Jazz nel pomeriggio

venerdì 27 marzo 2020

Compassion (Charles Tolliver)

 Compassion (Tolliver), da «Compassion», Strata-East SES 8001. Charles Tolliver, tromba; Nathan Page, chitarra; Steve Novosel, contrabbasso; Alvin Queen, batteria. Registrato nel movembre 1977.

sabato 21 marzo 2020

What Is This Thing Called Love (Charles Mingus)

 Questo arrangiamento del consunto, bellissimo standard di Cole Porter è concepito espressamente da Mingus, qui nel suo periodo «jazzical», come diceva lui (cioè fra jazz e altre cose), come un gomitolo di melodie riconoscibili e non riconoscibili, non tutte in perfetto accordo, il che conferisce spezia e grazia allesecuzione. 

 Cè un sospetto di fussy, ma io queste cose del Mingus dei «workshop» me le godo molto, soprattutto quando Thad Jones vi suona la sua tromba arcangelica.

 Qui Mingus è anche il pianista.

 What Is This Thing Called Love (Porter), da «The Jazz Experiments Of Charles Mingus», Betlehem. Thad Jones, tromba; John LaPorta, clarinetto e sax alto; Teo Macero, sax tenore e baritono; Jackson Wiley, violoncello; Charles Mingus, contrabbasso, piano; Clem DeRosa, batteria. Registrato nel dicembre 1954.

mercoledì 18 marzo 2020

Metropolitan Blues – Raintree County – His Master’s Voice (Tony Fruscella)

 È l’unico disco a nome di Tony Fruscella (1927-1969) pubblicato lui vivo. Ne rappresenta bene lo stile strumentale piuttosto unico, lirico e disteso, vicino a quello di Chet Baker ma con un più di umorismo colloquiale e una sonorità più inflessa, molto personale, e una naturale disinvoltura tecnica. Phil Sunkel aveva apprestato per la seduta degli arrangiamenti semplici, sugosi, per lo più di composizioni proprie, in un stile asciuttamente newyorkese ma non immemore del già declinante (1955) stile West Coast.

 Il disco presenta note di copertina di Bill Simon che mi hanno colpito, come sempre più spesso capita quando rileggo le liner notes di tanti album degli anni Cinquanta e Sessanta: veramente belle e impensabili oggi, non solo perché i dischi e i loro paratesti, in qualunque forma, non esistono in pratica più, ma perché vi si parla del musicista e della sua musica in un tono affettuoso e partecipe, ma anche critico, in una lingua che è quanto di più lontano e incompatibile dall’hype da ufficio stampa cialtrone a cui è si immiserita oggi la massima parte del jazz writing.

 Metropolitan Blues (Sunkel), da «Tony Fruscella», Atlantic 7567-80525-2. Tony Fruscella, tromba; Chauncey Welsch, trombone; Allen Eager, sax tenore; Bill Triglia, piano; Bill Anthony, contrabbasso; Junior Bradley, batteria. Registrato nel marzo 1955.

 Raintree County (Sunkel), id.

 His Master’s Voice (Sunkel), id.

martedì 17 marzo 2020

Lullaby Of Birdland (Konitz, Mehldau, Haden, Motian)


 Controinterpretazione di uno dei più melodiosi e caratteristici song del jazz moderno, di George Shearing, che ha conosciuto tante esecuzioni memorabili soprattutto da parte di cantanti, le più famose quelle di Sarah Vaughan e di Mel Tormé.  I quattro illustri colti dal vivo al Birdland di New York or è una decina d’anni fanno del loro meglio, o almeno fanno quel che sanno fare, per renderla falotica e non immediatamente espressiva. 

 A Mehldau di essere espressivo credo sia sempre importato poco, e qui lo senti nel suo umore più cervellotico in un assolo – debbo dirlo, mirabile – nel quale, con audacia tristaniana (Lennie), sembra porsi, un chorus via l’altro, problemi sempre più complessi, non curandosi troppo di farsi seguire dal pubblico e forse nemmeno dalla sua sezione ritmica; che tuttavia, costituendosi di Charlie Haden e Paul Motian, non si spaventa di nulla.

 Haden, proprio come faceva il suo Ornette nelle collaborazioni, suona sempre se stesso in relativa indifferenza al contesto; Motian, nessun pianista è mai riuscito a seminarlo, visto il suo metodo di non battere mai il quattro ma di star dietro a modo suo alle divisioni del pianista. Aveva imparato a farlo con Evans per poi continuare con Jarrett.

