Jazz nel pomeriggio

domenica 30 aprile 2017

Hot And Bothered (Clarence Profit)

 Su Clarence Profit (1912-1944), che ci ha lasciato così poche registrazioni, ci sarebbe invece tanto da dire e un’altra volta lo farò. Di questa esecuzione merita osservare che presenta la a mia conoscenza prima istanza di influsso di jazz europeo sul jazz americano: parlo del chitarrista Jimmy Shirley, che aveva evidentemente ascoltato con attenzione Django Reinhardt.

 Hot And Bothered (Ellington), da «Kings & Queens of Ivory 1: 1935-1940», MCA MCA-1329. Clarence Profit, piano; Jimmy Shirley, chitarra; Benjamin Brown, contrabbasso. Registrato l’11 settembre 1940.

mercoledì 26 aprile 2017

Hat and Beard – Straight Up and Down (Eric Dolphy)

 Ho scritto questo pezzetto, con altri simili, per una rivista che l’anno scorso ha avuto vita meno che breve, ed è stato un peccato; al che puoi imputare un certo didascalismo  di norma estraneo a Jnp, che si rivolge a lettori evoluti. Absit iniuria.

  A dare retta alle storie del jazz, nella vicenda della musica ogni momento procede come di necessità biologica, evolutiva, dal precedente, e ne è spiegato. Eppure, nel jazz come in tutte le altre storie, si dànno opere alle quali è difficile trovare precedenti prossimi o lontani. Nel caso di «Out To Lunch» potremmo dire lo stesso del suo autore. Eric Dolphy, morto trentaseienne sei mesi dopo quest’incisione, si era fatto notare con Chico Hamilton e poi con Charles Mingus e Ornette Coleman, con i quali prese parte a imprese leggendarie, quindi con John Coltrane, nonché come solista di sax alto, clarinetti e flauto in molti dischi con gruppi proprî, nonché in esperimenti di Third Stream che tentarono di fondere prassi e scrittura concertistica “europea” con l’improvvisazione jazzistica.

  Ma all’inizio del 1964, con l’hard bop da una parte e dall’altra la New Thing al calor bianco (Shepp, Taylor, Ayler e i prodromi della conversione coltraniana all’informale che sarebbe deflagrata l’anno dopo in «Ascension»), da dove diavolo veniva una cosa come «Out To Lunch»? La cui alienità al contesto, oltretutto, era denunciata già dal titolo, che significa sì «in pausa pranzo», ma anche «bislacco», «non proprio a posto» se non addirittura «un po’ scemo». Dolphy raduna qui una all-stars – Freddie Hubbard alla tromba, Bobby Hutcherson al vibrafono, Richard Davis al contrabbasso e Tony Williams alla batteria, manca il pianoforte – tutta di scuderia Blue Note, musicisti avanzati ma nessuno propriamente ascrivibile al free, e l’adibisce a composizioni capziose, ora angolose ora limpidamente impressionistiche (in Gazzelloni sentiamo il suo flauto; Hat And Beard è un ritratto cubista di Monk; Straight Up And Down s’inizia con una stralunata movenza funky), precise e al tempo stesso a maglie larghe, in cui l’improvvisazione è libera ma indirizzata. Musica suggestiva di dimensioni ulteriori che l’ascoltatore, al quale è richiesta un’attenzione senza remissioni, percepisce con certezza ma non potrebbe definire esattamente.

  Così come con gli ultimi dischi di un altro caro agli dèi, Booker Little, ascoltando «Out To Lunch» viene da pensare che, se il destino l’avesse permesso, la storia del jazz come la conosciamo sarebbe stata diversa. A più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione, resta un testo sibillino, un manoscritto del Mar Morto della musica afroamericana, mai completamente interpretato, fertile di una bellezza reticente, abbagliante di una verità che non si esaurisce, come un vero classico o un testo sapienziale.


  Hat And Beard (Dolphy), da «Out to Lunch», Blue Note CDP 7 46524 2. Freddie Hubbard, tromba; Eric Dolphy, clarinetto basso; Bobby Hutcherson, vibrafono; Richard Davis, contrabbasso; Tony Williams, batteria. Registrato il 25 febbraio 1964.


