Che male ci potrà mai essere nel pubblicare per una volta una musica famosissima e perfettamente ovvia se essa musica è Monk’s Mood suonata da Thelonious Monk e John Coltrane?
Monk’s Mood (Monk), da «Thelonious Monk Quartet with John Coltrane at Carnegie Hall», Blue Note. John Coltrane, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Ahmed-Abdul Malik, contrabbasso; Shadow Wilson, batteria. Registrato il 29 novembre 1957.
Nutro una passione particolare per il Coltrane esecutore di ballad: non sono sicuramente l’unico, visto che «Ballads» s’intitola uno dei suoi dischi più popolari e un’antologia postuma della Impulse! è «The Gentle Side of John Coltrane».
In questo disco, con una sezione ritmica collaudatissima, Trane suona l’ipnotica Slow Dance, di cui io non conosco altre esecuzioni. Potrebbe essere una delle ballad che scriveva Mal Waldron; ne è autore invece Alonzo Levister, compositore coetaneo di Coltrane, adepto della Third Stream, che citava fra le sue ispirazioni «il blues, Bartók, Bach e la musica delle chiese battiste».
Slow Dance (Levister), da «Traneing In», Prestige/OJCCD 189. John Coltrane, sax tenore; Red Garland, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Taylor, battera. Registrato il 23 agosto 1957.
Per Jazz nel pomeriggio l’avvio è tranquillo e sicuro con John Coltrane in un suo disco Atlantic forse non dei più noti. La data sulla copertina è semplicemente «October 24, 1960», ma le discografie precisano che Mr. Syms è stato registrato nel pomeriggio, Blues To Bechet la sera. Si era nel periodo aurorale del grande quartetto, quando il contrabbasso era ancora nelle mani di Steve Davis, un periodo che io trovo affascinante, come tutto Coltrane, del resto, anche quello che non capisco bene.
Quell’anno Coltrane aveva cominciato a praticare il sax soprano per ispirazione di Steve Lacy («My Favorite Things» è di tre giorni prima). Per farsi un’idea dello strumento, Alfred Lion della Blue Note gli prestò i suoi dischi di Bechet, che Trane non conosceva: a differenza di oggi, all’epoca non era detto che un jazzman di scuola moderna avesse una grande conoscenza o anche un interesse per il jazz pre-bellico; si può pensare che, per la tradizione orale ancora viva e operante per vie subliminari, non ne avesse bisogno.
È anche interessante il fatto che quel grande non si preoccupò mai di padroneggiare il soprano tecnicamente come padroneggiava il tenore, benché sia poi stato lui il responsabile della diffusione vastissima e non sempre fausta di questo difficile taglio di sax.
Blues To Bechet (Coltrane), da «Coltrane Plays The Blues», Atlantic SD 1382. John Coltrane, sax soprano; Steve Davis, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 24 ottobre 1960.
La composizione di Cal Massey compare in apertura del primo disco di John Coltrane a proprio nome, «Coltrane»; suona proprio come ci si aspetta che un bopper di stretta osservanza, quale Coltrane era nel 1957, possa eseguire un tema genericamente «africaneggiante», nel senso che questo aggettivo poteva avere a quell’epoca.
Dodici anni dopo era un’altra America e un altro mondo; quella che suona Archie Shepp è quasi tutt’altra composizione, anche se memore dell’arrangiamento di Coltrane, e il bebop è lontano (non saprei dire se sia più vicina l’Africa).
Bakai (Massey), da «Coltrane», [Prestige] OJCCD-020-2. Johnnie Splawn, tromba; John Coltrane, sax tenore; Sahib Shihab, sax baritono; Red Garland, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Albert «Tootie» Heath, batteria. Registrato il 31 maggio 1957.
Bakai, da «Kwanza», Impulse! Originals AS-9262. Woody Shaw, tromba; Matthew Gee, trombone; Clarence Sharp, sax alto; Archie Shepp, sax tenore; Cecil Payne, sax baritono; Cedar Walton, piano; Wilbur Ware, contrabbasso; Joe Chambers, batteria. Registrato il 26 agosto 1969.
