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lunedì 13 marzo 2017

[Guest post #68] Isa Mei & John Carter

 Era da mesi, forse da un anno, che avevo l’intenzione di proporti uno o due pezzi di questo disco di John Carter; e rimandavo.

 Mi toglie dalle more la
Isa Mei (esordiente nel guest post ma scrittrice di jazz navigata) con questa ricognizione del disco intero, scritta con la vivacità di dettaglio che ritrovo nelle sue bellissime incisioni.


«Non sono mai stato in Africa. Amerei andarci per qualche settimana, unirmi ai musicisti locali, forse registrare un disco e fare concerti con loro. È qualcosa che dovrei fare presto».

                                                         (John Carter in un’intervista a Norman Weinstein, 1989)

 Il disco che ti propongo di John Carter (1929-1991), clarinettista, saxofonista, flautista e compositore americano, appartiene alla produzione tra gli anni ’82-’89, un ciclo di cinque dischi in cui Carter sintetizza la storia della musica afroamericana con elementi storici e antropologici di grande impegno e bellezza e a cui ha dato titolo complessivo Roots and Folklore: Episodes in the Development of American Folk Music. I dischi sono  «Dauwhe» (1982), «Castles of Ghana» (1986), «Dance of the Love Ghosts» (1987), «Fields» (1988), «Shadows on a Wall» (1989). La musica è  una miscellanea  tra blues, swing, avanguardia, minimalismo e marce dixie  che convivono intessendosi l’uno nell’altro sapientemente.

 
Il titolo di quest’album, «Castles of Ghana», richiama  le celle, prive di luce e aria, nelle quali gli schiavi venivano ammassati prima di venire deportati. Sofferenza e morte sono interpretati con una tale forza musicale dove i potenti fiati (e sono molti) pare che urlino, insieme alle linee struggenti del violino (Terri Jenoure), al walking e all’improvvisazione del contrabbasso (Richard Davis),  alle percussioni incessanti di Cyrille e alle voci di tutti. Ma suonano anche la dignità e l’orgoglio di una popolazione distrutta dalla barbarie degli uomini bianchi. «Ci sono proiezioni in musica di quelle forti emozioni che devono aver attanagliato tutti coloro che furono coinvolti in questo dramma» (Carter, dalle note di copertina).

 Riporto alcune righe da Jazz e Africa di Luigi Onori: «John Coltrane e John Carter non sono mai stati in Africa: la terra madre della loro gente non li vide sbarcare in nessuno dei suoi luoghi, suonare per nessuno dei suoi popoli. Destino beffardo, venato di crudeltà, perché il sassofonista e il clarinettista americani seppero cantare  l’Africa in modo alto, a tratti sublime: (…) [Carter] ritessendo in pannelli multicolori i fili di una storia rimossa, dalla dea africana della felicità Dauwhe sino allo spappolamento sociale nei ghetti urbani, in piena epoca reaganiana». Ci viene in mente il premiato Moonlight, film di  Barry Jenkins, che tratta quest’ultimo argomento con sapientissimo piglio cinematografico: generazioni nere ridotte allo sfascio, al degrado assoluto.

 Cresciuto in Texas a Fort Worth (la stessa città di Ornette Coleman, Dewey Redman, Charles Moffett, Bobby Bradford, questi presente nel disco), esponente dell’avanguardia jazz e cultore della musica contemporanea, Carter ci fa vivere la disperazione di quegli uomini privati della libertà e schiacciati nella dignità. Trombe e timpani all’unisono dischiudono il brano in Castles of Ghana, in un tema lunghissimo su cui si innestano assoli, motivi jungle, in un crescendo continuo, in un collettivo che suona sempre più violentemente, tumultuosamente fino alla rottura, alla frammentazione dei motivi. Il silenzio, metafora della rassegnazione, della preghiera e del futuro incerto,  contrassegna il secondo brano, Evening Prayer, con frasi melodiche dilatate, voci lontane, balbettii: «ha la fissità di alcuni pezzi di Roscoe Mitchell e la verve paesaggistica del miglior Ellington» ( Luigi Onori).

 Capture evoca Threadgill, la concezione dell’ensemble creata dall’interazione  dei fiati nel sostrato armonico, il cui principio si trova nella voce corale d’insieme. In Threadgill emerge l’aspetto intellettuale, mentre nell’ottetto di Carter percepiamo pathos e motivi disordinati legati alle improvvisazioni del free jazz . Il fraseggio lungo braxtoniano e astratto del clarinetto caratterizza la parte centrale, mentre l’ultima è segnata dalla velocità delle note: le percussioni del virtuoso Cyrille, del contrabbassista Richard Davis che da prova di un senso acuto della pulsazione, della tromba che si intreccia vertiginosamente al clarinetto in una fuga forsennata, metafora della fuga dello schiavo e del gong che ne segna drammaticamente la cattura.

 Castles of Ghana (Carter), da «Castles of Ghana», Gramavision 18 8603-2. Bobby Bradford, cornetta; Baikida Carroll, tromba; Benny Powell, trombone; John Carter, clarinetto; Terry Jenoure, violino; Richard Davis, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria, percussioni. Registrato nel 1985.

 Capture (Carter), ib.

giovedì 8 settembre 2011

Sketches of Drunken Mary (Horace Tapscott)

  Fra i grandi oscuri o semioscuri del jazz i cui nomi gli appassionati spesso amano brandire siccome clave, Horace Tapscott non è forse il più oscuro ma sicuramente è uno dei più grandi. Qualcuno (ma non io) potrebbe dire lo stesso del clarinettista che qui lo affianca, John Carter.

  Non spreco parole: t’invito a lasciarti sopraffare dal beat ciclopico di questo quartetto.

  Sketches of Drunken Mary (Tapscott), da «The Dark Tree», hatOLOGY 2-540. John Carter, clarinetto; Horace Tapscott, piano; Cecil McBee, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria. Registrato nel dicembre 1989.



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