  Straight Up And Down (Dolphy), ib. ma Dolphy suona il sax alto.

martedì 25 aprile 2017

I Got It Bad – 21st Century Blues (Jeff Denson)

 Alessandrinismo musicale, ma almeno la canzone di Ellington, che Jeff Denson archeggia interamente sui suoni armonici del contrabbasso, ha una sua sincerità espressiva (mi pare).

 Buona Liberazione!

 I Got It Bad (Ellington), da «Concentric Circles», Ridgeway Records. Jeff Denson, contrabbasso. Registrato nel 2015 o 2016.

 21st Century Blues (Denson), ib. Paul Hanson, fagotto; Dan Zemelman, piano; Denson; Alan Hall, batteria.

lunedì 24 aprile 2017

Open, To Love (Paul Bley) (Marilyn Crispell)

 Non è facile immaginare oggi che effetto dovesse avere sulle orecchie del 1973 «Open, To Love» di Paul Bley, perché la sua influenza su molto jazz successivo, soprattutto bianco ed europeo, è stata così pervasiva e insieme subliminare da rendere strano pensare che, prima che Bley la suonasse, una musica del genere non ci fosse. È questo disco ad aver tracciato le linee programmatiche dell’etichetta tedesca ECM di Manfred Eicher, nel bene e nel male una delle più importanti degli ultimi quarant’anni.

 Cresciuto su radici profonde nel blues, nel modernismo di Bud Powell e di Bill Evans e nutrito di una linfa ritmica senz’altro jazzistica, il pianismo-albero di Bley innalza e allarga i rami toccando l’impressionismo e il puntillismo e annuncia – aveva cominciato a farlo anni prima – la musica di Keith Jarrett in molti suoi caratteri peculiari. La dimensione del silenzio, le microdinamiche acquistano in «Open, To Love» un valore strutturale; nella lunghezza estenuata delle pause e dei valori e nel rilievo che vi assumono ogni singola nota e rumore (in Open, To Love si sente Bley agire direttamente sulle corde e cantare; non mugolare à la Jarrett, cantare proprio, anche se sottovoce), la musica vive in un eterno presente in cui diresti che qualunque cosa possa succedere.

 Questa apertura, annunciata dal titolo, la sottrae a un’epoca e a uno stile precisi ma anche alle tentazioni del sentimento squisito, dell’edonismo sonoro, non evitate invece da tanto jazz derivativo, in specie europeo. È musica che, presentandosi con lo stigma della contemplazione, risulta infine personale come poche; per questo non sembra fuori luogo osservare come, di sette pezzi del disco, cinque siano composizioni di due ex-mogli di Bley, Carla Bley (nata Borg) e Annette Peacock.

 A dimostrare l’influsso e i rischi di quell’estetica, faccio seguire un’esecuzione dello stesso pezzo della Peacock data un quarto di secolo dopo da Marilyn Crispell con due collaboratori di Bley.

 Open, To Love (A. Peacock), da «Open, To Love», ECM 1023. Paul Bley, piano. Registrato nel settembre 1972.

 Open, To Love, da «Nothing Ever Was, Anyway: Music of Annette Peacock», ECM. Marilyn Crispell, piano; Gary Peacock, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato nel settembre 1996.

domenica 23 aprile 2017

Squeaks – Ernesto, Do You Have A Cotton Box? (Hypercolor)

 Attualità! Certe volte il materiale stampa di alcuni dischi, con acclusi commenti di critici autorevoli o come tali buccinati, mi ispira una tale soggezione che, anche quando il disco mi sembri mediocre o inconcludente, non ci metto nulla a persuadermi di non avere capito io e mi prende l’angoscia di restare indietro, di fare fra dieci anni la figura di quello che nel 1959 aveva detto che Ornette Coleman era stonato e non andava a tempo.

 Di questi tre, per esempio, leggo che sono «un sovversivo trio jazz-rock che combina avant-jazz, punk, new music, no wave, tradizioni africane e israeliane» e anche che «(…) scatenano un ibrido di complessità, insania ed entropia». Chi cacchio sono io per dire di no?

 A parte poi che uno dei tre si chiama Ligeti e nella foto vedo uno che forse un po’ a Gyorgy Ligeti somiglia, che ne sia il figlio? Mah. Dico il vero: a Ligeti, in quella foto, mi pare che somiglino tutti e tre..