Dopo il Coltrane opus ultimum di ieri, molto commentato con mia grande soddisfazione, il Coltrane all’inizio della sua piena maturità. Reload dall’agosto del 2013.
L’insolito e insistito trascorrere dal modo minore al maggiore ha fatto di What Is This Thing Called Love? di Cole Porter uno degli standard più battuti dai jazzisti. Non solo, è anche fra quelli la cui sequenza armonica, variamente dissimulata, è servita da base a composizioni jazzistiche originali dal bebop in poi e ricordo solo Hot House di Tadd Dameron e Subconscious-Lee di Lee Konitz. La rielaborazione più brillante, però, credo sia questa di John Coltrane del 1959. Nei suoi neanche cinque minuti, Fifth House è un’opera di straordinario impegno linguistico, un compendio denso eppure musicalissimo delle riflessioni che Coltrane era fino a quel punto andato facendo su forma e armonia in rapporto all’improvvisazione.
Coltrane equalizza armonicamente le prime sedici battute (AA) della canzone con un ostinato di piano e basso sopra il quale esegue una melodia speziata di cromatismi e incardinata su intervalli molto ampî (settima maggiore, ottava). Poi, sorprendentemente, nel bridge (B) elude l’ovvia suggestione orientaleggiante dell’originale, dove il basso scendeva percorrendo il «tetracordo frigio» (do-sib-lab-sol), suggestione verso cui sembrava indirizzata la melodia appena ascoltata, e applica invece alla sezione mediana i Coltrane changes, l’innovativa sequenza che Coltrane andava sperimentando da un po’ e su cui si basa il pezzo eponimo di «Giant Steps», registrato sette mesi prima (in assolo, Coltrane improvvisa su questa struttura, mentre Wynton Kelly si attiene ai changes regolari). Succede così che, retrospettivamente, l’ascoltatore si renda conto di come quella particolare sequenza armonica fosse già sottesa, ma lasciata implicita, nella prima sezione su pedale, quella del vamp d’apertura, che ritorna a chiudere l‘esecuzione.
Quanto al titolo, Fifth House viene sì da What Is This Thing…, ma per il tramite di Hot House; si danno poi, in astrologia, delle «case» – dodici – del «tema natale»di una persona. La quinta è associata all’amore e al piacere.
Fifth House (Coltrane), da «Coltrane Jazz», (Atlantic) Not Now NOT5CD913-2. John Coltrane, sax tenore; Wynton Kelly, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Jimmy Cobb, batteria. Registrato il 2 dicembre 1959.
Shall I say it again? In order to arrive there, To arrive where you are, to get from where you are not, You must go by a way wherein there is no ecstasy. In order to arrive at what you do not know You must go by the way of ignorance. In order to possess what you do not possess You must go by the way of dispossession. In order to arrive at what you are not You must go through the way in which you are not. And what you do not know is the only thing you know And what you own is what you do not know And where you are is where you are not.
Devo dirlo ancora? Per arrivare là, Per arrivare dove sei, per muoverti da dove non sei, Devi fare una via dove non c’è estasi. Per arrivare a ciò che non sai, Devi fare la via dell’ignoranza. Per possedere ciò che non possiedi, Devi fare la strada della privazione. Per arrivare a ciò che non sei Devi percorrere la via in cui non sei. E ciò che non sai è tutto quello che sai E quello che hai è ciò che non hai E dove sei è là dove non sei.
T. S. Eliot, Four Quartets (1941), «East Coker», III, 31-47. To Be (Coltrane), da «Expression» Impulse! AS-9120. John Coltrane, flauto; Pharoah Sanders, ottavino, percussioni; Alice Coltrane, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Rashied Ali, batteria. Registrato il 15 febbraio 1967.
«Il sax alto è un bello strumento quando è ben suonato» è un sardonico truismo che ho trovato oggi scorrendo i collected works di Whitney Balliett. Mi è allora venuto in mente che Frank Strozier lo suonava, probabilmente lo suona ancora, piuttosto bene.
