Jazz nel pomeriggio

sabato 20 febbraio 2016

[Extracurricolare] Marc Myers sulle big band

 Mi è capitato anche di recente di esprimere la mia poca affinità verso le big band degli ultimi decenni, particolarmente quelle bianche e tempo fa, avendo fatto quest’osservazione in riferimento alla Concert Jazz Band di Gerry Mulligan (musicista che riverisco), ne sono stato più o meno garbatamente ripreso nei commenti.

 Non perché pensi che la cosa mi dia ragione, ma solo per una certa sorpresa, ricopio qui sotto che cosa ha scritto ieri Marc Myers sul suo sito Jazzwax al proposito, prendendo spunto da un disco della big band di Thad Jones e Mel Lewis, in effetti bianca solo per metà, ma estendendo poi il discorso proprio a quella famosa orchestra di Gerry Mulligan. Myers si spiega meglio di me e naturalmente con miglior cognizione di causa. Corsivo mio.

 (Marc Myers è stato due o tre anni fa autore di un saggio importante e innovativo di «storia sociale» del jazz, Why Jazz Happened, che da allora vado proponendo a diverse case editrici italiane, simile in ciò a quel tale che vociava nel deserto).

 (…)
 I’ve always been on the fence about the band. While I fully appreciate the exceptional talent assembled and that the music was orchestral jazz, not pop contrivance, much of the music for me lacked a compelling narrative and seemed more of a musician’s idea of a great idea than a listener’s dream. Too much of the music seemed circuitous in its brassiness and never seemed to go anyplace special. Or, put differently, I never felt moved enough to join the journey.

 Then again I’ve long found the Gerry Mulligan Concert Band to be similarly flat and wind-baggy in the story department. Loads of talent but more about musicians impressing musicians than performing for people in the seats or buying records. No one is demanding that the recordings be pulled from the shelves. I just never found myself deeply touched by either band
(…).

 [Sono sempre stato ambivalente nei confronti di quest’orchestra [quella di Thad Jones & Mel Lewis, ndr]. Da una parte, so apprezzare la somma di talenti che ha rappresentato e il fatto che la musica fosse vero jazz orchestrale, non una qualche trovata pop; ma dall’altra, la musica per me mancava quasi sempre di un senso narrativo cogente, simile piuttosto all’idea che un musicista può avere di una buona idea che non al sogno di un ascoltatore. Troppa di quella musica sembrava girare su se stessa nel suo esibito smalto sonoro (brassiness), senza imboccare una direzione chiara. In altre parole: non mi sono davvero mai sentito stimolato ad abbandonarmici.
 È poi vero che anche la Concert Jazz Band di Gerry Mulligan a me è sempre parsa ugualmente piatta e vacua quanto al «raccontare una storia». Un sacco di talento, ma più di musicisti intenti a impressionare i colleghi che non il pubblico o i compratori di dischi. Non pretendo certo che quei dischi vengano ritirati dai negozi. È solo che nessuna di queste due orchestre mi ha mai veramente toccato].

2 commenti:

loopdimare ha detto...

La grande orchestra jazz è la cosa più facile e più difficile da fare. facile perchè basta poco a emozionare dal vivo: basta l'impatto sonoro, una buona ritmica e qualche buon assolo. d'all'altro lato, se si toglie l'esecuzione dal vivo e ci si affida ai dischi, le cose si complicano: si perde l'impatto e di va a cercare un filo di discorso, si giudica l'arrangiamento (e non tutti sono Gil Evans, Tadd Dameron, pete Rugolo o Oliver Nelson), si trovano e ritrovano i soliti clichè, anche gli assoli a volte sembrano incongrui. Però a fare i pignoli, c'è anche molte routine anche nei piccoli gruppi, solo che si nasconde meglio...

Marco Bertoli ha detto...

È vero, credo.