Visualizzazione post con etichetta Thelonious Monk. Mostra tutti i post
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lunedì 23 maggio 2022

Pannonica (Barry Harris)

 Come tutti sanno, anzi mi pare che ne abbiamo parlato anche qui, Barry Harris è stato fra gli interpreti meglio qualificati o, come si dice, più idiomatici della musica di Monk. L’aveva studiata a fondo e per giunta di Monk era stato amico intimo, per un certo periodo abitando con lui sotto il tetto della baronessa Nica.

 La quale è dedicataria di questa composizione, una delle più note di Monk. Nell’esecuzione, lontana da tutti i più ovvi monkismi, si sente bene la comprensione profonda che Harris aveva di questa musica.

 Pannonica (Monk), da «The Bird Of Red And Gold», Xanadu. Barry Harris, piano. Registrato il 18 settembre 1989.

sabato 16 ottobre 2021

I Got It Bad and That Ain’t Good – Friday the 13th (Thelonious Monk)

 Mi rendo conto che, quando si tratta di jazz, i miei entusiasmi hanno talvolta dell’infantile. Credo lo si debba al fatto che io ho cominciato ad ascoltare il jazz che ero bambino o pochissimo di più, a dodici anni, prima che m’interessassi davvero di qualsiasi altra cosa. È stato il jazz la mia porta sul mondo.

 Per Thelonious Monk ho sempre avuto una passione impetuosa, con qualche picco e nessun avallamento. Un picco alpino lo ebbi in quei tre o quattro mesi del 2011 che mi videro intento alla versione italiana di quella sua portentosa biografia a opera di Robin D.G. Kelley: la mia vita all’epoca solitaria era occupata, quando non dal lavoro, dalla musica di Monk e dal quotidiano esercizio di questo blog.

 Monk è poi stato sempre parte dei miei rari ascolti (io ascolto pochissima musica), ma in questi giorni, in corrispondenza casuale con l’anniversario della sua nascita, sto conoscendo un altro picco, su cui pianto la bandiera del mio entusiasmo incomposto e lietamente bambinesco. Del resto, a me pare che la musica di Monk, che è fra le più razionali, luminose e profonde che io conosca, tenga non poco della gioia e della sorpresa proprie dell’infanzia, e anche dei suoi disperati spaventi.

 Breve: oggi ho voluto offrirti un compendio dell’infinita varietà espressiva della musica di Thelonious Monk e ho scelto prima un’istanza del Monk più sereno e giocoso, poi un’altra, di un Monk più ispido e ossessivo, sensazione corroborata dalla presenza stranissima nel complesso del magnifico Julius Watkins che, con il corno, conferisce all’insieme una qualità sonora otherworldly.

 I Got It Bad and That Ain’t Good (Ellington), da «Thelonious Monk Plays the Music of Duke Ellington», Riverside OJC 24. Thelonious Monk, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato il 21 luglio 1955.

 Friday the 13th (Monk), da «Thelonious Monk, Sonny Rollins», OJCCD-059-2. Julius Watkins, corno; Sonny Rollins, sax tenore Thelonious Monk, piano; Percy Heath, contrabbasso; Willie Jones, batteria. Registrato il 13 novembre 1953.

sabato 9 ottobre 2021

Misterioso – Sixteen (Alexander von Schlippenbach)

 Di queste esecuzioni monkiane di un quartetto di Alexander von Schlippenbach Jnp aveva già parlato giusto un paio d’anni fa.

 Misterioso – Sixteen (Monk), da «Monk’s Casino», Intakt 100. Axel Dörner, tromba; Rudi Mahall, clarinetto basso; Alexander von Schlippenbach, piano; Jan Roder, contrabbasso; Ulli Jennessen, batteria. Registrato nel giugno 2003.

lunedì 31 agosto 2020

Don’t Blame Me – Well, You Needn’t (Thelonious Monk)

 Ecco una brillantissima Don’t Blame Me dall’inedito dell’anno, il live di Monk & quartetto a Palo Alto, nella South Bay di San Francisco, nell’autunno del 1968. Segue Well, You Needn’t in cui Larry Gales, quel giorno veramente ispirato, prende un lungo assolo con l’arco; qui il microfono dell’improvvisata ripresa, opera di un bidello della scuola superiore in cui ebbe luogo il concerto, coglie il sommesso canticchiare del contrabbassista all’unisono con lo strumento, con un effetto involontariamente simile a quello che otteneva Slam Stewart o più ancora Major Holley.

 Monk e i suoi sembrano di buon umore e in vena di suonare quei caposaldi di repertorio a tempo piuttosto spedito.

