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domenica 24 marzo 2019

April (Lee Konitz, Warne Marsh, Bill Evans)


  Sessant’anni fa come oggi, Lennie Tristano si riuniva eccezionalmente con i suoi discepoli Lee Konitz e Warne Marsh per un ingaggio all’Half Note di New York, un incontro che si sarebbe ripetuto un’altra sola volta nel 1964.

  Tristano a quel punto si era già dedicato a tempo pieno all’insegnamento e Konitz ha congetturato che a persuaderlo ad accettare l’ingaggio fosse stata anche una solidarietà etnica con i padroni e gestori del club, i fratelli Canterino, i quali, onorati dall’accondiscendenza del maestro, vollero perfino fargli scegliere il pianoforte.

  Il giovedì sera, tuttavia, Tristano insegnava e Konitz chiese a Bill Evans di sostituirlo; la cosa poté avvenire perché il repertorio dei tristaniani era in massima parte costituito da standard contraffatti (qui April è ovviamente I’ll Remember April, in una rielaborazione effettivamente piuttosto decettiva). La registrazione di quelle due sere sarebbe uscita anni dopo a nome di Konitz.

  Jimmy Garrison era stata la prima scelta di bassista di Evans quando, lasciato il complesso di Miles Davis, costui aveva cominciato ad esibirsi in trio, anche se testimonianze discografiche di quella situazione non ne sono rimaste. Paul Motian avrebbe fatto parte del trio più famoso di Evans, quello con Scott LaFaro, e poi anche di un trio discografico a mio giudizio poco riuscito, quello di «Trio ’64»  con Gary Peacock.

  Proprio perché Evans qui non cerca di suonare come Tristano, la sua derivazione dallo stile di lui (fra altri) risulta in special modo evidente. Nota come il pianista eviti per lo più di suonare sotto Konitz, probabilmente perché Konitz era quella sera alquanto crescente (a me francamente non pare, ma così ha detto Konitz, che ha un orecchio più sottile del mio).

 Evans, Konitz e Marsh avrebbero registrato ancora insieme nel 1977 in «Crosscurrents», disco a nome di Evans, quella volta con la ritmica del trio di Bill.

  April (Tristano), da «Live at the Half Note», [Verve] Jazz Lips JL760. Lee Konitz, sax alto; Warne Marsh, sax tenore; Bill Evans, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato il 24 marzo 1959.

lunedì 1 maggio 2017

There Will Never Be Another You – Background Music (Lee Konitz & Warne Marsh)

 Ho scritto questo pezzetto, con altri simili, per una rivista che l’anno scorso ha avuto vita meno che breve, ed è stato un peccato; al che puoi imputare un certo didascalismo  di norma estraneo a Jnp, che si rivolge a lettori evoluti. Absit iniuria.

Coetanei, co-discepoli di Lennie Tristano e apostoli del suo verbo, Lee Konitz e Warne Marsh nel 1955 incisero insieme in insolita front line di due sax, come nelle leggendarie matrici tristaniane del 1949, impiegando come pianista Sal Mosca, che all’epoca suonava davvero come una controfigura del Tristano di qualche anno prima. La sezione ritmica, invece, con scelta inortodossa, la vollero nera e autorevolissima, con Oscar Pettiford e Kenny Clarke, laddove Tristano, sospettoso della batteria, sceglieva di preferenza dei docili figuranti, e bianchi.

 Uno dei molti luoghi comuni della chiacchiera jazzistica definisce Konitz e Marsh come i diòscuri, i Castore e Polluce del jazz, gemelli quasi indistinguibili. Questo disco confuta quell’affermazione superficiale. Da una parte, la comune provenienza dalla scuola di Tristano dà loro lo stesso gusto per la frase lunga e armonicamente capziosa, per il costante gioco metrico di spostamento degli accenti, per un’improvvisazione sugli accordi incurante dei caratteri melodici del tema, per la modesta escursione dinamica; dall’altra, e anche fatto salvo il diverso peso specifico dei due strumenti (sax alto per Konitz, tenore per Marsh), già nel 1955 Konitz si dimostrava più diretto, più comunicativo e perfino più disposto a uno swing più tradizionale, con una sonorità più inflessa. Marsh, invece, musicista non meno originale di Koniz e uno dei grandi improvvisatori del jazz, appare qui come il vero custode dell’ortodossia tristaniana, con la sua sonorità particolarissima, inattraente perfino, e le sue frasi astruse ma logiche, che rigirano e si ripiegano su se stesse come nel tentativo di provvedersi da sole un discanto o un contrappunto, eteree eppure definite e certe come forme di vetro soffiato (quello stile e quella sonorità, molti anni dopo, saranno di sorprendente ispirazione all’afroamericano Mark Turner, uno dei maggiori esponenti odierni dal sax tenore).

 Qualche standard, un classico del bop (Donna Lee di Miles Davis) e alcuni temi utilitari costruiti sulle armonie di vecchie canzoni (Background Music è All Of You), secondo la tipica prassi tristaniana: sotto un’apparenza dimessa, questo disco contiene della musica austera, di grande e perfino gravoso impegno intellettuale. Konitz avrebbe continuato da lì fino a oggi per vie molto diverse. Marsh, morto nel 1987, avrebbe percorso invece fino all’ultimo quella strada, limitando la propria carriera  nel nome di una devozione ascetica agli insegnamenti, per lui anche umani e filosofici, di Lennie Tristano.

