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sabato 5 novembre 2016

[Extraxurricolare] Basquiat a Milano 2006, 2016

 Al MUDEC, Museo delle culture di Milano, sarà aperta fino a tutto febbraio venturo un’ampia mostra restrospettiva del pittore afroamericano Jean-Michel Basquiat. Al di là dell’interesse intrinseco, che mi pare più culturale che artistico, la mostra rileva a questo blog perché l’artista aveva rapporti stretti con il jazz, espliciti ed impliciti.

 Esattamente dieci anni fa la Triennale di Milano aveva dedicato a Basquiat una mostra analoga, tanto che la ripetizione un po’ mi sorprende; non so confrontarla con la presente perché questa ancora non l’ho vista né sono certo che ci andrò. All’epoca, su un altro blog che tenevo e che non c’è più, ne scrissi una breve nota in cui fra l’altro esprimevo un entusiasmo che non credo riproverei oggi. La riporto qui perché mi sembra comunque abbastanza centrata; l’avevo intitolata Jazz sbagliato alla mostra di Basquiat.

 Questa mattina [31 dicembre 2006] ho visitato la mostra retrospettiva del pittore statunitense Jean-Michel Basquiat alla Triennale di Milano, al parco Sempione (che, per inciso, si è giovato molto della recente ristrutturazione e di un più accurato mantenimento ed è ora il parco più piacevole di Milano. Sì, non ha certo una gran concorrenza…). Resterà aperta fino al 28 gennaio 2007.

    La mostra, a cura di Gianni Mercurio e intitolata The Jean-Michel Basquiat Show, completa un trittico che ha visto retrospettive accurate di Andy Warhol (due anni fa) e di Keith Haring (l’anno scorso). La mostra di Warhol compendiava bene un personaggio sfuggente; quella di Haring, per me che ne avevo un’idea vaga, era affascinante.

    Ma questa di Basquiat, afroamericano di Brooklyn con radici a Portorico e Haiti, mi ha addirittura entusiasmato. In questo blog mi impongo (me lo impone la pigrizia, anzi) di limitare l’off-topic, quindi sarò allo stretto proposito conciso: l’eredità africana-americana di Basquiat, a quasi vent’anni dalla sua morte  si mostra – ai miei occhi, almeno – incomparabilmente più ricca, feconda, profonda e articolata di quella del quasi coetaneo e sodale Keith Haring, bianco che più bianco non si può. Questo si deve a molte ragioni: prima, la differenza etnica, quindi culturale (eh sì); un’altra, più sottile, l’essere Basquiat pittore in un senso molto tradizionale, come Haring non è né ha mai voluto essere (e non ne faccio una questione di talento, perché non credo che Basquiat sia pittore di grande talento). Basquiat non è un artista pop: non usa, se non molto raramente e radicalmente trasfigurati, elementi dell’ambito pubblicitario, industriale, della televisione, del fumetto, della pop culture insomma (e quando questo avviene, in un paio di collaborazioni con Warhol, la sua caratteristica espressività si raffredda subito). I lavori modulari, ricercatamente formulari e riproducibili di Haring decorano e decoravano, lui ancora vivente,  servizi da tè, piastrelle, teli da spiaggia e magliette; è impensabile che questo accada mai con Basquiat, che forgia personalmente gli elementi linguistici del proprio universo espressivo, i quali non si trovano pre-dati in un repertorio visuale comune e non possono quindi essere tolti dal loro contesto e riusati; questo non leva niente al suo rapporto fortissimo con le immagini della realtà. In qualche modo, Haring (e Warhol prima di lui, per limitarci a quel milieu newyorkese) erano cronisti-saggisti integrati nel mondo e nei processi produttivi che descrivevano; Basquiat è un narratore, un romanziere le cui opere vivono di più livelli, ma, in quanto narratore, necessariamente un po’ – o molto – al di fuori: ed è anche questo un marchio della razza e qualcosa che ne rende il lavoro politico in una misura sconosciuta a Haring (o a Warhol).

    Vengo ora al punto di querela, di cui al titolo di questo post: Basquiat era un jazzofilo. Nelle sue dichiarazioni ricorrono  i nomi di Charlie Parker e di Louis Armstrong; cosa ben più importante, ricorrono nei suoi quadri i loro nomi, i titoli dei loro pezzi (di Armstrong soprattutto, e anche del classico bluesman Robert Johnson); Armstrong, stilizzato, compare raffigurato in due o tre occasioni.
    Ebbene, la colonna sonora della mostra (oggi chi rinuncia al multimedia?) si compone di Straight No Chaser e Milestones da «Milestones» di Miles Davis, Spiritual di Coltrane dal «Live At Village Vanguard» e da un Jimi Hendrix che non ho saputo identificare. Ora, sarebbe bastato leggere i titoli che Basquiat ha inscritto profusamente in tanti dei quadri presenti alla Triennale per comporre senza sforzo alcuno una colonna sonora appropriata. Quella del Jean-Michel Basquiat Show non si giustifica nemmeno per essere le musiche contemporanee all’attività del pittore, nato nel 1960: «Milestones» è del 1958, «Live At Village Vanguard» del 1961, Hendrix dei tardi anni Sessanta.

    Sono pedante? Non credo, perché la mostra è bella e ben curata sotto ogni altro aspetto e dispiacciono queste disattenzioni (un’altra è l’orribile, sgrammaticato italiano nei sottotitoli di un documentario), che non sono secondarie vista l’importanza della musica per l’artista. Fra l’altro Basquiat, che trafficava col clarinetto, nel 1983 incise anche un disco, di cui alla Triennale è esibita la copertina: non sarebbe stato interessante diffonderne qualche po’?