Questo è un bellissimo disco con un bellissimo quartetto: Billy Wallace vi è più che brillante, Bill Lee, padre del regista Spike, è stato un compositore e bassista spesso presente in situazioni interessanti, e Vernell Fournier è il batterista di New Orleans che ha così tanto contribuito alla grandezza del trio più classico di Ahmad Jamal.
Chris, composizione di Strozier, forse per caso o forse no, ripete nel suo incipit parte della seconda semifrase di Lazy Bird, la composizione di Coltrane contenuta in «Blue Train» di tre anni prima.
E a questo proposito: oggi John Coltrane avrebbe compiuto novant’anni se non ci avesse lasciati sciaguratamente presto, a quarantuno, nel 1967. Il nostro amico e collaboratore di Jnp Alberto Arienti Orsenigo ha allestito per la ricorrenza questa semplice, bella pagina che t’invito a visitare (e credimi, non lo faccio perché la pagina ospita un link alle cosette che su Coltrane, negli anni, ho scritto anch’io, qui sopra).
Day In - Day Out (Mercer-Bloom), da «Cool, Calm And Collected», [VeeJay] Koch Jazz KOC-CD-8552. Frank Strozier, sax alto; Billy Wallace, piano; Bill Lee, contrabbasso; Vernell Fournier, batteria. Registrato il 13 ottobre 1960.
Il grande quartetto di John Coltrane un attimo prima della fine. Era la tarda estate del 1965, Tyner e Jones se ne sarebbero andati nel gennaio successivo. Ma la pagina, a questo punto, era già stata voltata.
Questo disco uscì solo nel 1971.
Dearly Beloved(Coltrane), da «Sun Ship», Impulse! John Coltrane, sax tenore; McCoy Tyner, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 26 agosto 1965.
Nel breve periodo in cui John Coltrane fu un mainstreamer rampante, la Prestige lo associò volentieri a musicisti in quel momento più affermati di lui, come qui Kenny Burrell. Non che Trane suonasse poi in queste occasioni in modo molto diverso da come avrebbe fatto negli anni immediatamente successivi, dopo aver lasciato Miles Davis: per dire, gli sheets of sound ci sono già, anche se meno frequenti ed estesi.
Lyresto (Burrell), da «Kenny Burrell & John Coltrane», [Prestige] OJCCD-300-2. John Coltrane, sax tenore; Kenny Burrell, chitarra; Tommy Flanagan, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Jimmy Cobb, batteria. Registrato il 7 marzo 1958.
Why Was I Born? (Kern-Hammerstein), ib., Coltrane e Burrell.
Questo blues vigoroso vienedal primo, bellissimo disco di John Coltrane a proprio nome. «Chronic» è una varietà potente e pregiata di marijuana; l’arrangiamento è di Cal Massey, come nel resto del disco.
Non credo si sia mai sentito un sax baritono nei dischi di Coltrane, a parte quello previsto dalle partiture dolphyiane di «Africa Brass». Qui si trova nelle mani capacissime di Sahib Shihab. Il trombettista Splawn, chissà chi era.
Chronic Blues (Coltrane), da «Coltrane», Prestige-OJCCD-020-2. Johnny Splawn, tromba; John Coltrane, sax tenore; Sahib Shihab, sax beritono; Mal Waldron, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Albert «Tootie» Heath, batteria. Registrato il 31 maggio 1957.
Old Gospel (Coleman), da «Old and New Gospel», BST 84262. Ornette Coleman, tromba; Jackie McLean, sax alto; Lamont Johnson, piano; Scott Holt, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nel 1967.
Welcome è già apparso su «Jazz nel pomeriggio» l’8 aprile 2011, per festeggiare il compleanno del caro Lancianese (ciao, Paolo). Questo sito non è una rivista d’attualità né ha pretese storiche, ma è un diario, e siccome ho sentito urgente l’impulso di riascoltare questo pezzo, ecco che te lo ripropongo.
