Jazz nel pomeriggio

giovedì 8 gennaio 2015

Apple Core (Gerry Mulligan)

 Le big band bianche, con le eccezioni del Second herd di Woody Herman e di qualche cosa di Benny Goodman e di Don Ellis, non mi sono mai andate a genio; anche dimenticando la «funzione Kenton» che sembra ineludibilmente ricorrervi, cioè la tendenza al magniloquente e al bombastico, vi sento sempre un che di lezioso, di troppo elaborato, di fussy, e allo stesso tempo di sfibrato o esangue. E poco swing come mi piace intenderlo.

 Questo mio dispiacere si estende perfino al comunemente stimatissimo esperimento orchestrale di Gerry Mulligan, la «Concert Jazz Band», e dire che Mulligan è uno dei musicisti che in assoluto io ammiro di più. Comunque ecco la CJB a Parigi nel 1960, in un pezzo che se non altro ci permette di ascoltare con tutto agio Zoot Sims come solista.

 Apple Core (Mulligan), da «Olympia – Nov. 19th 1960», Paris Jazz Concert 17421. Conte Candoli, Don Ferrara, Nick Travis, tromba; Willie Dennis, Allen Ralph, trombone; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Gene Quill, Bob Donovan, sax alto; Zoot Sims, Jimmy Reider, sax tenore; Gerry Mulligan, sax baritono; Buddy Clark, contrabbasso; Mel Lewis, batteria. Registrato il 19 novembre 1960.



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3 commenti:

Gianni Morelenbaum Gualberto ha detto...

Mi permetto di dissentire. Con tutto il rispetto, credo che il tuo lacerto introduttivo sia quanto di più lontano da Gerry Mulligan e, soprattutto dalla sua Concert Band, che di fussy non mi pare avesse nulla e ancora meno mi pare avesse a che vedere con "l'effetto Stan Kenton" (che, scusandomi ancora, mi pare ormai uno sgualcito luogo comune come quelli profusi a iosa quanto a sproposito, e per troppi anni, per Dave Brubeck. Per quanto io certamente non sia particolarmente incline ad amare Kenton, pur riconoscendo la notevole abilità di alcuni suoi arrangiatori). Oltretutto, direi che come arrangiatore Mulligan ha rischiato persino di superare se stesso come strumentista: in ambedue i casi, direi che l'aggettivo "lezioso" è un po'... forte. A parte il supremo uso del contrappunto e la sofisticazione dell'armonia (via, che certi arrangiamenti per Birth of the Cool e persino per Elliot Lawrence non erano né fussy né leziosi, o mi sbaglio?), Mulligan aveva delle capacità di scrittura veramente fuori del comune e non certo distanti da Gil Evans (di cui oggi si dice bene a tutti i costi, anche di realizzazioni di ben minor pregio come quelle che caratterizzarono i suoi ultimi anni). E fra gli arrangiatori della Concert Band vi erano fior di autori, molti dei quali andrebbero studiati e rivalutati, soprattutto Johnny Mandel e Gary McFarland, lasciando perdere uno scrittore della statura di Bill Holman o un artista come George Russell.

Marco Bertoli ha detto...

È tutto vero, eppure a me non piace :-)

Marco Bertoli ha detto...

(è comunque vero che se la ritenessi musica da poco, non l'avrei pubblicata).