Jazz nel pomeriggio

giovedì 12 giugno 2014

Sphere (Branford Marsalis)

 Il bassista Eric Revis omaggia Monk (che aveva «Sphere» come secondo nome), e direi anche la sonorità che al suo quartetto conferiva il sax tenore di Charlie Rouse, in questo disco del quartetto di Branford Marsalis.

 Sphere (Revis), da «Metamorphosen», Marsalis Music 0874946001106. Branford Marsalis, sax tenore; Joey Calderazzo, piano; Eric Revis, contrabbasso; Jeff «Tain» Watts, batteria. Registrato nell’agosto 2008.



 Download

5 commenti:

Paolo Lancianese ha detto...

Mi capitò di dire, a proposito di Bearzatti, che Monk o lo si rifà cercando di restituirne lo spirito, senza starci a giocare sopra, o è meglio lasciar perdere. Steve Lacy insegna. Si può poi anche, per omaggiarlo, comporre un brano "à la manière de" e Revis lo fa molto bene, secondo me: Monk lo senti (e senti Rouse in Marsalis, certo). Lo senti persino troppo, se è per questo... Ma Lancianese, quante ne vuoi? Non ti sta bene niente!

Marco Bertoli ha detto...

No no, va' avanti! Anzi, è un po' che non sei mio ospte

MJ ha detto...

Di brani composti "à la manière de" Monk il jazz è pieno, e sono quasi tutti scadenti. Meglio lasciar perdere, meglio allora giocarci sopra come ha fatto Bearzatti o reinterpretarli in tutt'altro modo come molti (non tutti) hanno fatto nel famoso doppio album prodotto da Hal Willner.

Marco Bertoli ha detto...

Non conosco il famoso doppio album, ma il disco di Bearzatti a me è parso una boiata autentica. Ma pare che almeno lui si sia divertito molto :-)

sergio pasquandrea ha detto...

qualche tempo fa, recensendo un disco "de cuyo nombre no quiero acordarme", scrissi che era "in bilico tra avanguardia e sberleffo creativo".
per me era un complimento: volevo dire - nei limiti strettissimi di caratteri concessi a una recensione - che i musicisti giocavano con la musica reinterpretandola con ironia creativa. uno dei musicisti si sentì insultato e se la prese a morte; mi accusò, senza mezzi termini, di essere un idiota e un incompetente, di non aver capito niente del disco, di non saper fare il mio lavoro, ecc. ecc.
ecco, per dire che il disco di Bearzatti per me è esattamente quello: amare Monk fino al punto di avere il coraggio di farlo scendere dal piedistallo. "giocarci sopra", creativamente.
la musica di Monk è già talmente perfetta in sé, "self-contained" come dicono gli inglesi, che non ha davvero senso rifarla.
poi, ovviamente, sulla riuscita estetica dell'operazione ognuno è libero di pensarla come crede.

(comunque, questo pezzo di Marsalis mi piace, eh? Branford, come ho avuto già occasione di dire, mi è sempre parso molto più bravo del fratellino...)