 Con tante bojate che si sentono in giro, il dischetto degli Hypercolor non è spiacevole, tranne quando lo è (slentato, noioso, brodoso, pretensioso). Very light fare.

 Squeaks (Maoz), da «Hypercolor», Tzadik TZ 811. Hypercolor: Eyal Maoz, chitarra; James Ilgenfritz, basso elettrico; Lukas Ligeti, batteria. Registrato nel 2016.

 Ernesto, Do You Have A Cotton Box? (Ligeti), id.

sabato 22 aprile 2017

Six Bits Blues (Max Roach) RELOADED

Reload dal 26 marzo 2011. A distanza di anni credo che questo sia rimasto il pezzo più lungo mai pubblicato qui sopra.

  OK, questo è il pezzo più lungo che Jazz nel Pomeriggio abbia mai pubblicato: di fatto, si tratta di un intero LP. Sentirai il grande quartetto che Max Roach portava in giro in quegli anni, spessissimo anche in Italia, dove infatti il disco fu registrato da Aldo Sinesio. A rendere il tutto più indimenticabile è il contrabbasso nelle mani di Reggie Workman. Billy Harper è struggente, Bridgewater molto bravo, Workman mostra chi sia anche con l’archetto, ma a strabiliare, una volta di più, è Max, che sostiene e innerva per più di mezz’ora un 6/8 lento e ieratico come non so quale altro batterista sarebbe stato capace di fare.

  Six Bits Blues (Roach), da «The Loadstar», HORO HDP 9-10. Cecil Bridgewater, tromba; Billy Harper, sax tenore; Reggie Workman, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato a Roma il 27 luglio 1977.

venerdì 21 aprile 2017

Flamingo – Pepi’s Tempo (Marion Brown)

 Mah, che robe strane circolavano una volta. Marion Brown un tipo strano lo era davvero, fin dall’aspetto vorrei dire; Coltrane lo volle in «Ascension» ma io non ho mica mai capito quanto sapesse davvero suonare; per il resto fece cose e cosette, appunto, strane, inclassificabili, addirittura (per me) incomprensibili come  «Afternoon Of A Georgia Faun» o questo disco del 1976 che sta fra funk, reggae, fusion, psichedelia of some sort, forse un po’ di ubriachezza ma non molesta: perché il disco, per quanto in tralice sotto ogni punto di vista, è colorito e si lascia ascoltare con piacere.

 Stranezza estrema, Marion Brown si concede di convocare Ed Blackwell come percussionista aggiunto.

 Flamingo (Grouys-Anderson), da «Awofofora», Disco Mate DSP-5002. Ambrose Jackson, tromba; Marion Brown, sax alto; René Arlain, chitarra; Fred Hopkins, contrabbasso; Chris Henderson, batteria; Juuma Santos, Ed Blackwell, percussioni. Registrato nel luglio 1976.

 Pepi’s Tempo (Brown), id.

giovedì 20 aprile 2017

Ornithology (Charlie Parker & Angelo Maria Ripellino)

 Nonché Aristofane e chi sa che cos’altro.

Le mostrerò la strepitante patria degli uccelli, signor Solferino,
Così mi disse stizzito Rabàs, l’organista.
Ed io vidi d’un tratto il cinguettío inestinguibile,
che trabocca dagli alberi come schiuma di birra,
le cupole di madreperla delle ali, una Terrasanta
di zampine smagrite con fogli portafortuna.
Vidi d’un tratto una bianca città stercoraria,
un gran circo vocale molto ostinato,
un’esecuzione nemica alle querulose ranocchie,
caldo fieno di piume, e niente carceri.
Gavinelli e calandre e fagiani e smerigli
si accapigliavano nel loro parlamento.
Vidi una cerchia di mura canterine, e grovigli
di ciuffi e penne, e remiganti castelli,
e dolce lanúgine di case trampoliere,
e scorte di tórtore ed altre ragioni di uccelli.
Mi rallegravo dei garriti e dei gorgheggi
di questa pluralità democratica.
Ma l’arruffío, il pigolío sulle statue di Braun
infastidiva la musica dell’aggrondato organista.
E Rabàs diede agli uccelli una ciòtola
di chicchi di miglio imbevuti di rum,
perché durante il concerto dormissero.

