Visualizzazione post con etichetta anni Ottanta. Mostra tutti i post
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lunedì 23 maggio 2022

Pannonica (Barry Harris)

 Come tutti sanno, anzi mi pare che ne abbiamo parlato anche qui, Barry Harris è stato fra gli interpreti meglio qualificati o, come si dice, più idiomatici della musica di Monk. L’aveva studiata a fondo e per giunta di Monk era stato amico intimo, per un certo periodo abitando con lui sotto il tetto della baronessa Nica.

 La quale è dedicataria di questa composizione, una delle più note di Monk. Nell’esecuzione, lontana da tutti i più ovvi monkismi, si sente bene la comprensione profonda che Harris aveva di questa musica.

 Pannonica (Monk), da «The Bird Of Red And Gold», Xanadu. Barry Harris, piano. Registrato il 18 settembre 1989.

lunedì 8 novembre 2021

What Is This Thing Called First Strike Capability? – So Sorry Please (Tom Varner)

 Ma perché? La domanda mi sale spontanea alle labbra ogni volta che sento jazz suonato su uno strumento inappropriato (il fagotto, per esempio, o l’arpa o il corno). Perché tanto ovvio dispendio di lavoro e di talento per dotare dei requisiti minimi di swing, intonazione, articolazione e proiezione del suono uno strumento che per propria natura vi si nega? Sarà il gusto della sfida?


 Mah. Comunque Tom Varner, qui nel 1985, è ormai da anni il più assiduo e il migliore dei praticanti del french horn sulla scena del jazz; messa da parte ogni perplessità ontologica, si tratta un musicista coi fiocchi, come i cornisti di norma sono – Julius Watkins, David Amram, Gunther Schuller – , sia come vigoroso solista sia come compositore. What Is This Thing Called First Strike Capability? (gran titolo programmatico per la track d'apertura di un disco) comincia con il contrabbasso a scandire  l’eterna sequenza di Cole Porter. La front line vi si sovrappone quindi con tre «serie» di sette suoni derivate l’una dall’altra in successione, più o meno aritmiche e solo la prima senza ripetizioni, quindi si lancia in un intricato head boppeggiante con vago riferimento alla prima delle serie: ma sul bridge, quello che si sente somiglia piuttosto al bridge di Undecided di Charlie Shavers.

 L’unisono di corno e sax che in So Sorry Please precede l’esposizione del tema di Bud Powell ricorda, credo senza volere, gli unisoni di Anthony Braxton con George Lewis, la cui sonorità, al trombone, ricordava infatti quella di un corno.

 What Is This Thing Called First Strike Capability? (Varner), da «Jazz French Horn», Soul Note 1211762. Tom Varner, corno; Jim Snidero, sax alto; Kenny Barron, piano; Mike Richmond, contrabbasso; Victor Lewis, batteria. Registrato l’8 o il 9 ottobre 1985.

 So Sorry Please (Powell), id.

venerdì 22 ottobre 2021

Wee – In A Sentimental Mood (Charlie Rouse & Stan Tracey)

 Charlie Rouse è stato uno dei solisti più individuali del jazz moderno. Il suo nome è legato inestricabilmente a quello di Monk, del quale è stato sideman e ben più che sideman per moltissimi anni. 

 Non voglio dilungarmi qui perché a Rouse ho dedicato negli anni non pochi post di Jnp. Da uno di questi mi limito a riprendere un semplice compendio di quelli che mi paiono i suoi tratti stilistici principali: «(un) suono asciutto e un po’ abrasivo, (un) fraseggio staccato e asimmetrico, in una cauto e nervoso, che comunica il senso di qualcuno che si muova circospetto, e (…) un’intonazione lievemente crescente». Per saperne di più fa’ clic sul nome di Rouse nella «nuvola» qui a destra e leggerai di come la sua personalità musicale fosse più varia di quanto comunemente si creda. 

