Jazz nel pomeriggio

giovedì 20 settembre 2012

Brilliant Circles (Stanley Cowell)

 Stanley Cowell (1941) è il distinto pianista ascoltato qui sopra con Tolliver, Roach e a nome proprio; chi lo conosce ne parla come uno dei maggiori pianisti e compositori dagli anni Sessanta in poi, ma il fatto è che non siamo in tanti a conoscerlo. In parte la cosa si deve al fatto che da ormai molti anni Cowell si è dedicato in prevalenza all’insegnamento; tuttavia ricordo che qualche anno fa Ahmad Jamal mi disse di considerarlo il pianista migliore della sua generazione, paragonandolo (per la capacità di «suonare qualsiasi cosa») a Jaki Byard.

 All’ascolto sarebbe difficile trovare due strumentisti più lontani fra loro di Byard e Cowell, a cominciare dal suono che traggono dallo strumento, ma è vero che Cowell ha una conoscenza enciclopedica della musica, anche se non ne fa lo sfoggio istrionico che ne faceva il collega. La sua produzione discografica è multiforme e lo mostra sempre interessato alla forma, alla composizione. Il pezzo che oggi ti propongo è del 1969 e viene da un disco e da una formazione splendida, che comprende fra l’alto il tenorista Tyrone Washington, noto per un Blue Note («Natural Essence», con Shaw, Workman e Chambers) e per essere stato, ancora con Shaw, nella front line di «The Jody Grind» di Horace Silver. Washington fornisce in questo disco una prestazione stupefacente; a momenti sembra di sentire un Dolphy sul sax tenore.

 Brilliant Circles associa una forte trama strutturale e un’attenzione insolita al dettaglio a una grande libertà tonale, e in ciò ricorda i dischi di poco precedenti dei gruppi di Cecil Taylor. Tipica di Cowell è anche la varietà testurale, con il complesso che si divide in sottogruppi e con l'uso, per una volta accortamente dosato, del vibrafono.

Parlerò un’altra volta di Cowell pianista.

 Brilliant Circles (Cowell), da «Brilliant Circles», [Arista] Black Lion 760204. Woody Shaw, tromba; Tyrone Washington, sax tenore; Bobby Hutcherson, vibrafono; Stanley Cowell, piano; Reggie Workman, contrabbasso; Joe Chambers, batteria. Registrato il 25 settembre 1969.



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3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ben fatto Marco, ogni riga dedicata a questo musicista conta il doppio. Aspetto il post su Cowell pianista.
A proposito della Strata-East, l'etichetta fondata da lui e Tolliver e alla quale hai fatto cenno qualche giorno fa, a dimostrare quanto fossero lungimiranti ed attenti a quello che girava intorno a loro in quei giorni, c'è la produzione di "Winter in America", uno dei capolavori di Gil Scott Heron. Uno dei grandissimi dei settanta, a prescindere dai generi e dalle etichette. Un soul man avventuroso ed incontenibile, un cantautore capace di leggere la società americana con una lucidità ed un'ironia che pochi altri hanno dimostrato. Poi divorato dalle droghe e annichilito, ma capace, poco prima di morire, di tornare pochi anni fa con un disco che spazza via tutti i rapper verbosi ed inconcludenti e tutti gli atteggiati dell'hip hop, tanto brucia di urgenza espressiva.
M.G.

lillo ha detto...

anche quando sono pieno di lavoro, mi basta venire qui cinque minuti (o quindici) per ritrovare il senso delle cose, o di ciò che conta per davvero nella vita, "l'arte e il canto" per dirla come montale.

certo che il jazz è proprio come un pozzo, anche quando credi di averne intravisto il fondo, c'è sempre un metro ancora da scoprire, o qualche nuova pietra che spunta lungo il muro...

Anonimo ha detto...

A proposito: preso ieri l'ultimo disco, in trio, del nostro Cowell, registrato nel dicembre 2011 e prodotto dalla Steeple Chase. Se vi dico che è vario, intenso e bello... mi credete? Metteteci le mani sopra, questo ha ancora da dire molto e sa come farlo.
M.G.