Jazz nel pomeriggio

sabato 3 dicembre 2016

So What – Exodus – God Bless The Child (Grant Green)

 «Modale» nel jazz è una categoria che è sempre stata usata con molta disinvoltura. So What sarebbe la composizione jazz «modale» archetipica, ma di certo le improvvisazioni che vi svolge questo valoroso, davvero swingante quartetto, di modale non hanno niente (chi se ne frega, eh… è tanto per dire).

 All’inizio di quel 1961, Eddie Harris aveva avuto immenso successo con una sua versione jazzistica del famoso tema dal film di Otto Preminger Exodus, una versione diversissima da quella, squisitamente hard bop, proposta qui da Grant Green (con Harris c’era pure un chitarrista, Joe Diorio).

 God Bless The Child è una bellissima canzone con parole sardonicamente autobiografiche di Billie Holiday e si ascolta sempre volentieri.

 In un pezzo come nell’altro come nell’altro, in realtà in tutto questo disco, prestazione maiuscola della sezione ritmica.

 So What (Davis), da «Sunday Mornin’», Blue Note 7243 8 52434 2. Grant Green, chitarra; Kenny Drew, piano; Ben Tucker, contrabbasso; Ben Dixon, batteria. Registrato il 4 giugno 1961.

 Exodus (Gold), id.

 God Bless The Child (Holiday-Herzog)

venerdì 2 dicembre 2016

Gentle Thoughts (Sheila Jordan & Steve Kuhn)

 Gentle Thoughts (Kuhn), da «Playground», ECM 1-1159. Sheila Jordan con Steve Kuhn, piano; Harvie Swartz, contrabbasso; Bob Moses, batteria. Registrato nel luglio 1979.

giovedì 1 dicembre 2016

I Surrender Dear (Lennie Tristano) RELOADED

Reload dal 19 giugno 2014.   

 Già nel 1946 Lennie Tristano trattava la tonalità da contegnosa distanza.

 I Surrender Dear (Gershwin-Duke), da «Intuition», Properbox 64. Lennie Tristano, piano; Billy Bauer, chitarra; Clyde Lombardi, contrabbasso. Registrato l’8 ottobre 1946.

mercoledì 30 novembre 2016

Waltzing in the Sagebrush – How About You? (Hod O’Brien)

 Jnp di norma non pubblica necrologie; fa eccezione quando il morto è poco noto ma meritevole, e magari sia già comparso sul blog. È questo il caso del pianista Hod O’Brien (Chicago, 1936), che se ne è andato settimana scorsa e che qui abbiamo ascoltato con Roswell Rudd, in una sua bella composizione, e un’altra volta con un suo trio.

 Ripubblico la prima, dove c’è anche Sheila Jordan in grande forma, e vi aggiungo un’altra brillante esecuzione dello stesso trio.

 Waltzing in the Sagebrush (O’Brien), da «Flexible Flyer», [Arista] Black Lion BLCD 760215. Sheila Jordan con Roswell Rudd, trombone; Hod O’Brien, piano; Aril Andersen, contrabbasso; Barry Altschul, batteria. Registrato nel marzo 1974.

 How About You? (Freed-Lane), da «Blues Alley - Second Set», Reservoir RSRCD 180. Hod O’Brien, piano; Ray Drummond, contrabbasso; Kenny Washington, batteria. Registrato il 7 luglio 2004.

lunedì 28 novembre 2016

’S Wonderful – Baby, Won’t You Please Come Home (Bobby Hackett & Jack Teagarden)

 «Jazz Ultimate», «il nec plus ultra del jazz», esprime bene i miei sentimenti nei confronti dei due titolari, Bobby Hackett e Jack Teagarden, qui in compagnia meglio che congeniale.

 ’S Wonderful (G.-I. Gershwin), da «Jazz Ultimate», Capitol 7-933. Bobby Hackett, tromba; Jack Teagarden, trombone; Ernie Caceres, clarinetto; Peanuts Hucko, sax tenore; Billy Bauer, chitarra; Gene Schoeder, piano; Jack Lesberg, contrabbasso; Buzzy Drootin, bateria. Registrato nel 1957.