                             A.M. Ripellino, Notizie dal diluvio, 34, Einaudi 1969.


 Ornithology (Parker), da «A Studio Chronicle 1940-1948», JSP  RECORDS JSP915C. Miles Davis, tromba; Charlie Parker, sax alto; Lucky Thompson, sax tenore; Arvin Garrison, chitarra; Dodo Marmarosa, piano; Vic McMillan, contrabbasso; Roy Porter, batteria. registrato il 28 marzo 1946.

 Ornithology, da «Bird & Fats Live At Birdland», Cool & Blue C&B-CD103. Fats Navarro, tromba; Charlie Parker, sax alto; Bud Powell, piano; Curley Russell, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 30 giugno 1950.

 Ornithology, da «The Complete Legendary Rockland Palace Concert 1952», Jazz Classics CD-JZCL-5014. Charlie Parker, sax alto; Walter Bishop, piano; Mundell Lowe, chitarra; Teddy Kotick, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato il 26 settembre 1952.

mercoledì 19 aprile 2017

Man From South Africa – Tender Warriors (Max Roach)

 Càpita – anzi, restringiamo, càpita a me: càpita che io creda di conoscere a menadito certi dischi di jazz e sono magari dischi che ho ascoltato l'ultima volta per intero quando era ancora in piedi l’Unione Sovietica e, alle scuole medie, vigeva l’insegnamento di «applicazioni tecniche»; di fatto, quando mi càpiti di riconsiderarli, quei dischi, mi avvedo che ne avevo un’immagine distorta, lontana, sommaria e quasi sempre falsa. Te lo dico anche perché tu faccia la tara a tante cose che scrivo qui sopra.

 È questo il caso di «Percussion Bitter Sweet», di cui mi ha colpito al riascolto neanche tanto l‘esecuzione davvero meravigliosa da parte di tutti e soprattutto di Max Roach e di Booker Little (ma vi figura benissimo anche la Abbey Lincoln, cantante che di norma non mi piace), quanto il pregio e l’intelligenza delle composizioni e degli arrangiamenti di Roach, con quei voicing aperti, virtualmente bitonali, dai quali avrebbe tratto grande partito Booker Little nei suoi ultimi due dischi: qui sopra ne ho parlato sovente, se ti va puoi leggere sotto l’etichetta Booker Little.

 Le composizioni, molto caratterizzate senza essere facili, sono stimolo a improvvisazioni espressive e liberissime, che – soprattutto quando è Dolphy a suonare – trattano con libertà pulsazione e armonia senza distaccarsene del tutto; le percussioni latin sono adoperate con grande intelligenza e non a gramo scopo di colore. E Max Roach, ebbene sì, è stato infine il più gran batterista di jazz e lo resterà chissà per quanto tempo ancora.

 Nel 1961 questo era un disco molto avanti e continua a esserlo dopo tanti anni; uno dei dischi più belli del decennio, direi proprio, superiore all’altro di Roach dell’anno precedente, più noto, la «Freedom Now Suite».* Il livello ne è così costantemente alto che avrei potuto scegliere due pezzi a caso, e così ho fatto.

 Tu sei d’accordo? Non sei d’accordo? Fatti sentire, santo D*o, scrivi, telefona.

* Che non ascolto dai tempi di un qualche governo Andreotti, per cui non escludere una pronta ritrattazione.

 Man From South Africa (Roach), da «Percussion Bitter Sweet», Impulse!/GRP GRD 122. Booker Little, tromba; Julian Priester, trombone; Eric Dolphy, sax alto e flauto; Clifford Jordan, sax tenore; Mal Waldron, piano; Art Davis, contrabbasso; Max Roach, batteria; Carlos «Potato» Valdez, conga; Carlos «Totico» Eugenio, campanaccio. Registrato nell’agosto 1961.

 Tender Warriors (Roach), id. Dolphy suona anche il clarinetto basso.

domenica 16 aprile 2017

Dive Bar – Dorian Gray – You Are Too Beautiful (Jason Rigby)

 Jason Rigby (1974), tenorsaxofonista di Cleveland, ha chiamato questo trio Detroit-Cleveland Trio perché da Detroit vengono i suoi due insigni compari in questa working band, Cameron Brown e Gerald Cleaver.

