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venerdì 2 dicembre 2022

Love, Gloom, Cash, Love (Herbie Nichols) RELOAD

Reload dal 21 settembre 2011 

 Che disastro che Herbie Nichols non abbia potuto suonare e incidere di più con musicisti al suo livello. Con lui, anche gente come Roach, Blakey, Richmond, per tacere dei contrabbassisti, suonavano addirittura meglio del loro solito.

  Love, Gloom, Cash, Love (Nichols), da «Love, Gloom, Cash, Love», Betlehem/Rhino 76690. Herbie Nichols, piano; George Duvivier, contrabbasso; Danny Richmond, batteria. Registrato nel novembre 1957.

martedì 31 maggio 2022

I Surrender Dear (Lennie Tristano) RELOAD

                                      Reload dal 19 giugno 2014

 Già nel 1946 Lennie Tristano trattava la tonalità da sussiegosa distanza.

 I Surrender Dear (Gershwin-Duke), da «Intuition», Properbox 64. Lennie Tristano, piano; Billy Bauer, chitarra; Clyde Lombardi, contrabbasso. Registrato l’8 ottobre 1946.

giovedì 26 maggio 2022

Season In The Sun – When Sunny Gets Blue (Jeanne Lee & Ran Blake) RELOADED

 Reload dal 3 gennaio 2015. Per scrupolo filologico, ho lasciato intatti i riferimenti alla stagione e alle circostanze meteorologiche.

 In questi giorni del freddo più crudo, nelle settimane più fastidiose e torpide dell’anno, la voce di Jeanne Lee ha dentro di sé un sole non battente, ma che scalda fin nelle midolla, in particolare in queste due canzoni che trattano di sole o ce l’hanno nel titolo e in cui le note, parole, raggi di luce di Jeanne si fanno strada in mezzo alle brume create da quel bel tipo di Ran Blake, un pianista capace di offuscare tutte le funzioni armoniche in una progressione senza mai tradire il canto e lo swing.

 Season In The Sun (Landesman-Wolf), da «The Newest Sound Around», BMG International 174805. Jeanne Lee con Ran Blake, piano; George Duvivier, contrabbasso. Registrato nel dicembre 1961.

 When Sunny Gets Blue (Fischer-Segal), id., senza Duvivier. 

martedì 24 maggio 2022

Summit Ridge Drive (Artie Shaw) RELOAD

Reload dal 13 aprile 2011. Per scrupolo filologico, ho lasciato intatti i riferimenti all’ora e alle circostanze meteorologiche.

 Per augurarti la buonanotte di questo bel giorno di sole e vento, ecco un hit dei Gramercy Five, il gruppo composto da membri della big band di Artie Shaw che fungeva da intermezzo nelle esibizioni dell’orchestra, seguendo una tradizione dell’era dello Swing (facevano così anche Goodman, Basie, Lunceford). I Gramercy Five con Shaw erano sei e comprendevano il clavicembalo, suonato con molto gusto da uno dei grandi pianisti del jazz classico, Johnny Guarnieri.

  Summit Ridge Drive (Shaw), da «The Complete Gramercy Five Sessions», RCA 87637. Billy Butterfield, tromba; Artie Shaw, clarinetto; Johnny Guarnieri, clavicembalo; Al Hendrickson, chitarra; Jud DeNaut, contrabbasso; Nick Fatool, batteria. Registrato nel 1940.

martedì 10 maggio 2022

The Rich (and The Poor) (Keith Jarrett) RELOAD

                                  Reloaded dal 25 gennaio 2011

 Ascoltavo questo disco del quartetto americano di Keith Jarrett degli anni Settanta e mi ha colpito quanto di quello che nei due decenni successivi è passato per jazz sia disceso da questa formazione: ascolta il pezzo che lo apre e dimmi se non ti sembra (finché non entra il sax, almeno) di sentire i Bad Plus, anche per il grande rilievo che la registrazione dà al contrabbasso. 

 Altrove, soprattutto quando interviene Sam Brown alla chitarra, si immaginano derivazioni meno qualificate, tipo Pat Metheny.

