Jazz nel pomeriggio

venerdì 7 agosto 2020

I’m Gettin’ Sentimental Over You – In A Mellotone (Vic Dickenson)

 Ieri ho voluto fra l’altro fare un saluto a un vecchio amico mio e di Jazz nel pomeriggio, Paolo il Lancianese, che ha il vibrafono nel cuore. Oggi un amico nuovo del blog, Oliviero, mi chiede, vago, «un trombonista» e io scelgo prevedibilmente Vic Dickenson, anche perché di lui qui ho scritto più di una volta e lì ti rimando.

 Qui Vic suona una canzone che s’identifica con il trombone: I’m Gettin’ Sentimental Over You era la sigla dell’orchestra di Tommy Dorsey, che la incise nel 1935 ungendola una volta per sempre con il burro della sua sonorità (in seguito anche con l’olio d’oliva della voce di Frank Sinatra). 

 Senza tradire lo spirito di questa old chestnut, Dickenson ne dà nel 1952 una versione decisamente alternativa, per giunta in un contesto vagamente lounge, un po’ equivoco, con un Hammond peggio che mellifluo. Ma Vic suona il trombone come sempre, cioè come va suonato.

 Nulla di meno, con sordina, fa in In A Mellotone.

 I’m Gettin’ Sentimental Over You (Washington-Bassman), da «The Complete Edmond Hall, James P. Johnson, Sidney De Paris, Vic Dickenson Blue Note Sessions», Mosaic. Vic Dickenson, trombone; Bill Doggett, organo; John Collins, chitarra; Jo Jones, batteria. Registrato il 24 giugno 1952.

 In A Mellotone (Ellington), id.

giovedì 6 agosto 2020

To My Queen (Walt Dickerson) RELOADED


 Reload dal settembre 2011
Ripresento questo articolo a completamento di una conversazione che ho avuto ieri sui vibrafonisti, stimolata dal post che proponeva Lem Winchester. Ho nominato come il mio vibrafonista preferito Walt Dickerson e questo post cerca fra l’altro di dare ragione della mia preferenza. 
 
 Un musicista che da qualche settimana ascolto e ascolto e ascolto (è raro, perché io ascolto pochissima musica) è Walt Dickerson, vibrafonista.

  Fra i suoi colleghi di strumento, non tenendo conto di Milt Jackson che sovra gli altri com’aquila vola, è senz’altro il mio preferito. Un po’ te ne ho già parlato, come potrai leggere e sentire facendo clic sul suo nome, nella colonna qui a destra, e t’invito a farlo. Mi piace di lui come superi la retorica propria dello strumento e più in generale la sintassi melodica del bebop, in cui pure la sua musica ha salde le radici ma da cui Dickerson rimuove l’astrattezza e l’aggressività che viceversa l’hard bop avrebbe consolidato. Anche nei suoi dischi più convenzionali, per dire così, si ritrova questa libertà e in nessuna sua esecuzione manca un senso di avventura e allo stesso tempo di distensione: una sensazione, ecco, di curiosità appuntita ma affabile, che risulta in un abbandono che non cede mai al disordine né al «brutto», fosse pure esteticamente motivato. Una musica apollinea, con poco d’impressionistico, anzi tornita, e con uno swing sempre determinato, se non sempre ovvio, e dotata, come vado a (cercare di) spiegarti, di un impianto formale originale.

  «To My Queen», del 1962, ha una formazione eccezionale e una delle pochissime apparizioni come sideman di Andrew Hill. Il pezzo che intitola il disco e che lo apre ha una struttura inedita: non è strofica, perché non vi si ripete un chorus-sequenza armonica di lunghezza costante, ma piuttosto ciclica, con quattro diverse «zone» ritmico-armoniche che ricorrono con lunghezza rispettiva approssimativamente simile – la prima, con cui il pezzo si apre e si chiude, a tempo libero, riservata a vibrafono e contrabbasso; la seconda in quattro, in modo misolidio, in cui il contrabbasso esegue un pedale di un intero per misura; quindi, introdotta da un rullo di timpano, la terza, su due accordi (a somiglianza di So What) e il basso in quattro; infine una breve transizione basata armonicamente su un intervallo di tritono (o sul modo locrio). La sequenza si ripete per quanti sono i solisti, cioè Dickerson, Hill e Tucker.

