Crepuscolo mattinale della fusion e primo disco del complesso inglese Nucleus, brainchild di quel notevole musicista e scrittore di musica che è stato Ian Carr (1933-2009) del quale qui si è già parlato autorevolmente, anche se forse non abbastanza.
Con gli anni io sono diventato meno sollecito delle etichette e forse anche dei generi – che non sono la stessa cosa, però – e qui sento del jazz eccellente, concepito e suonato da personaggi di alta levatura. Gli inglesi in questione non potevano conoscere «Bitches Brew» di Miles Davis che ancora non era uscito, e nemmeno un disco come «Red Clay» di Freddie Hubbard che veniva registrato proprio nei medesimi giorni del 1970 e che, pare a me, presenta con «Elastic Rock» alcune somiglianze. Che certe cose siano nell’aria in certi momenti è un luogo comune, ma spesso vero.
In «Red Clay», che compariva su Jazz nel pomeriggio prima del disatro che la scorsa primavera l’ha privato della voce, il pianista era Herbie Hancock e non c’è dubbio che l’influsso della sua musica sia stato molto forte su Ian Carr come del resto su tutto il movimento fusion: è ovvio come questa Torrid Zone sia esemplata direttamente su Maiden Voyage (1965), di cui ripete il pattern ritmico, il profilo melodico, l’uso degli accordi «suspended» e del piano elettrico e perfino la tonalità.
Torrid Zone (Jenkins), da «Elastic Rock», [Vertigo] Universal Records. Ian Carr, tromba; Brian Smith, sax tenore; Karl Jenkins, piano elettrico; Chris Spedding, chitarra; Jeff Clyne, basso elettrico; John Marshall, batteria. Registrato nel gennaio 1970.
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venerdì 25 settembre 2015
martedì 27 novembre 2012
[Guest post #27] Claudio Bonomi & Nucleus
Claudio Bonomi, l’uomo il cui nome, nei circoli di chi sa, è sinonimo di jazz inglese, ci propone sempre pezzi non solo belli, ma molto suggestivi e atmosferici (si è trattato l’ultima volta di Graham Collier).Nel dicembre 1973 è scoppiata la prima crisi petrolifera e c’è aria di riflusso e di fine delle grandi illusioni che hanno caratterizzato gli anni a cavallo dei decenni Sessanta e Settanta.
Un’atmosfera plumbea e piovosa avvolge tutta l’Europa. La stessa che traspare dalla copertina di «Under The Sun», con i sei Nucleus (Ian Carr, Bob Bertles, Geoff Castle, Ken Shaw, Roger Sutton e Bryan Spring) ritratti in chiaroscuro sotto gli ombrelli in un parco londinese.
L’artwork della copertina, una foto trattata in laboratorio e caratterizzata dalla scomposizione dei colori in piccoli punti al pari di un quadro di Paul Signac, è del grande fotografo Marcus Keef. Nonostante l’ironia del titolo, i Nucleus hanno poco da scherzare. Il debutto shock al Festival di Montreaux del 1970 e la standing ovation al Village Gate di New York sono ormai lontani ricordi. Le grandi «commission» decisive per portare in porto lavori per grandi ensemble come «Solar Plexus» e «Labyrinth» non ci sono più e Carr, angosciato da problemi finanziari, si fa in quattro per trovare al gruppo ingaggi e concerti. Un lavoro che gli riesce bene in quasi tutto il vecchio continente, soprattutto in Germania, tranne che in patria. Cosa che gli provoca non poco stress e una grave ulcera.
Tuttavia si deve andare avanti e «Under The Sun» è onestamente un album di transizione, privo degli acuti e delle invenzioni che hanno portato anni prima i Nuclues alla ribalta della scena jazz e rock internazionale. Tuttavia, la classe non è acqua. E Carr lo dimostra in Pastoral Graffiti, avvolgente ballad con solista l’australiano Bob Bertles al flauto. La formazione non è esattamente quella del disco: per questa registrazione alla BBC per il programma «Jazz Club» condotto dall’ineguagliabile Peter Clayton si presentano tutti tranne il batterista Bryan Spring, sostituito per l’occasione da Roger Sellers. Ebbene, lo svolgimento del brano è caratterizzato da un groove ritmico particolare che crea un brillante senso del movimento. Motore di questo flusso è proprio il bravo Sellers che gioca a ritardare e a accelerare il beat, dando alla composizione un incedere ipnotico. Ed è sempre lui che alla fine degli assoli di Bertles e di Shaw alla chitarra elettrica con due secchi colpi di charleston introduce la tromba di Carr.