 Baby, Won’t You Please Come Home (Warfeld-Williams), id. ma Caceres suona il sax baritono.

domenica 27 novembre 2016

Minor Run-Down (Paul Chambers)

 In teoria, visto anche l’anno, questo sarebbe hard bop quintessenziale. Ma poi c’è Tommy Flanagan, un pianista che, non so bene, ma definire semplicemente hard bop non mi viene bene; e c’è Elvin, che qui si comporta da perfetto hard bopper, è vero, ma sapendo che è lui, non lo si può proprio ascoltare come se fosse un Art Taylor o un Louis Hayes.

 Insomma, vedi un po’ tu, comunque è un pezzo tutto da gustare.

 Minor Run-Down (Golson), da «Paul Chambers Quintet», Blue Note TCOJ 7152. Donald Byrd, tromba; Clifford Jordan, sax tenore; Tommy Flanagan, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 19 maggio 1957.

sabato 26 novembre 2016

Water Torture (Herbie Hancock)

 La versione 45 giri di questo pezzo del periodo Mwandishi di Herbie Hancock, qui con l’esordio del sintetizzatorista Patrick Gleeson, unico in formazione, et pour cause, a non avere un alter ego africano.

 Water Torture (Hancock), da «Crossings», Warner Bros. BS 2617. Eddie Henderson /Mganga, tromba, flicorno, percussioni; Julian Priester/Pepo Mtoto, trombone basso, tenore, alto, percussioni; Bennie Maupin/Mwile, sax alto e soprano, flauto contralto, clarinetto basso, ottavino, percussioni; Herbie Hancock/ Mwandishi, piano, piano elettrico, Mellotron, percussioni; Patrick Gleeson, sintetizzatore; Buster Williams/Mchezaji, contrabbasso, basso elettrico, percussioni; Billy Hart/Jabali, batteria, percussioni. Registrato nel dicembre 1971.

venerdì 25 novembre 2016

The Eraser – Angola, LA & The 13th Amendment (Christian Scott)

 Christian Scott (1983), trombettista di New Orleans, è un nome fra i più segnalati della new wave jazzistica razzialmente connotata, diciamo così.

 Fra gli affezionati di Jnp, a cui sono a mia volta affezionato, c’è di sicuro almeno un suo sostenitore strenuo. Io non trovo ragioni per entusiasmarmi della musica di Scott, che è intelligente, abbastanza piacevole e per me, dopo ben poco, noiosa, perché troppo sollecita di un suono e poco di un linguaggio: come, paradossalmente, certa avanguardia jazzistica che da questa musica sembrerebbe lontanissima, l’una e l’altra preoccupate di presentarsi come oggetti contemporanei. Come strumentista, Scott mi sembra al di sotto di altri trombettisti americani suoi contemporanei come Ambrose Akinmusire, Marquis Hill, Jonathan Finlayson o Sean Jones.

 Il disco è stato registrato, per volontà di Scott, da Rudy Van Gelder.

 The Eraser (Scott), da «Yesterday You Said Tomorrow», Concord Jazz. Christian Scott, tromba; Milton Fletcher jr, piano; Matthew Stevens, chitarra; Kristopher Keith Funn, contrabbasso; Jamire Williams, batteria. Registrato il 30 marzo 2010.

  Angola, LA & The 13th Amendment (Scott), id.

giovedì 24 novembre 2016

Bugle Call Rag – It Had To Be You (Adrian Rollini)

 E poi ogni tanto passa a farci un saluto quel capo ameno di Adrian Rollini con uno dei suoi tanti strumenti più o meno loschi – qui è il sax basso, di cui Rollini rimane il più insigne esponente – e i suoi spensierati arrangiamenti, sempre eseguiti da musicisti di prim’ordine; in It Had senti anche un assolo di Benny Goodman.