 The Rich (and The Poor) (Jarrett), da «Treasure Island», Impulse! MCA-39106. Dewey Redman, sax tenore; Keith Jarrett, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Paul Motian, batteria; Guilherme Franco, percussioni. Registrato il 27 febbraio 1974.

sabato 7 maggio 2022

The Monster – Soft Touch (Buddy Collette) RELOADED

                               Reload dal 3 ottobre 2018.  

 Il jazz precisino di quel precisino di Buddy Collette. Jazz della West Coast, eppure non precisamente «West Coast Jazz», nemmeno attardata. Qui tira un’aria troppo volutamente asettica, quasi ricercatamente puerile, con niente dell’aria jaded e comunque sempre swingante del West Coast jazz.

 Questa musica sembra parodiare la West Coast, in quel momento in fase calante già da un pezzo. È vagamente inquietante, burattinesca e non è la prima volta che Buddy Collette (bravissimo, eh) mi fa questo effetto.

 The Monster (Collette), da «Jazz On the Bounce», Bel Canto SR/1004. Rolf Ericson, tromba; Buddy Collette, clarinetto; Al Viola, chitarra; Wilfred Middlebrooks, contrabbasso; Earl Palmer, batteria. Registrato il 17 febbraio 1958.

 Soft Touch (Collette), ib. ma Collette suona il flauto.

sabato 4 dicembre 2021

Love Song for a Dead Che (Phil Woods) RELOAD

Reload dal 28 maggio 2011

 Stimolato a pubblicare qualcosa di sciocco e disimpegnato, ho trovato questo strano period piece di Phil Woods con orchestra più archi, dove Phil esegue questa canzone mielosa ma non spiacevole (anzi, non spiacevole ma mielosa) il cui titolo è sicuramente abbastanza sciocco, o forse non l’ho capito io.

  Più anni Sessanta di così si muore, e dovresti vedere la copertina.

  Love Song for a Dead Che (Joseph Byrd), da «Round Trip», Verve 559804-2. Phil Woods, sax alto e arrangiamenti, con orchestra comprendente Thad Jones, tromba; Jimmy Cleveland, trombone; Jerry Dodgion e Jerome Richardson, sax e flauto; Herbie Hancock o Sir Roland Hanna, piano; Richard Davis, contrabbasso; Grady Tate, batteria, e archi. Registrato nel 1969.

giovedì 21 ottobre 2021

I’m Gettin’ Sentimental Over You (Frank Strozier) RELOAD

Reload dal 15 aprile 2011

 

 Ogni volta che lo sento mi persuado meglio che Frank Strozier sia stato (o sia? Chissà se ne risentiremo mai parlare) uno dei maggiori sax contralto del dopoguerra. Eccolo in un disco a nome di Roy Haynes. In Gettin’ Sentimental espone il consunto tema con molto umorismo e il suo assolo è poi di originalità sorprendente: senti le frasi sospese, volutamente inconcluse con cui lo comincia, e la maniera con cui le adagia un po’ in tralice sul tempo (circa da 2:39 a 3:12) e la logica compositiva a cui rispondono, pur nella loro imprevedibilità, con varietà costante di accentuazione e di pattern ritmici e su tutta intera l’estensione dello strumento.

 I’m Gettin’ Sentimental Over You (Washington-Bassman), da «Cymbalism», Prestige/OJCCD-1079-2. Frank Strozier, sax alto; Ronnie Mathews, piano; Larry Ridley, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato il 10 settembre 1963.

lunedì 18 ottobre 2021

Bop-Be – Confirmation (Keith Jarrett) (Billy Hart) RELOAD

 Reload dal 20 febbraio 2011. Dove esordisco dicendo «in questo periodo», alludo a quel periodo, dieci anni fa. Il quartetto di Billy Hart si è esibito da poco in alcune città italiane, e in almeno due casi in presenza di lettori di Jnp. 

 

 In questo periodo, come ti sarai accorto, sto riflettendo sulla questione del «repertorio» nel jazz moderno e della reinterpretazione di composizioni jazzistiche del passato.

