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mercoledì 4 marzo 2015

S II Examples (Roscoe Mitchell)

 Ti tengo sulla corda, ti pratico la doccia scozzese, vedi tu: dopo averti vellicato le orecchie e negli ultimi due giorni con soavità particolare, oggi te le impegno con oltre un quarto d’ora dell’imperturbabile Roscoe Mitchell, da solo alle prese con il sax soprano e con una scelta di note, ma non di suoni, ridottissima. Così Mitchell illustra questo pezzo: «Deriva da una serie di diteggiature alternative che ho escogitato per strumenti ad ancia; esse permettono all‘esecutore di emettere quarti e ottavi di tono, toni intermedî, la stessa nota con timbri diversi. (…). In questa registrazione ho tralasciato molte delle possibilità sonore, limitandomi a una certa area, soprattutto nel registro grave o medio (…)». Mitchell tiene poi a precisare come qui abbia adoperato un sax soprano curvo, dal registro inferiore più pieno e risonante.

 Di recente, come avrai fatto anche tu, ho ascoltato con un certo interesse (per quanto senza entusiasmo) la musica di Steve Lehman ma senza ben capire come Lehman vi avrebbe applicato i concetti dello «spettralismo», che la critica e lui stesso richiamano a proposito di quella musica. Mi pare invece che la nozione armonico-timbrica di spettro, nonché di microtono, si trovi indagata a suo modo, esplicitamente, in questo assolo del 1978.

 Rispetto alla musica di Lehman, questa può di certo qualificarsi di «jazz»solo indirettamente, se pure. È una questione alla quale io non annetto più l’importanza che solevo, o almeno che affronto con meno certezze, ma devo pur considerare che questo blog è intitolato al jazz (e di norma vi si attiene, anche piuttosto arcignamente). Tuttavia questa musica a me piace: non ha melodia cantabile, di certo non ha un ritmo coinvolgente, ma dispiega un’autentica «melodia di timbri» che è alla sua maniera incalzante.

 S II Examples (Mitchell), da «The Maze», Nessa n-14/15. Roscoe Mitchell, sax soprano curvo. Registrato il 17 agosto 1978.



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giovedì 29 settembre 2011

Sound 1 (Roscoe Mitchell)

  Da ultimo, o lettore implicito, son poche le soddisfazioni mi dai, come commentatore. Capisco che forse per te, come per me, settobre sia un momento transizionale dolente, perché le statistiche del sito mi dicono che non solo non commenti, ma ascolti anche poco o per niente le mie proposte. Forse sei stufo/a di jazz e ascolti solo Donizetti o Lady Gaga. Ma non importa davvero, perché le musiche resteranno lì dove sono, e altrettanto le mie spieghe, almeno finché Blogspot o DivShare non chiuderanno i battenti o non mi chiederanno dei soldi, che per quanto mi riguarda è la stessa cosa.

  Comunque, non so bene se contando sul tuo risveglio o sulla tua finale e acquiescente apatia, ti ammollo oggi uno dei pezzi più lunghi pubblicati finora su JnP e, direi senza incertezza, il più difficile. Questo disco, e in particolare Sound 1 che (forse) ascolterai, sono stati accostati per importanza storica a «Free Jazz» e ad «Ascension».
  Non siamo a quei livelli, ma ad alti livelli, però, sì: Roscoe Mitchell, musicista di talento e di intelligenza superiore al talento, si esprime qui già tutto intero, esplorando per primo – ma seguendo la generale premonizione del penultimo Coltrane, quello di «Expression» – territori testurali ancora impraticati dal jazz d’avanguardia, e fra questi un uso, che in seguito non ha lui stesso mai più eguagliato, del silenzio e della densità della musica in una cornice formale tenue in apparenza, ma in realtà molto leggibile ed efficace (lo seguì per quella strada, nel 1970, Marion Brown con «Afternoon of a Georgia Faun», che aveva fra gli altri Braxton, Corea, Cyrille ma che, a differenza di questo, è un disco che non ho mai capito. L’ho anche ascoltato poco, trovandolo noiosissimo).

  Storicamente, il disco è importante perché, nel 1966, è la prima pubblica dimostrazione in disco della poetica più avanzata uscita dalle elucubrazioni dell’AACM di Chicago; e perché è una specie di prova generale dell’Art Ensemble of Chicago, con in più il trombonista e violoncellista Lester Lashley, «Kalaparusha» Maurice McIntyre e il batterista Alvin Fielder; manca, alla prima formazione dell’AEOC, solo Joseph Jarman (Don Moye si sarebbe aggregato in seguito, a Parigi). Direi che il sestetto renda meglio che l’AEOC nella maggior parte dei suoi dischi, se posso esprimere la mia opinione di ascoltatore il quale, che Dio lo perdoni, non ha mai amato l’AEOC.

  Sound 1 (Mitchell), da «Sound», Delmark DE-408. Lester Bowie, tromba, flicorno; Lester Lashley, trombone, violoncello; Roscoe Mitchell, clarinetto, sax alto, flauto dolce, percussioni; Malachi Favors, contrabbasso; Alvin Fielder, batteria. Registrato il 10 agosto 1966.



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