Jazz nel pomeriggio

mercoledì 10 ottobre 2018

[Comunicazione di servizio]


 Come già una volta, nel 2015, Jazz nel pomeriggio si trova tradito dal servizio di hosting (a pagamento, NB). All’epoca DivShare semplicemente collassò; FileFactory invece funziona così male e il supposto «supporto tecnico» è una tale supposta che ho preferito cancellare il mio account e, spero, riavere indietro i miei soldi, piuttosto che guastarmi il sangue.

 Spero di trovare un’altra soluzione, se no questa volta addio davvero. Se volete o potete, fate la peggior pubblicità possibile a FileFactory.

 MB

[Guest post #70] Paolo il Lancianese e Count Basie.


 Ho trascurato a lungo Jazz nel pomeriggio; me ne sono sentito un po’ in colpa verso chi la mattina passava comunque di qui a vedere se ci fosse della musica nuova.  Paolo il Lancianese, l’ascoltatore e collaboratore di più vecchia data di Jnp, amico mio, poeta, pur in un momento per lui difficile ha addirittura trovato la voglia e il tempo di concepire per me e per tutti un guest post e di corredarlo di una poesia di Vittorio Sereni, bellissima da sé, che assume un colore particolare nell’accostamento con la musica che i versi suggeriscono.

Nel mutismo domestico nella quiete
pensandosi inascoltata e sola
ridà fiato a quei redivivi.
Lungo una striscia di polvere lasciando
dietro sé schegge di suono
tra pareti stupefatte se ne vanno
in uno sfrigolìo
i beneamati Scarafaggi.

Passato col loro il suo momento già?

Più volte agli incroci agli scambi della vita
risalito dal niente sotto specie di musica
a sorpresa rispunta un diavolo sottile
un infiltrato portatore di brividi
– e riavvampa di verde una collina
si movimenta un mare –
seduttore immancabile sin quando
non lo sopraffanno e noi con lui altre musiche.

Vittorio Sereni, «Giovanna e i Beatles», da Stella variabile, Garzanti 1981.


 I Wanna Be Your Man (Lennon-McCartney), da «Basie's Beatle Bag», Verve V6-8659. Orchestra di Count BasieAl Aarons, Sonny Cohn, Wallace Davenport, Phil Guilbeau,tromba; Henderson Chambers, Al Grey, Grover Mitchell, trombone; Bill Hughes, trombone basso; Marshal Royal, clarinetto, sax alto; Bobby Plater, flauto, sax alto; Eric Dixon, flauto, sax tenore; Eddie "Lockjaw" Davis, sax tenore; Charlie Fowlkes, flauto, sax baritono; Count Basie, piano; Freddie Green, chitarra; Norman Keenan, contrabbasso; Sonny Payne, batteria; Chico O'Farrill, arrangiamento. Registrato il 3-5 maggio 1966.

 Do You Want To Know A Secret? (Lennon-McCartney), id., ma Count Basie, organo.

martedì 9 ottobre 2018

Buona notte (Maarten Altena)


 Il jazz europeo non passa spesso da queste parti; è un loro, un mio limite. In tanta rarità, rarissimo è il jazz olandese, mi pare. Quella olandese è o è stata una scena, come si dice, molto «vivace» ma verso la quale non ho mai sentito affinità per il prevalervi di uno spirito ironico, a volte pesantemente tale (Willem Breuker) che mi annoia perché ho poco sviluppato il senso dell’umorismo e musicalmente sono bigotto. In linea generale, i musicisti jazz olandesi sono molto validi.

 È ironico fin dal titolo questo pezzo di un complesso del contrabbassista Maarten Altena che presenta anche Kenny Wheeler, poi Ab Baars e Wolter Wierbos, figure molto note di quell’ambiente, e Linsday Cooper, una suonatrice di fagotto attiva sulla scena progressive inglese. Tutti quanti si limitano a leggere la loro parte in una composizione che si apre con una citazione un po’ contraffatta da Satie, la stessa di Peace Piece di Bill Evans.
 Buona notte (Altena), da «Quick Step», Claxon 86. 16. Kenny Wheeler, tromba; Wolter Wierbos, trombone; Paul Termos, sax alto; Ab Baars, sax tenore; Maud Sauer, oboe; Linsday Cooper, fagotto; Guus Janssen, piano; Maarthie ten Hoorn, violino; Maarten Altena, contrabbasso. Registrato il 13 o 14 maggio 1984. 

giovedì 4 ottobre 2018

’Round Midnight – Effi (Charles Tolliver) RELOADED

Reload dal 7 gennaio 2017. 