 Keith Jarrett, che come ogni pianista jazz moderno ha le radici nel bebop (anche se è stato fra quelli che se ne è più cospicuamente allontanato), queste origini ha omaggiato in particolare nell’ultimo suo disco con l’American Quartet, e segnatamente in Bop-Be, un pezzo che a me pare proprio una versione di Confirmation di Parker, con un’alterazione del bridge e con una melodia diversa. Senza rinunciare a nessuna delle sue idiosincrasie e a dispetto di una sezione ritmica in questo senso non idiomatica, la sua è, al cuore, un’esecuzione bebop di classe.

 Quasi trent’anni dopo, Billy Hart con il suo quartetto di giovani cannoni dà di Confirmation una versione, mah, postmoderna?, in cui lo head originale di Parker è mantenuto, anzi, è enunciato con deliberata pedanteria (e per ben tre volte), come Jarrett non faceva, mentre i solisti trattano poi il giro armonico con una molta libertà e discrezione ritmica; Ethan Iverson, che sotto l’assolo di Mark Turner tace, è al suo più astratto e arzigogolato, anche se si concede la civetteria di inserire nel suo assolo una delle citazioni predilette di Parker, la Habanera della Carmen. Se Jarrett dava del bebop una versione elaborata ma di discendenza ancora chiara e non rinnegata, qui la musica di Parker appare definitivamente storicizzata, cioè lontana: tanto che i quattro non hanno sentito, come Jarrett, il bisogno di cambiare titolo.

 Bop-Be, da «Bop-Be», Impulse! IA 9334. Keith Jarrett, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato nel febbraio 1977.

 Confirmation (Parker), da «Quartet», High Note HCD 7158. Mark Turner, sax tenore; Ethan Iverson, piano; Ben Street, contrabbasso; Billy Hart, batteria. Registrato il 14 ottobre 2005.

domenica 10 ottobre 2021

Ain’t Misbehavin’ – After You’ve Gone – Imagination (Sonny Stitt) RELOAD

 Reload dall’8 ottobre 2012

    Sarà stato per scrollarsi di dosso il paragone con Charlie Parker se dal 1949 in poi Sonny Stitt si dedicò in prevalenza al sax tenore, strumento sul quale, pur restando entro un'ineludibile orbita espressiva parkeriana, si espresse con personalità ed eloquenza inconfondibili. 

  Stitt si pone senz’altro a fianco di Dexter Gordon come il rappresentante più autorevole dello strumento fra la fine degli anni Quaranta e i primissimi Cinquanta (rappresentante di scuola moderna, s’intende, visto che erano ancora ben attivi Coleman Hawkins, Lester Young e Ben Webster); è chiara, per dire, l’attrazione che dovette esercitare così su Sonny Rollins – con il quale duettò anni dopo nel bellissimo disco a nome di Gillespie «Sonny Side Up» – come su John Coltrane. Il secondo, credo io, dovette prestare attenzione speciale alla velocità d’esecuzione di Stitt sul tenore, che Sonny sapeva controllare con la velocità e a momenti con l’edge lievemente isterica caratteristica del contralto, teste qui l’esecuzione di Ain’t Misbehavin’.

  In After You’ve Gone ti faccio notare la presenza insolita come baritonista di Gene Ammons, un altro sax tenore con il quale Stitt duettò in quel medesimo 1950.

  L’atletica versione di Imagination che chiude la selezione di oggi mostra come il tenorista Stitt non avesse lasciato tuttavia ad arrugginire il contralto.

  (Di Sonny Stitt Jnp ha parlato sovente; un link lo trovi qui sopra alla prima riga, e altrove ho discusso il suo legame musicale con Parker).

  Ain’t Misbehavin’ (Waller-Razaf), da «Prestige First Sessions Vol. 2», Prestige-Fantasy PCD-24115-2. Sonny Stitt, sax tenore; Kenny Drew, piano; Tommy Potter, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 17 febbraio 1950.

  After You’ve Gone (Layton-Creamer), ib. Bill Massey, tromba; Matthew Gee, trombone; Stitt, sax tenore; Gene Ammons, sax baritono; Junior Mance, piano; Gene Wright, contrabbasso; Wes Landers, batteria. Registrato l’8 ottobre 1950.

