Jazz nel pomeriggio

domenica 27 maggio 2012

Stuff (Miles Davis)

 Quando si parla della svolta che la musica di Miles Davis prese sul finire degli anni Sessanta per giungere in dirittura con «Bitches Brew», si risale a «In a Silent Way» o al massimo a «Filles de Kilimanjaro»; più raramente viene nominato «Miles in the Sky», l’album del 1968 che, nel pezzo incipitario Stuff, una composizione di Miles complessa e frammentaria che «quaglia» solo nella ripresa finale, presenta un ritmo di pretta marca Motown (unito a un tipo d’armonia che, secondo Bob Belden, mostra indubbia la mano di Gil Evans).

 Ma non è solo questione di ritmo: si ascolta qui per la prima volta Herbie Hancock  suonare il piano elettrico; un basso elettrico è nelle mani di Ron Carter e anche Wayne Shorter, forse per compensare quella ritmica piuttosto coprente (già il drumming di Tony Williams non era mai stato uno stormir di fronde), suona il sax tenore amplificato, ossia amplificato in sala d’incisione e registrato in uscita dall’amplificatore, procedimento che conferisce alla sua sonorità una maggiore presenza, allo stesso tempo appiattendola alquanto.

 Segue nel disco Paraphernalia, che non pubblico. Vi compare, suonata da George Benson, una chitarra, che diventerà da «In a Silent Way» in poi un complemento quasi costante dei complessi di Miles.

 Sondaggio, come nei siti seri: dei dischi in studio del Secondo Quintetto di Davis qual è il tuo preferito? O l’ordine delle tue preferenze? Io sono certo dei primi tre, almeno in questo momento storico: «Nefertiti», «Miles Smiles», e a pari merito «E.S.P.» e «Sorcerer»; sono d’accordo con Cook che sulla Penguin definisce «Miles in the Sky» un disco più che altro transizionale. «Filles de Kilimanjaro» non so, non lo sento da troppo tempo, ma non ne serbo un gran ricordo.

 Stuff (Davis), da «Miles in the Sky», Columbia CK 65684. Miles Davis, tromba; Wayne Shorter, sax tenore; Herbie Hancock, piano elettrico; Ron Carter, basso elettrico; Tony Williams, batteria. Registrato il 17 maggio 1968.



 Download

15 commenti:

lillo ha detto...

ti direi che sono d'accordo con te ma solo perché miles in the sky e filles de kilimanjaro non li ho mai sentiti (non ancora almeno). è che provo una sorta di diffidenza per il miles elettrico, ho provato a sentire dei dischi dell'ultimo miles e non hanno convinto anche se alcuni pezzi, presi da soli, sono molto belli...

Paolo Lancianese ha detto...

"Nefertiti" è quello che io preferisco di gran lunga. Tra gli altri non saprei quale scegliere, anche se in "E.S.P." c'è "Iris" che mi fa sempre piacere riascoltare. Dunque, sì, "E.S.P." al posto d'onore

negrodeath ha detto...

Voto "Nefertiti", ma in generale mi piacciono tutti. "Miles In The Sky" tra parentesi mi è sempre piaciuto molto. Transizione? Vero. O forse, il primo passo del cammino che si chiuderà a metà anni '70 con Agartha e Pangea.

Marco Bertoli ha detto...

Lillo: i dischi del c.d. «ritorno» di Miles, negli anni Ottanta, sono molto brutti e ancora più tristi. Io ho deciso di non nominarli nemmeno, qui sopra.

Luca Conti ha detto...

Un brano colossale, secondo me; da "Stuff" nasce gran parte del jazz elettrico "nero" degli anni Settanta, come "Red Clay" e "Straight Life" di Freddie Hubbard, non poche cose di Woody Shaw e Joe Henderson e così via. Curioso come il riff del basso, perlomeno all'inizio, ricordi non poco "Song for My Father" di Horace Silver e chissà quanti altri brani Blue Note dell'epoca. Ho sempre dubitato che il brano fosse di Miles; sembra più opera di Shorter, ma chissà come stanno le cose. Resta il fatto che, su un pezzo del genere, il jazz ha marciato per decenni (basta sentire le cose recenti, che so, di Jeremy Pelt o Wallace Roney per capire che siamo, anzi sono, ancora lì).
Per il resto, credo che "Miles Smiles" sia uno dei capolavori assoluti nella storia del jazz, mentre "Filles de Kilimanjaro" è sostanzialmente un disco di Gil Evans (che l'ha arrangiato da capo a fondo) e non di Davis. Ma la capacità di sfornare capolavori che aveva quel gruppo ritengo sia stata eguagliata pochissime volte in cento e passa anni di jazz.