 Questo disco lo coglie poco prima della morte insieme con un bellissimo trio ritmico del grande Stan Tracey (per puro caso, a mio giudizio uno dei pianisti più monkiani) e in front line con un formidabile tenorista inglese, Art Themen, che è quando più disforme possa esserci da Rouse, sulla linea dei sax tenori britannici esuberanti alla Tubby Hayes.

 Faccio torto alla finezza del tuo orecchio specificandolo, comunque il primo solista in questi due pezzi è Themen. Stan Tracey quando accompagna è sottile, in assolo è turbolento: in compagnia di questi inglesi, è l’americano ad apparire compassato.

 (Nota di colore: il disco fu inciso a Londra quel 16 ottobre 1987 in cui l’Inghilterra meridionale fu investita dal più spaventoso uragano a memoria d’uomo, raccontato indimenticabilmente da W. G. Sebald nel penultimo capitolo di Gli anelli di Saturno).

 Wee (Dameron), da «Playin’ in the Courtyard. Charlie Rouse with the Stan Tracey Quartet», Steam SJ 116. Charlie Rouse e Art Themen, sax tenore; Stan Tracey, piano; Dave Green, contrabbasso; Clark Tracey, batteria. Registrato il 16 ottobre 1987.

 In A Sentimental Mood (Ellington), id.

martedì 27 aprile 2021

Water from an Ancient Well (Abdullah Ibrahim)

 A questo disco di Abdullah Ibrahim, del resto uno dei suoi più famosi, Jazz nel pomeriggio è ricorso negli anni diverse volte. È un disco in cui suonano tutti benissimo, e tanto è ovvio vista la caratura dei musicisti; ma, cosa rara, è un disco in suonano tutti con vera ispirazione, e questo è ancora più raro di quanto si crederebbe. 

 Curiosità: per volontà o più probabilmente per caso oltreché per ovvia suggestione armonica, Dick Griffin e Charles Davis nei loro assoli citano fuggevolmente Witchi Tai To di Jim Pepper.

 Water from an Ancient Well (Ibrahim), da «Water from an Ancient Well», ENJA/Tiptoe 888812 2. Dick Griffin, trombone; Carlos Ward, flauto; Ricky Ford, sax tenore; Charles Davis, sax baritono; Abdullah Ibrahim, piano; David Williams, contrabbasso; Ben Riley, batteria. Registrato nell’ottobre 1985.

lunedì 5 ottobre 2020

My Romance – ’Round About Midnight – Skylark (Scott Hamilton)

 Scott Hamilton, nella mia quasi remota giovinezza, non lo tenevo in grande considerazione: in nessuna, anzi. Costui aveva solo dieci anni più di me e voleva suonare come Coleman Hawkins, come Chu Berry, al massimo come Don Byas, passando, se proprio del caso, per Lester Young! Con tutto che conoscevo già benissimo tutti quei saxofonisti, e li veneravo, la cosa mi andava contropelo, per pregiudizio storicistico. L’arte deve progredire, e la direzione di quel progresso è… è ovvia. Cioè, è ovvia, no?

 La verità, poi, è che Hamilton suonava e suona il sax tenore benissimo, con sensibilità autentica per lo stile che aveva scelto, ed eletta musicalità, a somiglianza di quanto aveva fatto, per dire, Ruby Braff, un coetaneo di Davis e Coltrane (e per inciso: Sun Ra era quasi coetaneo di Art Tatum).

 Oggi non so dire che valore abbia l’essere, come dice quel mio caro amico, contemporanei di se stessi. Anzi, non so proprio che cosa significhi questa espressione, che mi pare poter avere un senso solo se non essere contemporanei di se stessi fosse possibile. Una cosa che finalmente intuisco, con una certa mestizia, è la legittimità dell’arte come difesa contro le offese della vita (Cesare Pavese). 

 Che risieda qui li fascino consolatorio dell’arte di Scott Hamilton?

 My Romance (Rodgers-Hart), da «Ballad Essentials», Concord. Scott Hamilton, sax tenore; Norman Simmons, piano; Dennis Irwin, contrabbasso; Chuck Riggs, batteria. Registrato nel febbraio 1995.

