Jazz nel pomeriggio

sabato 13 febbraio 2016

Misty Hymen (The Claudia Quintet)

 La storia di come questo complesso del batterista John Hollenbeck abbia finito col chiamarsi Claudia forse è più interessante e spiritosa della musica che mi sia capitato di sentire da questi cinque bravi musicisti di New York, che producono quel genere di jazz, o post-jazz come forse si dovrebbe dire, «ironico», antiemotivo e in definitiva, così pare a me, non affatto privo di degnazione verso l’ascoltatore.

 Questa musica mi fa venire in mente l’acida definizione che Whitney Balliett diede una volta di quella di George Russell: una malevola parodia del jazz. Qui, un andamento ritmico fratturato priva le esecuzioni di quell’impulso ritmico in avanti che convenzionalmente s’identifica con lo swing, facendole marciare sul posto con esito tetro e burattinesco, tuttavia privo di dramma: un effetto sicuramente voluto ma per me, dopo pochissimo, tedioso.

 Misty Hymen (Hollenbeck), da «I, Claudia», Cuneiform Rune 187. The Claudia Quintet: Chris Speed, sax tenore; Ted Reichman, fisarmonica; Matt Moran, vibrafono; Drew Gress, contrabbasso; John Hollenbeck, batteria. Registrato  nel 2003.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

avevo letto da qualche parte che non ami Russell, però secondo me lui ha scritto (anche) cose molto affascinanti e piene di atmosfera. I Claudia quintet per quel poco che ho sentito li vedo più sulla falsariga tracciata da Tristano nel suo Turkish Mambo (strada battutissima anche sul versante "rock" moderno, quelle cose chiamate prima math rock e adesso djent), che effettivamente anche a me spesso dopo la meraviglia iniziale per il groviglio di ritmi lascia poco.

Antonio P.

Marco Bertoli ha detto...

Ciao Antonio. No, a me Russell piace, o meglio: lo ammiro molto ma in modo "freddo", la sua musica non mi avvince; trovo tuttavia che quel giudizio di Balliett sia ingeneroso.

Interessante il richiamo a Tristano.

lucia riccardi ha detto...
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lucia riccardi ha detto...

Ho ascoltato Hollenbeck esporre la sua personale teoria sulla composizione: i brani sono dati dalla combinazione di microstrutture tra loro correlate e provenienti da una "cella" originaria. Il metodo somiglia ad un algoritmo matematico: garantisce il risultato, ma la creatività e le emozioni stanno altrove. Almeno per me.

Marco Bertoli ha detto...

Ciao Lucia, leggo con bel ritardo il tuo commento e così tu non leggerai il mio.

Sì, sono d'accordo con te e il metodo compositivo di Hollenbeck, a «moduli componibili», è piuttosto evidente all'ascolto. Un metodo è solo un metodo, un attrezzo, come lo è, per dire, la teoria dodecafonica; dipende da quello che ci si fa. A me, e vedo anche a te, pare che Hollenbeck non ci faccia un gran che.