 Lee Konitz con l’avanzare degli anni, qui erano ottantadue, ha sviluppato verso i materiali tematici una specie di atteggiamento dispeptico, dispettoso, espresso per la via di una sonorità ormai da un pezzo al di là del bello e del brutto, che qui non disdice all’atteggiamento astratto e un po
’ spregioso del pianista.

 Lullaby Of Birdland (Shearing), da «Live At Birdland», ECM 2162. Lee Konitz, sax alto; Brad Mehldau, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato nel dicembre 2009.

venerdì 6 marzo 2020

Blue and Sentimental (Ike Quebec) RELOADED

Reload dal 12 luglio 2010.   

  Ike Quebec (1918-1963) ebbe una strana carriera divisa nettamente in due parti. Nel corso della seconda, oltre a godere del successo che gli era sfuggito nella prima, ebbe anche un ruolo importante nella definizione dell’etichetta Blue Note, quanto a dire del jazz degli anni Cinquanta, nel ruolo di A&R manager e arrangiatore non accreditato di molte sedute.

  Era un bel saxofonista tenore, di scuola hawkinsiana ma dal suono e dal fraseggio subito riconoscibili.

  Blue and Sentimental (Basie), da «Blue and Sentimental», Blue Note 784098. Ike Quebec, sax tenore; Grant Green, chitarra; Paul Chambers, contrabbasso; Philly Joe Jones, batteria. Registrato il 16 dicembre 196I.


martedì 25 febbraio 2020

Just One Of Those Things (Gil Evans & Steve Lacy)

 Just One Of Those Things forse è la canzone più bella di Cole Porter, o almeno è quella che piace di più a me, che alla fine è dire la stessa cosa. L’arrangiamento di Gil Evans – che si produce anche come pianista con effusione insolita – , sontuoso nella sua economia di mezzi, è a sua volta il più bello che abbia mai sentito di questa canzone.

 Ma quello che lascia davvero di stucco è l’assolo di Steve Lacy ventiduenne, che aveva appena cominciato a suonare «moderno».

 Just One Of Those Things (Porter), da «Gil Evans And Ten», Prestige PRSA-720-6. Louis Mucci, tromba, Jimmy Cleveland, trombone; Bart Varsalona, trombone basso; Willie Ruff, corno; Steve Lacy, sax soprano; Lee Konitz, sax alto; Dave Kurtzer, fagotto; Gil Evans, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Nick Stabulas, batteria. Registrato il 10 ottobre 1957.

mercoledì 19 febbraio 2020

Too Marvelous For Words – Just Too Late – Bye Bye Blackbird (Vic Dickenson)

 Non leggerai mai su Jazz nel pomeriggio che il tale o il talaltro sono «il mio pianista (saxofonista, batterista…) preferito» o che è il mio preferito un tale disco: a meno che non esprima una mera risonanza sentimentale, mi pare che chi, in ambiti vasti come quelli artistici, esprima preferenze così nette ed esclusive lo faccia o per superficialità o per inopia di riferimenti, i.e.: ho un film, un romanzo «preferito» perché… ho letto pochi romanzi, e ho visto pochi film.

 Ecco, quando sento Vic Dickenson io non riesco a trattenermi dal pensare, quindi dal dire, che è il mio trombonista preferito e che, perbacco!, è così che il trombone andrebbe suonato. Del suo stile ho già scritto qui sopra e non trovo di meglio da dire, pertanto mi ricopio da un post di qualche anno fa: «Mi piace tanto Vic Dickenson perché suona il trombone come andrebbe suonato ma soprattutto perché suona come parla. Mi spiego: io naturalmente non so come parlasse Vic Dickenson, non l’ho mai sentito, ma i suoi assoli hanno l’articolazione, il passo, il pathos, le pause, l’umorismo, anche gli occasionali difetti o eccentricità di pronuncia di un eccellente e affabile conversatore, di quelli che sanno parlare di tutto con tutti e hanno sempre cose interessanti da dire, mai invadenti, mai ossessi di sé».

 Qui, colto a Nizza nel 1975, Vic aveva settant’anni portati come li può portare chi della vita e del jazz ha capito quello che c’era da capire. In Just Too Late canta anche! Apprezza l’accompagnamento orchestrale e interattivo, perfino troppo, di uno dei grandi pianisti del jazz classico, Johnny Guarnieri, del quale un giorno o l’altro ti parlerò più distesamente e che in questo disco combatte vittorioso contro il classico pianoforte-catenaccio.

