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venerdì 22 aprile 2022

[Guest post #75] Alberto Arienti Orsenigo & Stan Getz

 Per sentire la bossa nova qui sopra bisogna di solito che abbia voglia di parlarne qualcuno che non sono io. Cedo con piacere la ripresa delle trasmissioni, dopo qualche mese di silenzio, ad Alberto Arienti Orsenigo, un classico contributore di Jazz nel pomeriggio e non spregevole cantate di bossa nova lui stesso.

 

PERCHÉ MI PIACE TANTO LA BOSSA NOVA SUONATA DA STAN GETZ 

 Visto che voglio giocare pulito, sgombriamo il campo dai giri di parole: mi piace la musica brasiliana  in generale, per cui una piccola spiegazione del titolo sta già in questa affermazione.

 Resta da spiegare il motivo per cui mi piaccia in particolare quella suonata da Stan Getz.

 Ah, dimenticavo ancora di dire che Getz è uno dei miei saxofonisti preferiti, quindi un altro piccolo tassello è stato aggiunto.

 L’elenco di musicisti, brasiliani e non, che hanno suonato la bossa è lunghissimo ed è discretamente lungo anche l’elenco di quelli che non capendone lo spirito, hanno fatto solo dell’elegantissimo arredamento musicale, magari con tanti virtuosismi.

 Secondo il mio modesto e unilaterale giudizio, l’americano che l'ha suonata meglio è stato Bud Shank, sia perché il sax alto sembra più adatto a integrarsi con le deboli sonorità acustiche dei gruppi brasiliani, sia per le doti di leggerezza e fluidità mai degradate in omogeneizzazione dello stile. Io però preferisco Stan Getz ma solo in versione piccolo gruppo; la sua bossa orchestrale, nonostante gli ottimi arrangiamenti di Gary McFarland, è troppo yankee.

 Invece, nei piccoli gruppi, Getz entra col suo tenore che soffia un po’ senza arrivare ai sospiri di Webster e sembra un grosso orso in una cristalleria. Ma un orso un po’ di mondo, che sa come evitare vetrinette piene di oggetti trasparenti e delicati. Ecco: lui in mezzo a questo dedalo di trappole lussuose, si muove felpato con la sua sonorità piena ma non invadente e se qualche volta urta sbadatamente un mobiletto, lo fa in modo così delicato che gli oggetti sembrano tintinnare come percussione supplementare al tema che si sta suonando, ma non cadono a terra frantumandosi in un finale assolutamente inappropriato. 

 Ovviamente siamo in un attico di Rio con vista mare e cachaça fredda in quantità, frutta esotica peggio di un cappello di Carmen Miranda e strepitose ragazze in tanga che si muovono davanti a te seduto ad altezza lato B.

 Certo, ci sono anche parti cantate, di solito dai Gilberto, lui che sembra complottare a bassa voce ed ha un senso del ritmo tutto suo con anticipi a ritardi che ti pare di stare in stazione, e lei che è bellissima e che quindi le concedi tutto, anche di cantare.

 Pensate che tutto questo avveniva mentre Coltrane faticosamente stava costruendo il suo monumento e il free jazz si stava allargando come una macchia d’olio, in un paese pieno di fermenti sociali pronti a scoppiare. Ed anche in Brasile stavano preparando tempi duri…

 Eppure, nonostante tutto questo, la cosa funzionava alla grande, anche perché Stan, da ospite, sapeva che non doveva strafare, allargarsi troppo in riff da bopper o allungare troppo la sua parte come avrebbero fatto in tanti nel giro di pochi anni.

 Nello specifico, il disco «Getz/Gilberto» è famosissimo e carico di onorificenze: 

 L’album rimane 96 settimane nella classifica di Billboard e raggiunge la posizione n° 2 preceduto solo dai Beatles. Il singolo The Girl From Ipanema arriva al 5° posto della classifica a metà del 1964

  Il disco vince vari Grammy Award nel 1965 (premi per le produzioni del 1964):

 - miglior album dell’anno (João Gilberto, Stan Getz);

 - migliore esecuzione jazz per piccoli gruppi (Stan Getz);

 - migliore registrazione non classica (Phil Ramone).

 - Il singolo The Girl From Ipanema  come disco dell’anno (Astrud Gilberto, Stan Getz).

