Visualizzazione post con etichetta anni Duemiladieci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni Duemiladieci. Mostra tutti i post

giovedì 5 gennaio 2023

But Not For Me – Dream Of Monk (Fred Hersch & esperanza spalding)

 Mi fa dispiacere, ed è la seconda volta in poco tempo, non poter dire bene di un disco di Fred Hersch, che tanto ammiro come musicista e, anche se non lo conosco, come persona.

 La primavera scorsa si era trattato del disco con il quartetto d’archi; ora di un duetto d’imminente uscita, live at the Village Vanguard, con la cantante esperanza spalding (le iniziali minuscole, come per e.e. cummings, sono requisito dell’artista stessa).

 Non mi è di grande sollievo il fatto che stavolta l’insuccesso del lavoro non sia da attribuire a Hersch, che vi suona bene, ma alla spalding, della quale potrei dire molto ma decido invece di non dire niente, da tanto la sua prestazione mi è sembrata orribile sotto tutti i punti di vista. 

 Per giunta, la ripresa dal vivo non ci risparmia il banter della cantante con il pubblico: non che spiritoso o disinvolto, imbarazzante. Al proposito meriterà che riporti dalla press release* questa chiosa alla molto scadente versione di Girl Talk che qui si ascolta: «Il motivetto maschilista (chauvinistic) di Neal Hefti e Bobby Troup è sottoposto qui a un caustico esame da una prospettiva non soltanto femminista, ma anche eco-consapevole».

 L’omaggio a Monk è una composizione di Hersch francamente insulsa, frammenti monkiani o pseudo-tali contesti fra loro, con dei versi in tutto adeguati.

* Dove un tempo avevamo le liner notes, infatti, oggi abbiamo le press release; dove un tempo i critici o, nei casi sfortunati, i giornalisti musicali, oggi i PR people.

 But Not For Me (G.& I. Gershwin), da «Alive At The Village Vanguard», Palmetto. esperanza spalding con Fred Hersch, piano. Registrato nell’ottobre 2018.

 Dream Of Monk (Hersch), id.

venerdì 27 maggio 2022

Interpret It Well – Mixed Metaphor (Ches Smith)

 Ches Smith, percussionista di jazz «e altre musiche» originario della California e attivo a New York (fra altri con Zorn, Berne, Douglas, Halvorson), è fuori da poco con questo disco di sue composizioni. Come per il disco con archi di Fred Hersch che ti ho presentato qualche settimana fa, anche qui le note che accompagnano il lavoro sottolineano come sia stato concepito in epoca di lockdown per il COVID-19.

 Il trio con Taborn e Maneri è una working band di Smith a cui qui si è aggiunto Bill Frisell, un ammiratore delle composizioni di Smith. Si può capire perché lo sia: minimali ma non narcotiche, «spaziose» e asciutte, esse consentono alla sonorità di Frisell di espandersi con calma, siccome suole, incoraggiando in lui anche una certa estroversione. Come sempre succede quando Frisell fa l’ospite in un disco, tutti gli altri finiscono attratti nella sua orbita espressiva.

 In Interpret It Well, che prende il titolo dal disegno di Raymond Pettibon che illustra la copertina del CD, Ches Smith suona uno sparuto vibrafono. L’ascolto di Craig Taborn ci rassicura del fatto che la jarrettizzazione adombrata in un suo recentissimo disco ECM non è irreversibile.

 Ecco qui il quartetto dal vivo a NY, giusto un anno fa.

 Interpret It well (Smith), da «Interpret it Well», Pyroclastic. Bill Frisell, chitarra; Mat Maneri, viola; Craig Taborn, piano; Ches Smith, vibrafono, batteria. Registrato nell’ottobre 2020.

 Mixed Metaphor (Smith), id.

giovedì 5 maggio 2022

Sweet Love – Same Ole Love (365 Days of the Year) (Jason Palmer)

 Jason Palmer, come Ambrose Akinmusire sentito ieri, è un trombettista afroamericano sulla quarantina e come Akinmusire è musicista di eccellenti studi sia jazzistici sia classici, come lui vincitore di concorsi, sideman di jazzisti di nome, impegnato nell’accademia.