 Too Marvelous For Words (Whiting-Mercer), da «Gentleman Of The Trombone», Mahogany 558105. Vic Dickenson, trombone; Johnny Guarnieri, piano; Bill Pemberton, contrabbasso; Oliver Jackson, batteria. Registrato il 25 luglio 1975.

 Just Too Late (Dickenson), id.

 Bye Bye Blackbird (Henderson-Dixon), id.

martedì 18 febbraio 2020

Perdido – Dream A Little Dream Of Me – All The Things You Are (Wade Legge)

 Wade Legge era nato nel 1934 in Virginia. Aveva cominciato professionalmente come contrabbassista, e aveva cominciato bene, con Milt Jackson. Dal complesso di Jackson lo prese Dizzy Gillespie che dopo poco lo convinse a passare al pianoforte. Con Dizzy rimase per alcuni anni, fra l’altro accompagnandolo nel 1953 in una tournée europea di cui esistono delle succose testimonianze discografiche. A Parigi e a Stoccolma registrò in trio a proprio nome, con basso e batteria di Gillespie e, lo senti qui, anche con il grande baritonista svedese Lars Gullin. 

 In seguito suonò e registrò ancora con Jackson, ma al pianoforte, con Gigi Gryce, con Mingus («The Clown»), con Rollins e con Jackie McLean. Morì a ventinove anni a Buffalo, NY, la città in cui era cresciuto e in cui era tornato a vivere.

 Io non so come Legge suonasse il contrabbasso: bene, immagino. Di sicuro suonava assai bene il piano e del resto Dizzy non si sbagliava mai. Da quello che si sente era un pianista tecnicamente completo, di base powelliana con qualche influsso di Erroll Garner e una sua particolare, pensosa inclinazione melodica che a momenti (senti soprattutto Perdido e All The Things) mi fa pensare a Hampton Hawes.

 Perdido (Tizol), da «Wade Legge Trio», Fresh Sound FSR-CD 894. Wade Legge, piano; Lou Hackney, contrabbasso; Al Jones, batteria. Registrato nel febbraio 1953.

 Dream A Little Dream Of Me (Andre-Schwandt-Kahn), id.

 All The Things You Are (Kern-Hammerstein II), id. Più Lars Gullin, sax baritono.

venerdì 14 febbraio 2020

Exactly Like You (Gene Ammons)

 Dico il vero, non conosco bene Gene Ammons, anche se l’ho presentato su Jnp più di una volta e in un’occasione ne ho addirittura fatto l’oggetto di un quiz, tanti anni fa (sai che fra tre mesi Jazz nel pomeriggio finirà i dieci anni?).

 Comunque Ammons è quasi un archetipo del sax tenore; se penso astrattamente al suono di quello strumento nel jazz, mi viene alla mente e alle orecchie un suono come io suo: caldo, al tempo stesso umano e monumentale e in una vena decisamente lirica.

 Exactly Like You (Fields-McHugh), da «Jug», Prestige PRLP 7192. Gene Ammons, sax tenore; Richard Wyands, piano; Doug Watkins, contrabbasso; J. C. Heard, batteria; Ray Barretto, conga. Registrato il 27 gennaio 1961.

giovedì 13 febbraio 2020

Nardis – The Kicker (Joe Henderson)

 Nardis è un tema molto bello e suggestivo che Miles Davis compose per un disco di Cannonball Adderley, «Portrait Of Cannonball», ma che non suonò mai; diventò invece un pezzo forte del repertorio di Bill Evans, pianista in quella seduta del 1958.  

 Non mi risulta che Nardis sia stata poi molto eseguita da altri, ma mi posso sbagliare; qualche versione che mi è capitato di sentire, anche dal vivo, non mi ha sedotto. Invece mi piace questa di un sestetto di Joe Henderson del 1967, perché, in un’esecuzione succinta, ne coglie l’atmosfera afosamente malinconica nell’ambiguità del modo frigio. Buona parte della riuscita, oltre che a Henderson, estroso e geniale come sempre, si deve a Kenny Barron e al trombettista Mike Lawrence, che morì di cancro appena trentasettenne, nel 1983.