 Ad ogni modo, voglio ricordare quell’episodio del 1968 nell’interezza delle sue circostanze avventurose e delle sue imprevedute conseguenze, così come l’ha ricostruito con acribìa Robin D. G. Kelley nella monumentale biografia di Monk che ho io stesso tradotto anni anni fa. «Jules Colomby» era in quegli anni l’agente di Monk.
 A questo punto entra in scena Danny Scher, un sedicenne ebreo nato e cresciuto a Palo Alto in una famiglia di borghesia medioalta. Fanatico appassionato di jazz, era un promettente scolaro della Palo Alto High School durante quell’estate del 1968, così calda dal punto di vista delle relazioni razziali. Tutti conoscevano Danny, perché un anno prima aveva organizzato tutto da solo il primo concerto jazz della Palo Alto High School, a cui aveva invitato nulla meno che il pianista Vince Guaraldi e il trio vocale Lambert, Hendrick & Ross. Inoltre, ogni mercoledì all’ora di pranzo conduceva un “programma radiofonico” sul jazz diffuso nel campus, anche se la “stazione radio” altro non era che un microfono, qualche altoparlante collocato strategicamente e un giradischi. Fuori dalla scuola, aveva cominciato a lavorare per alcuni promoter della Bay Area e aveva conosciuto Darlene Chan, che aveva prodotto la prima serie di concerti jazz alla U. C. a Berkeley e aveva lavorato per il critico Ralph J. Gleason. “Il mio sogno era quello di portare alla Palo Alto High School Thelonious Monk e Duke Ellington”, ha ricordato Scher. “Monk era la mia prima scelta, così chiesi a Darlene [Chan] come potessi mettermi in contatto con lui, e lei mi diede il numero di Jules Colomby. Io chiamai Jules, gli dissi che volevo scritturare Monk per la mia scuola. Mi pare che lui mi disse che mi sarebbe costato più o meno cinquecento dollari. Alla fine mi mandò un contratto, delle foto di Monk e delle copie di Underground. Dovetti chiedere al preside della scuola di firmare il contratto”. 
 Dal momento che Monk aveva già un ingaggio di tre settimane al club Both/And di San Francisco per la fine di ottobre, Scher prenotò l’auditorium per la domenica pomeriggio del 27 ottobre, e con il quartetto di Monk scritturò altre due band: il Jimmy Marks Afro Ensemble e Smoke, con Kenny Washington. Con il quartetto di Monk come band di cartello e la destinazione dei proventi all’International Club, Scher era sicuro di avere in tasca il tutto esaurito. Si sbagliava. La vendita dei biglietti da due dollari si rivelò problematica, tanto che dovette persuadere alcuni dei negozianti davanti ai quali passava distribuendo giornali a comprare degli spazi pubblicitari nel programma e a mettere in vetrina manifesti del concerto. Visto che anche così il botteghino restava lento, Scher decise di pubblicizzare il concerto a East Palo Alto. “Così andai ad appendere manifesti a East Palo Alto e in un attimo si diffuse la voce: ‘Ma come, Monk viene a suonare per i visi pallidi di Palo Alto? Se non lo vediamo non ci crediamo’. I neri che incontravo erano scettici, allora io gli dissi: trovatevi domenica nel parcheggio della scuola; se vedete arrivare Monk, comprate un biglietto”. 
 Adesso non gli restava che assicurarsi che Monk e i suoi giungessero a destinazione. Qualche giorno prima del concerto, Scher telefonò a Monk in albergo tanto per ricordargli dove fosse il posto. Monk rispose: “Ma io non ne so niente”. Venne fuori che non aveva mai visto il contratto e che la band non aveva modo di andare da San Francisco a Palo Alto e poi di tornare a San Francisco in tempo per il primo set. Monk fu però favorevolmente colpito dalla faccia tosta del ragazzo e acconsentì a suonare, soprattutto dopo che Scher offrì suo fratello come autista per portare tutti avanti e indietro. Quella domenica pomeriggio, ragazzi di Palo Alto, sia neri che bianchi, si radunarono nel parcheggio per verificare se Monk si sarebbe fatto vivo. Quando il furgone si fermò e Monk, Charlie Rouse, Larry Gales e Ben Riley ne scesero, tutti si misero in fila per comperare il biglietto. Così, ora della fine, il quartetto di Monk diede un eccellente concerto per un pubblico misto che quasi esaurì i posti in sala. Suonarono per oltre un’ora. Fu richiesto tumultuosamente un bis: Monk suonò da solo “Sweethearts od All My Dreams”, avendo poi la delicatezza di scusarsi perché non ne concedeva un secondo: “Stasera devo suonare in città”. 
 Thelonious si congedò dal pubblico, Danny lo pagò in contanti e suo fratello riportò la band al club Both/And con largo anticipo. Un paio di giorni dopo, Jules chiamò Danny chiedendogli i soldi. “Gli dissi che li avevo dati a Monk. Lui mi chiese, ‘Ma la mia commissione?’ e io gli risposi, ‘Beh, mr. Colomby, io non ho mai ricevuto un contratto. Se vuole la sua commissione, è meglio che la chieda a mr. Monk”. Scher sarebbe diventato uno dei maggiori organizzatori di concerti della West Coast. 
 Né Thelonious né il sedicenne Danny Scher compresero che cosa quel concerto avesse significato per le relazioni razziali nella zona. Per un solo bellissimo pomeriggio, neri e bianchi, Palo Alto ed East Palo Alto avevano sotterrato l’ascia di guerra e si erano trovati insieme ad ascoltare “Blue Monk”, “Well, You Needn’t” e “Don’t Blame Me”. Nove giorni più tardi, il referendum per cambiare il nome di East Palo Alto in Nairobi fu bocciato sonoramente, con un margine di più di due contro uno.
 Don’t Blame Me (Fields-McHugh), da «Monk – Palo Alto», Impulse! Thelonious Monk, piano. Registrato il 27 ottobre 1968.

