Visualizzazione post con etichetta anni Settanta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anni Settanta. Mostra tutti i post

martedì 10 gennaio 2023

Angel – Little Wing (Gil Evans)

 Non so se a tutti i frequentatori dei social media, segnatamente Facebook, sia capitato come a me in questi giorni di vedere una quantità di post su Jimi Hendrix. Io mi ero per questo persuaso dovesse ricorrere qualche anniversario relativo al chitarrista, che però era nato in novembre e morto in settembre. Boh.

 Comunque qui abbiamo il famoso disco del 1975 nel quale Gil Evans interpreta canzoni di Hendrix, con qualche anno di ritardo su un progettato incontro discografico dei due. La natura non jazzistica del repertorio non incide sull’impegno profuso da Evans nelle partiture, che sono, pur in consonanza con lo spirito degli originali e nell’uso di strumenti e ritmiche rock, ancora distintamente evansiane: parlo di impegno perché nei successivi incontri di Gil Evans con un musicista di quell’ambito, cioè Sting, a me Evans è parso rinunciatario e non veramente coinvolto; ebbi quest’impressione anche ascoltando i due in persona a Umbria Jazz, sullo scorcio finale degli anni Ottanta.

 Little Wing qui è presente in una versione diversa e meno concisa (o almeno mi sembra così: non ho al momento modo di controllare) di quella che compare in un altro disco di Evans del periodo, «There Comes A Time». A cantare è sempre Hannibal Peterson.

 Angel (Hendrix), da «Plays the Music of Jimi Hendrix», RCA. «Hannibal» Marvin C. Peterson, Lew Soloff, tromba; Tom Malone, trombone, sintetizzatore, flauto, basso; Peter Gordon, corno francese; Howard Johnson, clarinetto basso; David Sanborn, sax alto; Billy Harper, sax tenore; Trevor Koehler, sax tenore, flauto; David Horowitz, piano elettrico, sintetizzatore; Peter Levin, sintetizzatore; John Abercrombie, Keith Loving, Ryo Kawasaki, chitarra; Michael Moore, Don Pate, basso: Warren Smith, campane, percussioni, vibrafono; Bruce Ditmas, batteria; Susan Evans, conga, batteria. Registrato nel giugno 1974.

 Little Wing (Hendrix), ib.; Peterson, Soloff, Ernie Royal, tromba, flicorno; Tom Malone, Joe Daley, trombone; Peter Gordon, John Clark, corno francese; David Sanborn, sax alto, soprano, flauto; George Adams, sax tenore; Howard Johnson, sax baritono, clarinetto basso, tuba; Bob Stewart, tuba; David Horowitz, sintetizzatore, organo; Ryo Kawasaki, chitarra; Paul Metzke, basso elettrico, sintetizzatore, koto; Herb Bushler, basso elettrico; Bruce Ditmas, tabla, cuica, percussioni; Joe Gallivan, drum synthesizer, campane; Warren Smith, marimba, campane, gong, vibrafono, tamburo intonato; Sue Williams, percussioni; Tony Williams, batteria. Stessa data.

giovedì 8 dicembre 2022

K-4 Pacific (Gerry Mulligan)

 Stimolato da un mio amico che l’ha nominato, ho riascoltato questo dimenticato da anni. Gerry Mulligan tornava alla discografia dopo un certo intervallo di tempo, con un jazz colorato di pop, molto 1971, molto piacevole.

 K-4 Pacific (Mulligan), da «The Age of Steam», A&M SP-3036. Harry “Sweets” Edison, Roger Bobo, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Jimmy Cleveland, trombone; Ken Shroyer, trombone basso; Bud Shank, sax alto; Tom Scott, Ernie Watts, sax tenore, flauto; Gerry Mulligan, sax baritono; Roger Kellaway, piano; Howard Roberts, chitarra; Chuck Domanico, contrabbasso; Joe Porcaro, batteria. Registrato nel luglio 1971.

martedì 29 novembre 2022

It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) – Don’t Blame Me – Snowy Morning Blues (Sammy Price)

 Sammy Price (1908-1992), texano, formatosi professionalmente a Kansas City come un altro musicista che gli è spesso accostato, Jay McShann, si affermò a New York come pianista accompagnatore in tante sedute di registrazione della Decca, conosciuto soprattutto per le sue capacità nel boogie e per la sua inclinazione blues.