 Le analogie non sono poche, tuttavia non mi riesce d’immaginare due jazzisti più diversi, tenendo conto che questo disco del 2019 è l’unico che io abbia sentito di Palmer, il quale non vi suona composizioni proprie (laddove Akinmusire è essenzialmente un compositore) ma tutte canzoni dal repertorio di Anita Baker, «contemporary soul, R & B singer/songwriter, eight-time Grammy winner», della quale tutto ignoro e che non ho avuto né tempo né voglia di approfondire.

 Jason Palmer è trombettista impeccabile, ovviamente, e anche fantasioso, il suo quartetto (la vivace pianista francese Domi Degalle è, vedo, rinomata per conto suo per tutt’altro) suona con drive, eleganza e coordinazione e più di ogni altra cosa è sollecito di piacevolezza, obiettivo che coglie infallibilmente.

 Non so se questo significhi qualcosa, probabilmente no, ma ci ho fatto caso e lo dico: Jason Palmer è l’unico afrodiscendente nel suo quartetto (non ho idea se occasionale o la sua working band).

 Sweet Love (Baker-Johnson-Bias), da «Sweet Love», Steeplechase. Jason Palmer, tromba; Domi Degalle, piano; Max Ridley, contrabbasso; Lee Fish, batteria. Registrato nel dicembre 2017.

 Same Ole Love (365 Days of the Year) (Roberts-McLeod), id.

mercoledì 4 maggio 2022

Moon (The Return Amplifies The Unity) – Roy – Blues (We Measure The Heart With A Fist) (Ambrose Akinmusire)

 A dimostrare una volta di più che di molto mi si può accusare, ma non di seguire l’attualità troppo da vicino, eccomi a parlare di questo disco di Ambrose Akinmusire uscito l’anno scorso.

 Dei tre o quattro dischi suoi che conosco, è quello che mi ha persuaso meglio (ma delle sue alte qualità non ho mai dubitato), credo anche perché vi è felicemente assente il rap, genere contro cui non ho nulla ma che per me restava estrinseco alla sua musica, e soprattutto vi manca la spoken word, che viceversa detesto con passione.

 La musica intelligentissima di Akinmusire continua a suscitarmi più ammirazione che amore, ma sento che mi ci sto avvicinando; il disco conosce una progressione espressiva avvincente dall’inizio alla fine, perché Akimmusire è un artista che, anche a costo di qualche lungaggine, cerca sempre di definire nel modo più preciso e onesto il focus emotivo della sua ispirazione, testimoni anche i suoi titoli lunghi e capziosi, e direi che sempre più spesso vi riesca: lo si sente proprio nel procedere di questo disco, che chiede molto all’ascoltatore, giustamente, e lo rimunera.

 Moon (The Return Amplifies  The Unity) (Akinmusire), da «On The Tender Spot Of Every Calloused Moment», Blue Note. Ambrose Akinmusire, tromba; Sam Harris, piano; Harish Raghavan, contrabbasso; Justin Brown, batteria. Registrato il 5 giugno 2020.

 Roy (Akinmusire), id.

 Blues (We Measure The Heart With A Fist) (Akinmusire), id.

martedì 18 gennaio 2022

Au fil de la parole – The Loop of Chicago (Benoît Delbecq)

 La musica di Benoît Delbecq non somiglia a quella di altri, in special modo quando suona il pianoforte da solo.

 Au fil de la parole (Delbecq), da «The Weight of Light», Pyroclastic Records. Benoît Delbecq, piano. Registrato nel marzo 2020.

 The Loop of Chicago (Delbecq), id.

lunedì 15 novembre 2021

The News – Go Happy Lucky – With You in Mind (Andrew Cyrille)

 Se il quartetto riunito da Andrew Cyrille non può dirsi una compiuta all stars è perché il pianista cubano David Virelles (n. 1983) non ha il nome degli altri tre, pur essendosi sentito molto negli ultimi anni: qui sopra con Chris Potter, ma poi con Threadgill, Stańko, Cyrille stesso.

 Il disco è organoletticamente un ECM quintessenziale e conoscendomi potrai immaginare che io non l’abbia trovato proprio avvincente; fra l’altro, il fatto che leader ne sia il batterista e il batterista non sia Pinco, ma Andrew Cyrille, no less, non impedisce che poi la batteria sia confinata nel consueto secondo piano delle registrazioni della Casa tedesca. 