 Well, You Needn’t (Monk), ib. Monk più Charlie Rouse, sax tenore; Larry Gales, contrabbasso; Ben Riley, batteria. 

lunedì 14 ottobre 2019

San Francisco Holiday – Crepuscule With Nellie – Off Minor (Alexander von Schilppenbach)


  Ecco l’interpretazione data da nel 2003 da Alexander von Schlippenbach di San Francisco Holiday di Monk, a confronto diretto con quella data da Frank Kimbrough quindici anni dopo e presentata qui stesso tre giorni fa. Per buon peso, vista la brevità delle esecuzioni, aggiungo Crespuscule With Nellie e Off Minor.

  Elaboro quanto dicevo nel post correlato: le versioni monkiane dei tedeschi sono più soddisfacenti di quelle del quartetto americano perché più disinvolte e più vivaci ritmicamente e timbricamente. Sono in quintetto, con frontline di tromba e clarinetto basso che improvvisano spesso in simultanea, o che enunciano il tema in discanto. Inoltre, in persona, il complesso non impiegava amplificazione alcuna, generando così un suono asciutto e caldo che appariva spontaneamente «d’epoca», anche per un certo scrupolo filologico della sezione ritmica, dove Ulli Jennessen sembrava ispirarsi a Shadow Wilson.

  Giova infatti ricordare che quella tedesca era una working band, che per alcuni anni portò in giro il progetto «Monks Casino», eseguendo in una serata, ovviamente in scorcio come qui, tutte le composizioni di Monk. Rispetto ai dischi di Frank Kimbrough, qui è esplicito il valore di macrotesto dell'impresa – molto tedesca, devo dire, nella sua spropositatezza – e per conseguenza è più rilevato il lavoro di gruppo.

  Datosi che l’interpretazione della musica di Monk è un tema carsico del blog, su questo confronto (Kimbrough vs. von Schlippenbach) gradirei la tua opinione.

  San Francisco Holiday (Monk), da «Monk’s Casino», Intakt 100. Axel Dörner, tromba; Rudi Mahall, clarinetto basso; Alexander von Schlippenbach, piano; Jan Roder, contrabbasso; Ulli Jennessen, batteria. Registrato nel giugno 2003.


  Off Minor (Monk), id.

venerdì 11 ottobre 2019

San Francisco Holiday (Frank Kimbrough)


  Ieri sarebbe stato il centoduesimo compleanno di Thelonious Monk. Lo festeggiamo sfasato con questa sua composizione non delle più note, che s’inizia con un obbligato di batteria, come tante composizioni di Herbie Nichols: e un po’ a me Herbie Nichols ricorda.

  La esegue un quartetto con il quale Frank Kimbrough ha inciso poco tempo fa tutte le composizioni di Monk, così come fece una quindicina di anni fa Alexander von Schlippenbach in «Monk’s Casino». Le  interpretazioni di von Schlippenbach, che ascoltai anche dal vivo a Novara, le ho trovate decisamente più interessanti e monkiane in ispirito di queste, che sono giusto corrette (dirò anche che Scott Robinson qui mi piace poco).

  La versione d’autore di riferimento per questo pezzo, con il titolo completo San Francisco Holiday (Worry Later) è una ripresa dal vivo al Blackhawk di San Francisco mi pare nel 1959, con il quartetto di Monk più Harold Land e con Billy Higgins alla batteria, il quale scandisce l’intro summentovata in even eights e non in tempo di marcia, come fa qui Billy Drummond.

