Jazz nel pomeriggio

sabato 29 ottobre 2016

To Be (John Coltrane), feat. TS Eliot

 Voci del Novecento: T. S. Eliot, John Coltrane.

(…)

Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
  You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
  You must go by the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
  You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
  You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not know
And where you are is where you are not.


Devo dirlo ancora? Per arrivare là,
Per arrivare dove sei, per muoverti da dove non sei,
  Devi fare una via dove non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sai,
  Devi fare la via dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possiedi,
  Devi fare la strada della privazione.
Per arrivare a ciò che non sei
  Devi percorrere la via in cui non sei.
E ciò che non sai è tutto quello che sai
E quello che hai è ciò che non hai
E dove sei è là dove non sei.


                     T. S. Eliot, Four Quartets (1941), «East Coker», III, 31-47.
 

 To Be
(Coltrane), da «Expression» Impulse! AS-9120. John Coltrane, flauto; Pharoah Sanders, ottavino, percussioni; Alice Coltrane, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Rashied Ali, batteria. Registrato il 15 febbraio 1967.

34 commenti:

tafuri ha detto...

Si, solitudine, alienazione e smarrimento. Quello che non vedo apparire, in To Be, è il momento della rinascita, che invece è presente nella poesia filosofeggiante di Eliot.

Marco Bertoli ha detto...

Molto vero, Eliot ripercorre la mistica cristiana di un San Giovanni della Croce, Coltrane qui è altrove. Mi è piaciuto accostare queste due voci significative e profonde, nella loro diversità apparente, del secolo passato.

Jazz nel pomeriggio ha detto...

Coltrane qui è altrove.

Ovvero, Eliot parla di «via» e di «andare», di un punto di partenza e di un punto di arrivo, per quanto oscuro o inaspettato. La musica di Coltrane, qui ma in realtà anche altrove, prima, non ha questa direzione.

Anonimo ha detto...

Si la musica di Coltrane in To Be è contemplazione e-statica, Eliot e San Giovanni sono ascesa e ascesi di spoliazione per giungere al Divino.
Ma forse Coltrane è anche l'avvenuto compimento dell'itinerario tracciato dagli altri due.
Stefano Luciani

Jazz nel pomeriggio ha detto...

Un approdo, dunque. Viene davvero da domandarsi che cosa avrebbe fatto ancora.

È poco elegante che io citi me stesso, ma qui sopra, tempo fa, parlando di Coltrane ancora nei tardi anni Cinquanta, scrivevo che il suo eloquio manifestava uno sforzo di trascendenza ma con l'impressione che ricadesse su se stesso; il suo fraseggiare spiraliforme, armonicamente contorto di quegli anni sembrava contraddire lo stile sicuro, filante, spavaldo dell'hard bop corrente.

Forse, negli ultimi due anni della sua vita, aveva riconosciuto l'inutilità di quello sforzo.

tafuri ha detto...

sono completamente d'accordo

loopdimare ha detto...

in generale la musica di Coltrane è sempre stata una musica senza una via chiara da intraprendere: gli sheets of sound erano l'esemplificazione di un'incessante ricerca molto a tentativi. le continue riletture di My favorite things, sempre più lunhe e sofferte esprimevano bene il suo dramma: grande dinamismo, ricerca intensa e un percorso a spirare a richiudersi in se stesso, apparentemente pacificato ma in realtà solo esausto. Solo la sua sonorità, in realtà sembrava richiamare le pace.

loopdimare ha detto...

e un percorso a spiraLe a richiudersi in se stesso. non spirare che potrebbe generare addirittura una nuova teoria...

Anonimo ha detto...

"e, negli ultimi due anni della sua vita, aveva riconosciuto l'inutilità di quello sforzo"

E se in realta', ipotizzo, ci fosse stato un Aufhebung dello sforzo, piu' che il riconoscimento della sua inutilità?

Saluti
Stefano

Marco Bertoli ha detto...