In secondo luogo, noterai che l’ho ascritto a «Coltrane & Elvin Jones», benché provenga da un noto disco a nome di Coltrane, «Kulu Sé Mama» del 1966. Ho inteso così sottolineare, non certo con particolare originalità, l’importanza decisiva del contributo di Jones alla musica di Coltrane, contributo che si è fatto dal 1960 al 1965 via via più grande, tanto da rendere un peccato il fatto che Elvin non abbia avuto animo di accompagnare Coltrane anche nell’ultima, sibillina fase del suo percorso musicale ed esistenziale invece di Rashied Ali, batterista eccellente e appropriato, ma musicista a lui incommensurabilmente inferiore.
Ascolta Welcome (che altro non è che la seconda semifrase di Happy Birthday To You, «Tanti auguri a te») ponendo attenzione speciale a quello che Elvin fa per Coltrane, soprattutto con un incredibile lavoro di timpano e grancassa, prendendolo nelle sue mani e sollevandolo verso il cielo. Io non credo che, senza il concorso essenziale di Elvin Jones, John Coltrane sarebbe mai diventato John Coltrane.
Welcome (Coltrane), da «The Classic Quartet – Complete Impulse! Studio Recordings», Impulse! IMPD8-280. John Coltrane, sax tenore; McCoy Tyner, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 26 maggio 1965.
Nel medesimo periodo in cui Sonny Rollins («A Night At the “Village Vanguard”») sperimentava con il trio senza pianoforte, Coltrane si trovava a sperimentare con un pianista lavativo che non si presentava alla registrazione e quindi, alla fine, anche lui con un trio senza pianoforte. A parte questo, Earl May non era davvero Wilbur Ware.
I Love You (Cole Porter), da «Lush Life», [Prestige] OJCCD-131-2. John Coltrane, sax tenore; Earl May, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato il 31 maggio 1957.
Lush Life (Strayhorn), ib; Coltrane con Donald Byrd, tromba; Red Garland, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Louis Hayes, batteria. Registrato il 16 agosto 1957.
Dalla quella gran miniera delle riprese dal vivo in Europa del quartetto di John Coltrane, ecco un’ennesima, brillantissima esecuzione di The Inch Worm, registrata non si sa nel 1961 o nel ’62, ma sicuramente a Parigi.
The Inch Worm (Loesser), da «The Paris Concert», [Pablo] OJCCD 0025218678124. John Coltrane, sax soprano; McCoy Tyner, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato nel 1961 o ’62.
L’insolito e insistito trascorrere dal modo minore al maggiore ha fatto di What Is This Thing Called Love? di Cole Porter uno degli standard più battuti dai jazzisti. Non solo, è anche fra quelli la cui sequenza armonica, variamente dissimulata, è servita da base a composizioni jazzistiche originali dal bebop in poi e ricordo solo Hot House di Tadd Dameron e Subconscious-Lee di Lee Konitz. La rielaborazione più brillante, però, credo sia questa di John Coltrane del 1959. Nei suoi neanche cinque minuti, Fifth House è un’opera di straordinario impegno linguistico, un compendio denso eppure musicalissimo delle riflessioni che Coltrane era fino a quel punto andato facendo su forma e armonia in rapporto all’improvvisazione.
Coltrane equalizza armonicamente le prime sedici battute (AA) della canzone con un ostinato di piano e basso sopra il quale esegue una melodia speziata di cromatismi e incardinata su intervalli molto ampî (settima maggiore, ottava). Poi, sorprendentemente, nel bridge (B) elude l’ovvia suggestione orientaleggiante dell’originale, dove il basso scendeva percorrendo il «tetracordo frigio» (do-sib-lab-sol), suggestione verso cui sembrava indirizzata la melodia appena ascoltata, e applica invece alla sezione mediana i Coltrane changes, l’innovativa sequenza che Coltrane andava sperimentando da un po’ e su cui si basa il pezzo eponimo di «Giant Steps», registrato sette mesi prima (in assolo, Coltrane improvvisa su questa struttura, mentre Wynton Kelly si attiene ai changes regolari). Succede così che, retrospettivamente, l’ascoltatore si renda conto di come quella particolare sequenza armonica fosse già sottesa, ma lasciata implicita, nella prima sezione su pedale, quella del vamp d’apertura, che ritorna a chiudere l‘esecuzione.
