Jazz nel pomeriggio

domenica 20 novembre 2016

Initiation (Albert Ayler)

 I cinquant’anni trascorsi da queste registrazioni hanno reso più semplice parlare di Albert Ayler o il codice del suo linguaggio è perduto o inaccessibile come quello di altri suoi contemporanei nel catalogo ESP?

 Certo, molte delle stesse loro caratteristiche si applicano ad Ayler e mi piace ricordare come Arrigo Polillo le avesse colte «in tempo reale» con efficacia insuperabile proprio in una cronaca dallo Slugs’ del 1967. La critica spesso ha circoscritto Ayler in qualche formula azzeccata: il suono da Bechet gonfiato oltremisura (Lewis Porter), la glossolalia sostituita alle note (Gary Giddins). Come John  Kruth nelle note di copertina di questa riedizione, noi incliniamo a considerarla «uno strano manufatto del passato, perturbante prima che piacevole». Come per le testimonianze frammentarie di epoche remote o preistoriche o per i frammenti «archeologici» dell'inconscio, l'importanza di questa musica è più chiara se la considera mezzo per ricuperare un’esperienza che altrimenti sfugge, di cui non costituisce che un aspetto e che in qualche modo è rimasta inconclusa: proprio come questi pezzi, che cominciano e finiscono nel nulla.

 È ormai tardi per il mondo, ebbe a dire Albert Ayler, artista apocalittico: i colori accesi della sua musica restano i più allarmanti del periodo ed è questo il carattere che più consuona con gli umori del mondo, a tanti anni di distanza. La band trae grande partito dal violino dell’olandese Michel Samson, usato anche come valvola di decompressione, per esempio qui in Initiation in un raro momento di relax, e dalla percussione tempestosa ma musicale di Ronald Shannon Jackson.

 Initiation (Ayler), da «At Slugs’ Saloon», ESP 4025. Donald Ayler, tromba; Albert Ayler, sax tenore; Michel Samson, violino; Lewis Worrell, contrabbasso; Ronald Shannon Jackson, batteria. Registrato il primo maggio 1966.

5 commenti:

Paolo il Lancianese ha detto...

Prima della per me inqualificabile deriva degli ultimissimi anni, che tuttavia può essere spiegata in tanti modi, Albert Ayler ha rappresentato la voce più inquieta (perciò anche inquietante) della sua generazione, la più allarmata (perciò anche allarmante). Così suona ancora, almeno per me. E per questo, io credo, in così pochi siamo disposti a farci i conti...

Marco Bertoli ha detto...

Lo so. È un luogo comune della conversazione jazzistica dire che un musicista che piace a noi «è sottovalutato» o che «non se ne parla», ma di Ayler davvero si parla poco, anche scontando il fatto che è morto quasi cinquant'anni fa e appartiene a una temperie musicale lontanissima. Anch'io qui sopra non ne ho parlato tanto e con poco esito nei commenti, che anzi in alcuni casi sono stati negativi se non, curiosamente, per gli ultimi dischi, che trovo anch'io imbarazzanti e tristi.

loopdimare ha detto...

Ayler sarebbe un bel problema da discutere, ma oggi nessuno se lo fila. Giusto? Sbagliato? è arrivato sulla scena nel momento giusto e la sua musica arcaica e sgangherata sembrava perfetta per il momento. Purtroppo la sua visone apocalittica era anche il frutto di una tecnica insufficente: il suo magma sonoro non aveva la follia razionale di Ornette o l'ansia di ricerca di Coltrane: era qualcosa di più (e di meno), era l'estensione di sè. Faceva musica esistenziale e ci metteva un pezzo di se ogni volta, morendoci dentro. La dimostrazione di ciò è stato il disco New Grass, un'idea rischiosa ma interessante (simile a certe cose fatte da Shepp) ma priva di un'architettura musica e di una padronanza del progetto, lasciato tutto in mani altrui (abbastanza scadenti).
Musicalmente era destinato a sparire come tanti altri di quel periodo, la sua morte drammatica ha per un po' di tempo alimentato un mito che la sua musica non ha saputo rinverdire negli anni. "Spiritual Unity" è un disco importantissimo da top ten, ma un unico gioiello in una produzione in fin dei conti ripetitiva e casuale.
Il suo spirito ogni tanto sembrava rivivere nel giovane David Murray, tecnicamente molto più bravo però, ma col tempo anche questa suggestione è svanita.
Un vero Ghost...

loopdimare ha detto...

se v'interessa questa mia poesia:

ALBERT AYLER

Dove c’erano
I santi che sfilavano
In parata
Ora ci sono degli sfatti
Che cercano di estrarre
I suoni dell’anima
Da un sax che grugnisce
Sangue sull’asfalto.

Dove c’erano
Le marcette allegre
Anche ai funerali
Ora ci sono
Scheletri di inni all’ammasso
Portati a ballare
Da gente che ha perso
Tutto
Contro quell’autotreno
Che si chiama vita.

Marco Bertoli ha detto...

Essenzialmente credo che tu abbia colto nel segno (grazie della poesia). Musica esistenziale, che regge male un'analisi musicologica ma anche sociologica.