lunedì 31 ottobre 2016

Remorse (Keith Jarrett)

 La settimana scorsa ti ho presentato in guisa di quiz un pezzo di Keith Jarrett di fantastica e deliberata bruttezza. Veniva da un disco suo del 1971 astratto e forse bizzarro ma che contiene anche della musica interessante e non disforme dallo spirito informale che ha informato il blog negli ultimi giorni.

 Compio riparazione (forse, ma forse no) presentandotene per disdegnoso gusto un altro pezzo che ha il pregio di farci sentire Dewey Redman con il clarinetto e l’altro, più dubbio, di avere Jarrett al banjo, oltre che al pianoforte.

 Remorse (Jarrett), da «Birth», Wounded Bird Records WOU 1612. Dewey Redman, clarinetto; Keith Jarrett, banjo, steel drum, piano; Charlie Haden, contrabbasso; Paul Motian, percussioni. Registrato nel luglio 1971.

domenica 30 ottobre 2016

Fifth House (John Coltrane) RELOADED

Dopo il Coltrane opus ultimum di ieri, molto commentato con mia grande soddisfazione, il Coltrane all’inizio della sua piena maturità. Reload dall’agosto del 2013.

 L’insolito e insistito trascorrere dal modo minore al maggiore ha fatto di  What Is This Thing Called Love? di Cole Porter uno degli standard più battuti dai jazzisti. Non solo, è anche fra quelli la cui sequenza armonica, variamente dissimulata, è servita da base a composizioni jazzistiche originali dal bebop in poi e ricordo solo Hot House di Tadd Dameron e Subconscious-Lee di Lee Konitz. La rielaborazione più brillante, però, credo sia questa di John Coltrane del 1959. Nei suoi neanche cinque minuti, Fifth House è un’opera di straordinario impegno linguistico, un compendio denso eppure musicalissimo delle riflessioni che Coltrane era fino a quel punto andato facendo su forma e armonia in rapporto all’improvvisazione.

 Coltrane equalizza armonicamente le prime sedici battute (AA) della canzone con un ostinato di piano e basso sopra il quale esegue una melodia speziata di cromatismi e incardinata su intervalli molto ampî (settima maggiore, ottava). Poi, sorprendentemente, nel bridge (B) elude l’ovvia suggestione orientaleggiante dell’originale, dove il basso scendeva percorrendo il «tetracordo frigio» (do-sib-lab-sol), suggestione verso cui sembrava indirizzata la melodia appena ascoltata, e applica invece alla sezione mediana i Coltrane changes, l’innovativa sequenza che Coltrane andava sperimentando da un po’ e su cui si basa il pezzo eponimo di «Giant Steps», registrato sette mesi prima (in assolo, Coltrane improvvisa su questa struttura,  mentre Wynton Kelly si attiene ai changes regolari). Succede così che, retrospettivamente, l’ascoltatore si renda conto di come quella particolare sequenza armonica fosse già sottesa, ma lasciata implicita, nella prima sezione su pedale, quella del vamp d’apertura, che ritorna a chiudere l‘esecuzione.

 Quanto al titolo, Fifth House viene sì da What Is This Thing…, ma per il tramite di Hot House; si danno poi, in astrologia, delle «case» –  dodici – del «tema natale» di una persona. La quinta è associata all’amore e al piacere.

 Fifth House (Coltrane), da «Coltrane Jazz», (Atlantic) Not Now NOT5CD913-2. John Coltrane, sax tenore; Wynton Kelly, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Jimmy Cobb, batteria. Registrato il 2 dicembre 1959.

sabato 29 ottobre 2016

To Be (John Coltrane), feat. TS Eliot

 Voci del Novecento: T. S. Eliot, John Coltrane.

(…)

Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
  You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
  You must go by the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
  You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
  You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not know
And where you are is where you are not.