Pastoral Graffiti (Carr), da «Under The Sun», Vertigo, 1974. Nucleus: Ian Carr, tromba; Bob Bertles, flauto; Geoff Castle, piano elettrico & sintetizzatore; Ken Shaw, chitarra; Roger Sutton, basso elettrico; Roger Sellers, batteria. Registrato nel 1974 presso gli studi BBC per il programma «Jazz Club» condotto da Peter Clayton.
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lunedì 9 gennaio 2012
Guest Post #11: Gennaro Fucile & Ian Carr
È l’anno nuovo e tornano con nuova lena i guest post nella figura del loro contributore più assiduo, il ciclopico Gennaro Fucile (no, non ha un occhio solo), che qui attende al suo grande amore, il jazzinglese che, come tutti sanno, è stato da lui inventato al principio degli anni Settanta, a Napoli.
L'antologia «Elastic Jazz» citata da GF è una splendida antologia musicale, accompagnata da utilissime note in italiano e in inglese, che GF e Claudio Bonomi (lo zio del jazzinglese) hanno pubblicato pochi anni fa per la casa editrice Auditorium di Milano. Reperirne una copia è tutt’altro che facile, temo, ma vi incoraggio a provarci.
Secondo i faziosi compilatori dell’antologia «Elastic Jazz», il 1970 è l’anno di nascita di quello che alcuni indicano come jazz inglese. La mamma è nota da sempre, non potrebbe essere altrimenti, è la musica afroamericana, mentre il padre è incerto, forse ignoto. Taluni suggeriscono che andrebbe cercato tra gli esuli sudafricani arruolati nella Brotherhood of Breath diretta da Chris McGregor, altri preferiscono attribuirne la paternità a qualcuno dei musicisti del giro del Little Theatre Club facente capo a John Stevens e Trevor Watts, artefici dello Spontaneous Music Ensemble, oppure agli ancor più radicali Derek Bailey e Evan Parker che lì si ritrovarono spesso. Fortemente sospette sono pure le botteghe musicali intestate a Graham Collier e Mike Westbrook, attive già dal 1967. C’è anche chi pensa che il papà si trovi dalle parti di Canterbury e fa i nomi dei componenti dei Soft Machine.
Mah, resta tuttora da appurare come andarono davvero le cose. Fatto sta che nel 1970 videro la luce l’omonimo ellepì della Brotherhood of Breath, le prime uscite della intrasigente etichetta Incus di Bailey e Parker, «Third» della morbida macchina, e l’esordio dei Nucleus: «Elastic Rock».
Nucleus fu un’invenzione e un cimento del trombettista Ian Carr che condusse l’impresa fino alla fine dei Settanta, ma la formazione di partenza non andò oltre il secondo album da cui proviene questa Song For The Bearded Lady. Qui si calca con maggior vigore sul pedale rock che nell’esordio, l’atmosfera è più torrida, Carr passeggia signorilmente in una selva di suoni elettrici, l’elastico è teso al massimo e… io nun capisco, ê vvote, che succede... e chello ca se vede, nun se crede! nun se crede!
È nato nu criaturo…
Song For The Bearded Lady (Jenkins) da «We’ll Talk About It Later», BGO CD47. Ian Carr, tromba, flicorno; Karl Jenkins, piano elettrico, oboe, sax baritono; Brian Smith, sax tenore, sax soprano, flauto; Chris Spedding, chitarra; Jeff Clyne, basso elettrico, contrabasso; John Marshall, batteria, percussioni. Registrato a Londra (Trident Studios) il 21 e 22 settembre 1970.
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