Jazz nel pomeriggio

sabato 8 ottobre 2016

Fontessa – Hues Of Blues (Walter Norris)

 Mi è occorso di parlare molto bene di Walter Norris su Jnp, e del resto se ne potrebbe parlare altrimenti? È un musicista ferratissimo, un pianista immacolato.

 Ma in questo disco in duo con George (Jiri) Mraz, contrabbassista di cui si direbbe nel medesimo tono, l’impressione è di un meccanismo oliato, perfetto, ma un meccanismo, pieno di risorse ingegnose e di buon gusto ma, infine, un meccanismo. Perfino la piacevolezza, dopo un po’, viene meno, alle mie orecchie; manca quel certo senso di pericolo che il jazz, secondo me, deve avere. Qui, per esempio, i due virtuosi suonano un blues, quello che dà titolo al disco, che procede come una BMW con in bella vista il bollo dell’assicurazione, perfino quando, inaspettatamente devo dire, Norris va out e ci dà perfino dentro di cluster (cluster gentili). Non so, dimmi se sei d’accordo; dimmi anche se non lo sei.

 C’è da dire che Fontessa di John Lewis resta un capolavoro di composizione jazz.

 Fontessa (Lewis), da «Hues Of Blues», Concord CCD-4671. Walter Norris, piano; George Mraz, contrabbasso. Registrato nel 1995.

 Hues Of Blues (Norris), id.

5 commenti:

Paolo il Lancianese ha detto...

Dico che sono d'accordo: su "Fontessa", ovviamente - e ci mancherebbe altro. Su Norris - quell'impressione di meccanismo, perfetto fin che si vuole, ma pur sempre meccanismo. E soprattutto su quel "certo senso di pericolo" che il jazz sempre deve avere. Ieri avevi parlato dell'"apparente" relax indotto dal West Coast jazz, che invece "cela qualcosa di poco chiaro, se non di sordido" (e anche quella mi è sembrata una definizione geniale). Le due cose non c'entrano l'una con l'altra, ma forse possiamo dire in generale che il jazz ti porta (deve portarti) sempre da qualche altra parte rispetto a quello che ti aspetti. O no?

loopdimare ha detto...

D'accordo sul senso di pericolo, ma credo che non lo si possa pretendere sempre e da tutti gli artisti allo stesso modo. E un atteggiamento che deve esistere potenzialmente ma che non è detto che scatti sempre, anche perchè è umano ogni tanto adagiarsi nella bella routine. Senza contare che un disco Concord non è di suo molto arrischiato.

Marco Bertoli ha detto...

@ Paolo: Hai ragione; è lo stesso per la poesia, mi pare.

@ Alberto: non lo pretendo ma quando non lo trovo resto un po' deluso, a meno che non cercassi appositamente della 'comfort music', cosa che non mi capita sovente, e infatti non sono un frequentatore abituale dei cataloghi Concord o Pablo o CTI, che pure hanno riservato anche delle sorprese.

Marco Bertoli ha detto...

Concord o Pablo o CTI

o ECM, quanto a questo. Ma di etichette non dedicate espressamente alla musica di ricerca che abbiano conservato a lungo il gusto del pericolo forse c'è stata solo la Blue Note, che nel 1964 pubblicava «Out To Lunch» e i primi due dischi di Tony Williams, e ancora dopo una cosa strana come «The Empty Foxhole» che non so chi altro avrebbe voluto toccare.

loopdimare ha detto...

la sorpresa per essere vera deve anche essere, in parte inaspettata. certe volte capita di ascoltare "soprese" programmate col bilancino, con quel tanto di avanguardia che fa l'occhiolino in un contesto globalmente rassicurante. Allora meglio un onesto mestierante, magari un po' ebbro cui magare la sopresa scappa per caso...