È la versione che Dickerson dà del jazz modale e una soluzione (secondo me ispirata) al sempiterno dilemma dell’integrarsi di composizione e improvvisazione e ai problemi, che andavano facendosi urgenti proprio in quel torno di tempo, presentati dall’improvvisazione collettiva in un contesto armonico non più tradizionale. Walt è brillante ed estroso come sempre, e come sempre di un virtuosismo naturale e lontano da affettazioni; Hill, in una struttura così accennata ma solida, «organica», è a casa sua, con i suoi piccoli incisi ritmici collocati in tralice sulla pulsazione; George Tucker è uno dei grandi bassisti degli anni Sessanta e pare avere con il leader una relazione di speciale empatia; infine Andrew Cyrille, qui con le spazzole, è la perfezione.

«To My Queen» è un capolavoro che ripaga a ogni ascolto, e benché questa title track ne costituisca il vertice, il disco dovrebbe entrare tutt’intero fra i migliori e non rinunciabili del decennio ’55-’65.

  Tu che cosa ne dici?

  To My Queen (Dickerson), da «To My Queen», Prestige/OJCCD-1880-2. Walt Dickerson, vibrafono; Andrew Hill, piano; George Tucker, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria. Registrato il 21 settembre 1962.

mercoledì 5 agosto 2020

The Dude – How Are Things In Glocca Morra? (Lem Winchester)

 Il vibrafono non ha avuto pochi praticanti nel jazz, pochi tuttavia rispetto ai saxofonisti e ai pianisti; per questo mi ha sempre colpito il numero grande, in proporzione, di musicisti di forte personalità entro quel novero limitato.

 Uno che avrebbe potuto distinguersi se soltanto se ne fosse lasciato il tempo – morì in modo stupido – era Lem Winchester (1928-1961), di Filadelfia. Come day job faceva il poliziotto a Wilmington, Delaware. Produceva una sonorità chiara e scampanante, che amava lasciar risuonare, e suonava «a tutta tastiera», raggiungendo spesso la raramente esplorata ottava bassa dello strumento. Questo disco di bella formazione, di cui fu titolare con Benny Golson, è piacevolissimo.

 The Dude (Winchester), da «Winchester Special», Prestige/OJCCD 1719-2. Benny Golson, sax tenore; Lem Winchester, vibrafono; Tommy Flanagan, piano; Wendell Marshall, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato il 25 settembre 1959.

 How Are Things In Glocca Morra? (Harburg-Lane), id.

martedì 4 agosto 2020

Carolyn - Up a Step (Hank Mobley)

  Nella cannonata di disco di Hank Mobley che è «No Room For Squares» (1963), Mobley è inserito in due complessi di indirizzo stilistico avanzato per l’epoca e soprattutto per lui: in uno il pianista è Andrew Hill, in rara apparizione da sideman, nell’altro Herbie Hancock, che proprio quell’anno cominciava a lavorare nel quintetto di Miles Davis.

  Mi interessa in particolare la seduta con il secondo gruppo. Mobley vi esegue due sue composizioni, e Up a Step lo vede avvicinarsi al modalismo che all’epoca era già in voga (up a step, cioè «sopra di un tono»: è la distanza fra i due modi del tema, similmente a quanto avviene in Impressions e in So What). Nel suo assolo, Hank mostra una superficiale vernice coltraniana, ma ti faccio osservare come continui a ragionare in termini di accordi, delineando nelle zone cadenzali dei chorus l’accordo di dominante, di contro a quanto fanno Donald Byrd, nell’occasione più milesiano del consueto, e soprattutto Herbie Hancock, il quale si muove in un ambito stilistico già più avanzato.