 Cyrille è comunque sempre stato un batterista-percussionista più volto al colore che al bite e non aspetta certo di sentirsi dire da me come vuol essere registrato; Bill Frisell in queste acque nuota come un ranocchio e così Virelles, che è un pianista di notevole gusto anche quando adopera il sintetizzatore. Ben Street è uno dei migliori contrabbassisti di oggi, qui come in qualsiasi compagnia.

 «The News» non contiene musica né eccitante né imprevedibile: solo in The News lo specchio dell’acqua s’increspa appena e nel blues Go Happy Lucky c’è quasi quasi l’idea che, proprio a volerlo, forse si potrebbe per un attimo pensare di battere il piede. È, ripeto, un ECM tipico. Gli è che, in questo periodo in cui io per un motivo o un altro ho i nervi a fior di pelle, ho trovato gradevolmente medicinale questo disco creato in epoca pre-pestilenza, e per tale te lo presento. 

 Porta pazienza con Cyrille che, in apertura di With You in Mind, declama qualche suo verso: lo fa con garbo e, a paragone di tanta nociva spoken word a cui ci è toccato fare l’abitudine, per tacere dei componimenti del suo vecchio leader Cecil Taylor, la poesiola non è infine neanche male.

 The News (Cyrille), da «The News», ECM. David Virelles, piano, sintetizzatore; Bill Frisell, chitarra; Ben Street, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria. Registrato nell’agosto 2019.

 Go Happy Lucky (Frisell), id.

 With You in Mind (Cyrille), id.

venerdì 15 ottobre 2021

Lush Life – Monk’s Mood (Edward Simon)

 Ricompare dopo circa dieci anni su Jnp Edward Simon (1969), pianista e compositore venezuelano che ha svolto in USA una bella carriera, prima come sideman di nomi illustri (ricordo Terence Blanchard e Greg Osby) e poi con complessi suoi, alcuni dei quali vòlti a combinare il jazz con le musiche del Venezuela.

 Tale fusion non è nel programma di questo piano solo recente, che avrebbe ben figurato nella famosa serie pianistica della Maybeck Hall (è anche questa una ripresa dal vivo, a Oakland in California). Simon è un pianista di grande destrezza, classicamente istruito ed esperto nei vari dialetti del mainstream jazzistico e affronta il cimento del piano solo come ci si può aspettare: Lush Life presenta molti appoggi alle tentazioni «concertistiche» che si offrono a un musicista del genere, con la sua melodia continua e ritmicamente fluttuante, in recitativo, che ben si presta a una resa agogica ad libitum, ricca di cadenze e fermate.

 Interessante trovo la versione simoniana di Monk’s Mood, dove interessante va letto come nel famoso malaugurio cinese o preteso tale, «possa tu vivere in tempi interessanti». Mi limiterò a dire – e mi piacerebbe che completassi tu nei commenti, o se no mi contraddicessi – che Edward Simon non è di quei pochi musicisti naturalmente inclinati a interpretare la difficile musica di Thelonious Monk.

 Nel disco, Simon suona anche Monk’s Dream, con esiti di poco migliori.

 Lush Life (Strayhorn), da «Solo Live», Ridgeway Records. Edward Simon, piano. Registrato il 27 luglio 2019.

Monk’s Mood (Monk), id.

domenica 4 aprile 2021

I’m Getting Sentimental Over You (Ethan Iverson e Tom Harrell)

 Getting Sentimental è un altro di quegli standard degli anni Trenta che sono passati di moda, con tutto che era fra i preferiti di Monk. Tom Harrell ed Ethan Iverson lo prendono con le molle, ciascuno alla sua maniera: lirica malgrado tutto quella di Harrell, che risente un po’ gli anni nella sonorità ma non nella logica del fraseggio; spontaneamente cervellotica ma provvista di una sua sconcertante, inconfondibile poesia quella di Iverson, il titolare della seduta, che la canzone aveva già suonato in uno dei suoi primi dischi da leader sempre conferendole un tono spettrale.

 Se t’interessa, qui troverai il .pdf di un’intervista che anni fa feci a Tom Harrell per Musica Jazz.

 Buona Pasqua!