  San Francisco Holiday (Monk), da «Monk’s Dreams», Sunnyside 4032. Scott Robinson, sax tenore; Frank Kimbrough, piano; Rufus Reid, contrabbasso; Billy Drummond, batteria. Registrato il 23 maggio 2018.

venerdì 19 aprile 2019

Monk’s Mood (Thelonious Monk & John Coltrane)


  Che male ci potrà mai essere nel pubblicare per una volta una musica famosissima e perfettamente ovvia se essa musica è Monk’s Mood suonata da Thelonious Monk e John Coltrane?

  Monk’s Mood (Monk), da «Thelonious Monk Quartet with John Coltrane at Carnegie Hall», Blue Note. John Coltrane, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Ahmed-Abdul Malik, contrabbasso; Shadow Wilson, batteria. Registrato il 29 novembre 1957.

sabato 18 novembre 2017

Monk’s Mood – Light Blue – ’Round About Midnight (John Tchicai)

 Un filo che emerge ogni tanto fra trama e ordito, un po’ vaghi e irregolari, di Jazz nel pomeriggio è quello delle interpretazioni di Monk, tema caro per esempio al Lancianese e anche a Valentina, che ieri è ricomparsa nei commenti.

Valentina e Il Lancianese sono i più antichi e fedeli lettori e contributori di Jnp, che di recente ha avuto una grave battuta d’arresto (non era mai rimasto in silenzio per un mese intero, anzi di più) ma si appresta l’anno venturo a entrare nel suo nono.

 Queste di John Tchicai, non rinomato come interprete del repertorio jazzistico, a me piacciono: sono semplici ma precise, rispettose, affettuose, e il saxofonista leader non cerca di mostrare dei chops, delle competenze bebop che non ha in bagaglio. Comunque Tchicai Monk’s Mood e anche Crepuscule With Nellie le aveva già suonate più di quarant’anni prima, con Archie Shepp e Don Cherry nei New York Contemporary Five, e se frughi qua dentro le troverai anche.

 L’organo è suonato con gusto – quasi una contraddizione in termini – dal bravissimo George Colligan, noto come pianista e come tale comparso anche qui sopra.

 Monk’s Mood (Monk), da «In Monk’s Mood», Steeplechase SCCD 31675. John Tchicai, sax alto; George Colligan, organo; Steve LaSpina, contrabbasso; Billy Drummond, batteria. Registrato nell’ottobre 2008.

 Light Blue (Monk), id.

 ’Round About Midnight (Monk), id.

domenica 23 luglio 2017

Pannonica (Thelonious Monk)

Ho scritto questo pezzetto, con altri simili, per una rivista che l’anno scorso ha avuto vita meno che breve, ed è stato un peccato; al che puoi imputare un certo didascalismo  di norma estraneo a Jnp, che si rivolge a lettori evoluti. Absit iniuria.

 Non c’è arte la cui storia non sia contesta di personaggi e di episodi pittoreschi e il jazz non ne conta di sicuro meno di nessun’altra. In particolare, le circostanze relative alla registrazione di molti dischi famosissimi presentano un materiale che, nelle mani di uno scrittore abile, si presterebbe bene a un racconto o a una sceneggiatura cinematografica.

 «Brilliant Corners» è uno dei dischi più celebri di Thelonious Monk, e giustamente; contiene le versioni definitive di due delle sue composizioni più note, Pannonica e Bemsha Swing, nonché l’unica di una composizione insolita e affascinante, Brilliant Corners, appunto. A suonare è una all-stars se mai ve n’è stata una (Sonny Rollins al sax tenore, Oscar Pettiford al contrabbasso, Max Roach alla batteria, più lo sventurato Ernie Henry al sax alto), formazione quale poche altre volte capitò a Monk di guidare. Sorprende quindi che le sedute di registrazione siano state travagliatissime: Monk, sempre esigente ma in quei giorni particolarmente pestifero, cominciò subito a dare il tormento al grande Oscar Pettiford (i due, che una quindicina d’anni prima erano stati insieme nel manipolo dei creatori del bebop, non si sarebbero mai più rivolti la parola); i fiati incontrarono tali difficoltà nell’esecuzione dello spigoloso tema di Brilliant Corners che l’esecuzione che oggi ne ascoltiamo è il risultato del paziente taglio e cucito di ben venticinque diverse takes, operato dal produttore della Riverside Orrin Keepnews con una prassi all’epoca inconsueta. Infine, due delle più suggestive e poetiche invenzioni presenti nel disco, cioè l’uso della celesta in Pannonica e dei timpani in Bemsha Swing, sono frutto del caso, perché Monk si ritrovò quegli strumenti nello studio e decise lì per lì che li avrebbe impiegati. Un tratto questo d’improvvisazione, anzi, di serendipità, squisitamente  jazzistico, a suggello di un disco che, pur con tutto il suo percorso accidentato, è forse il più esteticamente coerente e uniformemente godibile del suo autore.