 La mia scelta, escludendo in partenza i sovraesposti The Girl From Ipanema, DesafinadoCorcovado, non ha motivazioni particolari, se non la bellezza delle composizioni di Jobim e De Moraes, vista l’alta resa artistica di tutta la registrazione: O Grande Amor è una bellissima melodia raccontata benissimo da João e con un Getz essenzialmente poetico; So Danço Samba è un tema veloce, allegro che stimola Stan a far musica danzante, non esplosiva come la versione di Elza Soares, ma più elegante.

 O Grande Amor (De Moraes-Jobim), da «Getz/Gilberto», Verve. Stan Getz, sax tenore; João Gilberto, chitarra, canto; Antônio Carlos Jobim, piano; Sebastião Neto, contrabbasso; Milton Banana, batteria. Registrato il 18 marzo e 19 marzo 1963.

 So Danço Samba (De Moraes-Jobim), id.

lunedì 20 gennaio 2020

Her – Night Rider – A Summer Afternoon (Stan Getz & Eddie Sauter)


 I dischi with strings sono un argomento su cui i jazzomani non si sono ancora stancati di litigare. C’è chi reclama per questo sottogenere il quarto di nobiltà dell’averlo praticato di buona voglia Charlie Parker, che in quella cornice lasciò alcuni dei suoi assoli più belli (Just Friends); chi ricorda invece esiti meno qualificati, prossimi a quella che una volta si chiamava la musica «ritmo-sinfonica» o da ascensori, e poi chi, emunctae naris, fiuta dietro l’angolo la third stream.

 Boh. Verrebbe spontaneo l’impraticabile suggerimento di giudicare caso per caso. Il caso in esame è quello di Stan Getz con archi arrangiati da Eddie Sauter. L’impresa, del 1961, si distingue da tutte le altre perché Getz vi si trovò a improvvisare su sette composizioni di Sauter scritte sì con l’idea di Getz solista, ma complete in sé, eseguibili autonomamente; le partiture, cioè, non prevedono «slot» per il solista, com’è la prassi in questi casi. Getz improvvisa – e lo fa con fantasia e genio: rare volte su disco ha suonato meglio – sopra le composizioni di Sauter, scritte, ha dichiarato il compositore, «come per un quartetto d’archi, con spazio per potersi muovere».

 L’esperimento va senz’altro noverato fra i migliori risultati with strings e a me piace, anche se non mi pare sinceramente che le composizioni di Sauter, ben funzionali all’assunto, siano eccelse, espresse come sono in una scrittura molto vicina alla coeva musica per il cinema e prive di grandi idee tematiche o formali. Forniscono tuttavia spunto e ambiente adeguato agli assoli di Getz, davvero sontuosi.

 Her è esemplato piuttosto esplicitamente sul primo movimento del Concerto in Fa di Gershwin.

 Her (Sauter), da «Focus», Verve 821 982-2. Stan Getz, sax tenore; John Neves, contrabbasso; Roy Haynes, batteria; orchestra d’archi diretta da Hershy Kay. Registrato nel 1961.

 Night Rider (Sauter), id.

 A Summer Afternoon (Sauter), id.

mercoledì 3 maggio 2017

Provocations (Stan Getz & Clarke-Boland Big Band)

 Ah però! Quando un compositore-arrangiatore poteva disporre come solista di Stan Getz, a quanto pare irresistibile veniva la tentazione di gettarlo in un girone di sonorità allarmanti e di armonie ispide. L’aveva fatto nel 1961 Eddie Sauter («Focus») e l’hanno fatto fa qui con meno pretese, dieci anni dopo, Francy Boland e la sua favolosa band co-diretta con Kenny Clarke, quella delle due batterie. Il titolo del pezzo parla chiaro.

 Getz non batte ciglio. Manco male che, giusto a metà, l’armata ingrana la marcia funky (era il 1971, dopotutto) che a Getz va a genio, perché consuona con i suoi umori musicali del periodo. Peccato per l’estesa coda bitonale (come minimo) che non evita il temuto, da me, effetto Kenton.