Devo dirlo ancora? Per arrivare là,
Per arrivare dove sei, per muoverti da dove non sei,
  Devi fare una via dove non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sai,
  Devi fare la via dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possiedi,
  Devi fare la strada della privazione.
Per arrivare a ciò che non sei
  Devi percorrere la via in cui non sei.
E ciò che non sai è tutto quello che sai
E quello che hai è ciò che non hai
E dove sei è là dove non sei.


                     T. S. Eliot, Four Quartets (1941), «East Coker», III, 31-47.
 

 To Be
(Coltrane), da «Expression» Impulse! AS-9120. John Coltrane, flauto; Pharoah Sanders, ottavino, percussioni; Alice Coltrane, piano; Jimmy Garrison, contrabbasso; Rashied Ali, batteria. Registrato il 15 febbraio 1967.

venerdì 28 ottobre 2016

And I Love Her (Brad Mehldau)

 And I Love Her di Paul McCartney, forse perché è una delle canzoni meno estroverse del suo autore, Brad Mehldau la interpreta in modo squisito, concludendola, in cima a una climax molto graduale, in un parossismo sonoro che tuttavia non le disdice: contenuta com’è, sembra quasi che esploda.

 In questo disco, che a scorno del titolo contiene solo un blues (Cheryl di Charlie Parker), Mehldau suona un’altra canzone di McCartney, questa recente, My Valentine, ascoltata qui mesi fa in una versione d’autore.

 And I Love Her (Lennon-McCartney), da «Blues And Ballads», Nonesuch 75597 94650. Brad Mehldau, piano; Larry Grenadier, contrabbasso; Jeff Ballard, batteria. Rregistrato il 10 dicembre 2012.

giovedì 27 ottobre 2016

Searchin’ The Trane – Hangin’ Out [With You] (Bobby Hutcherson)

 Dello spiritual jazz in Searchin’ The Trane c’è tutto, dal tempo dispari (o forse composto, se lo intendiamo come 6/4) al «modalismo» ipnotico al colore esotico di marimba e percussioni varie e c’è perfino un richiamo esplicito a Coltrane nel titolo; tuttavia la leadership, la fantasia e anche, nella sua semplicità, la composizione di Bobby Hutcherson fanno sì che ne resti lontana certa brodosa superficialità.

 Hangin’ Out (With You), del bassista Leary, è un funk abbastanza indistinto ma piacevole e di brillante esecuzione. Nel tardissimo periodo della Blue Note, periodo buio e triste, questo è un disco da salvare.

 Searchin’ The Trane (Hutcherson), da «Waiting», Blue Note. Emanuel Boyd, sax soprano; Bobby Hutcherson, marimba e vibrafono; George Cables, piano; James Leary III, contrabbasso; Eddie Marshall, batteria. Kenneth Nash, percussioni. Registrato nel febbraio 1976.

 Hangin’ Out [With You] (Leary), ib. ma Boyd suona il sax tenore, Cables il piano elettrico e Hutcherson solo il vibrafono.

mercoledì 26 ottobre 2016

When Sunny Gets Blue (Dexter Gordon)

 Soprattutto nell’enunciare il tema, quest’esecuzione della leggiadra canzone mostra tutta la grazia di un palombaro ubriaco che proceda pesante e incerto su un prato di nontiscordardimé con le borse della spesa in mano. Non dico che manchi lo swing, era lo swing particolare di Dexter Gordon.

 Questo è uno dei pochi assoli di Gordon a mia conoscenza che non contenga citazioni, a meno che invece le contenga e io non le abbia colte, può benissimo darsi. Philip Catherine è bravo, ma che razza di suono di chitarra sarebbe questo?

 When Sunny Gets Blue (Fisher), da «Something Different», SteepleChase SCCD31146. Dexter Gordon, sax tenore; Philip Catherine, chitarra; Niels-Henning Ørsted Pedersen, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato il 13 settembre 1975.

martedì 25 ottobre 2016

Quiz #23

 Quizzetto, va’, che mi sono accorto quand’è stata ora di andare a letto che non avevo preparato il post di oggi. Però questa volta almeno provaci, dài.

