Jazz nel pomeriggio

domenica 10 febbraio 2013

[Guest post #30] Sergio Pasquandrea & Django Reinhardt

 Sergio Pasquandrea prosegue il suo percorso reinhardtiano.

 Django Reinhardt, si sa, era analfabeta. Da vero zingaro, aveva preferito la strada alla scuola; solo da adulto imparò a tracciare la propria firma, e alla fine diventò abbastanza abile da riuscire a redigere un'intera lettera in un francese dall'ortografia, diciamo così, piuttosto creativa.
 Idem per la musica. Stéphane Grappelli, che invece aveva fatto i suoi bravi studi al Conservatorio, raccontò che una volta Django, sentendolo discutere di scale musicali, gli chiese candidamente: «Che cos'è una scala?».

 Ora, il problema è che, per i critici di formazione eurocolta (ivi inclusi molti critici di jazz), non saper leggere la musica equivale a non conoscerla. E quindi Django diventa, nella mitologia corrente, una specie di idiot savant, un genio istintivo che crea senza averne la consapevolezza. Storia, del resto, ben nota a chi si occupi di jazz.
 La realtà è ben diversa. La tecnica strumentale di Django, ad esempio, era immacolata, forgiata da anni di studio paziente e meticoloso. Tutti i partner testimoniano del suo orecchio infallibile, della sua finissima sensibilità armonica, del suo perfezionismo maniacale, di come bastasse una nota sbagliata, un’intonazione calante o un accento fuori tempo per farlo montare su tutte le furie. Era in grado di dettare le parti a un’intera big band semplicemente suonandole sulla chitarra: evidentemente sentiva la musica, con le orecchie e con le dita, e non aveva tutto questo bisogno di vederla sulla pagina. Ed era un grande appassionato di musica classica, da Bach a Debussy passando per Berlioz.

 Ecco, tutto ciò per introdurre questo Bolero, inciso nel 1937 con una sorta di estensione orchestrale del suo quintetto: tre trombe, due tromboni, flauto, tre violini, contrabbasso e due chitarre, oltre a quella di Django. Una roba del genere, nel jazz di allora, era assolutamente out of this world, frutto di un pensiero armonico, timbrico e compositivo che stava avanti di almeno vent’anni. E nemmeno un assolo di chitarra.

 Alla faccia dell'analfabeta.

 Bolero (Reinhardt), da «Paris and London: 1937 - 1948, Vol. 2», JSP-CD904. Philippe Brun, Gus Deloof, André Cornille, trombe; Guy Paquinet, Josse Breyère, tromboni; Maurice Cizeron, flauto; Michel Marlop, Paul Bartel, Joseph Swetschin, violini; Django Reinhardt, chitarra solista, arrangiamento; Joseph Reinhardt, Eugène Vées, chitarre ritmiche; Louis Vola, contrabbasso. Registrato a Parigi il 14 dicembre 1937.



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3 commenti:

lievito ha detto...

dovremmo conoscere più storie di analfabeti. e non perché questa sia straordinaria, ma perché continuamente facciamo l'equazione
colto uguale intelligente. non è così. c'è una donna. una contadina, che sì, sapeva scrivere, ma forse non conosceva più di cento parole. e non aveva nemmeno la carta per scrivere. e scrisse una delle più belle storie di una vita su un lenzuolo matrimoniale.

LUIGI BICCO ha detto...

Bellissimo post. Non sapevo di questa "lacuna" di Reinhardt e trovo la cosa parecchio interessante, soprattutto per chi cerca di sminuire sempre il genio degli altri con nozioni del proprio bagaglio culturale.

prospettive musicali ha detto...

Sto leggendo un libro su Carla Bley, che a un certo punto azzarda un'ipotesi sul perché molta della musica da lei scritta in gioventù sia stata interpretata e incisa da così tanti jazzisti importanti: «I guess it had a slightly different edge, due to my unorthodox background. I had managed to retain my ignorance, something you can never get back once you lose it».