 Price non era tuttavia un musicista folk come i classici pianisti del boogie woogie (Jimmy Yancey viene alla mente), ma un musicista di esperienze e orizzonti più vasti e di variate risorse strumentali, come dimostra questo tardo disco in assolo registrato in Canada nel 1979. Il blues nelle esecuzioni è sempre presente, se non come forma, certo come linguaggio. Snowy Morning Blues, il ragtime di James P. Johnson, si presenta qui radicalmente ristrutturato, in forma di canzone.

 It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) (Ellington-Mills), da «Sweet Substitute», Sackville 3024. Sammy Price, piano. Registrato il primo novembre 1979.

 Don’t Blame Me (Fields-McHugh), id.

 Snowy Morning Blues (Johnson), id.

sabato 26 novembre 2022

Keeping up with Time – In Moscow (Vagif Mustafazadeh)

 Jazz nel pomeriggio riapre dopo la pausa più lunga che abbia conosciuto in oltre dodici anni, interrotta soltanto da un generoso guest post di Alberto Arienti Orsenigo.

 Si ricomincia, tuttavia non a pieno regime. Per esempio, oggi ti propongo due pezzi di Vagif Mustafazadeh (1940-1979), pianista e compositore originario dell’Azerbaigian, padre della nota Aziza Mustafazedeh, pianista a sua volta e cantante: un musicista di grande talento e personalità su cui tanto ci sarebbe da dire, come puoi immaginare. Però oggi io non te ne dico niente, se non che Vagif Mustafazadeh qui si è sovraregistrato; per il resto, ti lascio appunto immaginare. 

 Prometto, a me stesso in primo luogo, di tornarci sopra in seguito, e intanto sarò lieto, anzi felice, se volessi dirne qualcosa tu, che probabilmente ne saprai già più di me.

 Keeping up with Time (Mustafazadeh), da «Hands over Hands», Azerbaijan International – AICD1401. Vagif Mustafazadeh, piano e tastiere. Registrato nel 1971.

 In Moscow (Mustafazadeh), id.

lunedì 16 maggio 2022

Open, To Love – Nothing Ever Was, Anyway (Paul Bley) RELOADED

                                            Reload dal 27 aprile 2017 

Non è facile immaginare oggi che effetto dovesse avere sulle orecchie del 1973 «Open, To Love» di Paul Bley, perché la sua influenza su molto jazz successivo, soprattutto bianco ed europeo, è stata così pervasiva e insieme subliminare da rendere strano pensare che, prima che Bley la suonasse, una musica del genere non ci fosse. È questo disco ad aver tracciato le linee programmatiche dell’etichetta tedesca ECM di Manfred Eicher, nel bene e nel male una delle più importanti degli ultimi quarant’anni.

 Cresciuto su radici profonde nel blues, nel modernismo di Bud Powell e di Bill Evans e nutrito di una linfa ritmica senz’altro jazzistica, il pianismo-albero di Bley innalza e allarga i rami toccando l’impressionismo e il puntillismo e annuncia – aveva cominciato a farlo anni prima – la musica di Keith Jarrett in molti suoi caratteri peculiari. La dimensione del silenzio, le microdinamiche acquistano in «Open, To Love» un valore strutturale; nella lunghezza estenuata delle pause e dei valori e nel rilievo che vi assumono ogni singola nota e rumore (in Open, To Love si sente Bley agire direttamente sulle corde e cantare; non mugolare à la Jarrett, cantare proprio, anche se sottovoce), la musica vive in un eterno presente in cui diresti che qualunque cosa possa succedere.

 Questa apertura, annunciata dal titolo, la sottrae a un’epoca e a uno stile precisi ma anche alle tentazioni del sentimento squisito, dell’edonismo sonoro, non evitate invece da tanto jazz derivativo, in specie europeo. È musica che, presentandosi con lo stigma della contemplazione, cioè del distacco, risulta infine personale come poche; per questo non sembra fuori luogo osservare come, di sette pezzi del disco, cinque siano composizioni di due ex-mogli di Bley, Carla Bley (nata Borg) e Annette Peacock.