 Che cos’è ’sto schifo?

Soluzione nei commenti.

lunedì 24 ottobre 2016

Summertime (Ted Dunbar & Kenny Barron)

 Il chitarrista e il pianista che decidano di duettare hanno un precedente impegnativo, Jim Hall e Bill Evans. Di Kenny Barron saprai tutto; Ted Dunbar è stato un originale chitarrista comparso anni fa su Jnp, dal suono unico, forse non per tutti i gusti.

 Un duo molto riuscito, diverso da quello di Hall e Evans come più non si può. In Summertime Barron impersona quasi McCoy Tyner. Energia, atmosfera, sonorità globale sono molto anni ’70.

 Summertime (Gershwin-Gershwin), da «In Tandem», Muse MR 5140. Ted Dunbar, chitarra; Kenny Barron, piano. Registrato il 15 febbraio 1975.

domenica 23 ottobre 2016

Faith In You – The Adventures Of Max And Ben – Dingy-Dong Day (Marc Johnson)

 Nel 1999 comprai questo disco, attirato – non mi succede mai – dal titolo e dalla copertina più che da altro: anzi, la presenza di Pat Metheny di norma piuttosto mi deterrebbe, per quanto ammiri invece Marc Johnson e Bill Frisell i quali, con l’egida «Bass Desires» e in identico organico ma con John Scofield e Peter Erskine al posto di Metheny e Baron, diedero alcuni anni fa a Milano un’esibizione entusiasmante.

 Il titolo continuo a trovarlo moltissimo evocativo, e la musica, semplice (o finta semplice, in Dingy-Dong Day) e suadente, vi risponde, con quel suo flusso sommesso e però denso di colore, come i giorni d'estate dell’infanzia. Non si tratta di jazz, benché a suonare siano dei jazzisti, ma di quello che gl’intendenti, almeno credo, chiamano Americana e che in quel periodo consuonava con la mia vita. Nothing to write home about, ma a questo disco sono rimasto un po’ affezionato.

 Buona domenica!

 Faith In You (Johnson), da «The Sound Of Summer Running», Verve 314 539 299-2. Bill Frisell, Pat Metheny, chitarra; Marc Johnson, contrabbasso; Joey Baron, batteria. Registrato nel 1998.

 The Adventures Of Max And Ben (Johnson), id.

 Dingy-Dong Day (Johnson), id.

sabato 22 ottobre 2016

Eulb – Tenz (Duke Ellington)

 Ti sento, qui sopra è trascorso troppo tempo senza Duke Ellington. Non mi sento di dirti che hai torto.

 Qui, nel 1971, Duke è in una di quelle session informali, nonché abbastanza felicemente informi, secondo le note di Stanley Dance a questo disco, che teneva pagando lui stesso le spese dello studio di registrazione, magari al solo scopo di sentire quello che aveva scritto la sera prima e senza intento di pubblicazione. I titoli sono codici di quattro lettere che Duke assegnava alle composizioni prima di deciderne il titolo definitivo.

 Eulb (Ellington), da «The Intimate Ellington», [Pablo] OJC00025218673020. Cootie Williams, Money Johnson, Eddie Preston, Richard Williams, tromba; Booty Wood, Malcolm Taylor, Chuck Connors, trombone; Norris Turney, Buddy Pearson, sax alto; Paul Gonsalves, Harold Ashby, sax tenore; Harry Carney, sax baritono; Duke Ellington, piano; Joe Benjamin, contrabbasso; Rufus Jones, batteria. Registrato il 29 giugno 1971.

 Tenz (Ellington), id.

venerdì 21 ottobre 2016

[Guest post #64] Ermes Rosina & Sun Ra feat. Ingeborg Bachmann

 Talvolta i miei post contengono degli inserti poetici brevissimi e frammentari, ma i guest post di Ermes Rosina giustappongono addirittura musica e poesia. Questa volta, Sun Ra e Ingeborg Bachmann, una callida iunctura che può apparire lampante così come oscurissima.