 Provocations (Boland), da «Change of Scenes», Verve 2304 034. Stan Getz con la Kenny Clarke-Francy Boland Big Band: Benny Bailey, Art Farmer, Rick Kiefer, Manfred Schoof, Ack Van Rooyen; tromba;  Erik Van Lier, Albert Mangelsdorff, Ake Persson, trombone; Herb Geller, sax alto; Ronnie Scott, Stan Sulzmann, sax tenore; Tony Coe, clarinetto; Sahib Shihab, sax baritono; Francy Boland, piano, arrangiamento; Jean Warland, basso elettrico; Kenny Clare, Kenny Clarke, batteria; Tony Inzalaco, percussioni. Registrato il 14 giugno 1971.

domenica 2 aprile 2017

Cherokee – Jumpin’ At The Woodside (Lionel Hampton & Stan Getz)

 Questi due strange bedfellows, in realtà benissimo assortiti, vengono sostenuti da una quintessenziale sezione ritmica West Coast; il disco fu registrato a Los Angeles all’apogeo di quel periodo del jazz, già verso il declino, ma il West Coast jazz qui non c’entra niente.

 Lou Levy è un mio pallino, un pianista sempre estroso che in Cherokee, per qualche secondo dal minuto 5:30, si permette perfino di svicolare dalla riverita progressione. Per il resto del disco fa un po’ l’Oscar Peterson, e dato il genere di seduta e il fatto che si tratta di una produzione di Norman Granz è effettivamente strano che al piano non sedesse proprio Oscar.

 Sempre in Cherokee, da 7:40, Hampton e Getz sono in assolo simultaneo quando Getz piazza quattro battute di contrattempi con effetto di swing bruciante.

 Cherokee (Noble), da «Hamp & Getz», Verve 831 672-2. Stan Getz, sax tenore; Lionel Hampton, vibrafono; Lou Levy, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Shelly Manne, batteria. Registrato il primo agosto 1955.

 Jumpin’ At The Woodside (Basie), id.

giovedì 26 novembre 2015

Blue Bells (Stan Getz & Tony Fruscella)

 Questa seduta ha un certo whiff californiano nel tema disossato e negli accenni di contrappunto, benché abbia avuto luogo a New York. Il pianista John Williams è colui che anni dopo si sarebbe illustrato componendo clamorose fanfare di ottoni per molti blockbuster di Hollywood.

 Blue Bells (Sunkel), da «The 1954 Unissued Atlantic Sessions», Fresh Sound FSR-CD 660. Tony Fruscella, tromba; Stan Getz, sax tenore; John Williams, piano; Bill Anthony, contrabbasso; Frank Isola, batteria. Registrato il 31 gennaio 1955.

domenica 15 novembre 2015

Long Island Sound (Stan Getz)

 Si tratta della versione getziana di Zing! Went The String Of My Heart, eseguita alla Carnegie Hall durante le festività natalizie del 1949 in un concerto organizzato da Leonard Feather, «Stars Of Modern Jazz».

 Long Island Sound (Getz), da «Stars Of Modern Jazz Concert At Carnegie Hall, Christmas, 1949», IAIRC 20. Stan Getz, sax tenore; Kai Winding, trombone;  Al Haig, piano; Tommy Potter, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato nel dicembre 1949.

mercoledì 14 gennaio 2015

Time After Time (Stan Getz)

 Stan Getz, ricordo di aver sentito dire da Gianni Basso, «non è il più grande dei saxofonisti, ma è il più perfetto». Si vuole poi che Coltrane abbia detto: «noi saxofonisti vorremmo tutti suonare come Stan Getz». L’assolo di Getz in Time After Time è davvero prossimo alla perfezione, nel suo ambito e nel suo stile, a cominciare dall’esposizione espressiva e musicalissima del tema; l’improvvisazione, se la trascrivessimo e ne tracciassimo poi un diagramma, mostrerebbe un succedersi di picchi e avallamenti armonioso ed equilibrato già  all’occhio, e una texture che alterna in modo sorprendente eppure logico passaggi filanti e picchi resi più aspri da poche blue note e da un ispessirsi della sonorità.

 Il trio ritmico, qui e in tutto il disco, va come un sogno.

 Time After Time (Styne-Cahn), da «Award Winner», Verve 543 320-2. Stan Getz, sax tenore; Lou Levy, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Stan Levey, batteria. Registrato il 2 luglio 1957.



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mercoledì 27 agosto 2014

Lush Life – Day Waves (Stan Getz)

 Per provvedere un netto contrasto a Booker Ervin, il protervo trooper del sax sentito ieri, ecco Stan Getz in due pezzi del discusso disco uscito nel 1974 (fu anche il suo che vendette di più). Disse una volta John Coltrane, o almeno si tramanda che abbia detto: se potessimo scegliere, [noi saxofonisti tenori] suoneremmo tutti come Stan Getz.