Quanto al titolo, Fifth House viene sì da What Is This Thing…, ma per il tramite di Hot House; si danno poi, in astrologia, delle «case» – dodici – del «tema natale»di una persona. La quinta è associata all’amore e al piacere.
Fifth House (Coltrane), da «Coltrane Jazz», (Atlantic) Not Now NOT5CD913-2. John Coltrane, sax tenore; Wynton Kelly, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Jimmy Cobb, batteria. Registrato il 2 dicembre 1959.
La ballad di John Coltrane – una linea estatica in forma AA' che non richiede improvvisazione, come Naima – , prima nella versione dell’Autore (1960), poi in un'armonizzazione a quattro parti di Jack DeJohnette nel 1979.
Central Park West (Coltrane), da «Coltrane’s Sound», Atlantic 7567-81358-2. John Coltrane, sax soprano; McCoy Tyner, piano; Steve Davis, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 24 ottobre 1960.
Central Park West, da «Special Edition», ECM 1152. Jack DeJohnette, melodica; Arthur Blythe, sax alto; David Murray, sax tenore; Peter Warren, violoncello. Registrato nel marzo 1979.
Questo semi-famoso e bellissimo disco a firma congiunta Coltrane-Adderley, registrato a Chicago nel 1959, è essenzialmente una raccolta di standard, più un paio di numeri bluesy composti da Cannonball e – soprattutto – questa Grand Central di Coltrane, che fa parte di quelle sue composizioni di quel torno di tempo che, senza rinunciare a swing e cantabilità, stavano cominciando a «rompere la crosta dell’hard bop», come ha scritto Marcello Piras.
Grand Central (Coltrane), da «Quintet in Chicago», [Limelight] Poll Winners Records PWR 27205. Cannonball Adderley, sax alto; John Coltrane, sax tenore; Wynton Kelly, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Jimmy Cobb, batteria. Registrato nel febbraio 1959.
Una delle belle melodie di Billy Strayhorn, dapprima nell’esecuzione originale dell’orchestra di Duke Ellington (1942), cantata con enfasi e con mediocre tecnica vocale da Herb Jeffries. Segue la versione che Duke ne diede nel disco dedicato a Strayhorn del 1967, anno della sua morte, poi quella, molto più famosa, di Ellington e Coltrane nel famoso incontro discografico dei due per la Impulse!, avvenuto cinque anni prima.
La seconda versione orchestrale può sfoggiare, più belle che mai, le voci di Lawrence Brown, di Barney Bigard, di Johnny Hodges e di Paul Gonsalves (e senti che netto contrasto fa il pianoforte di Duke dopo l’esposizione di Lawrence Brown), ma quella in quartetto ha un’invitante intimità, caratteristica del resto di Coltrane quando suonava una ballad.
My Little Brown Book (Strayhorn), da «Never No Lament: The Blanton-Webster Band», Bluebird 82876 50857 2. Wallace Jones, Ray Nance, tromba; Rex Stewart, cornetta; Joe Nanton, Lawrence Brown, trombone; Juan Tizol, trombone a pistoni; Barney Bigard, clarinetto; Johnny Hodges, Otto Hardwic, sax alto; Ben Webster, sax tenore; Harry Carney, sax baritono; Duke Ellington, piano; Billy Strayhorn, celesta; Fred Guy, chitarra; Junior Raglin, contrabbasso; Sonny Greer, batteria. Registrato il 26 giugno 1942.
My Little Brown Book, da «… And His Mother Called Him Bill», RCA Victor 743218551512. Cootie Williams, Cat Anderson, Mercer Ellington, Herbie Jones, tromba; Lawrence Brown, Buster Cooper, trombone; John Sanders, trombone a pistoni; Chuck Connors, trombone basso; Jimmy Hamilton, clarinetto; Johnny Hodges, Russell Procope, sax alto; Paul Gonsalves, sax tenore; Harry Carney, sax baritono; Duke Ellington, piano; Aaron Bell, contrabbasso; Sam Woodyard, batteria. Registrato il 30 agosto 1967.
