornille, trombe; Guy Paquinet, Josse Breyère, tromboni; Maurice Cizeron, flauto; Michel Marlop, Paul Bartel, Joseph Swetschin, violini; Django Reinhardt, chitarra solista, arrangiamento; Joseph Reinhardt, Eugène Vées, chitarre ritmiche; Louis Vola, contrabbasso. Registrato a Parigi il 14 dicembre 1937.



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lunedì 22 ottobre 2012

[Guest post #25] Sergio Pasquandrea & JD Allen

 Io voglio bene a Sergio Pasquandrea, fra l’altro perché ha colto in pieno lo spirito di Jazz nel pomeriggio: condividere una cosa bella che capiti di sentire.

 Confesso: fino a qualche giorno fa, nemmeno sapevo chi fosse JD Allen. Ho pescato il cd fra un mucchietto di altri che mi erano stati inviati da recensire, attratto più che altro dal nome; e – a dirla proprio tutta – credo addirittura di averlo confuso con qualcun altro.

 Comunque: potenza della serendipità, è stata una bella scoperta. Allen non è più un ragazzino (risulta nato a Detroit nel 1972), ma ha cominciato a pubblicare regolarmente come leader solo da tre o quattro anni. Sassofonista dal linguaggio contemporaneo, ma con i piedi saldamente piantati nella tradizione: suono scuro, fraseggio affilato, piglio autorevole.
 Quelle che propongo sono la prima e la terza traccia del suo ultimo lavoro. Notare che in The Matador and the Bull la batteria procede in tre, il basso in cinque e il sassofono in quattro, mentre Ring Shout è in sette: ma il risultato non si trasforma mai in solfeggio, come invece succede spesso in simili esperimenti, bensì conserva un solido legame con il groove. «La matematica non è importante quanto il senso ritmico», chiosa Allen nelle note di copertina. «Invece che attenersi strettamente al gioco numerico, preferiamo avere un po’ di funk».

 I due brani, come tutti quelli del disco, sono brevi. Sempre nelle note di copertina, Allen scrive: «L’hanno chiamata la mia “estetica da juke-box”, ma non è un trucco commerciale. È vero che sono abbastanza vecchio da ricordarmi l’era pre-cd; e c’è una parte di me a cui piacerebbe ascoltare la mia musica su LP in vinile, come il jazz della mia adolescenza».

 Insomma, JD mi sta proprio simpatico.

 The Matador and the Bull (Torero) (Allen), da «The Matador and the Bull», Savant SCD 2121. JD Allen, sax tenore; Gregg August, contrabbasso; Rudy Royston, batteria. Registrato il 20 febbraio 2012.



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 Ring Shout (Allen), id.



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martedì 18 settembre 2012

[Guest Post #24] Sergio Pasquandrea & Bill Evans

 Sergio Pasquandrea illustra gli iuvenilia (quasi) di un autore molto vicino al suo cuore (Five è un «rhythm changes», cioè un pezzo basato sul giro armonico di I Got Rhythm).

 Per carità, tutti hanno i loro gusti.

 Non voglio certo negare l’altissimo valore delle ormai mitologiche sessioni al Village Vanguard del 1961 (che sono state, per inciso, uno dei miei primi viatici al jazz quando, sedici-diciassettenne innamorato di Debussy, muovevo incerto i primi passi in questa nuova musica). Però, se dovessi indicare una preferenza del tutto personale, direi che per me il Bill Evans migliore è quello della seconda metà del decennio precedente.

 Ascoltatelo qui, ad esempio, ventottenne, sotto la guida di Anthony Joseph Sciacca, in arte Tony Scott. Il suono, seppur già riconoscibile, è parecchio più secco e acidulo di quello della maturità, le linee dei fraseggi sono nervose, frammentate, modellate da una spigolosità di chiara matrice tristaniana. Certo, nulla voglio togliere alle distillazioni armoniche, al romanticismo macerato, alle instancabili ruminazioni delle ballad. Però, non dimentichiamoci che Evans fu anche maestro del ritmo, arrangiatore sapiente, virtuoso immacolato ma senza mai farsene troppo vanto.

 Insomma, ognuno ha i suoi gusti. Sui quali, come amava parodiare il mio professore di filosofia del liceo, a nessuno è lecito sputacchiare.

 (Per inciso, il capriccioso tema di Five venne usato spesso da Evans come firma sonora per chiudere i concerti. Questa è una delle rare occasioni in cui si può ascoltare il brano per esteso).

 Five (Evans), da «A Day in New York», Fresh Sound Records FSR-CD 333. Tony Scott, clarinetto; Bill Evans, pianoforte; Henry Grimes, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato il 16 novembre 1957.



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venerdì 31 agosto 2012

[Guest Post #22] Sergio Pasquandrea & Herbie Hancock

Sergio ci ha preso gusto e ribatte colpo su colpo.

 Parliamo di Herbie Hancock, diceva Marco. E va bene, parliamone. E cominciamo magari da un disco di quelli minori. 

 «Fat Albert Rotunda» raccoglie la colonna sonora scritta per «Fat Albert and the Cosby Kids», un cartone animato prodotto da Bill Cosby, che appariva nella sigla e introduceva gli episodi. Nei primi anni Ottanta passò anche in Italia, con il titolo di «Albertone»: raccontava le avventure di un gruppo di ragazzini neri che, nel ghetto di Filadelfia, si ingegnano per campare la giornata nei modi più fantasiosi.