 ’Round About Midnight (Monk), ib. Hamilton; John Bunch, piano; Chris Flory, chitarra; Phil Flanigan, contrabbasso; Chuck Riggs, batteria. Registrato nel marzo 1989.

 Skylark (Mercer-Carmichael) ib. Registrato nel gennaio 1986.

domenica 6 settembre 2020

The One That Makes The rain Stop – Destiny Is Yours (Billy Harper)

 In luglio (come ha corso questa strana estate) presentavo Billy Harper in uno standard e annunciavo che sarei tornato su quel disco che all’ascolto mi aveva esaltato.

 Adempio a quella mezza promessa oggi, visto che l’entusiasmo non è calato ma per fortuna lo ha fatto la temperatura esterna. Nel quintetto di Harper del 1989 l’unico altro di buona notorietà è Eddie Henderson, il cui eloquio intenso ma controllato provvede una bella alternativa espressiva al fervore del leader.

 Le composizioni di Harper, soprattutto da un certo momento in poi, hanno avuto titoli di carattere sapienziale, ora profetico ora omiletico; musicalmente, il carattere oratoro delle melodie è rilevato da metri e lunghezze delle frasi irregolari che ne accentuano l’energia vocale, adagiate su semplici armonie chiesastiche, sovente scandite in vamp.

 The One That Makes The Rain Stop (Harper), da «Destiny Is Yours», SteepleChase SCCD 312260. Eddie Henderson, tromba; Billy Harper, sax tenore; Francesca Tanksley, piano; Clarence Seay, contrabbasso; Newman Baker, batteria. Registrato nel dicembre 1989.

 Destiny Is Yours (Harper), id.

domenica 30 agosto 2020

Jelly Roll (Gil Evans & Steve Lacy)

 Gil Evans non era un pianista; si ritiene che suonasse al massimo «arranger’s piano», cioè che se la cavasse alla meno peggio nel compitare bassi, accordi e rivolti. Giudica tu.

 A Steve Lacy, che aveva cominciato nell’ambito del Dixieland revival e aveva suonato con Hot Lips Page, Gil Evans offrì una delle prime occasioni di suonare «moderno» in un contesto d’alto bordo. Sia Lacy sia Evans erano musicisti incapaci di suonare una frase musicale che venisse dettata loro non dalla fantasia, ma dall’abitudine delle dita, come succede sovente perfino ai migliori.

 Jelly Roll (Evans), da «Paris Blues»OWL 049. Steve Lacy, sax soprano; Gil Evans, piano. Registrato il primo dicembre 1987.

giovedì 20 agosto 2020

Chelsea Bridge – After The Rain (John Hicks, Cecil McBee, Elvin Jones)

 John Hicks & c. suonano Chelsea Bridge di Billy Strayhorn, che abbiamo ascoltato una settimana fa da Roland Hanna, il quale la eseguiva da solo e in spirito concertistico. Questo è un cosiddetto «supertrio», anzi powertrio (uff) e come tutti i superqualcosa è turgido, sovraccarico e prevaricante, ma per uno o due pezzi può anche andare, considerando che Elvin Jones e Cecil McBee sono due grandi e Hicks è un pianista che si fa ascoltare quasi sempre volentieri, di norma più come sideman che come leader. 

 Qui, data la compagnia, è in vena perfino più tyneriana del suo solito; Chelsea Bridge riceve un trattamento vigoroso e devotamente hard bop, vivace anche se un po’ sommario e che insomma non gli si addice troppo, soprattutto quando la ritmica passa dal tempo tagliato al 4/4. After The Rain di Coltrane, da Hicks te l’avevo fatta sentire anni fa (resta il post, la musica è svanita) in piano solo alla Maybeck Hall; qui l’esecuzione ne è doverosamente requisita da Elvin Jones.

 Chelsea Bridge (Ellington-Strayhorn), da «Power Trio», Novus 3115-2-N. John Hicks, piano; Cecil McBee, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato nel novembre 1990.

