«Dig» di Miles Davis è una pietra angolare dell’hard bop e anche della carriera di Miles, che nel disco non sviluppa soltanto il suo stile individuale ma anche il gusto per una sonorità complessiva stratificata, dotata di profondità, grazie all’uso in front line di sax contralto e tenore, come pochi anni dopo nel sestetto di «Kind of Blue». Nel pezzo che sentiamo oggi, però, il contralto (Jackie McLean) non c’è.
It’s Only A Paper Moon contiene un assolo di Sonny Rollins che forse è il suo primo grande assolo su disco. Sonny qui riesce in una intimo e autorevole, astratto e colloquiale. La sua sonorità giovanile, Stanley Crouch l’ha definita «ghostly» e qui si capisce perché, fischi d’ancia, soffi e tutto il resto.
It’s Only A Paper Moon(Arlen-Harburg-Rose), da «Dig», Prestige. Miles Davis, tromba; Sonny Rollins, sax tenore; Walter Bishop, Jr., piano; Tommy Potter, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 5 ottobre 1951.
Reload dal 4 aprile 2011. Da allora, appena pochi giorni fa, chi ha lasciato il grande batterista Charlie Persip.
Ah, come mi piace questo disco. Riunisce parecchie cose che mi vanno a genio: il blues, la jam competitiva ma cavalleresca, Sonny Stitt, Sonny Rollins e Ray Bryant, oltre naturalmente a Dizzy, che è il lievito che fa sollevare la seduta impedendo che si afflosci in una tenzone muscolare (anche se con Rollins non ce n’era veramente il pericolo), e Potter e Persip, due dei più duttili e classici rhythm men moderni. C’è anche uno di quei titoli alimentari a cui ho fato cenno più volte: le uova sunnyside up (qui sonny per omaggio ai due tenoristi), cioè con il sole rivolto verso l’alto, sono le uova fritte con il tuorlo intero.
After Hours è uno standard jazz del pianista Avery Parrish, che lo incise nel 1941 in un disco popolarissimo dell’orchestra di Erskine Hawkins. Horace Silver ha raccontato di aver trascritto e imparato l’assolo di Parrish in quel disco, e David H. Rosenthal (in Hard Bop. Jazz & Black Music, 1992), ha ricordato che «frasi tolte dall’assolo di Parrish e dal repertorio standard di frasette funky (funky licks) del blues e del boogie-woogie emergono in pezzi che pure non sono blues: un elemento dello stile di Silver, questo, che ebbe un impatto incalcolabile su altri pianisti alla fine degli anni Cinquanta. Incorporando materiale delle radici del jazz nella sua musica, [Silver] tramandò molte delle sue frasi preferite, che a tutt’oggi sono parte costitutiva del vocabolario del jazz».
After Hours (Parrish), da «Sonny Side Up», Verve MGV-8262. Dizzy Gillespie, tromba; Sonny Rollins, Sonny Stitt, sax tenore; Ray Bryant, piano; Tommy Potter, contrabbasso; Charli Persip, batteria. Registrato nel dicembre 1957.
Di questo live di Sonny Rollinsdel 1962, anno del suo ritorno dal ponte e del massimo suo avvicinamento alle freeforms in jazz, potrei ripetere quanto scrivevo qualche mese fa. La formazione è in pratica il quartetto di Ornette di due, tre anni prima con Rollins e Cranshaw al posto di Ornette e Haden, ma la musica che ne sortisce è lontanissima da quella: astratta, intellettualistica perfino, e infatti Don Cherry non vi si trova sempre a suo agio. Lo rende lampante questa prolissa versione della composizione di Bud Powell, che non è veramente suonata e nemmeno accennata, ma allusa. Insomma, che stiano suonando Tempus Fugit lo sanno loro; quella composizione è usata da loro come bussola nell’improvvisazione più che esposta per noi, i quali, se vorremo, potremo riconoscerne qua e là dei vaghi brandelli. Tempus Fugit (Powell), da «Sonny Rollins Quartet With Don Cherry. Complete Live At The Village Gate 1962», Solar Records. Don Cherry, cornetta; Sonny Rollins, sax tenore; Bob Cranshaw, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nel luglio 1962.
Qui senti la creatività più pura e vorrei dire sfrenata a partire dalla forma la più tradizionale, la famosissima, suonatissima canzone di Duke Ellington. Fantasia, libertà, interplay autentico e non meccanico, impulso ritmico (swing) che non viene meno per un momento entro la più grande fluidità agogica: siamo in tutti i sensi ai piani alti del jazz e della musica improvvisata.