Su questo non giurerei, Coltrane mi sembra marcatamente anti-dialettico

Paolo il Lancianese ha detto...

Eliot parla di un punto di partenza e di uno di arrivo. Ma l'arrivo coincide con la partenza: ci si muove da dove non si è per arrivare a dove si è. Ma dove si è è dove non si è. Il tutto coincide col niente. E il viaggio è forse solo apparente. Se non c'è estasi c'è stasi. Coltrane indica una via che va in direzione verticale, verso l'alto (e già i titoli di alcuni suoi dischi degli anni Sessanta sono significativi - non bastasse la musica a dirlo). In direzione contraria, verso il basso, si muoveva uno come Albert Ayler (almeno nel suo periodo più ispirato e più vero). Coltrane vedeva Dio alla fine del percorso, o sperava di vederlo. Ayler vedeva i diavoli, o credeva di vederli. Qui il discorso si complica, e si rischia di andare fuori tema.

Jazz nel pomeriggio ha detto...

Contributo prezioso del Lancianese! Lo stavo aspettando.

Anonimo ha detto...

In che senso Trane e' marcatamente antidialettico?
S

Marco Bertoli ha detto...

Beh, tu hai tirato in ballo (se non ho inteso male, può darsi benissimo) la dialettica hegeliana. Non mi sembra facile farci entrare l'estetica di Coltrane, tesa a un trascendimento piuttosto mistico.

Negrodeath ha detto...

Trovo che nel post-Ascension Coltrane avesse, ad un certo punto, intrapreso un binario morto, finendo contro una parete all'altezza di brutture indicibili come Om, Kulu Se Mama, Olatunji Concert, Meditations e pure questo disco qui. Molto probabile anche che lui avesse voluto inciderli per documentarli come tappe esplorative di un percorso, da sintetizzare meglio... fatto sta che così come sono, ripeto, mi sembrano una via sterile e senza uscita. Cosa avrebbe fatto dopo? Mi viene fa pensare al cammino di Archie Shepp, che esaurito il cammino più aggressivo della sua musica, ha intelligentemente rivolto lo sguardo verso soul e R&b con dischi tipo Attica Blues e poi ha proseguito con tanti progetti interessanti, sia che riinterpretasse standard, sia che suonasse con Max Roach, sia tante altre cose.

Negrodeath ha detto...

Aggiungo: fece anche dei bei dischi, in quell'ultima fase, come Sun Ship, Transition, First Meditations, Interstellar Space. Ma sono tutti nettamente più controllati rispetto agli altri, guarda caso.

loopdimare ha detto...

il percorso di Coltrane, arrivato al free si è arenato nel cul de sac del come proseguire. Ha tentato la strada del duo con batteria per posporre il problema del recupero armonico e poi non ha potuto tentare altro, lasciando una generazione orfana di una guida. mancando anche i contributi di Ayler e Dolphy, le due due vie tracciate sono state quelle di Cecil Taylor, coerente fino all'autismo, e quella di Archie Shepp, intelligente e abile, ma totalmente vaga.
Quanto a Sanders e la sua world music, mi è sempre sembrata un brodo ritmico allungato che tira la volata a un grande sassofonista (il suo allievo Gato Barbieri avrebbe fatto di meglio). Molto meglio, anche se un po' regressivo, il suo ritorno allo spirito di Coltrane, a volte impressionante per la sovrapposizione stilistica...

Negrodeath ha detto...

Sanders credo abbia un bel suono, e basta. Ayler stava intraprendendo una via analoga a quella di Shepp - pure lui aveva capito, evidentemente, che la via del free iconoclasta (mai abbracciata, per esempio, da Ornette Coleman) era rapidamente esaurita. Per proseguire su questa via probabilmente bisogna uscire dal jazz ed entrare nell'improvvisazione radicale - e a questo punto ciao ciao! Dolphy infine mi sembrava incamminato su tutt'altra via, quella di uno "sviluppo prudente" diciamo - lo stesso di Davis, Shorter, Hancock, Mingus, Hill, Shaw, Henderson, Hubbard etc, quello che poi ha costruito il jazz a venire.

loopdimare ha detto...