 Segue, dal medesimo disco, una cosa completamente diversa, The Kicker di Horace Silver. Henderson ebbe parte nella editio princeps di questo pezzo, contenuta in «Song For My Father» del 1964.

 Nardis (Davis), da «The Kicker», Milestone MSP-9008. Mike Lawrence, tromba; Grachan Moncur III, trombone; Joe Henderson, sax tenore; Kenny Barron, piano; Ron Carter, contrabbasso; Louis Hayes, batteria. Registrato il 10 agosto 1967.

  The Kicker (Silver), id.

martedì 11 febbraio 2020

Night Sound (George Russell) RELOADED

Reload dal dicembre 2010.

 Uso le parole del suo compositore George Russell per descrivere questo pezzo del 1956: «un tema di blues è sviluppato in un contesto in prevalenza cromatico, data la mobilità continua dei centri tonali» (fra i quali prevale comunque Fa).

 Night Sound (Russell), da «The Complete Bluebird Recordings», Lone Hill Jazz LHJ10177. Art Farmer, tromba; Hal McKusick, sax alto; Barry Galbraith, chitarra; Bill Evans, piano; Milt Hinton, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato il 17 ottobre 1956.



domenica 9 febbraio 2020

The Song Is You – Summertime (Art Blakey)


 In questo disco insolito senti Art Blakey a capo di un quartetto composto per l’occasione anziché di una formazione dei Jazz Messengers, come viceversa Blakey si è presentato quasi esclusivamente dai tardi anni Cinquanta in poi, l’eccezione più significativa essendo stata, credo, la sua partecipazione (con Gillespie, Winding, Monk e Al McKibbon) ai Jazz Giants, nei primissimi anni Settanta. 

 Si tratta in breve di una blowing session (e anche questa, data l'etichetta Impulse!, è cosa insolita) molto riuscita, con tre standard e tre originali basati sul blues, tutti head arranged. Sonny Stitt alterna alto e tenore ed è in forma brillante, e altrettanto il leader nominale della seduta, il quale, come è tratto distintivo di un batterista autorevole, crea e colora lo spazio sonoro con il suo drumming dalla sonorità inconfondibile. 

 The Song Is You (Kern-Hammerstein III), da «A Jazz Message», Impulse!. Sonny Stitt, sax alto; McCoy Tyner, piano; Art Davis, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 16 luglio 1963.

 Summertime (Gershwin-Gershwin-Heyward), ib. ma Stitt suona il sax tenore.

sabato 8 febbraio 2020

Bess, You Is My Woman Now – I Got Plenty O’ Nuttin’ – Strawberry Woman (Oscar Peterson & Joe Pass)

 Conosco questo disco famoso o famigerato da moltissimi anni; mi era sempre sembrato una bizzarria oziosa, per non dire una boiata. Per molti anni non l’ho ascoltato e non ci ho pensato.  

 Risentendolo, mi è piaciuto. Questo non dice niente del disco, si capisce.

 Bess, You Is My Woman Now (Gershwin), da «Porgy And Bess», Pablo. Oscar Peterson, clavicordo; Joe Pass, chitarra. Registrato il 26 gennaio 1976.

  I Got Plenty O’ Nuttin’ (Gershwin), id.

  Strawberry Woman (Gershwin), id.

venerdì 7 febbraio 2020

Self-Portrait In Three Colors (Greg Osby)


 Ecco, a me piace abbastanza Greg Osby e moltissimo Self-Portrait In Three Colors di Mingus (da «Mingus Ah Um»), ma questa versione di Self-Portrait In The Three Colors di Greg Osby non mi piace per niente. Non ha, non dico tre, ma nessun colore, e non perché compensi con pregi di forma, di tratto o di tratteggio. 

 È un’esecuzione penosamente equalizzata, meccanica nel ritmo e indolente nel fraseggio, vagamente plasticosa. Osby nel suo assolo gira a vuoto, Stefon Harris ogni tanto fa plink perché tanto ormai era lì e qualcosa doveva fare e anche un pianista estroso come Jason Moran fa soltanto quello che può, cioè, nella circostanza, non fa quasi nulla.

 Self-Portrait In Three Colors (Mingus), da «Inner Circle», Blue Note 7243 4 99871 2 8. Greg Osby, sax alto; Jason Moran, piano; Stefon Harris, vibrafono; Tarus Mateen, contrabbasso; Eric Harland, batteria. Registrato nel 1999.