 Pannonica (Monk), da «Brilliant Corners», [Riverside] OJCCD-026-2. Ernie Henry, sax alto; Sonny Rollins, sax tenore; Thelonious Monk, piano, celesta; Oscar Pettiford, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato nel dicembre 1956.

venerdì 7 aprile 2017

’Round Midnight (Thelonious Monk)

 Avrei potuto aspettare dieci giorni e celebrare puntualmente il sessantesimo anniversario di questo capolavoro di Thelonious Monk del 1957, ma non ho resistito.


  [Orrin] Keepnews, ispirato dalla versione di I Surrender Dear improvvisata da Monk per «Brilliant Corners», ebbe l’idea di un disco di solo piano da intitolare «Thelonious Himself». (…). Monk conclude la seduta con ’Round Midnight. Pur avendola suonata innumerevoli volte, e già anche in assolo, tre anni prima, la affronta come se fosse una composizione nuova. Ne risultano ventidue minuti di meditazione indagatoria a tempo rubato, piena di false partenze, cadenze irrisolte, tragitti creativi interrotti. A un certo punto, non riuscendo a eseguire un passaggio difficile, Monk si ferma e dice: «Mmmm, non ci riesco. Dovrò studiarlo». La master take di ’Round Midnight è un distillato delle fantasticherie monkiane ed è una delle sue migliori esecuzioni in assolo su disco.
 Robin D.G. Kelley, Thelonious Monk. The Life and Times of an American Original, Free Press, 2009 (trad. it. di Marco Bertoli, Thelonious Monk. Storia di un genio americano. Roma, minimum fax, 2012, 2016, pp. 299-300).

 ’Round Midnight (Monk), da «Thelonious Himself», [Riverside] OJCCD-254-2. Thelonious Monk, piano. Registrato il 16 aprile 1957.

mercoledì 20 aprile 2016

[Guest post #62] Alberto Forino & Thelonious Monk

 La rubrica del guest post in quasi sei anni ha radunato contributi che sono le cose migliori presenti su questo blog, opera di poeti, critici, appassionati cultori tutti di ottima penna. Mancava un musicista, ed ecco a colmare la lacuna Alberto Forino, abituale commentatore e soprattutto pianista e compositore non solo di jazz, nonché didatta; il guest post che ha scritto, secondo me solo un musicista lo poteva fare. 
 Se non sbaglio dovremmo sentire Forino a Milano nel mese di maggio.

 «If a guy needs a little spark, a boost, he can just be around Monk, and Monk will give it to him».
                             John Coltrane, «Down Beat», 1960.

 Quando ho dovuto arrovellarmi nella scelta di un brano da proporre per il guest post di questo illustre spazio ho seguito il consiglio del buon Trane.

 Credo sia superfluo per i lettori di questo blog ribadire i pregi e l’importanza di un musicista come Thelonious Monk, anche perché è stato già ampiamente ascoltato, discusso, trattato, analizzato e lodato. Allo stesso modo mi pare ancora più superficiale raccontare l’evidente, cristallina, profonda e incontaminata bellezza che scaturisce dalla sua musica.

 Il brano è stato registrato durante una tournée in Europa nel 1965. Il quartetto vede Monk al piano con Charlie Rouse al sax tenore, Larry Gales al basso e Ben Riley alla batteria.

 Dopo l’introduzione di Riley e l’esposizione del tema,  il sax comincia a destreggiarsi sull’accompagnamento irruento di Monk che, come spesso accade, non vuole che nessuno si dimentichi cosa si sta suonando. Improvvisamente il sax si trova da solo a muoversi liberamente sull'accompagnamento di contrabbasso e batteria, il piano è in silenzio.

 Ma è dopo il solo di Rouse, seppur sempre meritevole, che inizia qualcosa che ad ogni ascolto non finisce mai di stupirmi.

 Monk riprende il tema (3:20), lo espone di nuovo con qualche piccola variazione accordale ma rimanendovi piuttosto fedele. Inizia poi ad inserire una variazione dopo l’altra sempre nel suo stile spigoloso e swingante. Le idee si inanellano inesorabili ma riportano sempre a frammenti di tema, miracolosamente, senza forzature: ora anticipati, ora modificati ritmicamente, ora inghiottiti in cluster dissonanti.

 Dopo tre minuti di arpeggi, accordi, note ribattute, riff poliritmici e variazioni di un tema estremamente essenziale dal punto di vista melodico e armonico, a 6:00 l’assolo di pianoforte potrebbe tranquillamente essere finito.

 Ma ecco l’idea! La nota grave finale del tema, spostata.

 Il piano che risuona nel registro grave e attende, gioca, salta fuori all'improvviso come raccontava Mingus del modo di suonare di Monk.