Un live entusiasmante di Charles Tolliver del 1973, ripreso il giorno di Sant’Ambrogio a Tokyo. Fatta salva la lunga intro e la cadenza prefinale a tempo libero, Tolliver suona il classico di Monk come gli è sempre piaciuto fare, a 300 di metronomo e con la furia cieca di un bisonte che corre nella notte. Gliela sentii fare così anche a Milano nel 19**, in trio con Wilbur Little e Alvin Queen (anche qui, dopo la suddetta intro, Stanley Cowell tace e i tre procedono in liberà armonica per un paio di minuti), e poi una decina di anni fa con una sua bella big band.

 Effi è il valzerino di Stanley Cowell, in una leggiadro e minaccioso, che Cowell e Tolliver suonavano quand’erano insieme con Max Roach e che Roach avrebbe poi a lungo tenuto in repertorio.

 ’Round Midnight (Monk), da «Live in Tokyo», Strata-East 660-51-016. Charles Tolliver, tromba; Stanley Cowell, piano; Clint Houston, contrabbasso; Clifford Barbaro, batteria. Registrato il 7 dicembre 1973.

 Effi (Cowell), id.

mercoledì 3 ottobre 2018

The Monster – Soft Touch (Buddy Collette) RELOADED

Reload dal 10 agosto 2017.

 Il jazz precisino di quel precisino di Buddy Collette. Jazz della West Coast, eppure non precisamente «West Coast Jazz», nemmeno attardata. Qui tira un’aria troppo volutamente asettica, quasi ricercatamente puerile ma con niente dell’aria jaded e comunque sempre swingante del West Coast jazz.

 Questa musica sembra parodiare la West Coast, in quel momento in fase calante già da un pezzo. È vagamente inquietante, burattinesca e non è la prima volta che Buddy Collette (bravissimo, eh) mi fa questo effetto.

 The Monster (Collette), da «Jazz On the Bounce», Bel Canto SR/1004. Rolf Ericson, tromba; Buddy Collette, clarinetto; Al Viola, chitarra; Wilfred Middlebrooks, contrabbasso; Earl Palmer, batteria. Registrato il 17 febbraio 1958.

 Soft Touch (Collette), ib. ma Collette suona il flauto.

domenica 30 settembre 2018

If You Could See Me Now – What’s New (Wynton Kelly)

 Wynton Kelly è stato fra i pianisti moderni, a mio parere, il suonatore di blues più elegante e fu certo questa sua caratteristica a renderlo caro a Miles Davis. L’esecuzione strumentale del blues non esclude l’eleganza, che tuttavia non è certo il tratto che viene in mente per primo pensando a quell’idioma, nel quale anzi musicisti di norma contenuti hanno spesso ecceduto: se parliamo di pianisti, pensiamo a certo modo di enfatizzare le appoggiature zappando la tastiera o d’indugiare troppo a lungo su un ostinato o d’inzeppare oltre il lecito il discorso di blue note o ancora all’abuso del tremolo, peccati in cui sono incorsi anche grandi nomi.

 Kelly, mai. Per Davis era «una via di mezzo fra Red Garland e Bill Evans», i due pianisti che lo precedettero nei suoi complessi. Le differenze di stile rispetto a Evans sono troppo evidenti per parlarne, anche se Kelly risentì un certo influsso del collega. Rispetto a Garland, un pianista per il quale io non sono mai andato matto, Kelly manca del tutto di leziosità ed è molto raramente meccanico o poco ispirato.

 Certamente non lo era in questa bella session ripresa dal vivo a Washington nel 1966. In What’s New al trio si unisce Wes Montgomery, d’umore meno esuberante del solito in un assolo eseguito tutto in ottave.

  If You Could See Me Now (Cameron-Sigman), da «Smoking’ in Seattle - Live at the Penthouse», Resonance. Wynton Kelly, piano; Ron McClure, contrabbasso; Jimmy Cobb, batteria. Registrato nell’aprile 1966.