Solitude (Duke Ellington), da «Sonny Rollins Quartet With Don Cherry. Complete Live At The Village Gate 1962», Solar Records. Don Cherry, cornetta; Sonny Rollins, sax tenore; Bob Cranshaw, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nel luglio 1962.
Che cosa diavolo sta facendo Sonny Rollinsnell’assolo che segue quello di Coleman Hawkins in questo Yesterdays che apre il loro storico incontro del 1963? Che cosa sta cercando di dirgli? Perché è chiaro che stia cercando di dirgli qualcosa, con quei suoni inumani. Li ha preannunciati con balbettìo demente della cadenza iniziale, quasi un sardonico biglietto di sfida. Hawk ha capito e, in particolare nel secondo chorus della sua improvvisazione, fa capire al giovane discepolo che sa benissimo dove quello voglia andare a parare. Sonny raddoppia e vede, o forse gli fa solo uno sberleffo. Quello che so per certo è che il vecchio maestro, subito dopo, lo riprende quasi alla lettera e poi, senza battere ciglio, gli risponde a tono. Wow.
Bene gli altri.
Yesterdays (Kern), da «Sonny Meets Hawks!», BMG 74321221072. Coleman Hawkins, sax tenore; Sonny Rollins, sax tenore; Paul Bley, piano; Bob Cranshaw, contrabbasso; Roy McCurdy, batteria. Registrato il 15 luglio 1963.
The Surrey With The Fringe On Top (Rodgers-Hammerstein II), da «Newk’s Time», Blue Note CDP 7 84001 2. Sonny Rollins, sax tenore; Philly Joe Jones, batteria. Registrato il 22 settembre 1957.
Quando ho pubblicato tre versioni strumentali di Skylark, la canzone di Hoagy Carmichael, qualche giorno fa, ne ho dimenticato una che considero fra le più belle, ma non è troppo tardi per rimediare.
Questa Skylark è del 1972 e la suona Sonny Rollins nel disco che segnò il suo ritorno alla musica dopo un ritiro, il secondo, di quasi due anni. Oltreché una versione magnifica della canzone, qui si ascolta anche secondo me uno dei più begli assoli registrati da Rollins (viceversa, il disco contiene anche la più brutta versione che io conosca di Poinciana, in cui Rollins, credo per la prima volta, suona il sax soprano).
Skylark (Carmichael-Mercer), da «Next Album», Milestone 00025218631228. Sonny Rollins, sax tenore; George Cables, piano; Bob Cranshaw, contrabbasso; David Lee, batteria. Registrato nel luglio 1972.
Sonny Rollins in un suo disco ritenuto deforme ma che a me piace molto, anzi, ci sono proprio affezionato. Il secondo sax tenore che si comincia a sentire verso 02:40 è sempre Sonny.
Picture In The Reflection Of A Golden Horn (Rollins), da «Horn Culture», Milestone M-0951. Sonny Rollins, sax tenore; Masuo, chitarra; Walter Davis Jr., piano; Bob Cranshaw, basso elettrico; David Lee, batteria. Mtume, percussioni. Registrato nel 1973.
In questo valzerino, la tua attenzione la vorrei appuntata sull’asse Sonny Rollins-Max Roach. Non tutta: tieni posto per Kenny Dorham e magari anche per il pensoso Wade Legge, un pianista (ex-bassista) che suonò e registrò anche con Gillespie, Mingus («The Clown»), Milt Jackson e altri prima di morire a ventinove anni nel 1963.
Kids Know (Rollins), da «Rollins Plays For Bird», Prestige 00025218621427. Kenny Dorham, tromba; Sonny Rollins, sax tenore; Wade Legge, piano; George Morrow, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato il 5 ottobre 1956.
Il disco di Sonny Rollins del 1973 «Horn Culture», l’abbiamo stabilito, soffre di un’iniqua reputazione critica, essendo invece interessante. Si poteva pensare che un’esibizione pubblica di quel complesso, addirittura con un variante in apparenza migliorativa (Stanley Cowell al posto di Walter Davis), fosse un colpo sicuro.
Invece no: questo «The Cutting Edge», colto dal vivo al festival di Montreux nel 1974, risulta un affare preso sottogamba un po’ da tutti, ben lontano dall’intensità fosse pure lutulenta del disco dell’anno prima; figurati che l’ultimo pezzo è addirittura funestato da Rufus Harley, quel disgraziato che, con una cornamusa in spalla e vestito da highlander, nei primi anni settanta terrorizzava pubblico e musicisti jazz soprattutto in Europa, prima che qualcuno si prendesse misericordiosamente cura di lui.