  Imagination (Burke-Van Heusen), ib. Stitt, sax alto; Junior Mance, piano; Gene Wright, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 15 dicembre 1950.

venerdì 12 marzo 2021

Body and Soul (Chu Berry & Roy Eldridge) RELOAD

                                                Reload dal 20 aprile 2014

 Buona Pasqua. Roy Eldridge è citato sempre
fra i precursori del bebop; sebbene non a pari titolo con lui – o con Charlie Christian o con Lester Young – , soprattutto per ragioni di ritmo, anche Chu Berry dovrebbe essere considerato in quel novero. Charlie Parker lo considerava senza meno «il più grande saxofonista mai esistito» e chiamò come lui (Leon) il suo primogenito.

 Sentilo qui in Body and Soul, palestra proverbiale di inventiva armonica. Nella matrice hawkinsiana (ma quest’esecuzione precede quella leggendaria di Hawkins di alcuni mesi), Chu ha un suono più mellifluo e velato, e individuali sono anche la sottigliezza armonica e l’accorta gradazione della climax espressiva, quest’ultima meno drammatica ed oratoria di quella di Hawkins. Gli fa seguito e bel contrasto espressivo, a tempo doppio, appunto Roy Eldridge.

 Body and Soul (Heyman-Green), da «Little Jazz Trumpet Giant», Properbox 69. Chu Berry & His «Little Jazz» Ensemble: Roy Eldridge, tromba; Chu Berry, sax tenore; Clyde Hart, piano; Danny Barker, chitarra; Artie Shapiro, contrabbasso; Sidney Catlett, batteria. Registrato l’11 novembre 1938.


giovedì 1 ottobre 2020

Medley (Paul Bley) RELOADED

Reload dal 31 gennaio 2016. Il post includeva un quiz

 Paul Bley a Milano nel 1979, in una primavera di quei musicalmente infiniti e insondabili anni Settanta, colto in una delle insondabilmente, infinitamente rimpiante stagioni jazzistiche milanesi di quegli  anni e dei subito successivi. Qui si era al teatro Ciak. A differenza di Paul Bley,  lui – esso – c’è ancora, a Città Studi, ma, ma. Non ricordo dove io abbia pescato questa registrazione, c’è da scommettere che sia stato su Inconstant Sol.

 Bley quella sera attaccò a suonare con quella che la scarna nota d’accompagnamento identifica come All The Things You Are; in realtà, tre minuti dentro l’esecuzione si era già stufato dell’immortale melodia e sequenza armonica di Kern. Resuscito solo per oggi quell’antica consuetudine di Jazz nel pomeriggio, il quiz, che veniva vinto quasi sempre dal Lancianese, e ti sfido a identificare le altre canzoni che Bley suona in questa medley e a scriverle nei commenti. Sfida da poco, non sono difficili per niente, tant’è che per aver indovinato non vincerai un corno.

 Medley. Paul Bley, piano. Registrato il 23 maggio 1979.

mercoledì 23 settembre 2020

E Flat Tuba G - Norwegian Wood (Ira Sullivan) RELOAD

Reload dal 23 marzo 2011. Ira Sullivan è morto, ottantanovenne, due giorni fa.  

Conosci Ira Sullivan?
  «Mi è sempre piaciuto suonare il mio strumento, i miei strumenti. Voglio solo suonare i miei strumenti come meglio posso e spero, facendolo, di riuscire a dire qualcosa. Ho e ho sempre avuto un’unica ambizione nella vita: suonare il mio strumento. Non compongo, non arrangio, non leggo nemmeno bene la musica. Io voglio solo suonare».
Ira Sullivan, questionario per The Encyclopedia of Jazz, circa 1959
  E Flat Tuba G (Sullivan), da «Horizons», Collectables COL-CD-6619. Ira Sullivan, tromba & sax tenore; Lon Norman, trombone; Dolphe Castellano, piano; William Fry, contrabbasso; Jose Cigno, batteria. Registrato il 2 marzo 1967.    

 Norwegian Wood (Lennon-McCartney), ibid., ma Sullivan suona il sax soprano, Norman l’euphonium e Castellano una tastiera elettrica. 

giovedì 17 settembre 2020

Glass Bead Games – Prayer To The People – John Coltrane (Clifford Jordan) RELOAD

Reload dal 6 dicembre 2011.