 Mi giunge, oggi, l’urgenza di un sofferto canto al sole, nell’autunno che avanza. Con Ingeborg Bachmann (lo so, poco c’entra con il jazz e il tuo blog… forse) e con la sua poesia An die Sonne [Al sole], che si può sentire (in tedesco) e leggere (in inglese) qui.

 È passato già qualche giorno dalla ricorrenza della sua scomparsa; questo scarto temporale me ne permette uno molto più azzardato verso una Sun Song parimenti ambivalente e franta, a firma di Mr Herman Poole Blount-Sun Ra.

 Sun Song  (Sun Ra), da «Jazz By Sun Ra», [Delmark] Real Gone Jazz RGJCD297. Sun Ra, piano, organo Hammond B-3, percussioni; Art Hoyle, Dave Young, tromba, percussioni; Julian Priester, trombone, percussioni; James Scales, sax alto; John Gilmore, sax tenore, percussioni; Pat Patrick, sax baritono, percussioni; Richard Evans, contrabbasso; Wilburn Green, basso elettrico, percussioni; Robert Barry, batteria; Jim Herndon, timpani. Registrato il 12 luglio 1956.

mercoledì 19 ottobre 2016

Yesterday’s Tomorrow (Andrew Hill)

 Questo disco di Andrew Hill, registrato nel 1969, pubblicato nel 2003 e già comparso su Jnp, è controverso anche fra gli ammiratori di Hill. A me piace molto, come già ho detto, per l’eterodossia della scrittura, che proprio per essere poco (diciamo così) «professionale» risulta particolarmente creativa, con quel ruolo guida conferito al clarinetto basso.

 In Yesterday’s Tomorrow Hill ha creato un piccolo concerto jazz per pianoforte e orchestra, con una dialettica fra solista e gruppo che a momenti si contrappongono senza urti e a momenti si mescidano. Notevoli all’inizio, molto hilliane, le due linee di basso simultanee di tuba e contrabbasso.

 Yesterday’s Tomorrow? Ma è oggi! Andrew Hill ci invita a restare nel momento presente. La sua musica, come sempre serenamente incerta e fuggevole, ci mostra anche come.

 Guarda il caso, ho appena letto in un racconto di Murakami Haruki questa versione di una congetturale traduzione giapponese («sconclusionata») delle prime parole di Yesterday di Paul McCartney:
Ieri è l’altroieri di domani
il domani dell’altrioeri
(da Uomini senza donne, Einaudi 2016, p. 39. Trad. it. di Antonietta Pastore).

 Yesterday’s Tomorrow (Hill), da «Passing Ships», Blue Note CD 7243 5 90417 2 8. Dizzy Reece, Woody Shaw, tromba; Robert Northern, corno; Julian Priester, trombone; Howard Johnson, tuba, clarinetto basso; Joe Farrell, corno inglese, sax tenore; Andrew Hill, piano; Richard Davis, contrabbasso; Lenny White, batteria. Registrato il 7 novembre 1969.

martedì 18 ottobre 2016

Willow Weep For Me (Louis Armstrong & Oscar Peterson)

 Willow Weep For Me (Ronell), da «Louis Armstrong With Oscar Peterson», Giants Of Jazz CD 53153. Louis Armstrong con Oscar Peterson, piano; Herb Ellis, chitarra; Ray Brown, contrabbasso; Louie Bellson, batteria. Registrato il 31 luglio 1957.

lunedì 17 ottobre 2016

Old Images – Aon (MJT+3)

 Queste matrici dei brillanti Modern Jazz Two + 3, registrate nel 1960, sono state pubblicate quarant’anni dopo. Se n’erano tutti dimenticati (una sequenza di due eventi inspiegabili, perché è musica bellissima), perfino gli interessati, tanto che non si sa nemmeno per certo chi abbia composto i pezzi. Comunque, o Strozier o Mabern.