 Open, To Love (A. Peacock), da «Open, To Love», ECM 1023. Paul Bley, piano. Registrato nel settembre 1972.

 Nothing Ever Was, Anyway (A. Peacock), id.

domenica 15 maggio 2022

Roses Poses – Booda (Bobby Hutcherson)

 Buona domenica. C’è Bobby Hutcherson domenicale anche lui, rilassato e quasi spensierato, come spesso gli capitò dopo l’impegno insolito che per tutti gli anni Sessanta aveva profuso in un numero incredibile di dischi per la Blue Note, diversi fra questi esempi fra i più alti di jazz modernissimo pur senza potersi ascrivere alle avanguardie del tempo (di cui tuttavia Hutcherson era stato parte a fianco di Shepp e di Dolphy). Va detto anche che quando questo disco «Waiting» uscì, nel 1976, la Blue Note non era più da quasi dieci anni quello che era stata.

 L’atmosfera più leggera, ora esotica (Roses Poses) ora più funky (Booda), è sottolineata dall’uso da parte di Bobby della marimba.

 Roses Poses (Hutcherson), da «Bobby Hucherson», Mosaic Select 26 [«Waiting», Blue Note]. Oscar Brashear, tromba; Thurman Green, trombone; Harold Land, sax tenore; Bobby Hutcherson, marimba; Dwight Dickerson, piano; Kent Brinkley, contrabbasso; Larry Hancock, batteria. Registrato il 24 marzo 1975.

 Booda (Hutcherson), id.

venerdì 13 maggio 2022

Open Road – Lament (Pat Martino)

 Mi sono rivolto a questo disco di Pat Martino dopo aver ascoltato il disco appena uscito di uno dei più meritamente acclamati chitarristi jazz di oggi, disco in cui l’artista si accompagna da solo con sovraincisioni e loop per un risultato suadente alle orecchie e, a mio gusto, noioso.

 Martino nel 1976 era nel pieno delle forze, quattro anni prima dell’accidente che per poco non lo uccise e lo costrinse poi alla fatica eroica di re-imparare a suonare la chitarra. Io, forse lo ricorderai, non sono un appassionato della chitarra jazz, i cui praticanti mi sembrano troppo spesso solleciti o della pura velocità o, vedi supra, di una piacevolezza un po’ facile, pop (lo so che non c’è niente di male nel pop, ma io la penso così, ok?).

 Pat Martino mi sembra invece di quelli che non suonano una nota se non ne sono persuasi – e sì che di note ne fa anche lui parecchie. In compagnia di Gil Goldstein, che al piano elettrico gli fornisce un accompagnamento essenzialissimo e sommesso, quasi da harmonium, questa sua serietà espressiva è nella luce migliore, tanto nella tripartita Open Road quanto nei sei standard che completano il disco.

 Buon venerdì 13.

 Open Road [Olee, Variations and Song, Open Road] (Martino), da «We’ll Be Together Again», [Muse] 32Jazz. Pat Martino, chitarra; Gil Goldstein, piano elettrico. Registrato nel febbraio 1976.

 Lament (J. J. Johnson), id.

martedì 10 maggio 2022

The Rich (and The Poor) (Keith Jarrett) RELOAD

                                  Reloaded dal 25 gennaio 2011

 Ascoltavo questo disco del quartetto americano di Keith Jarrett degli anni Settanta e mi ha colpito quanto di quello che nei due decenni successivi è passato per jazz sia disceso da questa formazione: ascolta il pezzo che lo apre e dimmi se non ti sembra (finché non entra il sax, almeno) di sentire i Bad Plus, anche per il grande rilievo che la registrazione dà al contrabbasso. 

 Altrove, soprattutto quando interviene Sam Brown alla chitarra, si immaginano derivazioni meno qualificate, tipo Pat Metheny.