 Il quartetto funziona come è lecito aspettarsi, ma senti che meraviglia Tony Williams. A me questo batterista mi lascia sempre a bocca aperta.

 Lush Life (Strayhorn), da «Captain Marvel», Columbia COL468412. Stan Getz, sax tenore; Chick Corea, piano; Stanley Clarke, contrabbasso; Tony Williams, batteria; Airto Moreira, percussioni. Registrato il 3 marzo 1972.



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 Day Waves (Corea), id.



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martedì 15 ottobre 2013

[Guest post #41] Sergio Pasquandrea & Stan Getz

 Meno male che c’è Sergio Pasquandrea a ricordarsi del guest post. Qui ha trovato un quartetto di Stan Getz in cui Steve Kuhn e Scott LaFaro, freschi rispettivamente di Coltrane e di Coleman, cercano di effettuare un dirottamento.

 Ho fatto un rapido e approssimativo calcolo. Se dovessi riascoltare, una sola e unica volta, tutti i cd, gli LP e le musicassette che ho in casa (lasciamo perdere, per carità, i giga- o tera-byte di materiale immagazzinato negli hard-disk), e se dovessi dedicare a questa nobile attività un paio d’ore quotidiane, comprese domeniche e feste comandate (per realismo, non posso ipotizzare di più), terminerei il lavoro tra un quarto di secolo circa, ad essere ottimisti.

 Se consideriamo anche che, per diletto o per mestiere, ascolto ogni anno qualche centinaio di nuovi titoli, si pone il problema di ottimizzare il tempo a disposizione, che per inaggirabili limiti della natura umana non è infinito.

 Tutto questo discorso per dire che, ultimamente, sto ripescando vecchi dischi, sepolti da anni sugli scaffali. Uno è questa raccolta di live getziani, che conserva ancora la pecetta con il prezzo in vecchie lire (14900). Premesso che non ricordo di aver mai ascoltato, da parte di Stan Getz, una singola esecuzione men che eccellente, la mia traccia preferita, nonostante una ripresa sonora tutt’altro che ottimale, è questa Airegin, eseguita con una formazione di fuoriclasse e registrata al festival di Newport nel 1961. L’esprit du temps si avverte in una certa tendenza all'astrazione, persino in Getz.

 Buon ascolto a tutti.

 Airegin (Rollins), da «The Golden Years 1958-1961. Volume Two»,  Moon Records MCD040-2. Stan Getz, sax tenore; Steve Kuhn, pianoforte; Scott LaFaro, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato nel 1961.



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sabato 6 ottobre 2012

Spring Can Really Hang You Up The Most - Confirmation - ’Round Midnight (Albert Dailey & Stan Getz)

 Pensando a insigni pianisti accompagnatori, torno una volta di più a ricordare Albert Dailey (1939-1984), che già hai sentito qui associato a molti artisti famosi e che con ancora di più ha suonato, fra l’altro facendo per alcuni anni l’accompagnatore di Ella Fitzgerald.

 Questo di duetti con Stan Getz, inciso l’anno prima di morire, è forse il disco più famoso in cui Albert appaia. È in grandissima forma, tanto da oscurare la prestazione di Getz. Il programma è interessante in quando le ballad vi sono presenti ma non prevaricano, come di solito è il caso in simile formazione. Io infatti oggi te ne faccio sentire una, ma seguita da un classico uptempo del bebop. ’Round Midnight è un assolo di piano.

 Dailey aveva una solida formazione classica, non solo come strumentista, e aveva una tecnica e un intuito armonico sensazionali. Per conoscerlo meglio  puoi ascoltare questo programma radiofonico della NPR, sempre del 1983, una nella famosa serie di interviste ai colleghi della pianista Marian McPartland. Albert parla e racconta cose interessanti e insolite sulla sua formazione; ma soprattutto suona molto il pianoforte e lo fa splendidamente, come sempre.

 Spring Can Really Hang You Up The Most (Wolfe-Landesman), da «Poetry», [Elektra Musician] Blue Note 7 24352 86712 7. Stan Getz, sax tenore; Albert Dailey, piano. Registrato il 12 gennaio 1983.



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Confirmation (Parker), id.



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’Round Midnight (Monk), id. Dailey solo.



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lunedì 18 giugno 2012

Fascinatin’ Rhythm (Stan Getz)

 Inciso a Los Angeles nel 1953, questo disco di Stan Getz potrebbe a buon titolo ascriversi alla breve e a suo modo fervida stagione del West Coast jazz. Tuttavia lo stile di Getz ha una edge, uno spirito asciutto che californiano e losangelino non è, e lo stesso direi di Bob Brookmeyer.

