Jazz nel pomeriggio

domenica 22 gennaio 2012

Loose Bloose (Bill Evans)

  Mi dispiace che Bill Evans non abbia voluto cimentarsi più spesso con i fiati, in formazioni insomma più ampie del trio. Suonerà una bestemmia: è mia sommessa ma radicata opinione che Evans si sia limitato troppo, nel corso della sua carriera, forse per insicurezza, e non a suo vantaggio.

  Io apprezzo molto, per esempio, questo disco del 1962, in cui la formazione estesa ha stimolato anche il suo estro compositivo. Poi c’è Philly Joe Jones, che Bill soleva indicare come il suo batterista preferito.

  Loose Bloose (Evans), da «Loose Blues», Milestone MCD-9200-2. Zoot Sims, sax tenore; Bill Evans, piano; Jim Hall, chitarra; Ron Carter, contrabbasso; Philly Joe Jones, batteria. Registrato il 21 o il 22 agosto 1962.



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4 commenti:

sergio pasquandrea ha detto...

Perfettamente d'accordo. Oltretutto, Evans era anche un raffinato arrangiatore, e sarebbe stato bello vederlo alle prese con formazioni più estese.
Lo stesso discorso si potrebbe fare con il trio: dopo essersi affacciato alle soglie della libertà, con il trio LaFaro/Motian o con certi dischi insieme a George Russell, finì spesso per rinchiudersi nel proprio mondo espressivo. Producendo cose bellissime, ma che spesso a me (che pure lo amo molto e per un periodo lo ascoltavo in maniera quasi ossessiva) finiscono per dare un senso di claustrofobia.
Stranamente, sono molto più "avanti" certi suoi dischidi fine anni Cinquanta, che quelli successivi.
Lo stesso Motian ammise di aver lasciato il trio perché si era stancato di una musica che trovava ormai ripetitiva e priva di stimoli; e infatti se ne andò a suonare con Paul Bley, che era il perfetto opposto...

Marco Bertoli ha detto...

Stranamente, sono molto più "avanti" certi suoi dischi di fine anni Cinquanta, che quelli successivi.

Sono d'accordo; la riservatezza, pur magnifica, della musica che segue a me sembra venire da una specie di stress post-traumatico…

Anonimo ha detto...

Mai stato così in sintonia. Forse la morte di La Faro produsse un trauma inguaribile, forse altri problemi, chissà. Ma è vero, ad un certo punto Evans si chiude nel fortino a tre punte, ossessivamente a girare su un repertorio ridotto (quante versioni ci sono di "Waltz for Debby", su dischi ufficiali?) e a ridurre le spinte centrifughe. Forse per sfuggire a quel senso di claustrofobia del quale scrive Sergio, molti evansiani ad oltranza (sono tra quelli)nel corso del tempo hanno finito per affezionarsi a tutto quello di suo che non è stato trio. Io continuo a pensare che Evans fosse uno starordinario pianista da ensemble allargato, molto più reattivo sul ritmo di quanto si pensi diffusamente. Empatico, colto, capace di adattarsi ai contesti. Come questo disco o quello con Cannonball Adderley o quello con Art Farmer dimostrano. A me piacciono pure gli album in cui suona con Stan Getz, che sono sempre stati considerati minori...
M.G.

negrodeath ha detto...

Mi accodo: il mio disco preferito di Evans è quello con Freddie Hubbard e Jim Hall. Quasi non si riconosce, da quanto è lontano dal tipico Evans del trio. Che è un grande musicista e tutto, ma come dire, non fa per me, dopo un po' mi stufa...