 The Rich (and The Poor) (Jarrett), da «Treasure Island», Impulse! MCA-39106. Dewey Redman, sax tenore; Keith Jarrett, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Paul Motian, batteria; Guilherme Franco, percussioni. Registrato il 27 febbraio 1974.

mercoledì 27 aprile 2022

I’m Crazy About My Baby – I Ain’t got Nobody (Ruby Braff & Ralph Sutton)

 Ralph Sutton e Ruby Braff, pur appartenendo alla prima generazione dei modernisti del jazz, scelsero di esprimersi nell’idioma della generazione precedente, Braff avendo a stella polare Louis Armstrong e Sutton i grandi dello stride, senza per questo rinunciare a un’espressione inconfondibilmente personale.

 I’m Crazy About My Baby (Waller-Hill), da «R&R», Chaz. Ruby Braff, cornetta; Ralph Sutton, piano; Jack Lesberg, contrabbasso; Gus Johnson, batteria. Registrato nell’ottobre 1979.


 I Ain’t got Nobody (Graham-Peyton-Williams), id.


martedì 16 novembre 2021

Gentle Thoughts – The Zoo (Steve Kuhn & Sheila Jordan)

 Ho messo su un ECM anche oggima di altra annata e di altro suono, protagonisti due americani eccentrici. 

 Con la Sheila Jordan io vado a periodi, c’è il periodo in cui la sua maniera mi piace e quello in cui mi lascia indifferente o mi secca addirittura; questo gradimento a pendola dipende evidentemente da me, non da lei, quindi non è interessante parlarne. Stavolta, ad ogni modo, mi piace di più in The Zoo che nell’altra canzone. 

 Non va così con Steve Kuhn, un grande del pianoforte che invece mi piace sempre fuorché quando, calatosi qualcosa, smarrisce il senso del ridicolo e intona (anche grosso modo) informi querele.

 Gentle Thoughts (Kuhn), da «Playground», ECM 1-1159. Sheila Jordan con Steve Kuhn, piano; Harvie Swartz, contrabbasso; Bob Moses, batteria. Registrato nel luglio 1979.

 The Zoo (Kuhn), id.

domenica 14 novembre 2021

Iron Man (Woody Shaw) (Larry Young)

 Woody Shaw, dopo che ieri te l’ho presentato con cautele e caveat, merita oggi risarcimento, almeno ai miei occhi. Qui, pochi mesi prima di quel disco Columbia, «Rosewood», che mi lascia insoddisfatto, è in compagnia diversa, eccezion fatta per Victor Lewis suo devoto, e in diversa temperie stilistica e sonora, che mi sembra più prossima alla sua sensibilità (il suo maggior agio io lo sento bene) e anche alla mia. Registrato nel 1977, «The Iron Men» vide la luce tre anni dopo.

 Segue, già pubblicata qui in anni lontani, la composizione più famosa di Shaw così come la suonò in uno dei più bei Blue Note degli anni Sessanta, «Unity» di Larry Young.

 Iron Man (Dolphy), da  «The Iron Men», Muse MR 5160. Woody Shaw, tromba; Anthony Braxton, sax alto; Muhal Richard Abrams, piano; Cecil McBee, contrabbasso; Victor Lewis, batteria. Registrato nell’aprile 1977.


 The Moontrane (Shaw), da «Unity», Blue Note 7243 4 97808 2 8. Woody Shaw, tromba; Joe Henderson, sax tenore; Larry Young, organo; Elvin Jones, batteria. Registrato il 10 novembre 1965.

sabato 13 novembre 2021

Rosewood – Rahsaan’s Run (Bobby Hutcherson) (Woody Shaw)

 La nota composizione di Woody Shaw prima in un Blue Note del 1974«Cirrus»a nome di Bobby Hutcherson. Shaw è nella formazione ma qui si limita a guidare i collettivi. Hutcherson suona il vibrafono negli assieme e la marimba in assolo. Segue una versione d’autore, la più nota di questo pezzo, dall’omonimo disco di Shaw del 1977 per la Columbia.

 Dico la verità? La dico: non vado matto per nessuna delle due versioni, né proprio per la composizione di Shaw, che pure, insieme con The Moontrane, è la più famosa delle sue. Woody Shaw lo preferisco con un quintetto, come in Rahsaan’s Run sempre da «Rosewood».

