Jazz nel pomeriggio

domenica 23 maggio 2010

Warm Canto (Mal Waldron)

    Warm Canto, dall’LP di Mal Waldron «The Quest» (originariamente Prestige, ora OJCCD-082-2), registrato il 27 giugno 1961.

  Negli anni 1960 e 1961 circolava un umore particolare nel jazz newyorkese: in molti dischi registrati in quei 24 mesi, spesso da musicisti presenti in questa seduta, c’è non solo una qualità musicale di ricerca ma una qualità espressiva di malinconia autunnale tenera e un po’ cupa. Come se aleggiasse la consapevolezza che tanti artefici di quel decennio musicalmente prodigioso e sconvolgente non ne avrebbero visto la fine - quel 27 giugno, a Eric Dolphy restavano esattamente tre anni e due giorni di vita.

  Di ciò fa fede questo struggente Warm Canto, composto dal leader Waldron. Nelle note al disco è descritto così: È costruito sul modo frigio – MI FA SOL LA SI DO RE MI – ma (…) con un Fa# aggiunto alla fine. «È un modo strano», dice Mal. «A volte ha un suono freddo, altre, caldo. Qui è caldo, ma come in una giornata fresca. In cielo c’è il sole, ne senti i raggi sulla pelle, ma non sudi».

  Che io sappia (ma mi aspetto di essere contraddetto da qualche commentatore), è l’unico brano nel «corpus» maggiore di Eric Dolphy in cui Eric suoni il clarinetto in Si bemolle, cioè non il clarinetto basso, che era invece uno dei suoi strumenti abituali. Lo fa, credo volutamente, con un’intonazione incerta, lievemente calante, perfettamente adeguata all’ambiguità del modo frigio (lo stesso fa Ron Carter nel suo assolo pizzicato di violoncello). Sublime nella sua semplicità l’assolo di Mal Waldron.

  Eric Dolphy, clarinetto, Mal Waldron, piano, Ron Carter, violoncello, Joe Benjamin, contrabbasso, Charli Persip, batteria (nel resto della seduta di «The Quest» è presente anche Booker Ervin al sax tenore).

7 commenti:

g ha detto...

Il primo tentativo è andato a vuoto, ci riprovo a parole mie: Dolphy è sempre grandissimo e grazie per questo pezzo splendido che s'incastra a perfezione nella mia domenica.
ps lasciare un commento è DIFFICILISSIMO

Marco Bertoli ha detto...

Ma sei g - G? Grazie! Mi dispiace che commentare sia difficile (però tu ci sei riuscita), ho provato Wordpress ma non mi faceva caricare la musica se non pagando, e tu sai come sono avaro.

Marco

andrea 403 ha detto...

A me Dolphy piace quando fa più baccano di così, comunque bello è bello, non c'è che dire...

andrea 403 ha detto...

ma che fuso orario ha 'sto blog? è l'una di notte è mi dice che sono le 16... vabbe' che si chiama "jazz nel pomeriggio" ma se è notte è notte, che se ne facesse una ragione...

Marco Bertoli ha detto...

ma infatti!

g ha detto...

: )

Grazie a te

Anonimo ha detto...

no, non è l'unico pezzo del corpus maggiore in cui suon ail clarinetto in sib, lo suona anche in Eclipse (nell'album out there) e in un pezzo di Schuller che si intitola densities se non sbaglio.
la sua performance migliore è, a mio avviso, quella in eclipse - Warm Canto l'ho sempre trovato molto debole: emissione debole, un paio di fischi d'ancia (ancia secca? boccino non buono?), fraseggio poco ispirato.
nel '64 fischia spesso anche con il basso, ricordo che ne aveva modificato il bocchino (ottenendone un enorme vantaggio in termini complessivi di qualità e quantità di suono, ma evidentemente introducendo qualche dsequilibrio) e, in ogni caso, i fischi in quei casi non solo passano in secondo piano rispetto alla grande qualità inventiva, ma non sono nemmeno in contraddizione estetica con il mondo sonoro in cui Dolphy opera. che non è un mondo di perfezione e "buona educazione" come invece sembrerebbe suggerire questo pezzo.
sorvolo sul contributo poco intonato di Ron Carter (anche in questo caso: l'intonazione non è un " a prescindere", il margine di tolleranza varia molto a seconda dell'estetica di un pezzo, in "out there" funziona, qui no, perchè il brano si propone in maniera "educata" e "carina" un po' alla Chico Hamilton. se si entra in quel terreno bisogna rispettarne le regole o sovvertirle, non usarle male) e sulla qualità complessivamente debole della composizione.
mi sento perfino in colpa per aver "parlato male" di Dolphy (che è uno dei miei musicisti perferiti, di cui ho praticamente tutte le registrazioni che sono riuscito a trovare), ma quel che va detto va detto: il clarinetto in sib non era il suo strumento (anche se è stato il suo primo strumento), non riuscì mai a dargli un suo "taglio" che gli consentisse di raggiungere i livelli degli altri strumenti, infatti lo suonava pochissimo, credo ne fosse perfettamente consapevole.
in più, ci mise un po' di anni a mettere a fuoco un approccio coerente ai tempi lenti, alle ballad: troppo spesso (non sempre naturalmente) era un filino accademico, con la tendenza ad un lirismo un po' di maniera in contrasto con la sua natura più vera. Something Sweet Something Tender invece è un esempio perfettamente riuscito di approccio non sentimentale ma delicato (è solo un esempio, naturalmente non l'unico)
il jazz, anche in quegli anni, ha prodotto ben altri clarinettisti.