Marco Bertoli ha detto...

«Red Clay»! Due anni di blog e non ho ancora mai postato niente da quel disco favoloso…

Anonimo ha detto...

D'accordissimissimo con Luca Conti su "Miles smiles". Sul Davis anni ottanta credo che tu sia troppo cattivo, ma ne parleremo seduti a tavola tra qualche settimana, bevendo cortese di Gavi e rossese di Dolceacqua (siete tutti invitati a Genova). A me il Davis elettrico o comunque post 1965 intriga, anche quando non amo i dischi che produceva (ad esempio non riesco ad "entrare" in "On the corner"). Mi piace questo suo desiderio d'infilarsi in territori per lui misteriosi, questa umiltà, quasi contradditoria in un uomo dall'ego smisurato e prepotente, che lo spingeva andare a vedere cosa succedeva in strada, confrontandosi con suoni e linguaggi altri. Ci sarebbe poi da parlare di Teo Macero, della rivoluzione in termine di produzione e post produzione, delle ricadute sui suoni di molte band anche e soprattutto non jazz degli anni ottanta eccetera eccetera. Troppa roba...
M.G.

giorgiopana ha detto...

Decisamente il più bello è "Filles de Kilimangiaro".
P.s. Decoy del 1985 o giù di lì non è per niente male.......

Marco Bertoli ha detto...

Che bastian contrario.

Luca Conti ha detto...

Credo che per apprezzare "On the Corner" fosse necessario entrare, in un certo senso, dalla porta di servizio. Ovvero aver vissuto "in diretta" gli anni Ottanta, quelli di Bill Laswell e dei Material, di Sly & Robbie e di Ronald Shannon Jackson, di James. Capisco che, trent'anni dopo, possa sembrare roba assai marginale, ma garantisco che all'epoca - per chi, come me, c'era - ha fatto la sua bella differenza. Poi, chiaro, nel 2012 è finito tutto quanto nel dimenticatoio (ma sento che è vicina una rivalutazione, basta aver pazienza:-), ma per quanto mi riguarda "On the Corner" resta ancora uno dei dischi più visionari di Davis, col quale baratterei volentieri tutta l'orrida fusion anni Settanta, dalla Mahavishnu ai Return to Forever eccetera eccetera.

Anonimo ha detto...

Eeeehhhh, Luca, purtroppo per me c'ero anch'io, appoggiato allo stipite della porta di servizio degli ottanta... Tutto verissimo, riguardo Laswell, Material e compagni. E pure lo Steve Coleman di quegli anni è impregnato degli umori davisiani di "On the corner": però, checepossofa, quel disco mi rimane sempre estraneo, almeno sul piano emotivo. Però, è indubbio, resta cento volte più avanti in temini di progettualità, architettura del suono, impulsi ulteriori rispetto a tutti quelli che hai citato e che venivano esaltati allora. Visionario contro fusionari, vince sempre quello con la tromba...
M.G.

negrodeath ha detto...

Luca Conti dice "ma per quanto mi riguarda "On the Corner" resta ancora uno dei dischi più visionari di Davis, col quale baratterei volentieri tutta l'orrida fusion anni Settanta, dalla Mahavishnu ai Return to Forever eccetera eccetera." Concordissimo, ci baratto pure i Weather Report. On The Corner e in generale tutta la roba fino ad Agartha e Pangea mi piace molto. Trovo che, di livello paragonabile, ci sia Hancock zona Mwandish/Sextant/Headhunters. E poi dvo essere malsano, ma Steve Coleman m'è quasi sempre piaciuto molto.

giorgiopana ha detto...

Riascoltate Mademoiselle Mabry, è troppo bella!

Luca Conti ha detto...

E, come ognun sa, "Mademoiselle Mabry" non è altri che "The Wind Cries Mary" di Jimi Hendrix, abilmente camuffata.
LC

Alberto ha detto...

Non so se vale un ritardo di tre anni sui commenti, ma a me, oltre che Miles in the sky, è sempre piaciuto assai In a silent way.