 Poi aspetta ancora.

 Non molla quell’idea, no. Aspetta ancora.

 Si inventerà qualcosa d’altro, forse.

 No, ancora quella nota grave.

 Poi silenzio.

Solo una nota acutissima a raddoppiare il basso arricchisce il timbro ma non cambia il gioco: attesa-agguato.

 Ancora.

Ogni silenzio è un brivido, l’eccitazione cresce. Fino a quando?

 A 7:54 finisce con una nota ben marcata e il contrabbasso lasciato da solo a terminare il giro. Assolo di batteria, esposizione finale, fine.

 In quei due minuti Monk ci tiene con le orecchie tese ad ascoltare lui che non suona e ad aspettare. Un’attesa inebriante e piena di desiderio. Con una nota. Ripetuta. E un sacco di silenzio vibrante attorno.
   
 In una conferenza a Vienna negli anni ’30 Anton Webern parlava di coerenza e ripetizione per la comprensibilità di un discorso musicale: «... da questo semplice fenomeno, da questa idea di dire qualcosa due volte, più volte, il maggior numero di volte possibile, per farsi capire, si sono originate opere di grande valore artistico... ».

 Nella produzione monkiana ci sono molte cose che tornano, girate in un modo o nell’altro, montate e smontate, come se quasi fosse tutto una grande composizione. Basta osservare i temi o ascoltarlo autocitarsi con un tema in un solo di un pezzo diverso. Questa è la coerenza più radicale!

 Ora io non so se ho capito il discorso di Monk, che di coerenza e ripetizione ha fatto consapevolmente o no un caposaldo di tutta la sua carriera e della sua opera. Quello che so è che ogni volta che lo ascolto mi sento un po’ più felice.

 «Con le dita adesso… le metti lì sui tasti, sbatti e viene fuori la musica che va nelle orecchie alla gente».      Mago Forrest
 Jackie-ing (Monk), da «Thelonious Monk - April In Paris», Bandstand (J) TKCB-30143. Charlie Rouse, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Larry Gales, contrabbasso; Ben Riley, batteria. Registrato il 23 maggio 1965.

lunedì 18 aprile 2016

Misterioso – Duke Ellington’s Sound Of Love (Paul Motian)

 Sì, tutto sommato questi tre sono plausibili monkiani – mi riferisco a una conversazione che va avanti da anni su questi schermi, in particolare fra me e il Lancianese, su quanti, fra i molti che suonano le composizioni di Thelonious Monk, lo facciano con buona cognizione di causa. Direi che in particolare Bill Frisell abbia lo stigma del monkiano, senti come la sua improvvisazione stia sempre accosta al tema. Su Joe Lovano non metterei la mano sul fuoco temendo di bruciarmela, anche se naturalmente suona molto bene.

 Paul Motian, questa è una cosa che molti non sanno, sul finire degli anni Cinquanta fu davvero monkiano, per una breve scrittura: e con lui c’era Scott LaFaro, insomma la ritmica del trio più celebrato di Bill Evans. Monk, a cui non piaceva quasi nessun batterista e, categoricamente, nessun bassista, fu entusiasta dei due giovanotti bianchi, e avrebbe voluto tenerseli e registrare con loro. Ma la Riverside, che aveva sotto contratto in quel momento e Monk e Bill Evans (appunto), aveva per LaFaro e Motian altri programmi, come si vide. Monk se ne ebbe molto a male.

 Duke Ellington’s etc è naturalmente la notissima composizione di Mingus che cita Lush Life (dovrebbe più precisamente intitolarsi Billy Strayhorn’s Sound Of Love).

Può darsi che per qualche misteriosa ragione i due file non si eseguano in streaming; ti invito in quel caso a farne il download, se vorrai sentirli.

 Misterioso (Monk),  da «Sound of Love», Winter & Winter 910 008-2. Joe Lovano, sax tenore; Bill Frisell, chitarra; Paul Motian, batteria. Registrato dal 3 al 10 giugno 1995.

 Duke Ellington’s Sound of Love (Mingus), id.

venerdì 11 dicembre 2015

Light Blue – Nutty (Thelonious Monk)

 Monk nel 1969 a Parigi con Rouse e il quartetto arronzato con due sconosciuti. Ma per due pezzi, Monk chiamò su Philly Joe Jones, che era fra il pubblico.

 Secondo Robin D. G. Kelley, autore di una ponderosa biografia di Monk, in quell’occasione «Jones aveva un aspetto terribile: macilento, privo degli incisivi, fragile». Fragile non si sarebbe proprio detto, a sentirlo in Nutty.

 Light Blue (Monk), da «Paris 1969», Blue Note 0602537460502. Charlie Rouse, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Nate Hygelund, contrabbasso; Paris Wright, batteria. Registrato il 15 dicembre 1969.