 Old Images, da «Message From Walton Street», Koch Jazz KOC-CD-8558. Modern Jazz Two Plus Three: Willie Thomas, tromba; Frank Strozier, sax alto; Harold Mabern, piano; Bob Cranshaw, contrabbasso; Walter Perkins, batteria. Registrato il 20 ottobre 1960.

 Aon, id.

domenica 16 ottobre 2016

Delores Street, S.F. (Kenny Barron)

 Una domenica dei primi anni Settanta, in primavera.

 Ma non voglio ingannarti: il 2 aprile del 1973 era un lunedì.

 Delores Street, S.F. (Barron), da «Sunset To dawn», Muse MR 5018. Kenny Barron, piano; Bob Cranshaw, basso elettrico; Freddie Waits, batteria; Richard “Pablo” Landrum, conga e percussioni. Registrato il 2 aprile 1973.

sabato 15 ottobre 2016

(I Don’t Stand) A Ghost Of A Chance, #1 e #2 (Lester Young)

 La cosa interessante da notare qui non è tanto la diversità delle due take e l’ovvia superiorità della prima, che infatti fu quella originariamente pubblicata, quanto la diversità della «chimica» fra i componenti del quintetto e soprattutto fra Lester Young e Count Basie.

 Nella prima take il pianista, più che laconico, suona attonito, come chi assista a un miracolo, cosa che in effetti l’assolo di Lester è quasi.

 (I Don't Stand) A Ghost Of A Chance TAKE 1 (Young-Washington-Crosby), da «Pres: The Complete Savoy Sessions», Savoy SJL 2202. Lester Young, sax tenore; Count Basie, piano; Freddie Green, chitarra; Rodney Richardson, contrabbasso; Shadow Wilson, batteria. Registrato il primo maggio 1944.

 (I Don't Stand) A Ghost Of A Chance TAKE 2, id.

venerdì 14 ottobre 2016

Sea Cut Like Snow (Mary Halvorson)

 La Mary Halvorson chitarrista, fra i musicisti giovani di un certo giro (qualcuno lo trovi anche qui), non so se sia quella di più talento  – come chitarrista onestamente non la so giudicare, di sicuro non assomiglia a nessuno – , ma mi pare che abbia più voglia di tutti gli altri di comunicare, di dire qualcosa non solo ai suoi colleghi o ai critici, e di adoperare la musica come un linguaggio e non come un arredo sonoro o un oggetto di raffinato design, e che quindi sia più disposta a rischiare, magari facendo cose riuscite a metà ma mai half-hearted (o half-assed). Succede appunto così in questo disco non recentissimo. Io, always thankful for little mercies, apprezzo il tentativo.

 Fra l’altro, la Halvorson è una ex-studente e collaboratrice di Braxton, e si sente bene: le nove composizioni del disco, accanto a dei titoli insoliti o strambi, portano un numero progressivo, da 21 a 29 (ma non sono poste in sequenza) ed è evidente all’ascolto come siano concepite secondo un sistema rigoroso che mi riprometto d’indagare; un indizio esterno ne è anche il fatto che, con tre eccezioni, i pezzi hanno tutti durata quasi uguale.

Il file non si esegue online; potrai ascoltarlo scaricandolo. Ti esorto a farlo perché ne vale la pena.

 Sea Cut Like Snow (Halvorson), da «Bending Bridges», Firehouse 12 Records FH12-04-08-016. Jonathan Finlayson, tromba; Jon Irabagon, sax alto; Mary Halvorson, chitarra; John Hebert, contrabbasso; Ches Smith, batteria. Registrato il 21 luglio 2011.

giovedì 13 ottobre 2016

Intuitive Science (Dave Douglas)

 Nel suo disco del 1996 dedicato a Wayne Shorter, Dave Douglas ha suonato composizioni proprie, o direttamente esemplate su quelle di quel grande, o che ne richiamano i modi e le atmosfere.

 Il titolo di questa suona come una sagace definizione della prassi compositiva di Shorter, determinata, in una, da rigore intellettuale e da abbandono a un movente inconscio.