  After The Rain (Coltrane), id.

sabato 18 luglio 2020

My Funny Valentine (Billy Harper)

 Riascolto dopo molto tempo questo disco del 1989 di Billy Harper e ne rimango così tanto entusiasta da non sapere davvero quali due o tre pezzi scegliere per farteli ascoltare, e del resto, nel parlartene, avrei a temere il mio stesso entusiasmo.

 Allora facciamo così: ti presento Harper e i suoi nell’esecuzione insolita di uno standard, l’unico del disco, e mi propongo di farti sentire dell’altro molto presto, quando l’eccitazione per questa musica si sarà, non raffreddata, ma solidificata in una forma comunicabile.

 Billy Harper è un mio pallino e te ne parlavo l’inverno scorso poco prima che il mondo finisse sottosopra.

 My Funny Valentine (Rodgers-Hart), da «Destiny Is Yours», SteepleChase SCCD 312260. Eddie Henderson, tromba; Billy Harper, sax tenore; Francesca Tanksley, piano; Clarence Seay, contrabbasso; Newman Baker, batteria. Registrato nel dicembre 1989.

giovedì 2 luglio 2020

I Thought About You – Lonely Woman – Crepuscule With Nellie (Branford Marsalis)

 Ventisettenne nel 1987, Branford Marsalis registrò «Random Abstract» con intento un po’ postmoderno un po’ sardonico, conforme alla sua indole capziosa e non poco intellettualistica. 

 Più che dare prova di una fedeltà pugnace ai valori della tradizione jazzistica, secondo l’ideologia implicita o professata dagli altri young lions e da suo fratello per primo, mi pare che qui Branford volesse da una parte mostrare gli attrezzi del mestiere – che possedeva tutti, in bell’ordine, luccicanti e affilati – e dall’altra dichiararsi his own man, artista libero da qualunque impegno dimostrativo o ideologico. 

 Da filologo disinibito, qui lo senti prima interpretare, quasi canalizzare Ben Webster (in I Thought About You) e poi rifare con gusto e abbandono addirittura Jan Garbarek (!) in una lettura di Lonely Woman di Ornette così attraversata di allusioni e significazioni da proporsi come un vero saggio di intersezionalità musicale e culturale. (Anni dopo, in Lykief, contenuto in «Requiem», disco del 1998, Marsalis si divertirà ancora a parodiare, o a omaggiare, l’European Quartet di Jarrett)

 Metto in fine Crepuscule With Nellie perché è un pezzo che, quando lo incontro in un disco, non posso non farti sentire, tanto mi commuove: credo sia la mia composizione di Monk preferita. Marsalis e i suoi, fra cui il molto rimpianto Kenny Kirkland, si limitano a suonare il tema con rispetto e un paio di modesti ritocchi armonici. L’esecuzione serve a ricordarci che, perfino per un musicista dell’intelligenza e della preparazione di Branford Marsalis, dare un’interpretazione significativa della musica di Monk non è impresa scontata.

 I Thought About You (Mercer-Van Housen), da «Random Abstract», Columbia CK 44055. Branford Marsalis, sax tenore; Kenny Kirkland, piano; Delbert Felix, contrabbasso; Lewis Nash, batteria. Registrato nell’agosto 1987.

 Lonely Woman (Coleman), id.

 Crepuscule With Nellie (Monk), id.

mercoledì 9 ottobre 2019

The Seagulls Of Kristiansund (Mal Waldron)

  Il titolo di questo disco, con i connotati marini e il riferimento a una città della Norvegia, autorizza a immaginare un disco di jazz scandinavo, magari di marca ECM. Si tratta invece di una all stars impressionante a leggerne i nomi, ripresa dal vivo al Village Vanguard di New York nel 1986 sotto la direzione di Mal Waldron, autore della scheletrica composizione, se così possa dirsi; in realtà è appena uno spunto svolto in carattere, più ancora che  nordico o malinconico, decisamente funebre (anche se in un paio di momenti in pedana si ridacchia). 

