Jazz nel pomeriggio

mercoledì 1 maggio 2019

A Blooming Bloodfruit in a Hoodie (Ambrose Akinmusire)


  Su Jazz nel pomeriggio cerco di pubblicare sempre articolini magari molto succinti ma completi in sé, o se no solo musica, quando giudico che essa non richieda commento. 

  Più raramente adopero il blog per raccogliere appunti o promemoria per me stesso; è il caso di quest’oggi e un po’ m’inquieta che si dia per la seconda volta con un musicista che da una parte m’interessa, dall’altra in qualche modo scoraggia o rende arduo il mio ascolto. Qui, per esempio, c’è un rapper o forse spoken word artist, non so bene, che mi risulta deterrente o comunque mi disturba all’interno di un concetto musicale che mi appare viceversa personale e affascinante. È un memento a me stesso che il piacere immediato (cioè, a dirla chiara, il piacere del riconoscimento) non è che una parte del godimento estetico, quando non vi sia addirittura di ostacolo.

  Questa musica mi richiederebbe di scriverne qualcosa, di rifletterci. Prometto a me stesso di tornarci sopra, intanto qui sotto dica la propria chi si senta di farlo. Ambrose Akinmusire.

 A Blooming Bloodfruit in a Hoodie (Aalberg), da «Origami Harvest», Blue Note B002866202. Ambrose Akinmusire, tromba, tastiere; Sam Harris, piano; Marcus Gilmore, contrabbasso; quartetto d’archi MIVOS Quartet; Kool A.D., rap. Registrato il 16 febbraio 2017.

9 commenti:

Paolo il Lancianese ha detto...

Io trovo che Ambrose Akinmusire sia il più straordinario trombettista della sua generazione, e un compositore di primissimo piano. Gli imputo però anche come un eccesso (non so come meglio spiegarlo) di ambizione, o forse si tratta di generosità, che lo porta a percorrere molte e troppe strade, a sperimentare sentieri anche lontani dalla sua più genuina ispirazione. Ma forse si tratta soltanto di un problema mio, come qui. Confesso infatti di essere totalmente sordo al rap o in qualunque altro modo si voglia chiamare quella cosa lì. E sarà anche mia colpa, mia grandissima colpa, ma non posso farci niente! Buon Primo Maggio.

Marco Bertoli ha detto...

Buon Primo maggio caro Paolo

prospettive musicali ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
prospettive musicali ha detto...

Credo che in questo caso ci sia prima una parte rap (in cui il parlato è ritmato) e poi una di spoken word, che in parte, dopo un po’, adotta certe caratteristiche del rap.
Ma comunque il problema rimane lo stesso: se una musica mi piace, posso (e voglio) riascoltarla decine, centinaia, forse migliaia di volte (nel corso degli anni, eh: mica di seguito una all’altra).
Ma per quanto io possa apprezzare la registrazione di un parlato (ritmato o no), non riesco ad arrivare alla fine del secondo ascolto senza annoiarmi, a meno che non sia passato abbastanza tempo da essermi completamente dimenticato del primo ascolto.
Sentir ridire le stesse cose è noioso; ascoltare nuovamente una musica che amiamo non è mai noioso.
Almeno: per me è così.
Buon primo maggio
Alessandro

Marco Bertoli ha detto...

Perfettamente d'accordo. Ciao Ale, buon primo, fra qualche giorno ti chiamo

loopdimare ha detto...

Anche Steve Leheman ha suonato e fatto poi un disco con un rapper, e non c'è musicista che faccia musica più bianca di lui! Io penso che sia un tentativo oggi diffuso di agganciarsi ad un pubblico più ampio. Tentativo per me destinato al fallimento per le caratteristiche intrinsiche della musica di Ambrose (o di Steve).
Siamo lontani dalle contaminazioni di Brandord marsalis, Terence Blanchard o Roy hargrove,che inglobavano aspetti hip-hop in una loro produzione che tentava una contaminazione dichiarta. Qui c'è la ricerca di una combustione tra due mondi totalmente separati e destinati a distruggersi reciprocamente.

Marco Bertoli ha detto...

Sono due cose diverse cucite insieme, infatti

Niccolo' ha detto...

Ambrose Akinmusire mi piace molto, sia come trombettista sia come musicista in generale. Credo sia un grande narratore in musica, tratto che caratterizza sia i suoi lavoro interamente strumentali sia quelli, tipo "Origami Harvest" o "The Imagined Saviour...", cui si aggiungono altri elementi, che siano canto, scrittura per archi o, come in questo caso, rap. Una concezione narrativo-drammatica che secondo me è il passo successivo rispetto alla concezione di Blanchard. Detto questo, a me la presenza del rapper va bene. E' ben integrata e ha il giusto tiro ritmico. L'hip hop in generale (soprattutto a livello ritmico) è ormai parte del jazz da un pezzo, non dovrebbe stupire particolarmente, è una continuità naturale - al di là della riuscita o dell'apprezzamento che possiamo avere per i singoli casi.
Rileggendomi ho scritto un'accozzaglia...

Marco Bertoli ha detto...

Sei stato chiaro e preciso, invece, grazie.