«Glass Bead Games»
, del 1973, è considerato
il disco più rappresentativo di Clifford Jordan, che vi si presenta alla testa di due formazioni ferratissime, proponendo una musica che risente dell’afflato spirituale coltraniano e di quello che, sulla sua scia, in quei primi anni Settanta qualcuno aveva definito spiritual jazz. L’omaggio a Coltrane è esplicito nel terzo dei pezzi che pubblico qui. La musica ha comunque la trasparenza e la pulizia di segno caratteristica di questo insigne saxofonista. 

 Non so bene che relazione ci sia fra questa musica e il romanzo di Hermann Hesse da cui il disco prende il nome (Il gioco delle perle di vetro). C’è da dire anche che io quel libro non l’ho mai letto. 

 Glass Bead Games (Jordan), da «Glass Bead Games», [Strata East] Harvest Song Records #HS2006-1. Clifford Jordan, sax tenore; Cedar Walton, piano; Sam Jones, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato il 29 ottobre 1973

 Prayer to the People (Jordan), id

 John Coltrane (Jordan), id. ma Stanley Cowell, piano; Bill Lee, contrabbasso, al posto di Walton e Jones.

martedì 8 settembre 2020

Dead Man Blues (Jelly Roll Morton) RELOAD

Reload dal 19 febbraio 2013. 

 Questo pezzo del 1926 dei Red Hot Peppers di Jelly Roll Morton s’inizia con alcune battute di dialogo da vaudeville, non troppo divertenti ma che immagino servano a JRM per ambientare il pezzo, a beneficio di chi non conosca le peculiari tradizioni funebri di New Orleans.

 Sentiamo quindi dapprima otto battute di un classico inno-marcia funebre, Flee As A Bird To The Mountain, dal quale attacca, senza soluzione, un blues nella tipica eterofonia di New Orleans, con le tre voci di cornetta, clarinetto e trombone in contrappunto libero. Seguono, con un nuovo tema, un chorus solistico del clarinetto e due della cornetta.

 E poi… a 2:00 qualcosa d’inaudito – siamo, ricorda, in pieno clima New Orleans – succede: un trio di clarinetti sviluppa una trasfigurante, estatica variazione in armonia, tutta scritta, che quindi si ripete accompagnata da una contromelodia del trombone il cui sol bemolle (blue note) confligge con l’armonia diatonica-maggiore dei clarinetti. Segue un chorus di chiusura nuovamente polifonico, come il primo. Ma a chiudere è un tag dei clarinetti, che citano la prima battuta del loro chorus.

 Capolavoro, serve puntualizzarlo?, e uno di quei pezzi in cui è possibile osservare il jazz proprio nell’attimo in cui sta compiendo un passo innanzi.

 Dead Man Blues (Morton), da «Jelly Roll Morton», JSP Jazzbox 309. Jelly Roll Morton’s Red Hot Peppers: George Mitchell, cornetta; Kid Ory, trombone; Omer Simeon, Barney Bigard, Darnell Howard, clarinetto; Jelly Roll Morton, piano; Johnny St. Cyr, banjo; John Linsday, contrabbasso; Andrew Hilaire, batteria. Registrato il 21 settembre 1926.

martedì 1 settembre 2020

After Hours (Dizzy Gillespie, Sonny Stitt, Sonny Rollins) RELOAD

Reload dal 4 aprile 2011Da allora, appena pochi giorni fa, chi ha lasciato il grande batterista Charlie Persip.

 Ah, come mi piace questo disco. Riunisce parecchie cose che mi vanno a genio: il blues, la jam competitiva ma cavalleresca, Sonny Stitt, Sonny Rollins e Ray Bryant, oltre naturalmente a Dizzy, che è il lievito che fa sollevare la seduta impedendo che si afflosci in una tenzone muscolare (anche se con Rollins non ce n’era veramente il pericolo), e Potter e Persip, due dei più duttili e classici rhythm men moderni. C’è anche uno di quei titoli alimentari a cui ho fato cenno più volte: le uova sunny side up (qui sonny per omaggio ai due tenoristi), cioè con il sole rivolto verso l’alto, sono le uova fritte con il tuorlo intero.