My Little Brown Book, da «Duke Ellington & John Coltrane», Impulse! IMPD-166. John Coltrane, sax tenore; Duke Ellington, piano; Aaron Bell, contrabbasso; Sam Woodyard, batteria. Registrato il 26 settembre 1962.
Questo incontro discografico di Milt Jackson e John Coltrane (1959) mi piace per tutti i motivi ovvî e per un altro ancora: accosta due fra gli improvvisatori di jazz più grandi e due che non potrebbero essere più diversi, proprio in quanto improvvisatori. La musica sgorga da Jackson spontanea e in apparenza inesauribile come acqua da una sorgente che scorra poi impetuosa, ma entro argini ben segnati; in Coltrane, ogni frase risulta da una ricerca testarda e faticosa e la loro successione non si svolge orizzontale, come quella (fluviale) di Jackson, ma si tende verso l’alto, a volte ricadendo su se stessa, nello sforzo di vincere la gravità musicale.
Three Little Words (Ruby-Kalmar), da «Bags & Trane», Atlantic 7657-81348-2. John Coltrane, sax tenore; Milt Jackson, vibrafono; Hank Jones, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Connie Kay, batteria. Registrato il 15 gennaio 1959.
Da pochissimo ho voluto celebrare i due anni di questo blog; ora sfido il ridicolo (nella specie di un’indulgenza all’autocelebrazione per futili motivi) e festeggio un altro traguardo di Jazz nel pomeriggio: i 1000 (mille) post, di cui il presente è il millesimo, appunto. Togliamo pure quelli intitolati [comunicazioni di servizio] e qualche altro, resta un bel malloppetto di post per poco più di due anni di programmazione, a testimonianza della costanza del mio amore per il jazz e anche della costanza di quelli fra i lettori – non pochi, fra i pochi – che mi seguono da principio.
Più che del numero dei post, però, io mi compiaccio di quello dei pezzi di musica pubblicati: più di milletrecento e tutti bellissimi, belli o almeno interessanti per un verso o per un altro. Molti, spero la maggior parte, non sono ascolti ovvii, ivi compresi quelli scelti direttamente dai lettori, o nei guest post o suggeriti in un commento.
Per festeggiare, John Coltrane esegue My Favorite Things dal vivo al festival di Newport del 1963. Quell’estate Roy Haynes sostituì Elvin Jones; l’esecuzione è breve, rispetto ad altre di questo cavallo di battaglia coltraniano, ma è sicuramente delle più belle. Segue l’orchestra di Duke Ellington che, nella sua formazione più classica, suona la sua sigla.
C’è una ragione personale per queste scelte in questa occasione: il disco che contiene My Favorite Things, «Selflessness», è il primo disco di jazz che io abbia comprato in vita mia, naturalmente in forma di micosolco di vinile del costo di 5.500 lire. E Take the «A» Train è un pezzo del mio musicista più amato che mi dà sempre gioia.
Adesso, per un po’ con le commemorazioni dovremmo stare a posto. Altre ne arriveranno, perché non prevedo che Jazz nel pomeriggio chiuderà i battenti molto presto. Promessa? Minaccia?
My Favorite Things (Rodgers-Hammerstein III), da «Selflessness», Impulse! B00J5830-02. John Coltrane, sax soprano; McCoy Tyner, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato il 7 luglio 1963.
Take the «A» Train (Strayhorn), da «Never No Lament: The Blanton-Webster Band», Bluebird 82876 50857 2. Wallace Jones, Cootie Williams, tromba; Rex Stewart, cornetta; Joe Nanton, Lawrence Brown, trombone; Juan Tizol, trombone a pistoni; Barney Bigard, sax tenore, clarinetto; Johnny Hodges, Otto Hardwick, sax alto; Ben Webster, sax tenore; Harry Carney, sax baritono; Duke Ellington, piano; Fred Guy, chitarra; Jimmy Blanton, contrabbasso; Sonny Greer, batteria. Registrato il 15 febbraio 1941.