 Sempre un piacere sentir cantare la scozzese Ella Logan (1910-1969), che qui ricorda un po’ Ella Fitzgerald giovane; quest’ultimo pezzo è un reload dal 21 ottobre 2015.

 Bugle Call Rag (Pettis-Meyers-Schoebel), da «Adrian Rollini 1934-1938», Retrieval RTR 79042. Jonah Jones, tromba; Sid Stoneburn, clarinetto e sax alto; Adrian Rollini, sax basso; Fulton McGrath, piano; Dick McDonough, chitarra, Al Sidell, batteria. Registrato il 17 marzo 1937.

 It Had To Be You (Jones-Kahn), id. Adrian Rollini And His Orchestra: Manny Klein, Dave Klein, tromba; Jack Teagarden, trombone; Benny Goodman, clarinetto; Arthur Rollini, sax tenore; Adrian Rollini, sax basso; George van Eps, chitarra; Artie Bernstein, contrabbasso; Stan King, batteria; canta Ella Logan. Registrato il 23 ottobre 1934.

mercoledì 23 novembre 2016

I Remember You (Doug Watkins)

 Tre giorni prima di questa registrazione, Doug Watkins (1934-1962) non aveva mai preso in mano un violoncello, Ira Gitler racconta nelle note al disco.

 I Remember You (Schertzinger-Mercer), da «Soulnik», [Prestige] OJCCD-1848-2. Yusef Lateef, flauto; Doug Watkins, violoncello; Hugh Lawson, piano; Herman Wright, contrabbasso; Lex Humphries, batteria. Registrato il 17 maggio 1960.

martedì 22 novembre 2016

Moanin’ – Playboy Theme (Henry Mancini)

 Questa sicuramente è la versione meno funky e più silly (nel senso anche affettuoso che ha l’inglese) del classico di Bobby Timmons. Arrangiata da Henry Mancini come se fosse la incidental music di una di quelle commedie simpatiche con Doris Day e Rock Hudson, ha se non altro il pregio di farci sentire Art Pepper che suona il clarinetto. Io mi diverto a leggervi una spiritosa e acida rivalsa del West Coast jazz – il disco fu registrato a Hollywood – verso l’hard bop newyorkese che già da qualche anno l’aveva seppellito.

 In realtà, come dimostra a usura e fin dal titolo il pezzo successivo, qui dal jazz siamo lontani: si tratta di musica lounge di fattura pregevole, allestita usando alcuni jazzisti della West Coast e alcuni suoni del jazz.

 Moanin’
(Timmons), da «Combo!», RCA Victor LPM-2258. Pete Candoli, tromba; Dick Nash, trombone; Art Pepper, clarinetto; Ted Nash, sax alto e flauto; Ronnie Lang, sax baritono; John Williams, clavicembalo; Bob Bain, chitarra; Rolly Bundock, contrabbasso; Shelly Manne, batteria; Ramon Rivera, conga; Larry Bunker, vibrafono e marimba. Registrato nel giugno 1960.

 Playboy Theme (Mancini), id.

lunedì 21 novembre 2016

Blue Goose (Duke Ellington)

 Io qui non ho parole se non quelle che servono a nominare l’evidenza. Dalla stupefacente introduzione pianistica alla sequenza di assoli (Hodges! Carney!! Webster!!! Cootie Williams!!! Lawrence Brown!!!) ai due ineffabili chorus orchestrali, il primo incredibilmente con il baritono di Carney come lead che emerge e s’immerge nel tessuto orchestrale come un filo di trama, al finale sospeso su una settima minore, questo è uno dei più grandi pezzi di jazz mai confidati al disco.