 Rigby è un post-coltraniano – Dive Bar è redolente dei duetti Trane-Elvin, anche se Cleaver suona diversissimo da Elvin, e You Are Too Beautiful era nel disco di Coltrane con Johnny Hartman  – dalla bellissima sonorità scura e inflessa, e fa sul sax tenore tutto quello che è lecito aspettarsi and then some; soprattutto è uno che scrive e dirige la sua band con un bel senso della forma (nota come, in Dorian Gray, il 7/4 con cui il pezzo s’inizia lasci posto, giusto alla metà, a un groove sormontato però da una melodia asimmetrica), e dà spazio ai due autentici padreterni che sono Brown e Cleaver. Il tutto lascia l’impressione, che io non ricevo così di frequente dai dischi di jazz che escono oggi, di essere stato suonato con entusiasmo genuino e in spirito di libertà.

 Buona Pasqua!

 Dive Bar (Rigby), da «One», Fresh Sound. Jason Rigby, sax tenore; Gerald Cleaver, batteria. Registrato nel 2016.

 Dorian Gray (Rigby), id. più Cameron Brown, contrabbasso.

 You Are Too Beautiful (Rodgers-Hart), id.

sabato 15 aprile 2017

Genoa To Pescara (Jaki Byard)

 Questa cartolina italiana, rivelatrice di una in verità mai nascosta ascendenza raveliana di Jaki Byard, viene da un disco di duetti di Byard con Earl Hines, no less. Come tutti o quasi i duetti di pianoforti, non è molto riuscito, ma lo stesso prima o poi te ne farò sentire qualcosa.

 Genoa To Pescara (Byard), da «Duet!», MPS. Jaki Byard, piano. Registrato il 14 febbraio 1972.

venerdì 14 aprile 2017

1972 Bronze Medalist (The Bad Plus)

 Ultimissime: Ethan Iverson, dalla fine di quest’anno, non suonerà più il piano nei Bad Plus, dove verrà sostituito da Orrin Evans. L’ha annunciato Iverson stesso sul suo blog (invece, qui, retroscena, malignità e sugosi pettegolezzi).

 La cosa non mi sorprende: come ti ho detto più volte, mi pare che già da anni Iverson avesse ormai più poco o niente a che fare con i Bad Plus, che sono sempre stati soprattutto un’idea di Reid Anderson. Anzi, mi domando come abbia resistito tanto a lungo. Con la sua uscita non so proprio che cosa potrà rimanere della band, senza nulla levare a Evans, che è un buon pianista.

 Comunque voglio ricordare i BP, un trio che ai suoi esordi a me è piaciuto molto, tanto da averteli proposti spesso, così come li ho conosciuti, con un caratteristico pezzo (composto da David King) dal loro disco forse più bello, «These Are The Vistas».

 1972 Bronze Medalist (King), da «These Are The Vistas», Columbia CK 87040. The Bad Plus: Ethan Iverson, piano; Reid Anderson, contrabbasso; David King, batteria. Registrato nel settembre o ottobre 2002.

giovedì 13 aprile 2017

Cedar Manor (Cyril Haynes)

 Un bel sestetto tardo-swing con musicisti che di lì a pochissimo (qui era il 1944) si sarebbero uniti ai bebopper, sia pure con qualche riserva, nel caso di Don Byas. Capo nominale del gruppo è Cyril Haynes (1915-1996), apprezzato journeyman del jazz di quegli anni.

 Cedar Manor (Haynes), da «Piano Reraties, 1923-1953», raccolta di Gems of Jazz. Dick Vance, tromba; Don Byas, sax tenore; Al Casey, chitarra: John Levy, contrabbasso; Harold «Doc» West, batteria. Registrato nel 1944.

martedì 11 aprile 2017

Let It Be – Your Song (Shirley Scott)

 Shirley Scott! La quale nella canzone di Elton John canta anche con un certo garbo.   

 Ma sì, va’. Che oggi ci siamo, domani chi lo sa.

 Let It Be (Lennon-McCartney), da «Mystical Lady», Cadet CA 50009. Pee Wee Ellis, sax tenore; Shirley Scott, organo; George Freeman, chitarra; Richard Davis, contrabbasso; Freddie Waits, batteria. Registrato nel 1971.

 Your Song (Elton John), id.