 Nutty (Monk), id. ma Philly Joe Jones al posto di Wright.

sabato 31 maggio 2014

Brilliant Corners – Consecutive Seconds (Thelonious Monk)

 È più curiosa che altro questa produzione hollywoodiana (nel vero senso: registrata a Hollywood) della Columbia che mette insieme per obiettivi commerciali piuttosto sconsigliati due musicisti con davvero poco da dirsi come Monk e Oliver Nelson.

 Nelson scrive bene e ci mancherebbe altro, parliamo pur sempre del compositore di un capolavoro come «The Blues and the Abstract Truth», ma equalizza e normalizza senza pietà la musica di Monk in Brilliant Corners, semplificando la melodia e aggiungendo una battuta al bridge, originariamente di sette; e allestisce intorno al pianista un asettico ambiente orchestrale nell’anodina, anzi stupida canzone Consecutive Seconds, incredibilmente composta da Teo Macero, produttore della seduta.

 Monk – privato anche del suo batterista Ben Riley, che non sapeva leggere le parti di batteria scritte da Nelson dalla prima all’ultima nota – si trova ridotto a featured soloist ma ce la mette comunque tutta, suonando benissimo e riuscendo così a conferire un qualche senso al disco.

 Brilliant Corners (Monk) da «Monk’s Blues», Columbia/Legacy CK 53581. Thelonious Monk, piano, con orchestra arrangiata e diretta da Oliver Nelson: Bobby Bryant, Conte Candoli, Freddie Hill, tromba; Lou Blackburn, Bob Bralinger, Billy Byers, Mike Wimberley, trombone; Ernie Small, sax baritono;  Gene Cipriano, Buddy Collette, Tom Scott, ance; Howard Roberts, chitarra; Larry Gales, contrabbasso; John Guerin, batteria. Registrato il 20 novembre 1968.



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 Consecutive Seconds (Macero), id.



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martedì 30 luglio 2013

Epistrophy (Thelonious Monk)

 Thelonious Monk e compagni erano in stato di esaltazione in quella primavera del 1963. Sostenuti dall’entusiasmo del pubblico giapponese, diedero fra le altre cose questa versione del tema-sigla di Monk, sconvolgente per concentrazione e intensità. Frankie Dunlop si conferma uno dei migliori batteristi ad aver mai suonato con Monk.

 Epistrophy (Monk-Clarke), da «Monk In Tokyo», Columbia/Legacy 63538. Charlie Rouse, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Butch Warren, contrabbasso; Frankie Dunlop, batteria. Registrato il 21 maggio 1963.



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sabato 19 gennaio 2013

’Round Midnight (Eldar Djangirov) (Oscar Peterson)

 Attenzione tutti, robaccia in arrivo. Stavolta potete darne la colpa almeno in parte al direttore di Musica Jazz («con un grande potere viene una grande responsabilità»), che in un commento al post con Oscar Peterson, qui sotto, ci ha informati che
nei suoi fantastilioni di dischi [Peterson] non ha mai inciso ’Round Midnight se non in un’orrida versione easy listening con big band nei primi anni Sessanta,
 Queste parole di Luca Conti mi hanno suscitato una qualche vaga e nauseosa memoria che sulle prime non m’è riuscito di collocare. Ma finalmente sì: anni fa, recensendo proprio per MJ il disco d’esordio dell’allora fanciullo prodigio chirghiso Eldar Djangirov, scrivevo queste parole:
(…) ’Round Midnight e Ask Me Now soddisfano la curiosità di chi si sia mai domandato come Peterson avrebbe suonato Monk (e suggeriscono il perché non l’abbia mai fatto).
 Come si sentirà, sbagliavo in punto di fatto, ma non di diritto, giudica un po’ tu.

 ’Round Midnight (Monk), da «Eldar», Sony Classical SK 92593. Eldar Djangirov, piano; John Patitucci, contrabbasso; Todd Strait, batteria. Registrato nell’aprile 2004.



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AGGIORNAMENTO Nella notte il Lancianese ha messo mano al suo cassetto degli orrori e mi ha mandato la versione Peterson-Riddle di ’Round Midnight, che si direbbe ’Round Midnight in Las Vegas. L’eccessiva compressione del file fa sì che Peterson sembri suonare un clavicordo, il che aggiunge al vituperio.

 ’Round Midnight, da «Oscar Peterson & Nelson Riddle», Verve. Oscar Peterson, piano; Ray Brown, contrabbasso; Ed Thigpen, batteria, con orchestra arrangiata e diretta da Nelson Riddle. Registrato nel 1963.