  Carolyn (Morgan), da «No Room For Squares», Blue Note CDP 7 84149-2. Lee Morgan, tromba; Hank Mobley, sax tenore; Andrew Hill, piano; John Ore, contrabbasso; Philly Joe Jones, batteria. Registrato il 2 ottobre 1963.

  Up a Step (Mobley), id. ma Donald Byrd, Herbie Hancock e Butch Warren al posto di Morgan, Hill e Ore. Registrato il 7 marzo 1963.

lunedì 3 agosto 2020

Infatuation Eyes (Herbie Nichols) RELOAD

Reload dal 30 novembre 2011

  Dall’ultima delle pochissime sedute di registrazione di Herbie Nichols a proprio nome, un assolo che io conto senz’altro fra i capolavori del jazz moderno. Qui si dà uno di quei rari casi in cui il materiale musicale sembra creare la propria forma, che grosso modo è una forma-canzone, con una prima sezione introduttiva che può intendersi come un verse scorciato e un bridge molto segmentato. In realtà le modulazioni si succedono con tale imprevedibilità e in una con naturalezza, in un costante tempo rubato che solo all’inizio della seconda sezione si fa marcatamente ternario, da dare l’impressione di un pezzo durchkomponiert, in continuo sviluppo, anche se sono individuabili delle riprese motiviche.

  In un ambito espressivo (e pianistico) diverso, questa musica mi fa venire in mente la sezione introduttiva di Nardis nel concerto parigino di Bill Evans del 1979: musica che non è esattamente definibile come jazz, una sorta di precipitato di esperienze e ascolti da parte di un artista di sensibilità superiore.

  Infatuation Eyes (Nichols), da «Love, Gloom, Cash, Love», Betlehem/Rhino 76690. Herbie Nichols, piano. Registrato il 10 novembre 1957.

domenica 2 agosto 2020

Blues in Maude’s Flat (Grant Green)

 Nella sua semplicità formale – in termini musicali lo si può spiegare anche in poche righe – , nelle mani di jazzisti capaci, il blues dà materia inesauribile all’invenzione. 

 L’invenzione, la fantasia è assicurata con Yusef Lateef in front line; e con Grant Green è assicurato lo swing. La composizione di Green è il blues nella sua variante più diffusa nel jazz moderno, in 12 battute e tonalità maggiore; è speziata dal ricorrere di un chorus, quasi in rondò, in cui l’organo suggerisce un esplicito modo minore mentre i solisti improvvisano imperterriti nella tipica ambiguità modale del blues. Il che, fra altre cose, ci ricorda che siamo nel 1961.

 Blues in Maude’s Flat (Green), da «Grantstand», Blue Note.Yusef Lateef, sax tenore; Grant Green, chitarra; Jack McDuff, organo; Al Harewood, batteria. Registrato il primo agosto 1961.

sabato 1 agosto 2020

I Remember Clifford – Blues In A Quandary – Ferris Wheel (Richard Williams)

Se avrai voglia di scrivere “Richard Williams” colle virgolette alte nel box di ricerca per entro il blog che vedi qui a destra, quindi di premere Cerca, ti si presenteranno molti post che accompagnano musiche a cui ha partecipato il trombettista Richard Williams, come sideman (con Yusef Lateef, Rahsaan Roland Kirk, John Handy, Duke Jordan) e talvolta, nelle formazioni orchestrali, come prima tromba.