 «Rosewood», disco che ebbe molto successo di pubblico e di critica e che fu il primo di Shaw per una major, a mio parere risente dell’ultima circostanza, risultando alle mie orecchie un po’ leccato e privo in parte di quel senso di rischio che più mi piace nella musica di questo grande trombettista.

 Rosewood (Shaw), da «Bobby Hutcherson - Mosaic Select», Mosaic. Woody Shaw, tromba; Harold Land, sax tenore; Manny Boyd, flauto; Bobby Hutcherson, vibrafono e marimba: Bill Henderson, piano elettrico; Ray Drummond, contrabbasso; Larry Hancock, batteria; Kenneth Nash, percussioni. Registrato nell’aprile 1974.

 Rosewood (Shaw), da «Rosewood», Columbia JC 35309. Woody Shaw, tromba; Janice Robinson, Steve Turre, trombone; Art Webb, Frank Wess, flauto; Jimmy Vass, sax alto; Joe Henderson, sax tenore; Carter Jefferson, Rene McLean, sax tenore; Onaje Allan Gumbs, piano; Clint Houston, contrabbasso; Victor Lewis, batteria; Sammy Figueroa, Armen Halburian, percussioni. Registrato il 15 dicembre 1977.

 Rahsaan’s Run (Shaw), ib. Shaw, Jefferson, Gumbs, Houston, Lewis. Registrato il 19 dicembre 1977.

sabato 30 ottobre 2021

People, Places & Things – Smokin’ (Fuller)

 Sabato ancora con Curtis Fuller. È un piacevole disco del 1972 con qualche escursione funk. Sono sempre contento quando sento Bill Hardman e Jimmy Heath, ma anche il chitarrista Ted Dunbar, che qui figura sotto il suo primo nome Earl, con il quale non è di norma conosciuto.

 People, Places & Things (Fuller), da «Smokin’» Mainstream 370. Bill Hardman, tromba; Curtis Fuller, trombone; Jimmy Heath, sax tenore; Cedar Walton, piano elettrico; Earl Dunbar, chitarra; Mickey Bass; basso elettrico; Billy Higgins, batteria. Registrato nel 1972.


 Smokin’ (Fuller), id.

lunedì 18 ottobre 2021

Bop-Be – Confirmation (Keith Jarrett) (Billy Hart) RELOAD

 Reload dal 20 febbraio 2011. Dove esordisco dicendo «in questo periodo», alludo a quel periodo, dieci anni fa. Il quartetto di Billy Hart si è esibito da poco in alcune città italiane, e in almeno due casi in presenza di lettori di Jnp. 

 

 In questo periodo, come ti sarai accorto, sto riflettendo sulla questione del «repertorio» nel jazz moderno e della reinterpretazione di composizioni jazzistiche del passato.

 Keith Jarrett, che come ogni pianista jazz moderno ha le radici nel bebop (anche se è stato fra quelli che se ne è più cospicuamente allontanato), queste origini ha omaggiato in particolare nell’ultimo suo disco con l’American Quartet, e segnatamente in Bop-Be, un pezzo che a me pare proprio una versione di Confirmation di Parker, con un’alterazione del bridge e con una melodia diversa. Senza rinunciare a nessuna delle sue idiosincrasie e a dispetto di una sezione ritmica in questo senso non idiomatica, la sua è, al cuore, un’esecuzione bebop di classe.

 Quasi trent’anni dopo, Billy Hart con il suo quartetto di giovani cannoni dà di Confirmation una versione, mah, postmoderna?, in cui lo head originale di Parker è mantenuto, anzi, è enunciato con deliberata pedanteria (e per ben tre volte), come Jarrett non faceva, mentre i solisti trattano poi il giro armonico con una molta libertà e discrezione ritmica; Ethan Iverson, che sotto l’assolo di Mark Turner tace, è al suo più astratto e arzigogolato, anche se si concede la civetteria di inserire nel suo assolo una delle citazioni predilette di Parker, la Habanera della Carmen. Se Jarrett dava del bebop una versione elaborata ma di discendenza ancora chiara e non rinnegata, qui la musica di Parker appare definitivamente storicizzata, cioè lontana: tanto che i quattro non hanno sentito, come Jarrett, il bisogno di cambiare titolo.