New grass fu un fallimento totale per l'assoluta incapacità dei collaboratori scelti da Ayler e rimase un caso unico che non lasciò traccia.

Marco Bertoli ha detto...

Per questa discussione sul blog ho ricevuto (i miei commentatori hanno ricevuto) un apprezzamento autorevole per email. Sono molto contento.

L'ultima parola di Coltrane, proprio perché è la sua ultima parola, merita considerazione e un pezzo come "To Be" o gli altri di Expression mi sembrano anche musicalmente diversi in modo sostanziale dalle cose di pochissimo posteriori di Pharoah Sanders: ma io non ho gli strumenti per farne un'analisi.

Il punto del post, comunque era… il punto del post: un semplice parallelo, o giustappozione, di questi due grandi artisti del Novecento. Trovo fra l'altro in un altro punto dei Quartets, un libro che non mi stanco mai di rileggere, un'altra giustificazione alla mia attenzione per il Coltrane estremo:

(…) “on whatever sphere of being
The mind of a man may be intent
At the time of death” – that is the one action
(And the time of death is every moment)
Which shall fructify in the lives of others:
And do not think of the fruit of action.
Fare forward.


(…) “in qualunque sfera dell'essere
La mente di un uomo possa essere intente
Al tempo della morte” – ecco l'unica azione
(E il tempo della morte è ogni momento)
Che darà frutto nella vita degli altri:
E non pensate al frutto dell’azione.
Andate avanti.

(Four Quartets, “The Dry Salvages”, III, 35-40.

Marco Bertoli ha detto...

L'ultimo Ayler, ne avevamo parlato anche qui sopra anni fa, secondo me è semplicemente musica davvero brutta di un musicista che, lui sì, sembrava davvero non sapere più che pesci pigliare.

Marco Bertoli ha detto...

Che Dolphy poi fosse un musicista “prudente” mi sembra un’affermazione arrischiata, che congetturo avrebbe lasciato stupito Dolphy stesso :-). E fra i suoi possibili successori o continuatori non mi sarebbe mai venuto in mente di citare quelli che nomina Negrodeath ma invece Anthony Braxton (casomai).

Negrodeath ha detto...

Forse mi sono spiegato male: non li nomink come suoi continuatori, semmai metto tutti loro in un gruppo di musicisti avanzati ma più prudenti perché comunque non persero mai di vista una certa immediatezza, un ritmo e una forma di riferimento fra le righe, oltre ad una componente melodica sempre presente. Tutto lì. Per questo su di loro si è potuto costruire, sulle sfuriate iconoclaste no.

Marco Bertoli ha detto...

Ma la musica di Coltrane in Expression, perché io solo di questa stavo parlando, ti sembra una sfuriata iconoclasta? A me no… l'unico disco di Coltrane in cui senta una specie di «furia», furia metodica e un po’ ossessiva, un po’ autistica, è Giant Steps.

Negrodeath ha detto...

Di nuovo forse mi spiego male. Intendo dischi come quelli che ho detto prima (Om, Meditations, Olatunji concert, Kulu Se Mama) dove si inciospola fra sax urlanti e andamento alla cazzo e un po' di esotismo. E, qui colpa mia che sono andato off-topic, mi riferivo in genarale al sassofonismo parossistico di Ayler (musicista comunque interessante) e di figure minori e ancor meno come Sanders, Wright, Logan: roba che non poteva che finire in un nulla di fatto. Tornando a Expression: no, il mio riferimento in generale è alla fase degli ultimi due anni che trovo (fatte un paio di eccezioni) del tutto sterile, proprio perché in linea con quel filone parossistico che dicevo sopra.

Marco Bertoli ha detto...