 I’m Getting Sentimental Over You (Washington-Bassman), da «Common Practice», ECM. Tom Harrell, tromba; Ethan Iverson, piano; Ben Street, contrabbasso; Eric McPherson, batteria. Registrato nel gennaio 2017.

mercoledì 31 marzo 2021

Well, You Needn’t (George Colligan)

 George Colligan, pianista eccellente e, se non sottovalutato (l’aggettivo favorito dai jazzomani), di sicuro sottoesposto, qui ha seguito un po’ quello che fa il suo collega Ethan Iverson e si è procurato un sezione ritmica di insigni veterani della musica – e afroamericani.

 Suona fra l’altro due pezzi di Monk, questo e Monk’s Dream. Che te ne pare di lui come interprete monkiano? Non è di quelli nati per suonare Monk, com’era, per dire, Steve Lacy, poiché tende anzi, pur con misura, al verboso, ma neanche è dei tanti per i quali, come diceva Marcello Piras, Monk è soltanto uno che ha scritto degli accordi su cui è divertente improvvisare.

 Well, You Needn’t (Monk), da «Again With Attitude», IYOUWE. George Colligan, piano; Buster Williams, contrabbasso; Lenny White, batteria. Registrato nel 2019.

domenica 21 marzo 2021

The Chimento Files – Balladesque (WORMS)

 Mi arriva questo disco di un quintetto di non più giovani musicisti di Denver, Colorado, che dopo trent’anni hanno riformato per il disco un complesso che, dalle loro iniziali, si chiamava WORMS. L’unico che io conosca è il cornettista Ron Miles, che non per caso è l’unico dei sei ad aver fatto una bella carriera lontano da Denver, città che pure ha sempre avuto una buona scena jazzistica.

 Sono tutti bravi, ma il disco  l’ho ascoltato ora facendo dell’altro, ora dormicchiando. Solo gli assoli e gli accompagnamenti del pianista mi hanno procurato un modesto picco d’attenzione. Si chiama Andy Weyl.

 The Chimento Files (Oxman), da «Squirmin’», Capri 74154. Ron Miles, cornetta; Keith Oxman, sax tenore; Andy Weyl, piano; Mark Simon, contrabbasso; Paul Romaine, batteria. Registrato nel novembre 2017.

 Balladesque (Weyl), id.


giovedì 18 marzo 2021

Livery Stable Blues (Franco D’Andrea)

 Arriva anche Jazz nel pomeriggio, buon ultimo,  a festeggiare gli 80 anni del maggior jazzista italiano (posso sbilanciarmi, è il bello di non avere niente né da perdere né da guadagnare), soprattutto uno dei massimi pianisti jazz viventi, Franco D’Andrea.

 Mi scusa del ritardo il fatto che Jnp non abbia mai lesinato le dovute attenzioni a D’Andrea, teste la «nuvola» qui a fianco. Pubblico un pezzo da un suo lavoro recentissimo e ne approfitto per segnalare l’uscita di un bel libro a lui dedicato, una biografia critica scritta da Flavio Caprera, pubblicata dalla EDT e intitolata «Franco D’Andrea. Un ritratto». Non ho letto molti libri così completi su un jazzista: contiene davvero tutto quanto un appassionato di Franco D’Andrea possa desiderare ed è scritto con vera passione.

 Livery Stable Blues (LaRocca), da «New Things», Parco Della Musica. Mirko Casilino, tromba; Enrico Terragnoli, chitarra; Franco D’Andrea, piano. Registrato nel 2019.


venerdì 16 ottobre 2020

Sullivan’s Universe – Rain In Web (Marilyn Crispell & Angelica Sanchez)

 Di tanto in tanto pubblico un duetto di pianisti, sempre deprecando il genere; quando ne pubblico, infatti, rimarco sempre l’eccezione a una regola che per me è di confusione, esibizionismo, frastuono.

 Questo disco è molto bello. Marilyn Crispell, che hai sentito anche su Jnp, esegue tutte composizioni di Angelica Sanchez, che suona l’altro pianoforte; non conoscevo la Sanchez e mi pare eccellente.