Qui niente cornamuse; ho scelto la sola cosa abbastanza bella del disco, una canzone di Bacharach che Rollins espone con sensibilità.
A House Is Not A Home (Bacharach-David), da «The Cutting Edge», Milestone OJC 00025218646826. Sonny Rollins, sax tenore; Stanley Cowell, piano; Masuo, chitarra; Bob Cranshaw, basso elettrico; David Lee, batteria; Mtume, percussioni. Registrato il 6 luglio 1974.
Cole Porter, peste mi colga, non è fra i miei compositori preferiti dell’American songbook, tranne che per tre o quattro canzoni che giudico grandiose. Una è senz’altro Love For Sale, che infatti ti ho proposto diverse volte, un’altra è Ev’ry Time We Say Goodbye.
È quest’ultima che oggi senti in due versioni belle e diversissime. Nella prima c’è Sonny Rollins nel 1957 ed è sardonica e quirky come siamo abituati a sentire le ballad fatte da lui. Al piano, per la gioia dei miei piccoli ascoltatori, c’è Sonny Clark, impeccabile secondo suo solito.
Ev’ry Time We Say Goodbye (Porter), da «The Sound Of Sonny», Riverside RLP 12-241. Sonny Rollins, sax tenore; Sonny Clark, piano; Percy Heath, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato l’11 o il 12 giugno 1957.
La seconda è di vent’anni dopo e viene da un disco di Bill Evans del periodo Fantasy, non uno dei più criticamente apprezzati. Bill invece vi suona benissimo (lo faceva sempre quando aveva davanti una front line) ed è in fast company con Warne Marsh e Lee Konitz. Qui in Ev’ry Time suona il solo Marsh; la loro resa della canzone, a differenza di quella di Rollins, è morbida e tenera, fin quasi al disfacimento. L’improvvisazione di Warne Marsh non è qui meno portentosa di quella di Rollins. Anzi, per fantasia melodica e ritmica e sagacia armonica, direi che le sia addirittura superiore.
Ev’ry Time We Say Goodbye, da «Crosscurrents», Fantasy/OJCCD 718-2. Warne Marsh, sax tenore; Bill Evans, piano; Eddie Gomez, contrabbasso; Eliot Zigmund, batteria. Registrato nel marzo 1977.
Si tratta di sei standard e di una composizione originale, tutti legati a Charlie Parker e concatenati in medley, cioè senza soluzione di continuità, da poche battute modulanti di pianoforte. Secondo le note di Ira Gitler, si tratterebbe di un omaggio di Sonny Rollins (titolare della seduta) a Charlie Parker un anno e mezzo dopo la dipartita di questi.
Il medley è introdotto dal classico call che Bird suonò a introduzione di Parker’s Mood. Rollins è solista in I Remember You e They Can’t Take that Away From Me; Kenny Dorham in My Melancholy Baby e in Just Friends; Wade Legge (l’unico che non avesse mai suonato con Parker) in Old Folks e in My Little Suede Shoes (unica composizione di Parker). In Star Eyes la front line è al completo. Ognuno dei frammenti del medley, soprattutto quelli affidati a Rollins, è ricco di richiami e allusioni alle esecuzioni che di quei pezzi diede Parker.
L’accompagnamento di Max Roach a me suona piuttosto meccanico nella sua impeccabilità. Lo si dovrà al singolare arrangiamento dei pezzi, tanto che questa meccanicità è meno evidente nell’ultimo, più esteso frammento di medley (Star Eyes, che da sola occupa infatti circa un terzo della sequenza).
Medley (I Rember You, My Melancholy Baby, Old Folks, They Can’t Take That Away From Me, Just Friends, My Little Suede Shoes, Star Eyes), da «Rollins Plays For Bird», Prestige/OJCCD 00025218621727. Kenny Dorham, tromba; Sonny Rollins, sax tenore; Wade Legge, piano; George Morrow, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato il 5 ottobre 1956.
Oggi programma molto leggero, con una delle periodiche mie visite al Kitsch, che so molto apprezzate.
Bobby Hackett appare in questo disco del 1958 con una sezione d’archi (nove violini, due viole, due violoncelli). Il Kitsch è in agguato, e titolo parla di blues with a kick, «con qualcosa in più»: non solo gli archi, ma anche alcuni oltranzismi armonici e timbrici che tuttavia non vanno più in là delle bizzarrie della coeva exotica.