  What’s New? (Haggart-Burke), ib. più Wes Montgomery, chitarra.

venerdì 28 settembre 2018

Blues March (Art Blakey & The Jazz Messengers)


 Questa esecuzione del classico dei Jazz Messengers (composto da Benny Golson) è più quieta, mellow del solito. Joanne Brackeen, la bravissima pianista che fu l’unica donna Messenger, pur nell’arrangiamento che la vincola a scandire i four beats to the bar si fa valere con dei voicing sagaci. Si risente su Jnp dopo due giorni Bill Hardman, che dai Messengers entrò e uscì lungo circa vent’anni.

 Altrove nel disco la front line, va detto, appare alquanto linfatica e a momenti anche stonata. Dal vivo a Tokyo.

 Blues March (Golson), da «Jazz Messengers ’70», Catalyst CAT 7902. Bill Hardman, tromba; Carlos Garnett, sax tenore;  JoAnne Brackeen, piano; Jan Arnet, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il19 febbraio 1970.

giovedì 27 settembre 2018

Ornithology (Charlie Parker & Angelo Maria Ripellino) RELOADED

Reload dal 20 aprile 2017.

 Nonché Aristofane e chi sa che cos’altro.

Le mostrerò la strepitante patria degli uccelli, signor Solferino,
Così mi disse stizzito Rabàs, l’organista.
Ed io vidi d’un tratto il cinguettío inestinguibile,
che trabocca dagli alberi come schiuma di birra,
le cupole di madreperla delle ali, una Terrasanta
di zampine smagrite con fogli portafortuna.
Vidi d’un tratto una bianca città stercoraria,
un gran circo vocale molto ostinato,
un’esecuzione nemica alle querulose ranocchie,
caldo fieno di piume, e niente carceri.
Gavinelli e calandre e fagiani e smerigli
si accapigliavano nel loro parlamento.
Vidi una cerchia di mura canterine, e grovigli
di ciuffi e penne, e remiganti castelli,
e dolce lanúgine di case trampoliere,
e scorte di tórtore ed altre ragioni di uccelli.
Mi rallegravo dei garriti e dei gorgheggi
di questa pluralità democratica.
Ma l’arruffío, il pigolío sulle statue di Braun
infastidiva la musica dell’aggrondato organista.
E Rabàs diede agli uccelli una ciòtola
di chicchi di miglio imbevuti di rum,
perché durante il concerto dormissero.

                             A.M. Ripellino, Notizie dal diluvio, 34, Einaudi 1969.


 Ornithology (Parker), da «A Studio Chronicle 1940-1948», JSP  RECORDS JSP915C. Miles Davis, tromba; Charlie Parker, sax alto; Lucky Thompson, sax tenore; Arvin Garrison, chitarra; Dodo Marmarosa, piano; Vic McMillan, contrabbasso; Roy Porter, batteria. registrato il 28 marzo 1946.

 Ornithology, da «Bird & Fats Live At Birdland», Cool & Blue C&B-CD103. Fats Navarro, tromba; Charlie Parker, sax alto; Bud Powell, piano; Curley Russell, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 30 giugno 1950.

 Ornithology, da «The Complete Legendary Rockland Palace Concert 1952», Jazz Classics CD-JZCL-5014. Charlie Parker, sax alto; Walter Bishop, piano; Mundell Lowe, chitarra; Teddy Kotick, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato il 26 settembre 1952.

mercoledì 26 settembre 2018

Samba Do Brilho – I Remember Love (Bill Hardman)


Bill Hardman, il titolare di questa seduta del 1978, racconta nelle note di copertina di aver trovato I Remember Love in un baule custodito da un suo amico che conservava composizioni inedite e forse mai eseguite di Tadd Dameron.

 Hardman è uno di quei jazzisti per i quali io ho un debole; un journeyman, direbbero gli americani, un onesto lavoratore della musica che non è uno stilista né tantomeno un caposcuola ma che riesce tuttavia a esprimersi sempre con un’individualità inconfondibile, cioè non solo con abilità artigianale ma con arte, che è quello che il linguaggio del jazz consente a chi lo pratichi con conoscenza, devozione e sincerità (e talento, va senza dire) e che forse lo rende unico fra le musiche evolutesi nel Novecento. 

 Hardman aveva inciso l’anno prima con Junior Cook e Mickey Tucker, pianista che ti ho già presentato (v. la nuvola qui a destra) e di cui potrei dire quello che ho detto di Hardman.  