 Non dico di più perché in queste settimane, come avrai forse notato dal rallentamento del blog, sono affaticato, meglio così per tutti. Abbandònati a questa musica complessa ma incalzante, che sente l’urgenza di dirti qualcosa e che manca del tutto di quel sinistro carattere proprio dei piano duets, la volontà di un pianista di sopraffare l’altro. Questo si deve, forse, al fatto che i pianisti qui sono due donne.

 Sullivan’s Universe (Sanchez), da «How To Turn The Moon», Pyroclastic. Marilyn Crispell e Angelica Sanchez, piano. Registrato il 28 settembre 2019.

 Rain In Web (Sanchez), ib.

martedì 22 settembre 2020

(re)new – (over)taken (Alister Spence)

 Con me devi avere pazienza in questo periodo: ricevo questo disco doppio del pianista e compositore australiano Alister Spence (n. 1955). Non so di lui e certo dovrei, ma a una ricerca corsiva su Google trovo ben poco. Del disco doppio, che lo Spence pubblica da se stesso, leggo nella press release che i più di venti pezzi in cui è frammentato, tutti dal nome ancipite, sono completamente improvvisati. I quattro o cinque che ho ascoltato presentano tutti un carattere agogico di vortice o mulinello, giusta la suggestione del titolo generale. Mi piacciono davvero. 

 Per cui, in ispirito improvvisativo o di cronaca, te ne propongo due così, senz’altro dire e senza elaborare, quasi li ascoltassimo insieme per la prima volta. Forse ci ritornerò.

 (re)new (Spence), da «Whirlpool», Alister Spence Music. Alister Spence, piano. Registrato nell’autunno del 2019.

 (over)taken (Spence), id.

domenica 23 agosto 2020

Dixie’s Dilemma (Ethan Iverson & Mark Turner) RELOAD


Reload dal 17 settembre 2018. 

Rieccoci. Dixie’s Dilemma è la contraffazione di All The Things You Are praticata nel 1956 da Warne Marsh e Ted Brown in un loro famoso disco di ispirazione prettamente tristaniana. 

 Nel disco recentissimo di duetti per la ECM registrato negli studi della radio della Svizzera italiana, Iverson, finalmente scioltosi dai Bad Plus, e l’antico sodale Turner lo riprendono, citando il tema (la parafrasi) alla fine. Iverson è autore di un’esegesi sottile di Tristano e Turner è notoriamente inlfuenzato da Warne Marsh.

 Il titolo dell’album, ne sono quasi certo, si deve a Ethan Iverson; è il titolo di uno dei romanzi del ciclo «A Dance to the Music of Time» di Anthony Powell.

 Dixie’s Dilemma (Marsh), da «Temporary Kings», ECM 2583. Mark Turner, sax tenore; Ethan Iverson, piano. Registrato nel 2018.

giovedì 13 agosto 2020

Blues – Cherokee – Chelsea Bridge (Roland Hanna)

 Un grande pianista di jazz si scatena su tre «fondamentali»: il blues, Cherokee e un classico di Ellington-Strayhorn. Roland Hanna.

 Blues (Hanna), da «Colors From A Giant’s Kit», IPO 125504. Roland Hanna, piano. Registrato nel 2011.

 Cherokee (Noble), id.

 Chelsea Bridge (Strayhorn), id.

mercoledì 12 agosto 2020

[Guest Post #72] Enrico Bettinello & Chris Lightcap

 Jazz nel pomeriggio ha ripreso di buona lena: lo dimostra anche il ritorno di Enrico Bettinello come guest poster. Bettinello, già contributore di Jnp ai tempi d’oro, per dire così, insegna all’università Ca’ Foscari di Venezia, la sua città, è curatore, scrittore e manager nell’ambito della musica e delle performing arts contemporanee. Membro del Board dei direttori di Europe Jazz Network e consulente di I-Jazz, l’associazione del festival jazz italiani, scrive per Il Giornale della Musica e AllAboutJazz ed è autore del libro Storie di jazz (Arcana, 2015).

Il pezzo scelto da Enrico, che non conoscevo, mi sembra brillante, soprattutto per la prestazione di Taborn al piano elettrico Wurlitzer (ben diverso dal Fender di ascolto più comune). 


 Quando ho chiesto a Marco Bertoli, che con grande gentilezza mi ha invitato a pensare un post per questo blog, cui avevo già contribuito nel 2014, che tipo di pezzo si aspettasse da me, se una cosa classica o più «moderna», mi ha risposto con la consueta autoironia che per lui qualsiasi cosa posteriore al 1956 era già moderna, esortandomi poi a stupirlo.