 Intuitive Science (Douglas), da «Stargazer», Arabesque Jazz AJ0132. Dave Douglas, tromba; Joshua Roseman, trombone; Chris Speed, sax tenore; Uri Caine, piano; James Genus, contrabbasso; Joey Baron, batteria. Registrato il 30 dicembre 1996.

mercoledì 12 ottobre 2016

Blue And Sentimental (Erroll Garner)

 Chi era che mi rimproverava di mettere su poco Erroll Garner? Credo il Sergio Pasquandrea, che una volta mi mandava sempre guest post e ora, poeta plurilaureato, si è dimenticato di me, anche lui… Beh, eccolo qua il Garner, in posa così tipica da essere quasi caricaturale, quasi svaccato, quasi. Quasi!

 Blue And Sentimental (Basie-Livingstone-David), da «The Greatest Garner», Atlantic 1227. Erroll Garner, piano; Leonard Gaskin, contrabbasso; Charlie Smith, batteria. Registrato il 20 luglio 1949.

martedì 11 ottobre 2016

Chitlins Con Carne – Soul Lament (Kenny Burrell)

 Kenny Burrell l’ho considerato poco per molto tempo, anche dato il mio pallido interesse per la chitarra jazz, tolto Charlie Christian: due volte sole l’ho pubblicato in sei anni e mezzo di blog, e una di quelle perché aveva insieme Coltrane.

 Da qualche tempo lo ascolto con piacere e a momenti con entusiasmo, meglio tardi che mai, così dicono. Non è solo un musicista raffinato e swingante, è un suonatore di blues di primissimo ordine.

 Questo Blue Note è forse il suo disco più bello.

 Chitlins Con Carne (Burrell), da «Midnight Blue», Blue Note 7243 4 95335 2 3. Stanley Turrentine, sax tenore: Kenny Burrell, chitarra; Major Holley, contrabbasso; Bill English, batteria; Ray Barretto, conga. Registrato il 21 aprile 1967.

 Soul Lament (Burrell), ib. Burrell solo.

domenica 9 ottobre 2016

Happy Girl – The Flute In The Blues (Nathan Davis)

 Domenica serena e tinta di funk, ma appena appena. La bella formazione, ripresa in Germania nel 1965, è guidata dall’eclettico espatriato Nathan Davis e presenta il grande organista Larry Young insolitamente al piano (assente in The Flute In The Blues) dove pesta vigorosi block chords.

 Woody Shaw non prende affatto questo setting leggerino alla leggera, sentilo in Happy Girl.

 Happy Girl (Davis), da «Happy Girl», Saba SB 15025 ST. Woody Shaw, tromba; Nathan Davis, sax tenore; Larry Young, piano; Jimmy Woode, contrabbasso; Billy Brooks, batteria. Registrato il 31 gennaio 1965.

 The Flute In The Blues (Davis), ib. ma Davis suona il flauto; Shaw e Young assenti.

sabato 8 ottobre 2016

Fontessa – Hues Of Blues (Walter Norris)

 Mi è occorso di parlare molto bene di Walter Norris su Jnp, e del resto se ne potrebbe parlare altrimenti? È un musicista ferratissimo, un pianista immacolato.

 Ma in questo disco in duo con George (Jiri) Mraz, contrabbassista di cui si direbbe nel medesimo tono, l’impressione è di un meccanismo oliato, perfetto, ma un meccanismo, pieno di risorse ingegnose e di buon gusto ma, infine, un meccanismo. Perfino la piacevolezza, dopo un po’, viene meno, alle mie orecchie; manca quel certo senso di pericolo che il jazz, secondo me, deve avere. Qui, per esempio, i due virtuosi suonano un blues, quello che dà titolo al disco, che procede come una BMW con in bella vista il bollo dell’assicurazione, perfino quando, inaspettatamente devo dire, Norris va out e ci dà perfino dentro di cluster (cluster gentili). Non so, dimmi se sei d’accordo; dimmi anche se non lo sei.