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mercoledì 19 dicembre 2012

Evidence - We See (Thelonious Monk)

 Monk «contiene moltitudini», come tutti i veri artisti, ma senz’altro la direttrice principale della sua poetica delinea un’angoscia ineffabile e fredda, un senso di dislocazione. È tanto più per questo che colpiscono e commuovono i suoi momenti di serenità e di apparentemente inadulterato buonumore. Uno lo abbiamo incontrato pochi giorni fa, un altro è in questa luminosa seduta in assolo registrata quasi casualmente a Parigi nel 1954, a conclusione della sua prima e piuttosto avventurosa - e tutto considerato tutt’altro che lieta –  traversata atlantica in occasione del Salon du Jazz di quell’anno.

 Qui Monk esegue Evidence, forse la sua composizione più caratteristica e una delle più geniali, che in assolo assume dei caratteri insospettati, e poi la più distesa Wee See (nota altrove come Portrait of an Ermite).

 Evidence (Monk), da «Piano Solo», Vogue/BMG France 74321409362. Thelonious Monk, piano. Registrato il 7 giugno 1954.



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 We See (Monk), id.



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mercoledì 12 dicembre 2012

Evidence I, II (Thelonious Monk)

 Provo una piccola gelosia per chi, come Il Many, stia cominciando ora ad ascoltare con impegno Thelonious Monk e si trovi davanti, tutta nuova, così tanta musica affascinante.

 Qui oggi senti un super-classico monkiano, Evidence, composizione ritmicamente disallineata che si basa alla lontana su Just You, Just Me. Classiche sono anche le due esecuzioni: la prima, e lievemente meno nota, è del 1963, quando il quartetto aveva alla batteria il magnifico Frankie Dunlop, ed è live al Village Gate. La seconda, del 1958, è anch’essa dal vivo, al Five Spot. Al sax tenore stavolta c’è Johnny Griffin.

 Esecuzioni avvincenti entrambe e molto diverse fra loro. Nella prima, come in tutta quella serata, Monk vi appare di un umore – musicale almeno – insolitamente sereno, evidente negli accompagnamenti più, diciamo, «accomodanti» del solito e nella maniera ritmica dei sobri assoli, che comunicano quasi una letizia infantile. Rouse è in grande serata, ispirato e sicuro anche quando Monk, come soleva, lo lascia solo con la ritmica per diversi chorus.

 Evidence (Monk), da «Live At the Village Gate 1963», Prevue 9. Charlie Rouse, sax tenore; Thelonious Monk, piano; John Ore, contrabbasso; Frankie Dunlop, batteria. Registrato il 12 novembre 1963.



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 Nel ’58 al Five Spot Griffin è eloquente e fantasioso ed esegue con la precisione a lui propria il difficile contorno ritmico del tema di Monk. È favorito rispetto a Rouse da una ripresa di suono assai migliore; tuttavia, pur essendo stato Griffin un monkiano classico, devo dire che in questo ruolo la superiorità di Rouse mi appare incontestabile: per agio, interazione con il pianista, capacità di integrare nell’improvvisazione i tratti salienti della composizione, concentrazione del discorso.

 Evidence, da «Thelonious Monk In Action», [Riverside] OJC 0600753270684. Johnny Griffin, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Ahmed-Abdul Malik, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato nell’agosto 1958.



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venerdì 3 agosto 2012

Reflections (Sonnny Rolins & Thelonious Monk)

 Uscito fuor dal pelago procelloso delle teorie della ricezione con Sun Ra, faccio vela alla riva sicura dei valori incontrovertibili: Sonny Rollins suona Reflections di Monk (una delle sue composizioni meno eseguite) accompagnato da Monk stesso, nel 1957.

 I due, anzi, i quattro – Blakey è il quintessenziale batterista monkiano – levitano sul tempo tagliato scandito da Paul Chambers come su una nuvola di swing.

 Reflections (Monk), da «Sonny Rollins Vol. 2», Blue Note 7243 4 97809 2 7. Sonny Rollins, sax tenore; Thelonious Monk,  piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 14 aprile 1957.



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venerdì 20 aprile 2012

Round Midnight (Giants of Jazz)

  Il tour del 1971 di questa all stars band dei primi anni Settanta fu trionfale, e un trionfo nel trionfo fu quello di Monk, dei cinque sempre il più applaudito. In quei giorni, come testimoniano tutti i presenti alle esibizioni, Monk suonò come un ossesso, con un’estroversione e una continuià del discorso rari nei suoi ultimi anni: e ciò malgrado un pessimo stato di salute, che in quei giorni l’aveva reso poco meno che catatonico.

  Round Midnight (Monk), da «Giants of Jazz in Berlin ’71», Emarcy 834 567-2. Dizzy Gillespie, tromba; Sonny Stitt, sax alto; Thelonious Monk, piano; Al McKibbon, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 5 novembre 1971.

 

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