  After Hours è uno standard jazz del pianista Avery Parrish, che lo incise nel 1941 in un disco popolarissimo dell’orchestra di Erskine Hawkins. Horace Silver ha raccontato di aver trascritto e imparato l’assolo di Parrish in quel disco, e David H. Rosenthal (in Hard Bop. Jazz & Black Music, 1992), ha ricordato che «frasi tolte dall’assolo di Parrish e dal repertorio standard di frasette funky (funky licks) del blues e del boogie-woogie emergono in pezzi che pure non sono blues: un elemento dello stile di Silver, questo, che ebbe un impatto incalcolabile su altri pianisti alla fine degli anni Cinquanta. Incorporando materiale delle radici del jazz nella sua musica, [Silver] tramandò molte delle sue frasi preferite, che a tutt’oggi sono parte costitutiva del vocabolario del jazz».

  After Hours (Parrish), da «Sonny Side Up», Verve MGV-8262. Dizzy Gillespie, tromba; Sonny Rollins, Sonny Stitt, sax tenore; Ray Bryant, piano; Tommy Potter, contrabbasso; Charli Persip, batteria. Registrato nel dicembre 1957.

mercoledì 26 agosto 2020

Idle Moments (Grant Green) RELOAD

Reload dal 28 dicembre 2014. 

 Il fascino di questo pezzo, che dà suono all’inerzia un po’ stuporosa un po’ malinconica evocata dal titolo, si deve, non meno che all’esecuzione, alla semplice composizione di Duke Pearson, sedici battute in forma AB. Tutti vi suonano bene, e ci mancherebbe, ma Joe Henderson benissimo, con sorprendente libertà.

 Idle Moments (Pearson), da «Idle Moments», Blue Note ST-84154. Joe Henderson, sax tenore; Bobby Hutcherson, vibrafono; Grant Green, chitarra; Duke Pearson, piano; Bob Cranshaw, contrabbasso; Al Harewood, batteria. Registrato il 4 novembre 1963.

domenica 23 agosto 2020

Dixie’s Dilemma (Ethan Iverson & Mark Turner) RELOAD


Reload dal 17 settembre 2018. 

Rieccoci. Dixie’s Dilemma è la contraffazione di All The Things You Are praticata nel 1956 da Warne Marsh e Ted Brown in un loro famoso disco di ispirazione prettamente tristaniana. 

 Nel disco recentissimo di duetti per la ECM registrato negli studi della radio della Svizzera italiana, Iverson, finalmente scioltosi dai Bad Plus, e l’antico sodale Turner lo riprendono, citando il tema (la parafrasi) alla fine. Iverson è autore di un’esegesi sottile di Tristano e Turner è notoriamente inlfuenzato da Warne Marsh.

 Il titolo dell’album, ne sono quasi certo, si deve a Ethan Iverson; è il titolo di uno dei romanzi del ciclo «A Dance to the Music of Time» di Anthony Powell.

 Dixie’s Dilemma (Marsh), da «Temporary Kings», ECM 2583. Mark Turner, sax tenore; Ethan Iverson, piano. Registrato nel 2018.

venerdì 14 agosto 2020

Katy-Do - Miss Missouri - Meetin’ Time (Count Basie) RELOAD

 Reload dal 27 maggio 2011  

 Nel 1960, Count Basie affidò la sua agguerritissima orchestra di quell’anno (guarda solo la sezione trombe) a Benny Carter, che compose e arrangiò una decina di pezzi in forma grosso modo di suite, dedicandoli ai vari club attivi a Kansas City quando Basie vi lavorava.

  Impegnata nelle partiture di Carter, l’orchestra ha il peso sonoro e il drive di quella, poderosa, che si sente nel celeberrimo «The Atomic Mr Basie» di tre anni prima, ma senza lo scintillìo metallico e l’inesorabilità quasi minacciosa degli arrangiamenti di Neal Hefti.

  Katy-Do (Carter), da «Kansas City Suite», Roulette B2-94575. Snooky Young, Thad Jones, Sonny Cohn, Joe Newman, tromba; Al Grey, Henry Coker, Benny Powell, trombone; Marshall Royal, Frank Wess, sax alto; Frank Foster, Billy Mitchell, sax tenore; Charlie Fowlkes, sax baritono; Count Basie, piano; Freddie Green, chitarra; Ed Jones, contrabbasso; Sonny Payne, batteria. Registrato il 17 novembre 1960.