 C’è da dire che Fontessa di John Lewis resta un capolavoro di composizione jazz.

 Fontessa (Lewis), da «Hues Of Blues», Concord CCD-4671. Walter Norris, piano; George Mraz, contrabbasso. Registrato nel 1995.

 Hues Of Blues (Norris), id.

venerdì 7 ottobre 2016

Summer Sketch – An Afternoon At Home (Russ Freeman & Chet Baker)

 Russ Freeman (1926-2002) si notava sempre per la fantasia del suo contributo, che qui è anche di compositore; nel 1956 condivide la leadership con Chet Baker, già suo boss, e suona quasi tutte sue composizioni.

 La prima che senti è in forma ABCA, armonicamente flessuosa e metricamente ambigua nella sezione C, ed è presentatata senza improvvisazione. La melodia «siede» benissimo sulla tromba di Baker e nella prima sezione ricorda stranamente, rallentata, la canzone dell’insopportabile film del 1960 «The World Of Suzie Wong». Il pezzo è molto suggestivo di una tarda estate sud-californiana, con tutte le percezioni rallentate da qualche ipnotico. Come nel miglior West Coast jazz, quell’apparente relax cela qualcosa di poco chiaro, se non di sordido.

 An Afternoon At Home è West Coast quintessenziale, l’assolo di Russ è estroso, astringente e pieno di swing e la sezione ritmica è West Coast della più classica e felice.

 Summer Sketch (Freeman), da «Quartet: Russ Freeman/Chet Baker», Pacific Jazz 1232. Chet Baker, tromba; Russ Freeman, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Shelly Manne, batteria. Registrato il 6 novembre 1956.

An Afternoon At Home (Freeman), id.

giovedì 6 ottobre 2016

Autumn Leaves (Trudy Pitts)

 A dire il vero la Trudy non si presenta qui nella forma migliore come improvvisatrice: ricorrre troppo spesso a quelle frasette connettive vuote che marcano l’attesa un’idea. Ma il bello è che lo swing non ne scapita tuttavia.

 Autumn Leaves (Kozma), da «The Excitement of Trudy Pitts - Recorded Live! at Club Baron», Prestige 7583. Trudy Pitts, organo; Wilbert Longmire, chitarra; Bill Carney, batteria. Registrato il 24 maggio 1968.

mercoledì 5 ottobre 2016

Seventh Minor Heaven – Stardust (Oscar Pettiford)

 Paradiso della settima minore (blue note) è una definizione buona come un’altra del blues. A darla, in questo disco molto dilettoso di Oscar Pettiford alla testa, di fatto, di una all stars to be, è Osie Johnson, batterista, compositore e arrangiatore. Il pezzo poi non è un blues, ma una canzone AABA di 32 battute, ma che richiama necessariamente il blues. 

 Pettiford morì nel 1960 a Copenaghen pochi giorni prima di compiere trentotto anni. Raramente lo si ricorda fra le molte, dolorose morti precoci del jazz, e forse in generale non ce se ne ricorda abbastanza, ma la sua morte è stata davvero una perdita grande.

 Minor Seventh Heaven (Johnson), da «Another One», London LTZ-N15035. Donald Byrd, tromba; «Bobby» Brookmeyer, trombone a pistoni; Gigi Gryce, sax alto; Jerome Richardson, sax tenore; Don Abney, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso e violoncello; Osie Johnson, batteria. Registrato il 12 agosto 1955.

 Stardust (Carmichael), id.

martedì 4 ottobre 2016

Song For My Father (Ethan Iverson)

 Che impiastro questo blog. Da una parte, decido di dare più attenzione all’attualità jazzistica; dall’altra, quest’attualità riguarda i soliti coi quali ti affliggo da anni, e per lo più in un repertorio scontato. Per dire, questo disco è nuovissimo, ma Ethan Iverson dev’essere questa la terza o la quarta volta in due settimane; e Song For My Father non è proprio una scelta estrosa.