 Bop-Be, da «Bop-Be», Impulse! IA 9334. Keith Jarrett, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato nel febbraio 1977.

 Confirmation (Parker), da «Quartet», High Note HCD 7158. Mark Turner, sax tenore; Ethan Iverson, piano; Ben Street, contrabbasso; Billy Hart, batteria. Registrato il 14 ottobre 2005.

domenica 17 ottobre 2021

Outer Surge – Soft Focus (Rick Laird)

 Rick Laird (1941), bassista irlandese, è il solo nome a me noto in questo disco, in cui compare come distinto ospite Joe Henderson (Outer Surge è la sua Inner Urge rititolata).

 Laird è morto tre mesi fa; noto soprattutto come bassista della disamena Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin (1971-73), ha avuto prima e dopo una buona carriera in contesti più mainstream, fra l’altro come house bassist al Ronnie Scott’s di Londra, e in questa seduta a proprio nome del 1976 è veramente bravissimo anche come solista sullo strumento elettrico. Abbandonata la musica attiva nel 1982, Laird si è poi distinto anche come fotografo e come insegnante.

 Il quartetto americano, registrato in Olanda, fa del jazz di eccellente livello, divertente, molto di quegli anni ma che degli anni trascorsi non risente. Mi sembra brillare in particolar modo il pianista Tom Grant.

 Outer Surge (Henderson), da «Soft Focus», Solid CDSOL-6384. Joe Henderson, sax tenore; Tom Grant, piano elettrico; Rick Laird, basso elettrico; Ron Steen, batteria. Registrato nel dicembre 1976.

 Soft Focus (Laird), ib. Senza Henderson; Grant suona il pianoforte.

giovedì 7 ottobre 2021

Peyote Song No. III (Horace Tapscott)

 Non è che trovi di interesse eccezionale questo pezzo di un’orchestra, anzi Arkestra, di Horace Tapscott, ma non è banale e anzi è abbastanza insolito e serve lo scopo di annunciare con una certa fanfara la riapertura dei lavori, qui a Jazz nel pomeriggio, dopo una pausa di tre mesi, che negli ultimi anni del blog non è nemmeno stata la più lunga.

 Riapro bottega con due obiettivi, opportunistici entrambi: uno, propiziatorio; l’altro, terapeutico, perché l’ultima ventina di mesi sono stati, ovviamente non solo per me, un periodo ispido e ci sono ancora dentro. Possa io e possiamo tutti allontanarcene sul passo, se non altro, ampio e vigoroso di questa composizione in 3, dal drive colossale, di Jesse Sharp.

 Peyote Song No. III (Sharps), da «The Call», Nimbus West Records. Pan Afrikan Peoples Arkestra diretta da Horace Tapscott. Jesse Sharps, Adele Sebastian, Herbert Callies, James Andrews, Kafi Larry Roberts, legni; Archie Johnson, trombone; Red Callender, tuba; Horace Tapscott, piano; Louis Spears, violoncello; Dave Bryant, Kamonta Lawrence Polk, contrabbasso; Everett Brown Jr, William Madison, batteria e percussioni. Registrato l’8 aprile 1978.

mercoledì 30 giugno 2021

Composition 37 (Anthony Braxton)

 Torna Jazz nel pomeriggio, consolidato nella sua natura a-periodica e poco fiducioso di trovare qualcuno all’ascolto (chi ci sia vorrà perdonare la riserva). Questo quartetto di sassofoni quasi canonico del 1974 contempera l’avanguardia musicale nera – non so se qui sia il caso di parlare di jazz – di Chicago, New York e Saint Louis.