 Il pianista è proprio quel John Williams illustratosi in seguito con le colonne sonore per il cinema, in particolare di molti film di Steven Spielberg (musiche che io trovo piuttosto bolse, per inciso) e che da giovane ebbe qualche anno di attività jazzistica intensa e qualificata. Qui Williams mostra di aver ascoltato attentamente quanto un paio d’anni prima con Getz aveva fatto Horace Silver, soprattutto nel fitto accompagnamento.

 Fascinatin’ Rhythm (Gershwin), da «Interpretations by the Stan Getz Quintet #1», [Norgran] Poll Winners PWR 27280. Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Stan Getz, sax tenore; John Williams, piano; Teddy Kotick, contrabbasso; Frank Isola, batteria. Registrato il 27 luglio 1953.



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martedì 7 febbraio 2012

Captain Marvel (Stan Getz)

  Dopo Rollins, due giorni fa, anche oggi ti porto a sentire che cosa combinava un famoso tenorista nei primi anni Settanta, quando molti jazzisti che avevano compiuto i quaranta parevano non saper bene dove sbattere il capo.

  Nel 1971 Stan Getz, che tornava da due anni di sabbatico in Spagna, commissionò un nuovo book a Chick Corea, che assunse poi nel suo quartetto che comprendeva un terzo grande, Tony Williams alla batteria (il bassista, invece, era Stanley Clarke). Ne venne fuori questo disco, che molti considerarono e considerano una pacchianata ma che fu il maggior successo discografico mai conosciuto da «the Sound».

  Captain Marvel (Corea), da «Captain Marvel», Columbia COL468412. Stan Getz, sax tenore; Chick Corea, piano; Stanley Clarke, contrabbasso; Tony Williams, batteria; Airto Moreira, percussioni. Registrato il 3 marzo 1972.



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sabato 31 luglio 2010

Penny, Split Kick, Potter’s Luck (Horace Silver - Stan Getz)

  Nel 1950 Horace Silver suonò al Sundown Club di Hartford, Connecticut, in un gruppo guidato da Harold Holdt. In quell’occasione lo ascoltò Stan Getz, che subito lo assunse per un ingaggio in quel medesimo locale, in un quartetto completato da Joe Calloway al contrabbasso e da Walter Bolden alla batteria. Di questa giovane sezione ritmica Getz rimase tanto soddisfatto da portarsela a New York.
  Silver entrò in sala d’incisione con il gruppo di Getz in tre occasioni, registrando un totale di quindici pezzi con due formazioni diverse: una serie magnifica, «che inanella in modo indimenticabile pezzi agili ed eleganti come gazzelle» (Gary Giddins). La seconda e la terza seduta comprendono anche le prime composizioni registrate di Silver: Penny e Split Kick nella seconda e Potter’s Luck nella terza.

  A questo punto aurorale della carriera, Silver, che aveva cominciato a scrivere a quattordici anni, disponeva già di una piccola scorta di composizioni che ne mettevano in luce la vena melodica. Nei dischi con Getz il ventiduenne pianista dimostra di avere già sotto le dita gli ingredienti principali del suo stile, che contrasta benissimo con quello del leader e che fece subito colpo: essenzialmente un accompagnamento fitto e interattivo, che tende a coprire tutti i movimenti della battuta; un embrionale call and response fra le due mani; una passione quasi inordinata per le citazioni. In Penny si sente per la prima volta il suo molto caratteristico «bugle call». La scrittura di Silver mostra già un interesse insolito verso la forma, nel segno della varietà: Potter’s Luck ha una struttura di quarantaquattro battute (AABA, 12+12+8+12) con bridge di otto e la frase A che s’interrompe in sincope sull’undicesima battuta, lasciando alla successiva un break di batteria.

  Penny (Silver), da «Stan Getz - The Sound», Properbox 52. Stan Getz, sax tenore; Horace Silver, piano; Joe Calloway, contrabbasso; Walter Bolden, batteria. Registrato il primo marzo 1951.




  Split Kick (Silver), ib.




  Potter’s Luck (Silver), ib. Stan Getz, sax tenore; Horace Silver, piano; Jimmy Raney, chitarra; Leonard Gaskin, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato il 15 agosto 1951.