 Ad ogni modo, bello il disco e bella anche la versione del classico di Horace Silver, in cui Ron Carter si sente fare di tutto a eccezione del famoso obbligato eseguito da Teddy Smith nell’editio princeps.

 Il titolo del disco è una citazione da Wodehouse, passione che Ethan Iverson condivide con me.

 Song For My Father (Silver), da «The Purity Of The Turf», Criss Cross Jazz 1391. Ethan Iverson, piano; Ron Carter, contrabbasso; Nasheet Waits, batteria. Registrato il 22 febbraio 2016.

lunedì 3 ottobre 2016

Skylark (Red Norvo)

 L’allodola (Alauda arvensis) è lunga circa 16-18 cm, ha un’apertura alare che può raggiungere i 36 cm e pesa circa 35-45 g. È caratterizzata da un piumaggio di colore marrone leggermente striato di nero nella parte superiore, più chiaro in quella inferiore, nonché da un piccolo ciuffo erettile che mostra solo se allarmata. In volo mostra una coda corta e larghe ali corte. La coda e la parte posteriore delle ali sono bordate di bianco. I sessi sono simili.
Il canto dell’allodola, lieve e armonioso, è stato fonte di ispirazione per numerosi poeti e letterati, a partire da Shakespeare, che definì questo uccello «messaggero del mattino». Caratteristico infatti è il suo insolito comportamento al sorgere del sole durante la primavera e l’estate, quando lo si può vedere spiccare il volo verticalmente, mentre inizia a cantare ininterottamente. Subito dopo, plana a terra nuovamente, per poi tornare verso il cielo intonando da capo il proprio canto…  [qui]

 Skylark (Carmichael-Mercer), da «Red Norvo Trio with Tal Farlow & Red Mitchell - Complete Recordings», American Jazz Classics 99039. Red Norvo, vibrafono; Tal Farlow, chitarra; Red Mitchell, contrabbasso. Registrato  il 16 ottobre 1952.

domenica 2 ottobre 2016

The Song Is You (Ethan Iverson)

 The Song Is You (Kern-Hammerstein), da «Deconstruction Zone (Standards)», Fresh Sound FSNT 047 CD. Ethan Iverson, piano; Reid Anderson, contrabbasso; Jorge Rossy, batteria. Registrato il 4 aprile 1998.

Canto ritrovato – Appia Antica (Mal Waldron)

 Mal Waldron italianato suona, a Roma, una composizione di Giorgio Gaslini, molto gospelly, e una sua, viceversa classicheggiante.

 A differenza di altri pianisti, quando suona da solo Mal Waldron non dà mai l’impressione di rimuginare o di parlare fra sé o di esibire la propria bravura: anzi, parla in modo particolarmente diretto, intimo e direi quasi affettuoso con chiunque lo stia ad ascoltare.

 Canto ritrovato (Gaslini), da «Jazz a confronto», Horo HLL 101-19. Mal Waldron, piano. Registrato il primo aprile 1972.

 Appia Antica (Waldron), id.

sabato 1 ottobre 2016

Blue Moon (Earl Hines)

 Beh, insomma: questa Blue Moon è stata registrata nel 1944 da un settetto a nome di Cozy Cole («C.C. All Stars») e io l’ho presa da un set di quattro CD intitolato «The Complete Coleman Hawkins». Si sentono ovviamente Cole e Hawkins, questo poi nella forma ineguagliabile sua di metà anni Quaranta, e anche gli altri fanno eccellente figura, ma l’esecuzione, non sarà chi non lo senta, è dominata da Earl Hines, come al solito matto da legare. Per questo io gliela intitolo qui.

 Blue Moon [take 2] (Rodgers-Hart), da «The Complete Coleman Hawkins», Mercury 830 960-2. Joe Thomas, tromba; Trummy Young, trombone; Coleman Hawkins, sax tenore; Earl Hines, piano; Teddy Walters, chitarra; Billy Taylor, contrabbasso; Cozy Cole, batteria. Registrato il 22 febbraio 1944.