Limehouse Blues (Brahm-Furber), da «Blues With A Kick», Capitol. Bobby Hackett, cornetta; Dave McKenna, piano; Nicky Tagg, organo; John Giuffrida o Milt Hinton, contrabbasso; Joe Porcaro, batteria; Harry Breuer, Phil Kraus, vibrafono e percussioni. Archi arrangiati e diretti da Stan Applebaum. Registrato il 25 novembre 1958.
Donald Byrd nel 1971 cominciava ad applicare il suo talento mimetico a un jazz elettrico e funky (per una Blue Note che aveva già cominciato a non sapere bene che cosa fare); non essendo Miles Davis, Byrd cade mani e piedi nel Kitsch, almeno in questa breve Jamie, malinconicamente basata su quel povero infelice del Canone in re di Pachelbel e in cui figurano, sprecati in pieno, Harold Land, Bobby Hutcherson e due dei Jazz Crusaders, Joe Sample e Wilton Felder (quest’ultimo non al sax ma al basso).
Jamie (Byrd), da «Ethiopian Knights», Blue Note BST 84380. Donald Byrd, tromba; Thurman Green, trombone; Harold Land, sax tenore; Bobby Hutcherson, bibrafono; Joe Sample, organo; Bill Henderson III, piano elettrico. Don Peake, Greg Poree, chitarra; Wilton Felder, basso elettrico; Ed Greene, batteria; Bobbye Porter Hall, percussioni. Registrato il 25 agosto 1971.
Infine Sonny Rollins nel 1975, e apra bene le orecchie chi sostiene che Rollins avesse svaccato con «Horn Culture», che è di due anni prima. In realtà Sonny non vi suona male, anche se l’arrochimento della sua sonorità suona un po’ artificioso, ma le tastiere di sottofondo sono improponibili, così come la povertà di un temino ripetuto per cinque minuti che sembrano venti.
Lucille (Rollins), da «Nucleus», [Milestone] OJC 25218-6620-2. Sonny Rollins, sax tenore; Raul De Souza, trombone, Bennie Maupin, sax tenore; George Duke, piano elettrico e sintetizzatore; David Amaro, Black Bird, chitarra; Chuck Rainey, basso elettrico; Eddie Moore, batteria; Mtume, percussioni. Registrato nel settembre 1975.
L’avvento dell’autunno, qui a Milano, è stato così subitaneo e per una volta regolare che non sono riuscito a pensare ad altro che a un’arbitraria scelta di canzoni con tema l’autunno (l’autunno è per avventura la mia stagione preferita), sotto il segno prevalente del sax tenore.
September Song (Weill-Anderson), da «Complete American Small Group Recordings», Definitive DRCD11213. Don Byas, sax tenore; Sanford Gold, piano; Leonard Gaskin, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato il 21 agosto 1946.
Autumn Nocturne (Gannon-Myrow), da «The Standard Sonny Rollins», RCA Victor 09026 68681-2. Sonny Rollins, sax tenore; Bob Cranshaw, contrabbasso; Mickey Roker, batteria. Registrato il 9 luglio 1964.
Autumn In Rome (Cahn-Weston), da «In a Minor Groove», Prestige PR 7140. Frank Wess, flauto; Dorothy Ashby, arpa; Herman Wright, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato il 9 settembre 1958.
Autumn In New York (Duke), da «Mark Turner», Warner Brothers 9362-46701-2. Mark Turner, sax tenore; Edward Simon, piano; Christopher Thomas, contrabbasso; Brian Blade, batteria. Registrato il 7 dicembre 1995.
Uscito fuor dal pelago procelloso delle teorie della ricezione con Sun Ra, faccio vela alla riva sicura dei valori incontrovertibili: Sonny Rollins suona Reflections di Monk (una delle sue composizioni meno eseguite) accompagnato da Monk stesso, nel 1957.
I due, anzi, i quattro – Blakey è il quintessenziale batterista monkiano – levitano sul tempo tagliato scandito da Paul Chambers come su una nuvola di swing.
Reflections (Monk), da «Sonny Rollins Vol. 2», Blue Note 7243 4 97809 2 7. Sonny Rollins, sax tenore; Thelonious Monk, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Blakey, batteria. Registrato il 14 aprile 1957.
Una somministrazione robusta e corroborante di Sonny Rollins serve a pulire le orecchie del preteso jazz o finto jazz che purtroppo può capitare di sentire.
