Reload dal 20 ottobre 2016.
Fra i criteri che decidono del valore di un musicista di jazz, l’ascoltatore odierno – e spesso anche il jazzista – non dà il giusto peso alla sensibilità interpretativa, cioè a quel genere di abilità che fa il valore un interprete classico: l’essere capace di leggere nel modo più espressivo e musicalmente sensato un testo, che nel caso del jazz può essere «semplicemente» il tema su cui si procederà a improvvisare e che sovente i musicisti trattano come una formalità di cui liberarsi in qualche modo per sbrigliarsi poi nell’assolo sul giro armonico (ricordo la costernazione di un musicista famoso nel raccontarmi di molti studenti che arrivavano da lui conoscendo i changes, ma non la melodia degli standard).
Questo tratto, primario nei solisti del jazz premoderno, era posseduto in grado sommo da Tina Brooks.
Il momento estatico di questa esecuzione di For Heaven’s Sake, che pure contiene una bellissima improvvisazione di Brooks, è tutto nei due minuti e mezzo dell’esposizione. Lì si svolge un saggio inestimabile di fraseggio (nel senso di scomposizione, gerarchizzazione e rilievo degli elementi motivici del tema), di agogica, di modulazione del suono e del soffio, di piazzamento degli accenti secondarî, di uso di note di grazia, abbellimenti e pause. L’arte dell’interpretazione musicale si esercita qui a un livello così alto da trascendere lo strumento, tanto che diventa difficile dire se quello che ascoltiamo sia un sax tenore o un contralto.
Di sicuro Tina Brooks era di quelli che, sull’esempio di Lester Young, Ben Webster e tanti altri, per suonare una canzone dovevano conoscerne a memoria le parole.
For Heaven’s Sake (Meyer-Bretton-Edwards), da «Back To The Tracks», Blue Note CDP 7243 8 21737 2 4. Blue Mitchell, tromba; Tina Brooks, sax tenore; Kenny Drew, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato il 20 ottobre 1960.