 Pur non essendo nei miei intenti quello di stupire chicchessia (alle soglie del mezzo secolo trovo assai poco affascinanti le narrazioni del jazz che procedono per opposizioni e presunti strappi), ho pensato che mi andava di raccontare un disco più o meno «recente» e comunque attuale.

 Tra le tante cose interessanti, ho ripescato «Epicenter» del contrabbassista Chris Lightcap, uscito nel 2015 per l’ottima etichetta portoghese Clean Feed, a nome di questa sua band che si chiama Bigmouth e che da circa un decennio rappresenta, con qualche variazione di assetto, il principale progetto a proprio nome.

 Lightcap è un musicista molto versatile, strumentista e compositore che vanta collaborazioni con Regina Carter così come con Marc Ribot, con Matt Wilson come con Craig Taborn. In questo suo quintetto ci sono due sax tenore piuttosto complementari come quelli di Tony Malaby e Chris Cheek, c’è proprio Taborn alle tastiere e un fantastico Gerald Cleaver dietro i tamburi.

 La musica di questo disco nasce da una commissione della Chamber Music America ed è dedicata alla città di New York, la cui varietà culturale e tensione urbana viene ben restituita dalla costruzione dei brani.

 Quello che ho scelto per voi, Nine South, apre il disco con un ostinato suonato al piano Wurlitzer da Taborn. Come se echi dell’Africa occidentale scivolassero lungo le strade della Grande Mela, il brano si sviluppa senza perdere mai una sottile e danzante ossessività su cui prima lo stesso pianista, poi i due sax tenore, infine Cleaver costruiscono intense idee soliste.
Il tema riappare, si contrappunta, si muove come struttura e nella struttura, lasciando nel finale i sassofoni a sovrapporsi alla frase dell’organo prima che svanisca nel silenzio. 

 I linguaggi del jazz dell’ultima parte del Novecento, le possibilità propulsive e timbriche che vengono da altri contesti popular ormai pienamente integrati nel DNA dei musicisti di un mondo globalizzato, una chiara idea formale che non preclude la fantasia degli improvvisatori. La musica di Chris Lightcap, senza particolari rivoluzioni, è tutto questo e mi convince e mi affeziona anche emotivamente. 

Mi fa piacere farla conoscere (o ricordarla) a Marco e a tutte le lettrici e lettori del suo blog.

Nine South (Lightcap), da «Epicenter», Clean Feed CF315CD. Chris Lightcap, contrabbasso; Craig Taborn, piano Wurlitzer; Tony Malaby, sax tenore; Chris Cheek, sax tenore; Gerald Cleaver, batteria. Registrato nel dicembre 2013.

venerdì 31 luglio 2020

Nightfall (Kenny Barron)

 Kenny Barron suona Nightfall di Charlie Haden, una composizione che io ricordo dal secondo disco di duetti di Haden, «Closeness» del 1976, con il titolo di Ellen David, il nome dell’allora moglie di Haden. 

 In quella versione di tanti anni fa, il pianista era Keith Jarrett. La melodia, molto romantica, «siede» assai bene sul pianoforte, e forse meglio in questa contenuta resa di Barron che in quella di Jarrett, che ricordo piuttosto sfrenata.

 Nighftall (Haden), da «Book Of Intuition», Impulse!. Kenny Barron, piano; Kiyoshi Kitagawa, contrabbasso; Jonathan Blake, batteria. Registrato nel luglio 2015.

sabato 25 luglio 2020

Le manoir des mes rêves (James Carter)

 Sabato. Sciogliti e batti il piedino con l’organ trio. Ha qualcosa in più: quest’organico redolente di soul jazz, James Carter lo ha adibito a un repertorio da lui amato e praticato, quello di Django Reinhardt.

