Reload dal settembre 2011
Ripresento questo articolo a completamento di una conversazione che ho avuto ieri sui vibrafonisti, stimolata dal post che proponeva Lem Winchester. Ho nominato come il mio vibrafonista preferito Walt Dickerson e questo post cerca fra l’altro di dare ragione della mia preferenza.
Un musicista che da qualche settimana ascolto e ascolto e ascolto (è raro, perché io ascolto pochissima musica) è
Walt Dickerson, vibrafonista.
Fra i suoi colleghi di strumento, non tenendo conto di Milt Jackson
che sovra gli altri com’aquila vola, è senz’altro il mio preferito. Un po’ te ne ho già parlato, come potrai leggere e sentire facendo clic sul suo nome, nella colonna qui a destra, e t’invito a farlo. Mi piace di lui come superi la retorica propria dello strumento e più in generale la sintassi melodica del bebop, in cui pure la sua musica ha salde le radici ma da cui Dickerson rimuove l’astrattezza e l’aggressività che viceversa l’hard bop avrebbe consolidato. Anche nei suoi dischi più convenzionali, per dire così, si ritrova questa libertà e in nessuna sua esecuzione manca un senso di avventura e allo stesso tempo di distensione: una sensazione, ecco, di curiosità appuntita ma affabile, che risulta in un abbandono che non cede mai al disordine né al «brutto», fosse pure esteticamente motivato. Una musica apollinea, con poco d’impressionistico, anzi tornita, e con uno swing sempre determinato, se non sempre ovvio, e dotata, come vado a (cercare di) spiegarti, di un impianto formale originale.
«To My Queen», del
1962, ha una formazione eccezionale e una delle pochissime apparizioni come sideman di Andrew Hill. Il pezzo che intitola il disco e che lo apre ha una struttura inedita: non è strofica, perché non vi si ripete un
chorus-sequenza armonica di lunghezza costante, ma piuttosto ciclica, con quattro diverse «zone» ritmico-armoniche che ricorrono con lunghezza rispettiva
approssimativamente simile – la prima, con cui il pezzo si apre e si chiude, a tempo libero, riservata a vibrafono e contrabbasso; la seconda in quattro, in modo misolidio, in cui il contrabbasso esegue un pedale di un intero per misura; quindi, introdotta da un rullo di timpano, la terza, su due accordi (a somiglianza di
So What) e il basso in quattro; infine una breve transizione basata armonicamente su un intervallo di tritono (o sul modo locrio). La sequenza si ripete per quanti sono i solisti, cioè Dickerson, Hill e Tucker.
È la versione che Dickerson dà del jazz modale e una soluzione (secondo me ispirata) al sempiterno dilemma dell’integrarsi di composizione e improvvisazione e ai problemi, che andavano facendosi urgenti proprio in quel torno di tempo, presentati dall’improvvisazione collettiva in un contesto armonico non più tradizionale. Walt è brillante ed estroso come sempre, e come sempre di un virtuosismo naturale e lontano da affettazioni; Hill, in una struttura così accennata ma solida, «organica», è a casa sua, con i suoi piccoli incisi ritmici collocati in tralice sulla pulsazione; George Tucker è uno dei grandi bassisti degli anni Sessanta e pare avere con il leader una relazione di speciale empatia; infine Andrew Cyrille, qui con le spazzole, è la perfezione.
«To My Queen» è un capolavoro che ripaga a ogni ascolto, e benché questa
title track ne costituisca il vertice, il disco dovrebbe entrare tutt’intero fra i migliori e non rinunciabili del decennio ’55-’65.
Tu che cosa ne dici?
To My Queen (Dickerson), da
«To My Queen», Prestige/OJCCD-1880-2.
Walt Dickerson, vibrafono;
Andrew Hill, piano;
George Tucker, contrabbasso;
Andrew Cyrille, batteria. Registrato il 21 settembre
1962.