 Williams, che era nato in Texas nel 1931 ed è morto nel 1985, ha inciso a proprio nome una volta sola nel 1960 (produttore di questo disco risulta Nat Hentoff).  È un peccato, perché era un musicista ferrato e di ottimo gusto, un trombettista di lirica invenzione e di bellissima sonorità aperta che a me ricorda decisamente Thad Jones; non arriva a entusiasmare per una certa sua monotonia ritmica e accentuativa – erano anni in cui i concorrenti, per un suonatore di tromba, erano Lee Morgan, Freddie Hubbard, Booker Little –  ma non mancherai di apprezzare tutti i suoi assoli, in cui fra l’altro appare la sua sicurezza nel registro acuto, che lo rese una ricercata prima parte anche nelle orchestre di fossa a Broadway.

 Il disco presenta altri due musicians’ musicians di ascolto non banale, Leo Wright e Richard Wyands, e alcuni convincenti originals di Richard Williams.

 I Remember Clifford (Golson), da «New Horn In Town», Candid CJS 9003. Richard Williams, tromba; Leo Wright, flauto; Richard Wyands, piano; Reggie Workman, contrabbasso; Bobby Thomas, batteria. Registrato il 27 settembre 1960.

 Blues In A Quandary (Williams), id.

 Ferris Wheel (Wyands), ib. ma Wright suona il sax alto.

venerdì 31 luglio 2020

Nightfall (Kenny Barron)

 Kenny Barron suona Nightfall di Charlie Haden, una composizione che io ricordo dal secondo disco di duetti di Haden, «Closeness» del 1976, con il titolo di Ellen David, il nome dell’allora moglie di Haden. 

 In quella versione di tanti anni fa, il pianista era Keith Jarrett. La melodia, molto romantica, «siede» assai bene sul pianoforte, e forse meglio in questa contenuta resa di Barron che in quella di Jarrett, che ricordo piuttosto sfrenata.

 Nighftall (Haden), da «Book Of Intuition», Impulse!. Kenny Barron, piano; Kiyoshi Kitagawa, contrabbasso; Jonathan Blake, batteria. Registrato nel luglio 2015.

giovedì 30 luglio 2020

One Two five (Jaki Byard)

 Divertissement lessicale di Jaki Byard sulla più comune formula cadenzale del jazz (ii-v-i), vòlta in un colorito studio di stili e tecniche.

 One Two Five (Byard), da «Blues For Smoke», Candid CJS 9018. Jaki Byard, piano. Registrato il 16 dicembre 1960.

martedì 28 luglio 2020

Tempus Fugit (Sonny Rollins)

 Di questo live di Sonny Rollins del 1962, anno del suo ritorno dal ponte e del massimo suo avvicinamento alle free forms in jazz, potrei ripetere quanto scrivevo qualche mese fa. La formazione è in pratica il quartetto di Ornette di due, tre anni prima con Rollins e Cranshaw al posto di Ornette e Haden, ma la musica che ne sortisce è lontanissima da quella: astratta, intellettualistica perfino, e infatti Don Cherry non vi si trova sempre a suo agio.

 Lo rende lampante questa prolissa versione della composizione di Bud Powell, che non è veramente suonata e nemmeno accennata, ma allusa. Insomma, che stiano suonando Tempus Fugit lo sanno loro; quella composizione è usata da loro come bussola nell’improvvisazione più che esposta per noi, i quali, se vorremo, potremo riconoscerne qua e là dei vaghi brandelli.

 Tempus Fugit (Powell), da «Sonny Rollins Quartet With Don Cherry. Complete Live At The Village Gate 1962», Solar Records. Don Cherry, cornetta; Sonny Rollins, sax tenore; Bob Cranshaw, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nel luglio 1962.

domenica 26 luglio 2020

Concerto for Billy The Kid (George Russell) RELOADED

Reload dal 6 luglio 2010  

 Piuttosto acidamente, il jazz writer Whitney Balliett scriveva nel 1957 degli esperimenti compositivi di George Russell che gli apparivano «a volte prossimi a un’abile contraffazione del jazz, escogitata da qualcuno che in realtà lo disprezza».