La seconda formazione che ascolti qui, espansa, vede due collaborazioni che sarebbe stato bello sentire continuate: intendo quella con Herbie Hancock, all’epoca appena unitosi a Miles Davis, e quella con Dave Izenzon, il grande bassista (fra gli altri) di Ornette Coleman, in funzione di seconda voce o discanto, in aggiunta a un tradizionale bassista ritmico. Una magnifica intuizione, quest’ultima, avanti sui tempi, che dà all’esecuzione della non battutissima canzone di Johnny Mercer una specie di profondità tridimensionale e una sonorità unica, entro la quale il fraseggio di Sonny si sfrangia, si scontorna e infine si dilegua insieme con le armonie.
Dimmi che cosa te ne pare.
My Ship (I. Gershwin-Weill), da «The Standard Sonny Rollins», RCA Victor 09026 68681-2. Sonny Rollins, sax tenore; Jim Hall, chitarra; Bob Cranshaw, contrabbasso; Mickey Roker, batteria. Registrato il 24 giugno 1964.
Alla metà degli anni Settanta o forse appena prima – questo disco è del 1973 – , Sonny Rollins aveva raggiunto il punto di massima densità del suo linguaggio: poche note di grande peso specifico, articolate in modo possente ma quasi a fatica, con un senso di torsione muscolare (volevo dire michelangiolesca, poi mi sono trattenuto appena in tempo).
Il contorno sonicamente diffuso, elettrico, un po’ funky, molto Seventies, accentua il drammatico bassorilievo del sax.
Notes for Eddie (Rollins), da «Horn Culture», Milestone M-0951. Sonny Rollins, sax tenore; Masuo, chitarra; Walter Davis Jr., piano; Bob Cranshaw, basso elettrico; David Lee, batteria; Mtume, percussioni. Registrato nel 1973.
Ammetto che alle volte Sonny Rollins, nella sua furia parodica verso le melodie degli standard, mi è risultato irritante: un po’ come Glenn Gould in certe sue polemiche anti-interpretazioni mozartiane. Vince poi l’ammirazione per l’intelligenza e la musicalità perversa di simili grandi, ma sinceramente sentire Green Dolphin presa così a pesci sui denti mi addolora un po’.
Tengo comunque presente che era il 1965, quando Sonny stava aprendo le orecchie a quanto gli andava accadendo intorno nel jazz: è curioso (e, di nuovo, può risultare stridente) come lui e la sezione ritmica procedano con perfetta indifferenza reciproca su due binari diversi e neanche paralleli.
On Green Dolphin Street (Kaper), da «On Impulse», Impulse! B0009785-02. Sonny Rollins, sax tenore; Ray Bryant, piano; Walter Booker, contrabbasso; Mickey Rocker, batteria. Registrato l’8 luglio 1965.
Sonny Rollins eDexter Gordon, a sei mesi di distanza l’uno dall’altro, danno entrambi una lettura vagamente torpida della canzone di Adamson-McHugh, che del resto la invita, con la sua melodia trascinata e il lento ritmo armonico (per una possibile interpretazione alternativa, cfr. Ahmad Jamal). Insolitamente, è quella di Sonny la versione più languida, con più portamento; una ritmica stellare aiuta Dexter a non adagiarsi in una sua certa congenita letargia nelle ballad. Non che la ritmica di Rollins sia da poco, ma una chitarra non può certo fornire il drive di un piano sotto le dita di Sonny Clark, anche se lo volesse (e dubito che Hall, e Rollins, lo volessero).
Where Are You? (Adamson-McHugh), da «The Bridge», Bluebird 82876 52472 2. Sonny Rollins, sax tenore; Jim Hall, chitarra; Bob Cranshaw, contrabbasso; Ben Riley, batteria. Registrato il 13 febbraio 1962.
Where Are You?, da «Go!», Blue Note 98794. Dexter Gordon, sax tenore; Sonny Clark, piano; Butch Warren, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nell’agosto 1962.
Questa mattina e nel primo pomeriggio, Milano ha avuto il sole, il che mi ha suggerito la canzone di Fields-McHugh e la baldanzosa esecuzione che ne segue. Il disco, a nome di Dizzy Gillespie, è dominato fin dal titolo dalla chase fra Stitt, nell’occasione tenorista, e Rollins. Qui Stitt è il primo solista, poi i due si alternano in fours a rompicollo.
On the Sunny Side of the Street (Fields-McHugh), da «Sonny Side Up», Verve. Dizzy Gillespie, tromba; Sonny Rollins, Sonny Stitt, sax tenore; Ray Bryant, piano; Tommy Potter, contrabbasso; Charli Persip, batteria. Registrato nel dicembre 1957.