 There Will Never Be Another You (Warren), da «Lee Konitz With Warne Marsh», Atlantic. Lee Konitz, sax alto; Warne Marsh, sax tenore; Sal Mosca, piano; Billy Bauer, chitarra; Oscar Pettiford, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato nel 1955.

 Background Music (Marsh), id.

venerdì 11 gennaio 2013

Ev’ry Time We Say Goodbye (Sonny Rollins) (Bill Evans & Warne Marsh)

 Cole Porter, peste mi colga, non è fra i miei compositori preferiti dell’American songbook, tranne che per tre o quattro canzoni che giudico grandiose. Una è senz’altro Love For Sale, che infatti ti ho proposto diverse volte, un’altra è Ev’ry Time We Say Goodbye.

 È quest’ultima che oggi senti in due versioni belle e diversissime. Nella prima c’è Sonny Rollins nel 1957 ed è sardonica e quirky come siamo abituati a sentire le ballad fatte da lui. Al piano, per la gioia dei miei piccoli ascoltatori, c’è Sonny Clark, impeccabile secondo suo solito.

 Ev’ry Time We Say Goodbye (Porter), da «The Sound Of Sonny», Riverside RLP 12-241. Sonny Rollins, sax tenore; Sonny Clark, piano; Percy Heath, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato l’11 o il 12 giugno 1957.



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 La seconda è di vent’anni dopo e viene da un disco di Bill Evans del periodo Fantasy, non uno dei più criticamente apprezzati. Bill invece vi suona benissimo (lo faceva sempre quando aveva davanti una front line) ed è in fast company con Warne Marsh e Lee Konitz. Qui in Ev’ry Time suona il solo Marsh; la loro resa della canzone, a differenza di quella di Rollins, è morbida e tenera, fin quasi al disfacimento. L’improvvisazione di Warne Marsh non è qui meno portentosa di quella di Rollins. Anzi, per fantasia melodica e ritmica e sagacia armonica, direi che le sia addirittura superiore.

 Ev’ry Time We Say Goodbye, da «Crosscurrents», Fantasy/OJCCD 718-2. Warne Marsh, sax tenore; Bill Evans, piano; Eddie Gomez, contrabbasso; Eliot Zigmund, batteria. Registrato nel marzo 1977.



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venerdì 5 ottobre 2012

How Deep Is The Ocean - How High The Moon (Warne Marsh)

 Seguire Warne Marsh che improvvisa su uno della manciata di standard che, in forma originale o contraffatta, costituirono tutto il suo repertorio, è come vedere un soffiatore di vetro dare al suo materiale trasparente, in una solido e fluido, la vita di forme inusitate, cangianti e definitive.

 Come faccio sempre quando capita che al piano sieda Lou Levy, ti invito ad apprezzarne il lavoro musicalissimo, tanto in assolo che in accompagnamento.

 How Deep Is The Ocean (Berlin) da «A Ballad Album», CrissCross 1007. Warne Marsh, sax tenore; Lou Levy, piano; Jesper Lundgaard, contrabbasso; James Martin, batteria. Registrato il 7 aprile 1983.



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 How High The Moon (Hamilton-Lewis), ib.



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giovedì 7 aprile 2011

Background Music (Lee Konitz-Warne Marsh) (Ohad Talmor)

  Background Music, la nota composizione di Warne Marsh basata sulle armonie di All of Me, prima nella sua esecuzione più famosa, lo storico duetto con Lee Konitz del 1955 (Marsh è autore del secondo assolo), poi in una rara ripresa recente da parte dell’israelo-americano Ohad Talmor, un allievo e studioso di Konitz: più veloce, meno lineare e decisamente poco o per niente tristaniana, vista l’enfasi posta sulla batteria.

  Background Music (Marsh), da «Lee Konitz with Warne Marsh», Atlantic 90050-1. Lee Konitz, sax alto; Warne Marsh, sax tenore; Billy Bauer, chitarra; Sal Mosca, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato il 14 giugno 1955.



  Background Music, da «Newsreel», Auand AU9023. Ohad Talmor, sax tenore; Jacob Sacks, piano; Matt Pavolka, contrabbasso; Dan Weiss, batteria. Registrato nel 2008 o nel 2009.

venerdì 12 novembre 2010

Background Music, Don't Squawk (Lee Konitz-Warne Marsh)

  Fuori dalla tutela del maestro, i due più insigni accoliti di Lennie Tristano registrarono nel 1955 un classico del jazz moderno e uno dei più riusciti duetti di saxofoni. Background Music è un travisamento dello standard All of Me, molto praticato dai tristaniani; Don't Squawk è un'incursione nel blues, insolita per entrambi i due titolari del disco: l’ha composta Oscar Pettiford, che con Kenny Clarke, no less, costituisce la ritmica della seduta.

  Un luogo comune vuole che sia spesso difficile distinguere Konitz da Marsh quando i due suonano insieme: a parte che il fraseggio e l’istinto ritmico dei due mi sembrano molto diversi, inconfondibili sono le loro sonorità: quella di Marsh (che prende il primo assolo in Don’t Squawk) a me evoca, mah – della carta bruciacchiata.

Background Music (Marsh), da «Lee Konitz with Warne Marsh», Warner Brothers 75356. Lee Konitz, sax alto; Warne Marsh, sax tenore; Sal Mosca, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato nel giugno 1955.



Don’t Squawk (Pettiford), ib.