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sabato 11 novembre 2017

Scrapple From The Apple – Rainy Night (Red Mitchell) RELOAD

Reload  dal 6 novembre 2016 


Keith «Red» Mitchell (1927-1992) non ha legato il suo nome a un disco in particolare pur avendone inciso una quantità enorme, in America e in Europa, dove si trasferì nel 1968, in Svezia, né a una band, ma se si volesse indulgere al passatempo ozioso delle classifiche dovrebbe entrare fra i primi contrabbassisti di ogni tempo e forse, dico forse, dovrebbe starci al primo posto. A un certo momento ebbe l’idea di cambiare l’accordatura dello strumento, che prese a suonare con l’accordatura del violoncello, ovvero non mi, la, re sol ma do, sol, re, la, cioè non per quarte ma per quinte. Se leggi l’inglese, cerca l’intervista che gli fece Gene Lees in «Cats Of Any Color», dove fra altre cose interessanti, Red racconta le ragioni della scelta.

 Questo disco del suo periodo californiano è splendido e Red è nella luce migliore. Una ragione specialissima d’interesse è la presenza al sax tenore e al flauto di James Clay, già sentito qui sopra. Clay, musicista californiano poco registrato, è stato citato da Ornette Coleman come un’influenza decisiva e voglio riportare qui la lode singolare che, nelle note al disco (di Nat Hentoff),  Mitchell ne fa e che corrobora in pieno l’affermazione piuttosto sorprendente di Ornette:

(…) credo che ora della fine potrebbe gettare le fondamenta del prossimo passo avanti del jazz. Già alla sua età [21 anni, ndr] padroneggia elementi che noialtri ancora arranchiamo nel tentativo di afferrare.

 Ascolta l’assolo di Clay in Scrapple alla luce di questi due autorevoli giudizi e la sua sonorità slabbrata e pure vocale, la lunghezza ineguale delle sue frasi un po’ sbieche sul tempo, il modo a momenti «lasco» di navigare la sequenza armonica ti lasceranno di stucco. Sul flauto la sua sonorità, asciutta e calda, quasi di strumento di legno, non somiglia a quella di nessun altro.

 Più che notevoli sono anche la sventurata Lorraine Geller, che vorrei approfondire, e naturalmente Billy Higgins – è come se Ornette proiettasse un’ombra retroattiva su questo disco, che è un gioiello anche per le liner notes, un’arte perduta, dove Hentoff compila con Red Mitchell una breve storia critica del contrabbasso jazz.

 Scrapple From The Apple (Parker), da «Presenting Red Mitchell», [Contemporary] OJCCD-158-2. James Clay, sax tenore; Lorraine Geller, piano; Red Mitchell, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato il 26 maggio 1957.

 Rainy Night (Mitchell), id. ma Clay suona il flauto.

sabato 7 marzo 2015

Linda Serene – Pockets (James Clay)

 James Clay è uno di quei jazzisti che hanno goduto di grande reputazione fra i colleghi ma sono rimasti abbastanza oscuri presso il pubblico. Io lo ascolto sempre con piacere e qui, non per la prima volta, te lo presento con questo bellissimo quintetto del 1960, una all stars con l’eccellente Gene Harris al piano, come suo solito elegante e pieno di swing, soprattutto nell’assolo a locked hands di Linda Serene.

 Linda Serene (Daniel Jackson), da «A Double Dose Of The Soul», [Riverside] OJCCD-1790-2. Nat Adderley, cornetta; James Clay, sax tenore; Gene Harris, piano; Sam Jones, contrabbasso; Louis Hayes, batteria. Registrato l’11 ottobre 1960.



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 Pockets (Adderley), id.



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martedì 5 marzo 2013

Pavanne (James Clay)

 James Clay, saxofonista texano personale e pochissimo registrato, l’hai già sentito qui anche con Don Cherry. Era molto attrezzato pure come flautista, in anni in cui quello strumento era  poco comune. Pavanne, una composizione di Victor Feldman, il pianista inglese apprezzato da Miles (per cui scrisse Seven Steps To Heaven e che qui suona il vibrafono), è un valzerino che ben si addice al flauto.

 Pavanne (Feldman), da «A Double Dose Of The Soul», [Riverside] OJCCD-1790-2. James Clay, flauto; Victor Feldman, vibrafono; Gene Harris, piano; Sam Jones, contrabbasso; Louis Hayes, batteria. Registrato l’11 ottobre 1960.



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lunedì 30 luglio 2012

I’ve Grown Accustomed To Your Face (James Clay)

 Dal curioso disco a nome di Don Cherry, James Clay esegue in trio la ballad di Lerner e Loewe. Un’esecuzione semplice e raccolta, molto intensa da parte di tutti e tre.

 Clay aveva una lunga consuetudine con Haden e Higgins (e con Cherry): nella seconda metà degli anni Cinquanta, a Los Angeles, era uno del piccolo gruppo di sodali di Ornette Coleman che si riuniva a sperimentare nel garage di George Newman (ne facevano parte anche Ed Blackwell, Bobby Bradford e Walter Norris).

 I’ve Grown Accustomed To Your Face (Lerner-Loewe), da «Art Deco», A & M 395 258-2. James Clay, sax tenore; Charlie Haden, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato dal 27 al 30 agosto 1988.



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giovedì 18 agosto 2011

Easy Living - Minor Meeting (James Clay)

  James Clay (1935-1995), texano, è stato citato da Ornette Coleman come una sua precoce influenza. Clay lavorò prevalentemente nel suo stato e incise pochissimo e l’affermazione di Ornette va presa sulla fiducia. Era uno strumentista interessante, non esattamente conforme ai dettami della Texas school del sax tenore: come sentirai qui, ricorda per certi versi Wardell Gray e il primo Dexter Gordon nella sua netta derivazione lesteriana e nel suo mantenersi nel registro medio-basso dello strumento, ma con un che di piacevolmente incondito e rustico, come un sentore di selvatico.

  Qui è nel primo dei suoi pochi dischi, uscito in origine a nome del batterista Marable, con un Sonny Clark in ottima forma soprattutto negli accompagnamenti.

  Easy Living (Rainger-Robin), da «Tenorman», Blue Note CDP 86660 2 (Fresh Sound). James Clay, sax tenore; Sonny Clark, piano; Jimmy Bond, contrabbasso; Larance Marable, batteria. Registrato nell’agosto 1956.



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  Minor Meeting (Clark), id.



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