  Credo che però anche Balliett avrà apprezzato questo Concerto: Billy The Kid è un giovane Bill Evans all’esordio discografico o quasi, che nel mezzo dell’elaborata composizione esegue, in stop chorus, un meraviglioso assolo sul giro armonico di I’ll Remember April.

 Concerto for Billy The Kid, da «The Complete Bluebird Recordings of George Russell», Lone Hill Jazz LHJ10177. Art Farmer, tromba; Hal McKusick, sax alto; Barry Galbraith, chitarra; Bill Evans, piano; Milt Hinton, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato il 17 ottobre 1956.

sabato 25 luglio 2020

Le manoir des mes rêves (James Carter)

 Sabato. Sciogliti e batti il piedino con l’organ trio. Ha qualcosa in più: quest’organico redolente di soul jazz, James Carter lo ha adibito a un repertorio da lui amato e praticato, quello di Django Reinhardt.

 La fusion funziona bene né si vede perché non dovrebbe. Carter non si risparmia, anzi, ne fa come sempre di tutti i colori in quella sua maniera – ma forse può dirsi uno stile – in cui mantrugia tutta la storia del sax, non solo tenore, da Chu Berry ad Ayler a Braxton (di cui, unico mainstreamer a mia conoscenza, ha in repertorio alcune composizioni), una maniera a volte un po’ inconcludente ma quasi sempre felicemente disinibita. In Manoir, che diventa altro rispetto alle versioni propriamente manouche, Carter trova modo di prodursi in multiphonics, in un tratto di respirazione circolare e in una sequenza in sopracuti dei quali, per potenza e intonazione, credo nessun saxofonista credo abbia mai emesso gli eguali (forse Teo Macero in un vecchio disco di Teddy Charles).

 La ripresa è dal vivo al festival di Newport del 2018.

 Le manoir des mes rêves (Reinhardt), da «Live From Newport», Blue Note B003079802. James Carter, sax tenore; Gerard Gibbs, organo; Alex White, batteria. Registrato il 5 agosto 2018.

venerdì 24 luglio 2020

Avalon – Borderline – Quin and Sonic (Mel Powell)

 Piano jazz con Mel Powell, uno dei maggiori pianisti bianchi, un pensatore musicale di prim’ordine, teste questa Avalon cui a un impianto stride di swing feroce si unisce uno straniamento armonico a momenti tristaniano (Lennie). Seguono due sue composizioni, delle quali non ha nemmeno senso, come volle John Hammond nelle note dell’LP originale, «Borderline» appunto, dire che Powell univa qua la sua anima di jazzman a quella di compositore classico, veste nella quale avrebbe vinto un Pulitzer: si tratta di musica che segue un’ispirazione singolarmente libera, e comunque sempre jazzistica.

 Per maggior libertà, il trio rinuncia al contrabbasso; dal punto di vista ritmico, è la competenza stride di Powell che non ne fa sentire la mancanza.

 È una bella occasione anche per sentire Paul Quinichette, iniquamente consegnato alla storia come una copia di Lester Young. È notevole come, in Quin and Sonic che gli è intitolato e che è un complicato travisamento di I’ll Remember April, il contesto lo porti ad assomigliare per brevi tratti a Warne Marsh. Certo, nulla c’impedisce di pensare che, viceversa, Quinichette fosse servito d’ispirazione a Marsh.

 Avalon (Jolson-DeSilva-Rose), da «Four Classic Albums», Avid. Paul Quinichette, sax tenore; Mel Powell, piano; Bobby Donaldson, batteria. Registrato il 17 agosto 1954.

 Borderline (Powell), id.