  Miss Missouri (Carter), id.

  Meetin’ Time (Carter), id.

giovedì 6 agosto 2020

To My Queen (Walt Dickerson) RELOADED


 Reload dal settembre 2011
Ripresento questo articolo a completamento di una conversazione che ho avuto ieri sui vibrafonisti, stimolata dal post che proponeva Lem Winchester. Ho nominato come il mio vibrafonista preferito Walt Dickerson e questo post cerca fra l’altro di dare ragione della mia preferenza. 
 
 Un musicista che da qualche settimana ascolto e ascolto e ascolto (è raro, perché io ascolto pochissima musica) è Walt Dickerson, vibrafonista.

  Fra i suoi colleghi di strumento, non tenendo conto di Milt Jackson che sovra gli altri com’aquila vola, è senz’altro il mio preferito. Un po’ te ne ho già parlato, come potrai leggere e sentire facendo clic sul suo nome, nella colonna qui a destra, e t’invito a farlo. Mi piace di lui come superi la retorica propria dello strumento e più in generale la sintassi melodica del bebop, in cui pure la sua musica ha salde le radici ma da cui Dickerson rimuove l’astrattezza e l’aggressività che viceversa l’hard bop avrebbe consolidato. Anche nei suoi dischi più convenzionali, per dire così, si ritrova questa libertà e in nessuna sua esecuzione manca un senso di avventura e allo stesso tempo di distensione: una sensazione, ecco, di curiosità appuntita ma affabile, che risulta in un abbandono che non cede mai al disordine né al «brutto», fosse pure esteticamente motivato. Una musica apollinea, con poco d’impressionistico, anzi tornita, e con uno swing sempre determinato, se non sempre ovvio, e dotata, come vado a (cercare di) spiegarti, di un impianto formale originale.

  «To My Queen», del 1962, ha una formazione eccezionale e una delle pochissime apparizioni come sideman di Andrew Hill. Il pezzo che intitola il disco e che lo apre ha una struttura inedita: non è strofica, perché non vi si ripete un chorus-sequenza armonica di lunghezza costante, ma piuttosto ciclica, con quattro diverse «zone» ritmico-armoniche che ricorrono con lunghezza rispettiva approssimativamente simile – la prima, con cui il pezzo si apre e si chiude, a tempo libero, riservata a vibrafono e contrabbasso; la seconda in quattro, in modo misolidio, in cui il contrabbasso esegue un pedale di un intero per misura; quindi, introdotta da un rullo di timpano, la terza, su due accordi (a somiglianza di So What) e il basso in quattro; infine una breve transizione basata armonicamente su un intervallo di tritono (o sul modo locrio). La sequenza si ripete per quanti sono i solisti, cioè Dickerson, Hill e Tucker.

È la versione che Dickerson dà del jazz modale e una soluzione (secondo me ispirata) al sempiterno dilemma dell’integrarsi di composizione e improvvisazione e ai problemi, che andavano facendosi urgenti proprio in quel torno di tempo, presentati dall’improvvisazione collettiva in un contesto armonico non più tradizionale. Walt è brillante ed estroso come sempre, e come sempre di un virtuosismo naturale e lontano da affettazioni; Hill, in una struttura così accennata ma solida, «organica», è a casa sua, con i suoi piccoli incisi ritmici collocati in tralice sulla pulsazione; George Tucker è uno dei grandi bassisti degli anni Sessanta e pare avere con il leader una relazione di speciale empatia; infine Andrew Cyrille, qui con le spazzole, è la perfezione.

«To My Queen» è un capolavoro che ripaga a ogni ascolto, e benché questa title track ne costituisca il vertice, il disco dovrebbe entrare tutt’intero fra i migliori e non rinunciabili del decennio ’55-’65.

  Tu che cosa ne dici?

  To My Queen (Dickerson), da «To My Queen», Prestige/OJCCD-1880-2. Walt Dickerson, vibrafono; Andrew Hill, piano; George Tucker, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria. Registrato il 21 settembre 1962.