 La fusion funziona bene né si vede perché non dovrebbe. Carter non si risparmia, anzi, ne fa come sempre di tutti i colori in quella sua maniera – ma forse può dirsi uno stile – in cui mantrugia tutta la storia del sax, non solo tenore, da Chu Berry ad Ayler a Braxton (di cui, unico mainstreamer a mia conoscenza, ha in repertorio alcune composizioni), una maniera a volte un po’ inconcludente ma quasi sempre felicemente disinibita. In Manoir, che diventa altro rispetto alle versioni propriamente manouche, Carter trova modo di prodursi in multiphonics, in un tratto di respirazione circolare e in una sequenza in sopracuti dei quali, per potenza e intonazione, credo nessun saxofonista credo abbia mai emesso gli eguali (forse Teo Macero in un vecchio disco di Teddy Charles, o Eddie Harris).

 La ripresa è dal vivo al festival di Newport del 2018.

 Le manoir des mes rêves (Reinhardt), da «Live From Newport», Blue Note B003079802. James Carter, sax tenore; Gerard Gibbs, organo; Alex White, batteria. Registrato il 5 agosto 2018.

giovedì 16 luglio 2020

Smoke Gets In Your Eyes – Motion – Indelible (Daniel Hersog)

 Daniel Hersog (Vancouver, 1985) è un jazzman canadese con l’istinto della big band e il talento che basta per seguirlo senza passi falsi o banalità. Senti questa versione del grande standard di Kern, condotta su un’alternanza di densità, da texture lussureggianti all’astringente semi-astrazione del pianista Carlberg, senza magniloquenza e anzi con una accorta economia dei pur cospicui mezzi.

 Hersog non ha bisogno di saturare lo spazio sonoro, né di farsi sentire in continuazione sotto i solisti, per creare un’atmosfera sonora persuasiva e personale: in questo è simile a Gil Evans il quale, se ricorda per la strumentazione, sbilanciata verso gli ottoni e ricca di legni-non saxofoni, non ricorda invece se non occasionalmente per gli impasti.

 Le doti di Hersog, per me evidenti anche o soprattutto in assenza qui di solisti di nota, me le conferma il resto di questo disco, per esempio l’omaggio a Jarrett di Motion e Indelible, la cui movenza motoristica in even eights, memore di certo jazz americano contemporaneo, non soccombe alla meccanicità grazie anche a una scrittura disinvolta per gli ottoni.

 Smoke Gets In Your Eyes (Kern), da «Night Devoid Of Stars», Cellar Music. Michael Kim, Brad Turner, Derry Byrne, Jocelyn Waugh, tromba e flicorno; Rod Murray, Jim Hopson, Brian Harding, trombone; Sharman King, trombone basso; Chris Startup, Michael Braverman, sax alto, soprano, clarinetto; Noah Preminger, Tom Keenlyside, sax tenore, flauto, ottavino, flauto contralto; Ben Enriques, sax baritono, clarinetto basso; Frank Carlberg, piano; James Meter, contrabbasso; Michael Sarin, batteria. Registrato il 10 e l’11 maggio 2019.


 Motion (Hersog), id.

 Indelible (Hersog)id.

venerdì 3 luglio 2020

Dewey Square – The Windup – Ring of Fire (Rudresh Mahanthappa)

 Rudresh Mahanthappa, jazzmen fra i più segnalati dell’odierna scena USA, ha da pochissimo fatto un disco in trio che, nell’intenzione, può ricordare quello che ti ho proposto ieri di Branford Marsalis: una rassegna di influenze. Direi che la versione di Mahanthappa abbia più che quella di Marsalis un valore sentimentale – del resto Mahanthappa ha cinquant’anni e Marsalis, nel 1987, era ancora lontano dai trenta.

 Il disco è molto bello, a mio parere. Il saxofonista, nei pezzi che ti faccio sentire oggi, vi omaggia, con molto abbandono e senz’ombra dell’ironia posmoderna del suo collega, Charlie Parker, Keith Jarrett* e… Johnny Cash.

 * Anche qui, come nel disco di Marsalis, in un pezzo dell’European Quartet con Jan Garbarek. Mi sa che il disdegno in cui i jazzofili per bene, quorum ego, sono soliti tenere il norvegese, meriti un ripensamento.

 Dewey Square (Parker), da «Hero Trio», Whirlwind Recordings. Rudresh Mahanthappa, sax alto; François Moutin, contrabbasso; Rudy Royston, batteria. Registrato nel gennaio 2020.

 The Windup (Jarrett), id.

 Ring of Fire (J. Carter Cash), id.