 Blue Goose (Duke Ellington), da «Never No Lament: The Blanton-Webster Band», Bluebird 82876 50857 2. Wallace Jones, Cootie Williams, tromba; Rex Stewart, cornetta; Joe Nanton, Lawrence Brown, trombone; Juan Tizol, trombone a pistoni; Barney Bigard, clarinetto e sax tenore; Johnny Hodges, sax alto e soprano; Otto Hardwick, sax alto; Ben Webster, sax tenore; Harry Carney, sax baritono; Duke Ellington, piano; Fred Guy, chitarra; Jimmy Blanton, contrabbasso; Sonny Greer, batteria. Registrato il 28 maggio 1940.

domenica 20 novembre 2016

Initiation (Albert Ayler)

 I cinquant’anni trascorsi da queste registrazioni hanno reso più semplice parlare di Albert Ayler o il codice del suo linguaggio è perduto o inaccessibile come quello di altri suoi contemporanei nel catalogo ESP?

 Certo, molte delle stesse loro caratteristiche si applicano ad Ayler e mi piace ricordare come Arrigo Polillo le avesse colte «in tempo reale» con efficacia insuperabile proprio in una cronaca dallo Slugs’ del 1967. La critica spesso ha circoscritto Ayler in qualche formula azzeccata: il suono da Bechet gonfiato oltremisura (Lewis Porter), la glossolalia sostituita alle note (Gary Giddins). Come John  Kruth nelle note di copertina di questa riedizione, noi incliniamo a considerarla «uno strano manufatto del passato, perturbante prima che piacevole». Come per le testimonianze frammentarie di epoche remote o preistoriche o per i frammenti «archeologici» dell'inconscio, l'importanza di questa musica è più chiara se la considera mezzo per ricuperare un’esperienza che altrimenti sfugge, di cui non costituisce che un aspetto e che in qualche modo è rimasta inconclusa: proprio come questi pezzi, che cominciano e finiscono nel nulla.

 È ormai tardi per il mondo, ebbe a dire Albert Ayler, artista apocalittico: i colori accesi della sua musica restano i più allarmanti del periodo ed è questo il carattere che più consuona con gli umori del mondo, a tanti anni di distanza. La band trae grande partito dal violino dell’olandese Michel Samson, usato anche come valvola di decompressione, per esempio qui in Initiation in un raro momento di relax, e dalla percussione tempestosa ma musicale di Ronald Shannon Jackson.

 Initiation (Ayler), da «At Slugs’ Saloon», ESP 4025. Donald Ayler, tromba; Albert Ayler, sax tenore; Michel Samson, violino; Lewis Worrell, contrabbasso; Ronald Shannon Jackson, batteria. Registrato il primo maggio 1966.

sabato 19 novembre 2016

Things Ain’t What They Used To Be (Booker Little) RELOADED

Reload dal 13 aprile 2011. 

 Senti questa: un’esecuzione del blues di Duke Ellington da parte di cannoni come il grandissimo Booker Little, titolare della seduta, Frank Strozier, Louis Smith, George Coleman e Phineas Newborn: pregevolissima, come è lecito aspettarsi, ma insomma, niente più che una parata di begli assoli.

  Sì, se non fosse per un particolare: le quattro battute d’introduzione, che riprendono le ultime quattro del tema, Little le ha arrangiate per tre voci in quarte parallele, la prima delle quali aumentata, che è un voicing dissonante anzi bitonale, estraneo alla cordialità della composizione:
  
  Questo dispositivo armonico estende su quanto segue una specie di velo, un tono asprigno, una distanza; è lo stesso voicing a cui Booker ricorrerà quasi sistematicamente negli ultimi suoi due dischi, sconcertanti e sublimi, «Out Front» e «Victory and Sorrow», entrambi incisi l’anno della sua morte (1961).

  Things Ain’t What They Used To Be (Ellington), da «Booker Little 4 & Max Roach», Blue Note CDP 7 84457 2. Booker Little, Louis Smith, tromba; Frank Strozier, sax alto; George Coleman, sax tenore; Phineas Newborn, piano; Calvin Newborn, chitarra; George Joyner, contrabbasso; Charles Crosby, batteria. Registrato nel 1958 o ’59.