Ho capito. A mio avviso, però, anche se ovviamente un artista è sempre dentro il proprio tempo, Coltrane, in ogni fase della sua vicenda e anche nell'ultima, è sempre stato un po' "fuori", un po' sfasato, diretto più verso qualcosa dentro se stesso; anche quegli ultimi dischi, per quanto possano sembrare a noi sfrangiati, non partecipano della stessa temperie dei Frank Wright e dei Giuseppi Logan (paragoni un po' offensivi, Niccolò!).

loopdimare ha detto...

In questi dischi "sfrangiati" io vedo anche molta impotenza: Coltrane libero dalle armonie ma chiuso in una gabbia ancora più ferrea, nella quale si agita senza sosta, pur sapendo che non può uscire.

Marco Bertoli ha detto...

Forse domandarsi che cosa Coltrane avrebbe fatto dopo è proprio la domanda sbagliata: non avrebbe fatto niente, sarebbe approdato, come si dice del Manzoni :-) a un filisteismo, a una rinuncia all'arte come misura inadeguata del reale o dello spirituale.

Avrebbe fatto altro dalla musica. Io però ho la certezza, che ovviamente non so sostanziare, che Coltrane sia venuto al mondo, come Mozart o Rimbaud o Charlie Parker, per fare esattamente quello che ha fatto, non una nota più e non una di meno.


Negrodeath ha detto...

Beh certamente Coltrane non può stare sullo stesso piano di quei due scarponi comunque, era giusto per semplificare il discorso dei sax urlanti all'infinito che (parere personale) porta a poco. :) Cosa avrebbe fatto... boh, chi lo sa.

loopdimare ha detto...

Non è una domanda sbagliata, vsito che una generazione di musicisti dipendeva dalle sue scelte ed è rista orfana ad annaspare.
E comunque hai associato tre artisti che sono morti prematuramente. Nessuno dei tre ci ha lasciato le opere della maturità...
Suggerisci l'idea di una morte provvidenziale?

Marco Bertoli ha detto...

No, ma mi ricordo quello che a proposito ha scritto Leonardo Sciascia, credo nella Scomparsa di Majorana: che nessun intelletto importante muore mai troppo presto, cioè prima di aver detto quel che d'importante aveva da dire (adesso non ho modo di verificare la citazione, cercherò di farlo).

loopdimare ha detto...

forse questo può valer per Rimbaud che ad un certo punto smette di scrivere per fare l'avventuriero 8forse conscio di aver già detto tutto), per gli altri non so.
L'idea di Sciascia mi sembra un po' consolatoria, come dire che non ci siamo persi molto della loro morte prematura. invece chissà quante cose ci siamo perse... magari un Trane revisionista in vecchiaia o un Parker romanticizzato...

Anonimo ha detto...

Il mio era un tentativo di sintetizzare - si lo ammetto hegelianamente- l'opus di Coltrane in cui vedo un continuum e al tempo stesso il superamento dello stesso a ogni tappa che integra anche con apparente contrasto le precedenti, negando in realta la negazione...la tesi e' la ricerca armonica spasmodica del periodo bop incentrato sull'io musicale, l'antitesi la "semplificazione" liberante dall'io verso dio nel periodo modale, la sintesi la comunione con Dio senza (la necessita' di) mediazioni armoniche che giunge a un approdo pacificato in "to be" senza rinnegare nulla degli sforzi passati ma anzi con la consapevolezza (e non il rifiuto) della tribolata salita verso cio' che non si è...raggiungibile solo percorrendo la via in cui non si e' e rinunciando a cio' che si ha e si sa. In questo senso parlavo di Aufhebung.
Stefano

loopdimare ha detto...

Credo che ci sia un'immagine in grado di sintetizzare il dramma di Coltrane: LUi che suona accanto a Miles, col trombettista che sa andare dritto al cuore e lo fa riducendo al minimo gli orpelli, mentre lui è costretto dalla sua natura ad accumulare continuamente per arrivare allo stesso risultato. una specie di Sisifo del jazz.