 Quin and Sonic (Powell), id.

giovedì 23 luglio 2020

Nardis – Blue Funk (Cannonball Adderley)

 È la editio princeps del pezzo celeberrimo che Miles Davis compose per farne dono all’allora suo sideman Julian «Cannonball» Adderley in occasione di questo LP a suo nome. Miles aveva un debole per Cannonball, tanto da partecipare come sideman a sua volta, ultima apparizione in quella veste, a un altro disco del saxofonista, «Something Else», inciso in quell’anno stesso. Com’è noto, benché si tratti di una delle sue composizioni più eseguite, Miles non la incise né credo la suonò mai, mentre divenne invece un centerpiece di Bill Evans (presente anche qui) lungo il corso di tutta la sua carriera.

 Questa versione originale è più interessante che riuscita, in un disco per il resto assai bello; Il povero Blue Mitchell, fatto venire espressamente a NY dalla Florida, dovette prodursi sotto lo sguardo, posso immaginare quanto benevolo, di Miles stesso, presente alla seduta; l’esecuzione manca di agio e in ultima analisi di swing e di fascino; ci dirà qualcosa che la take scelta per la pubblicazione sia la quinta (l’edizione in CD ne presenta un’altra).

 Sono più riusciti tutti gli altri pezzi del disco, di cui qui ti presento Blue Funk di Sam Jones, una di quelle blues march di moda ai tempi.

 Nardis (Davis), da «Portrait of Cannonball», OJCCD361-2 (Riverside R-269). Blue Mitchell, tromba; Cannonball Adderley, sax alto; Bill Evans, piano; Sam Jones, contrabbasso; Philly Joe Jones, batteria. Registrato il primo luglio 1958.

 Blue Funk
(Jones), id.

sabato 18 luglio 2020

My Funny Valentine (Billy Harper)

 Riascolto dopo molto tempo questo disco del 1989 di Billy Harper e ne rimango così tanto entusiasta da non sapere davvero quali due o tre pezzi scegliere per farteli ascoltare, e del resto, nel parlartene, avrei a temere il mio stesso entusiasmo.

 Allora facciamo così: ti presento Harper e i suoi nell’esecuzione insolita di uno standard, l’unico del disco, e mi propongo di farti sentire dell’altro molto presto, quando l’eccitazione per questa musica si sarà, non raffreddata, ma solidificata in una forma comunicabile.

 Billy Harper è un mio pallino e te ne parlavo l’inverno scorso poco prima che il mondo finisse sottosopra.

 My Funny Valentine (Rodgers-Hart), da «Destiny Is Yours», SteepleChase SCCD 312260. Eddie Henderson, tromba; Billy Harper, sax tenore; Francesca Tanksley, piano; Clarence Seay, contrabbasso; Newman Baker, batteria. Registrato nel dicembre 1989.

venerdì 17 luglio 2020

Ecclusiastics – Passions Of A Man (Charles Mingus)

 Oggi c’è poco da dire, mi sembra: questo di Mingus è uno dei suoi dischi più  personali, quasi oltraggiosamente tale (per l’epoca) e fra l’altro con una delle copertine più belle del jazz, di Loring Eutemey.

 Ecclusiastics è nella sua vena chiesastica, la stessa di Better Git It in Your Soul ma più espressionista e mimetica della funzione sacra; Passions Of A Man è uno dei pezzi inquietanti e avveniristici di Mingus (siamo nel 1961), una specie di autoanalisi o di coeur mis à nu di cui non conosco pari.

 Per tutto il disco Mingus suona il pianoforte nel suo stile caratteristico, e canta e vocifera; del contrabbasso è accreditato Doug Watkins, ma lo strumento suonato con l’arco che si ascolta in Passions Of A Man, dalla sonorità di violoncello, era sicuramente nelle mani di Mingus.

 Ecclusiastics (Mingus), da «Oh Yeah», (Atlantic) Rhino 8122737482. Jimmy Knepper, trombone; Booker Ervin, sax tenore; Roland Kirk, manzello, flauto; Charles Mingus, piano, canto; Doug Watkins, contrabbasso; Dannie Richmond, batteria. Registrato il 6 novembre 1961.

 Passions Of A Man (Mingus), id.