 


(Composition 37)
(Braxton), da «New York, Fall 1974», Arista. Anthony Braxton, sax sopranino; Julius Hemphill, sax alto; Oliver Lake, sax tenore; Hamiet Bluiett, sax baritono. Registrato il 16 ottobre 1974.

giovedì 15 aprile 2021

Gone With The Wind (Dolo Coker)

  «California Hard» è inteso qui come un ossimoro, perché lo stile hard (bop) è associato di norma alla costa Est e il jazz «californiano» è tutt’altra cosa. Qui di californiani troviamo Pepper, Vinnegar e Butler e se l’atmosfera non è quella un po’ sfibrata di tanto jazz West Coast, è tuttavia abbastanza lontana anche dall’essere hard: del resto, l’unico hard bopper comprovato della brigata è l’ex silveriano Blue Mitchell, un trombettista che sento sempre con piacere, come anche il titolare della seduta Dolo Coker.   

 Gone With the Wind (Magidson-Wrubel), da «California Hard», Xanadu XCD 1229. Blue Mitchell, tromba; Art Pepper, sax alto; Dolo Coker, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Frank Butler, batteria. Registrato il 27 dicembre 1976

lunedì 12 aprile 2021

Blues in Thirds (Archie Shepp & Horace Parlan)

 Blues In Thirds, la composizione di Earl Hines nota anche come Caution Blues, qui in un’esecuzione di due insigni modernisti, piena di feeling, di relax e di note calanti (di Shepp, ovviamente).

 Blues In Thirds (Hines), da «Trouble In Mind», SteepleChase SCCD3113. Archie Shepp, sax soprano; Horace Parlan, piano. Registrato il 6 febbraio 1980.

venerdì 2 aprile 2021

Ecstasy – Bliss (Sam Rivers)

 Oggi free jazz con Sam Rivers nel 1977. La seconda metà degli anni Settanta fu il momento del suo grande successo internazionale, forse più in Europa che negli USA dove pure, a New York, Rivers fu una figura importante della loft scene. In Italia era di casa, per lo più in trio: io ricordo di averlo sentito, nel 1978, con Dave Holland e Thurman Barker, ma più spesso Rivers aveva in quegli anni alla batteria Barry Altschul, che con Holland costituiva proprio allora la ritmica dei complessi di Anthony Braxton, anche lui molto sovente in Italia nel periodo (Rivers, Braxton, Holland e Altschul si ascoltano tutti insieme nel disco ECM di Holland «Conference of the Birds» del 1972).

 Rivers è un musicista importante di cui Jazz nel pomeriggio non si è occupato quanto di Braxton, che può considerarsi una vera sua controparte; e quando l’ha fatto, è stato soprattutto per i suoi esordi in ambito di hard bop avanzato per la Blue Note in dischi bellissimi come «Fuchsia Swing Song», «A New Conception» e «Contours», oltre che nel magnifico «Spring» di Tony Williams. Venne fuori molto tardi, perché era del 1923, ma per anni raccontò di essere nato nel 1930; più che vanitoso, io ritengo che fosse imbarazzato da un certo gap generazionale con i freemen di prima generazione (Ornette, per dire, era del ’30, Cecil Taylor del ’29) e tanto più con quelli di seconda come Braxton (1945) e i chicagoani dell’AACM. 

 Una volta io ho definito lo stile di Sam Rivers «fra Coltrane e un Ayler di belle maniere», che non è molto più di una callida iunctura; se ci ripenso oggi, inoltre, la musica di Ayler mi sembra proprio abitare altrove. Il fatto è che in quello scorcio di anni Settanta in cui il jazz avanzato era rappresentato dagli uomini dell’AACM, dalla Wunderkammer braxtoniana e dagli europei più astratti o più abrasivi, Rivers risaltava come un musicista di grande e spontanea espressività, di quelli che la convenzione giornalistica definisce «viscerali» e oppone ai «cerebrali»; le sue smoderate esibizioni, in cui suonava tenore, soprano, flauto e pianoforte, avevano una carica immensa di energia che si trasmetteva al pubblico.

 Ecstasy (Rivers), da «Paragon», Fluid Records. Sam Rivers, sax tenore; Dave Holland, contrabbasso; Barry Altschul, batteria, percussioni. Registrato il 18 aprile 1977.

 Bliss (Rivers), id. ma Rivers suona il flauto, Holland il violoncello.