  Tuttavia di cose ne succedono, specialmente per opera di Reggie Workman e non solo perché fa il verso ai gabbiani titolari, e insomma non ci si annoia, benché l’esecuzione sfiori la mezz’ora. È fra l'altro una delle poche occasioni che ci si diano per ascoltare Charlie Rouse post Monk.


  The Seagulls Of Kristiansund (Waldron), da «The Seagulls Of Kristiansund», Soul Note. Woody Shaw, tromba; Charlie Rouse, sax tenore; Mal Waldron, piano; Reggie Workman, contrabbasso; Ed Blackwell, batteria. Registrato il 16 settembre 1986.

martedì 9 ottobre 2018

Buona notte (Maarten Altena)


 Il jazz europeo non passa spesso da queste parti; è un loro, un mio limite. In tanta rarità, rarissimo è il jazz olandese, mi pare. Quella olandese è o è stata una scena, come si dice, molto «vivace» ma verso la quale non ho mai sentito affinità per il prevalervi di uno spirito ironico, a volte pesantemente tale (Willem Breuker) che mi annoia perché ho poco sviluppato il senso dell’umorismo e musicalmente sono bigotto. In linea generale, i musicisti jazz olandesi sono molto validi.

 È ironico fin dal titolo questo pezzo di un complesso del contrabbassista Maarten Altena che presenta anche Kenny Wheeler, poi Ab Baars e Wolter Wierbos, figure molto note di quell’ambiente, e Linsday Cooper, una suonatrice di fagotto attiva sulla scena progressive inglese. Tutti quanti si limitano a leggere la loro parte in una composizione che si apre con una citazione un po’ contraffatta da Satie, la stessa di Peace Piece di Bill Evans.
 Buona notte (Altena), da «Quick Step», Claxon 86. 16. Kenny Wheeler, tromba; Wolter Wierbos, trombone; Paul Termos, sax alto; Ab Baars, sax tenore; Maud Sauer, oboe; Linsday Cooper, fagotto; Guus Janssen, piano; Maarthie ten Hoorn, violino; Maarten Altena, contrabbasso. Registrato il 13 o 14 maggio 1984. 

giovedì 3 maggio 2018

Indiana (Arnett Cobb)

 Come forse ricordi, ho un affetto e un gusto particolare per Arnett Cobb, il grande sax tenore della scuola texana. Qui è verso la fine della sua vita (sarebbe morto cinque anni dopo) con una ritmica modern mainstream la cui somma è minore delle parti – Junior Mance, di cui sono ammiratore, sembra dormicchiare, George Duvivier non è sempre preciso ed è registrato malissimo – e una front line di grosso modo coetanei, dei quali Joe Newman fa secondo suo solito una magnifica figura.

 Cobb risuona affaticato, ma i suoi due brevi chorus ne conservano intatta la caratteristica musicalità e il pathos.

 Indiana (Hanley-McDonald), da «Keep On Pushin’», Bee Hive BH 7017. Joe Newman, tromba; Al Grey, trombone; Arnett Cobb, sax tenore; Junior Mance, piano; George Duvivier, contrabbasso; Panama Francis, batteria. Registrato il 27 giugno 1984.

venerdì 15 settembre 2017

Children’s Songs No. 1, 2, 3 (Chick Corea)

 Chick Corea ha detto di come queste piccole venti composizioni incise nel 1983 gli fossero suggerite, ovviamente, dall’infanzia. Io non dubito che un’ispirazione più squisitamente pianistica ne sia stata Bartók, non tanto i Mikrokosmos quando i due volumi di A Gyermekeknek, noti con il titolo inglese For Children, pubblicati nel 1909 poi sostanzialmente riveduti nel 1945; ma anche una raccolta di Prokofiev, Musique d’enfants del 1935.

 Nella nota che Corea ha apposto alla riedizione del 2010 di questo disco, in un album ECM che comprende anche le due serie delle «Piano Improvisations», Corea nomina i pianisti che considera suoi ispiratori: fra gli altri Hines, Ellington, Monk, Powell, Horowitz, Jarrett, Gould e… Stefano Bollani.