 Etichette come la Muse di Joe Fields, la Xanadu di Don Schlitten, la Timeless di Wim Wigt, la Mainstream di Bob Shad e la Flying Dutchman di Bob Thiele (la più avventurosa, quest’ultima) negli anni Settanta registrarono con cura e amore una quantità dischi di jazzmainstream creativo e fantasioso. Nei decenni successivi, così pare a me, più raramente il mainstream avrebbe presentato queste qualità né avrebbe trovato produttori discografici del pari sensibili e intelligenti.

 Samba Do Brilho (G. Verqueiro), da «Home», Muse MR 5152. Bill Hardman, tromba; Junior Cook, sax tenore; Mickey Tucker, piano; Chin Suzuki, contrabbasso; Victor Jones, batteria; Lawrence Kilian, percussioni. Registrato il 10 gennaio 1978.
 I Remember Love (Dameron), id.

martedì 25 settembre 2018

Some Blues But Not The Kind That’s Blue – My Favorite Things (Sun Ra)

 Sun Ra, colto qui nel 1977, apparteneva all’avanguardia del jazz? A parte che dubito forte che lui si sia mai posto il problema, se anche restiamo nel campo puramente musicale, come probabilmente non è giusto fare con un artista dal paratesto così impegnativo e appariscente, dagli anni Cinquanta fino alla fine non riconosco in lui i caratteri delle avanguardie che sono ben riconoscibili in quasi tutti gli altri progressivi jazzistici degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. 

 La libertà armonica, la selvaggia eterodossia sonora e formale mancano dell’aspetto metodico e dimostrativo di tutta l’arte d’avanguardia, e vi manca anche l’aspetto riluttantemente servile che l’avanguardia ha di necessità verso la tradizione: Sun Ra non aveva bisogno di oltraggiare la tradizione, tantomeno di omaggiarla, perché (credo io) se ne sentiva parte e sapeva, o sentiva, che ne avrebbe fatto parte qualsiasi strada avesse mai deciso d’imboccare.

 (Dubbio corollario: parlare di avanguardia a proposito del jazz sarà appropriato o è solo comodo?).

 Sarà per questo che, della molesta My Favorite Things, Sun Ra era l’unico in grado di dare versioni interessanti senza nulla dovere all’inevitabile stravolgimento coltraniano: qui, come tante altre volte, con il sostanziale contributo di John Gilmore.

 Some Blues But Not The Kind That’s Blue (Sun Ra), da «Some Blues But Not The Kind That's Blue», Saturn 1014077. Akh Tal Ebah, tromba e flicorno; Marshall Allen, sax alto; John Gilmore, sax tenore; Danny Davis, flauto; James Jacson, fagotto; Eloe Omoe, clarinetto basso; Sun Ra, piano; Richard Williams, contrabbasso; Luqman Ali, batteria; Atakatune, conga. Registrato nel 1977.

 My Favorite Things (Rodgers-Hammerstein III), id.

lunedì 24 settembre 2018

Suspension Blues – I Cover the Waterfront (Vic Dickenson) RELOADED


Reload dal 6 gennaio 2017.

 Mi piace tanto Vic Dickenson perché suona il trombone come andrebbe suonato ma soprattutto perché suona come parla. Mi spiego: io naturalmente non so come parlasse Vic Dickenson, non l’ho mai sentito, ma i suoi assoli hanno l’articolazione, il passo, il pathos, le pause, l’umorismo, anche gli occasionali difetti o eccentricità di pronuncia di un eccellente e affabile conversatore, di quelli che sanno parlare di tutto con tutti e hanno sempre cose interessanti da dire, mai invadenti, mai ossessi di sé; lo stesso direi dei suoi colleghi di front line qui, Shad Collins, Ruby Braff e soprattutto il meraviglioso Edmond Hall al clarinetto, uno dei veri grandi del suo strumento.

 La qualità vocale, discorsiva, dialogica, unhurried dell’eloquio musicale era più spesso riscontrabile nei vecchi musicisti, quelli di prima del ’45 e certamente qui è stimolata ed agevolata, in Suspension Blues, dalla sezione ritmica di Count Basie. Nota anche come, in questi incunaboli del mainstream, Dickenson sia per usi armonici e ritmici, più ancora che «moderno», fuori dal tempo.