 Hancock ne approfitta per confezionare una colonna sonora in purissimo stile funky («molto telefilm anni Settanta», come ebbe a dire un amico una volta, e onestamente non posso dargli torto; io, poi, ci sono cresciuto con quei telefilm, figuriamoci).  In mezzo, ci piazza due ballad, la sospesa e sognante Jessica e questa delicata Tell Me a Bedtime Story.

 Ora, siamo d’accordo che non è né «Speak Like a Child»«The Prisoner» (anche se l’anno è lo stesso, così come buona parte della formazione). Però, anche in un contesto leggerino come questo, il nostro eroe riesce a sfoggiare un elegante lavoro di orchestrazione, che condisce una struttura per nulla banale, con armonie sofisticate e una serie di sottili scivolamenti metrici dal quattro al cinque quarti, e viceversa.

 Insomma, scusate, ma Herbie è sempre Herbie.

 Tell Me A Bedtime Story (Hancock), da «Fat Albert Rotunda», Warner WB1834. Herbie Hancock, piano elettrico; Johnny Coles, tromba, flicorno; Garnett Brown, trombone;Joe Henderson, flauto; Buster Williams, contrabbasso, basso elettrico; Albert «Tootie» Heath, batteria. Registrato nel maggio-giugno 1969.



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venerdì 10 agosto 2012

[Guest Post #21] Sergio Pasquandrea & Django Reinhardt

 Il vero nordico che sono, io patisco il caldo, ma so tuttavia apprezzare i pochi distillati piaceri della mezza estate, lieto oggi di dividere con te un raro guest post di Sergio Pasquandrea, quel puntuto scrittore, che è andato a tirar fuori un Django Reinhardt bopper, elettrificato. Da parte mia, osservo che Django è sempre stato così avanti, armonicamente soprattutto, che il vocabolario bop pare scorrergli sotto le dita senza nessuno sforzo apparente, ciò che non direi dei suoi compagni nell’occasione, che del bebop sembrano un po’ la caricatura.

 Django chi? Ah sì, quello del jazz manouche, le due chitarre all’unisono sui quattro quarti, i virtuosismi con due sole dita, e al di sopra di tutto il violino di Stéphane Grappelli che disegna trine e ricami. Puro swing anni Trenta, no?
 Sì, sì, okay. Però ora ascoltate questa roba, poi ne riparliamo.

 (E, già che ci siamo, Django morì il 16 maggio 1953, per un’emorragia cerebrale. Già da qualche tempo soffriva di forti cefalee e difficoltà nei movimenti, ma non aveva mai voluto farsi visitare perché era terrorizzato dai medici. Aveva appena compiuto quarantadue anni e tutti lo consideravano ormai un musicista sorpassato.)

 Improptu (Reinhardt), da «The Electric Years», Avid AMSC 920. Django Reinhardt, chitarra elettrica; Bernard Hullin, tromba; Hubert Fol, sax alto; Raymond Fol, piano; Pierre Michelot, contrabbasso; Pierre Lemarchand, batteria. Registrato a Parigi il 10 febbraio 1951.



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 Flèche d’or (Reinhardt), ib. Django Reinhardt, chitarra elettrica; Roger Guerin, tromba; Hubert Fol, sax alto; Raymond Fol, piano; Barney Spieler, contrabbasso; Pierre Lemarchand, batteria. Registrato a Parigi il 30 gennaio 1952.



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Nuits de Saint-Germain-des-Prés (Reinhardt), id.



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venerdì 16 settembre 2011

[Guest Post #6] Sergio Pasquandrea & Ray Charles

  Tarde non fûr mai grazie divine, e l’attesa per il guest post di Sergio Pasquandrea, spleenetico tenutario di uno dei pochissimi blog italiani che valga la pena di leggere tutti i giorni, è ben ricompensata (anch’io, quando Sergio mi ha inflitto questo blindfold test, sono andato per farfalle. Ma io, del resto, nei quiz sono pessimo).

  Per molto tempo, il nomignolo di «Genius» ha avuto per me un valore del tutto astratto.
  D’accordo, la fusione di generi, il blues, il rhythm’n’blues il gospel. D’accordo, il padre del soul, e volendo anche del rock’n’roll. Cantante che spaziava dal crooning allo shouting, ottimo pianista con chiare radici stride, songwriter spesso folgorante. Però, «genius»?

  Poi, un giorno, un amico ci propose un blindfold test e ci fece sentire un blues. Si intitolava Charlesville; il pianista suonava un hard bop impeccabile, con tutto il bebop e l’eccitazione del caso.

  Si affastellarono nomi che andavano da Tommy Flanagan a Red Garland, da Ray Bryant a Phineas Newborn.

  E invece era lui, Ray Charles.
  Dilatazione mandibolare collettiva.

  Allora, capii. The Genius. Giù il cappello, signori.

  [A proposito del disco: «Soul Brothers / Soul Meeting» è un doppio cd che riunisce due album Atlantic del 1958, incisi insieme a Milt Jackson e a sidemen blasonatissimi (Kenny Burrell, Percy Heath, Art Taylor, fra gli altri). Ci sono anche varie bonus tracks, fra le quali questa traccia in trio, rimasta esclusa, chissà perché, dall’edizione in LP].

  Charlesville (Ray Charles), da «Soul Brothers / Soul Meeting», Atlantic 757-81951-2. Ray Charles, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Connie Kay, batteria. Registrato il 12 settembre 1957.



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