 Corea e Bollani hanno fatto insieme un disco per la ECM intitolato «Orvieto», che ha ripreso la loro esibizione in duo all’Umbria Jazz del 2010. Io l’ho sentito ma, giuro, non ne ricordo niente, neanche se mi fosse piaciuto (ma credo che se mi fosse piaciuto me lo ricorderei). Lo cercherò. Tu lo conosci?

 No. 1 (Corea), da «Solo Piano. Improvisations - Children’s Songs» ECM 2140-42. Chick Corea, piano. Registrato nel luglio 1983.

 No. 2 (Corea), id.

 No. 3 (Corea), id.

martedì 29 agosto 2017

Composition No. 114 (+ 108A) – Composition No. 110D - Nickie’s Journey To The City of Clouds To Make A Decision (Anthony Braxton)

 E oggi, giusta la nota cura scozzese, Anthony Braxton (al clarinetto) con il suo famoso quartetto degli anni Ottanta, che non valeva i quartetti e i quintetti degli anni Settanta, ma comunque averne: soprattutto il secondo pezzo, col titolo più strano del solito. Nickie era, o è, la moglie di Braxton, un’ispirazione per lui insolitamente lirica e sempre legata al clarinetto.

  Composition No. 114 (+ 108A) (Braxton), da «Six Compositions (Quartet) 1984», Black Saint BSR 0086 CD. Anthony Braxton, clarinetto; Marilyn Crispell, piano; John Lindberg, contrabbasso; Gerry Hemingway, batteria. Registrato nel settembre 1984.

 Composition No. 110D - Nickie’s Journey To The City of Clouds To Make A Decision (Braxton), id.

domenica 27 agosto 2017

Jack Of Clubs – Cathedral Song (Paul Motian)

 Non ho il sentimento del «campanile», credo, ma quando un bel disco è stato registrato a Milano (molti lo sono) non manco mai di segnalarlo.

Segnalo anche che Paul Motian, oltre a essere un batterista personalissimo, era anche un compositore dotato, e un compositore vero, non l’estensore di sedici battute di riff, che usava i colori strumentali in funzione strutturale, nella vena melodica memore di Monk e di Ornette. Questo suo quintetto del 1984 era ispirato.

Jack Of Clubs (Motian), da «Jack Of Clubs», Soul Note SN 1124. Jim Pepper, sax soprano; Joe Lovano, sax tenore; Bill Frisell, chitarra; Ed Schuller, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato a Milano nel marzo 1984.

 Cathedral Song (Motian), id.

domenica 9 aprile 2017

Gano Club (Oliver Lake)

 A me questo genere di musiche va a genio: composizioni-esecuzioni che nei loro elementi musicali costitutivi e nella loro resa materiale (la stessa cosa, nel jazz) svolgono senza parere una riflessione teoretica e storica, una specie di critica poietica. Ci sono musicisti che più di altri vi sono inclini: uno è Yusef Lateef e su Jnp te ne ho indicato una o due istanze; ma per esempio ho commentato un simile operare in un lavoro del Coltrane «di mezzo»; sospetto che una lettura del genere possa applicarsi a tutti i jazzisti importanti.

 Un jazzista importante, di cui si parla meno di altri, è Oliver Lake. Gano Club comincia ripetendo per tre volte tema metricamente fratturato, che potrebbe intendersi come in 16 suddiviso, per esempio, in 3+3+3+3+4; gli assoli poi si svolgono sul regolarissimo blues in dodici battute. Il bello è che tactus e ritmo restano i medesimi così sotto quella sequenza capziosa come sotto le improvvisazioni funky di Lake, della Allen e di Hopkins: uno shuffle archetipico e terragno scandito con aplomb da Andrew Cyrille, che in tutta levità articola dall’uno all’altro come se niente fosse.

 Ora, il tema viene ripetuto alla fine, secondo protocollo. Ma, attenzione!,  riappare del tutto inatteso dopo il primo chorus d’improvvisazione, ed è allora che ci rendiamo meglio conto dell’ininterrotta unità ritmica del pezzo. Lake ci sta proprio dicendo: non fatevi gettare fumo negli occhi dalle apparenti complicazioni, è tutto quanto blues.