 In Waterfront, Sir Charles Thompson sembra non fare niente di speciale, ma costruisce tre brevi assoli di compiuto arco drammatico.


 Aggiunta del giorno dopo: leggo ora che cosa ha detto Tom Harrell a Ethan Iverson:
Trumpet playing — all brass playing — interacts with singing and talking, too, because you’re forming words, you’re forming syllables as you play for different articulation, different types of tonguing.

 Suspension Blues (Dickenson), da «Vic Dickenson Septet», Vanguard VRS 8520/1. Lester «Shad» Collins, tromba; Vic Dickenson, trombone; Edmond Hall, clarinetto; Sir Charles Thompson, piano; Steve Jordan, chitarra; Walter Page, contrabbasso; Jo Jones, batteria. Registrato il 29 novembre 1954.

 I Cover the Waterfront (Heyman-Green), id. ma Ruby Braff, cornetta, al posto di Collins; Les Erksine, batteria, al posto di Jones. Registrato il 29 dicembre 1953.

sabato 22 settembre 2018

I Get A Kick Out Of You (Charles McPherson)




 Un quartetto elegantissimo. Charles McPherson, ottantenne lanno venturo, è l’ultimo e maggiore rappresentante del sax alto bebop.

 I Get A Kick Out Of You (Cole Porter). Charles McPherson, alto; Barry Harris, piano; Buster Williams, bass; Roy Brooks, drums. Registrato il 23 dicembre 1969.



lunedì 17 settembre 2018

Dixie’s Dilemma (Ethan Iverson & Mark Turner)


 Rieccoci. Dixie’s Dilemma è la contraffazione di All The Things You Are praticata nel 1956 da Warne Marsh e Ted Brown in un loro famoso disco di ispirazione prettamente tristaniana. 

 Nel disco recentissimo di duetti per la ECM registrato negli studi della radio della Svizzera italiana, Iverson, finalmente scioltosi dai Bad Plus, e l’antico sodale Turner lo riprendono, citando il tema (la parafrasi) alla fine. Iverson è autore di un’esegesi sottile di Tristano e Turner è notoriamente inlfuenzato da Warne Marsh.

 Il titolo dell’album, ne sono quasi certo, si deve a Ethan Iverson; è il titolo di uno dei romanzi del ciclo «A Dance to the Music of Time» di Anthony Powell.

 Dixie’s Dilemma (Marsh), da «Temporary Kings», ECM 2583. Mark Turner, sax tenore; Ethan Iverson, piano. Registrato nel 2018.

sabato 5 maggio 2018

O Grande Amor – Gettin’ It Togetha’ (Bobby Timmons) RELOAD

Reload dal 15 marzo 2017 

 Non può dirsi di sicuro un sottovalutato Bobby Timmons, che ha avuto oltretutto carriera e vita molto brevi, ma le storie lo relegano un po’ sbrigativamente, sia pure con distinzione, nel soul jazz di cui pure fu parte importante, come pianista e compositore.

 Al di là di quell’ambito che contribuì a definire, si trattava di un pianista personale e raffinato. Ascoltane qui  il fraseggio deliziosamente individuale, attento in modo insolito ai valori dinamici della musica e mai sprovvisto di un senso di avventura e di sorpresa: sembra più volte, soprattutto nel pezzo di Jobim, quasi volersi fermare su un inciso, perplesso a cavallo delle stanghette di battuta, indifferente al procedere inesorabile della ritmica, con esiti quasi malwaldroniani, ma senza la filosofica cupezza di quel pianista. Questi tratti linguistici del suo solismo sono ben serviti dalla curiosa composizione seguente, Gettin’ It Together’: otto sole battute che sembrano dover modulare, cioè andare armonicamente da qualche parte, e invece non vanno da nessuna parte, ricadendo sulla dominante.

 Insomma, Timmons era un musicista sempre presente e vigile, che non lasciava mai o quasi mai che le mani pensassero al posto suo, come succede spesso anche i jazzisti più dotati e a tutti gli altri quasi sempre.

 Tootie Heath è, come sempre, la perfezione, uno dei batteristi più musicali.

 O Grande Amor (Jobim), da «Chun-King», Prestige PR 7351. Bobby Timmons, piano; Keter Betts, contrabbasso; Al «Tootie» Heath, batteria. Registrato il 12 agosto 1964.

 Gettin’ It Togetha’ (Timmons), ib.