 Gano Club (Lake), da «Otherside», Gramavision 18-8901-2. Oliver Lake, sax alto; Geri Allen, piano; Anthony Peterson, chitarra; Fred Hopkins, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria. Registrato nell’agosto 1988.

martedì 10 gennaio 2017

[Guest post #67] Carlo Tosetti & Chet Baker

 Il guest post di oggi mi rallegra per tre ragioni incatenate: la prima, perché è una poesia e per giunta nella forma della terzina dantesca, o incatenata (ababcb…), cioè, insieme con la canzone e con il sonetto, la più illustre della nostra poesia; la seconda, perché  di uno dei miei poeti preferiti, amico mio e di Jazz nel pomeriggio, Carlo Tosetti, che era in credito di un guest post da Natale; infine, perché le terzine sono dedicate a un personaggio che mi è caro, la mia cagnetta Bruna, colta qui miracolosamente al vivo, e sono conteste di riferimenti non solo a lei ma anche a casa mia, riferimenti che solo qualcuno potrà cogliere: ma le terzine sono godibili da tutti, così come la tromba di Chet Baker.

Terzine per Bruna

Cercavo silenzio allo Stadera,
risoluto che nel ritmo, la notte,
(asincrona sbatte una portiera)

nello strascico delle buie rotte,
la pace antica regni verace,
ruota di carro, rotolar di botte,

è invece la nenia efficace,
il rodere i legni e braccioli,
di Bruna dal muso tanto mordace,

per temprare dei denti i boccioli,
remota la lepre della prateria,
nemmeno una scala a pioli,

è un pratico strazio la libreria,
il disgregare le plastiche nuove,
aver di corrosione maestria.

                               Carlo Tosetti


 Silence (Haden), da «Silence», Soul Note 121172-1. Chet Baker, tromba; Enrico Pieranunzi, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nel novembre 1987.

mercoledì 28 dicembre 2016

Willow Weep For Me – Randolph Street Blues (Art Hodes & Milt Hinton)

 Non so a te, ma ascoltando Art Hodes e Milt Hinton in questi due pezzi a me fa effetto pensare che avessero rispettivamente 77 e 71 anni.

 Apprezzerai anche l’idiomaticità di bluesman di Hodes, che era nato in Ucraina.

 Willow Weep For Me (Ronell), da «Just The Two Of Us», Muse MR 5279. Art Hodes, piano; Milt Hinton, contrabbasso. Registrato il 26 agosto 1981.

 Randolph Street Blues (Hodes), id.

venerdì 16 dicembre 2016

Focus (Philly Joe Jones)

Ieri sera ascoltavo sulla Radiotré Pino Saulo intervistare Enrico Pieranunzi, e Pieranunzi ha raccontato un aneddoto piuttosto raccapricciante di quando nel 1976 gli capitò di suonare con Philly Joe Jones al Music Inn, il leggendario jazz club romano di Pepito Pignatelli.

 Cerco di cancellare quelle inquietanti immagini – anche se Pieranunzi le ha rievocate con bonomia, è passato tanto tempo, e del resto si sa che Philly Joe era un tipo poco raccomandabile – con questo bel disco, il secondo che Philly Joe incise con «Dameronia», la band che aveva formato per omaggiare Tadd Dameron. Gli arrangiamenti sono grosso modo quelli originali, trascritti da Don Sickler dai dischi.

 Ah, buon compleanno di Beethoven.

 Focus (Dameron), da «Look, Stop And Listen», Uptown UPCD 27.59. Philly Joe Jones’ Dameronia: Virgil Jones, tromba; Benny Powell, trombone; Frank Wess, sax alto; Charles Davis, sax tenore; Cecil Payne, sax baritono; Walter Davis Jr, piano; Larry Ridley, contrabbasso; Philly Joe Jones, batteria. Registrato l’11 luglio 1983.