martedì 7 giugno 2022

Softly, As In A Morning Sunrise (Larry Young)

 L’organo nel jazz non mi piace (onde, per disdegnoso gusto, su Jazz nel pomeriggio negli anni te ne ho fatto ascoltare quasi tutti gli esponenti principali), con qualche sceltissima eccezione tuttavia; la più vistosa è Larry Young, che con «Unity» creò nel 1965 uno dei più bei dischi di jazz di quel decennio.

 La formazione è quella che è, e tutti suonano veramente come indemoniati.

 Softly, As In A Morning Sunrise (Romberg-Hammerstein II), da «Unity», Blue Note 56416-2. Woody Shaw, tromba; Joe Henderson, sax tenore; Larry Young, organo; Elvin Jones, batteria. Registrato il 10 novembre 1965.

domenica 5 giugno 2022

Blue Friday – Lotus Blossom – Old Folks (Kenny Dorham)

 Pochi jazzisti moderni hanno un CV come quello di Kenny Dorham (1924-1972), che fu presente alla nascita del bebop; fu membro delle big band di Billy Eckstine e della prima di Dizzy, trombettista di Charlie Parker nel 1948-49, dopo Miles Davis, poi negli originali Jazz Messengers cooperativi; che suonò e registrò con Monk, Coltrane, Andrew Hill e perfino con Cecil Taylor; che sostituì Clifford Brown nella band di Roach e fece esordire discograficamente Joe Henderson.

 Dicevo altrove parlando di Wynton Kelly di musicisti che hanno dato al jazz più di quanto abbiano ricevuto, almeno in termini di fama: eccone forse l’esempio più insigne.

 Formatosi dunque nel crogiolo del bebop, il suo stile incorporava con naturalezza quella sintassi: la sola influenza di cui chiarissimamente risenta è quella di Parker, per il resto si tratta di uno dei trombettisti più personali del jazz, al punto di essere anomalo per sonorità, che è inflessa e delicata senza essere milesiana, e per il fraseggio lunghissimo, concettoso, direi pianistico. Come compositore, ha dato al repertorio almeno due pezzi, Blue Bossa e Lotus Blossom, il quale ultimo senti qui oggi.

 Il setting di tromba con sezione ritmica non è dei più consueti ma a Kenny si addice più che a qualsiasi altro trombettista che mi venga in mente, con la parziale eccezione di Art Farmer in «Sing Me Softly Of The Blues». Ascolta, soprattutto in Blue Friday, l’intesa di tromba e batteria. In tutto il disco, Art Taylor è pari alla fama che, a paragone di altri batteristi, non ha (un altro).

 Blue Friday (Dorham), da «Quiet Kenny», [Prestige] VICJ-23574. Kenny Dorham, tromba; Tommy Flanagan, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato il 13 novembre 1959.

 Lotus Blossom (Dorham), id.

 Old Folks (Hill-Robinson), id.

martedì 31 maggio 2022

I Surrender Dear (Lennie Tristano) RELOAD

                                      Reload dal 19 giugno 2014

 Già nel 1946 Lennie Tristano trattava la tonalità da sussiegosa distanza.

 I Surrender Dear (Gershwin-Duke), da «Intuition», Properbox 64. Lennie Tristano, piano; Billy Bauer, chitarra; Clyde Lombardi, contrabbasso. Registrato l’8 ottobre 1946.

lunedì 30 maggio 2022

If I Had You – Wild Man Blues – I Remember Harlem (Roy Eldridge)

 Provo rammarico per aver prestato poca attenzione, purtroppo non solo su Jazz nel pomeriggio, a uno dei solisti più grandi, originali e influenti del jazz, cioè Roy Eldridge.

 Eldridge era un uomo di particolare sensibilità e, carattere che sovente a questo si accompagna, orgoglioso e anche competitivo. Per questo patì l’ascesa dei beboppers e in particolare di Dizzy Gillespie il quale, come ebbe a confessare a Norman Granz, temeva suonasse «più tromba» di lui. Eppure Roy non poteva ignorare che senza il suo esempio Dizzy non sarebbe diventato il Dizzy che tutti conoscono, e il bebop stesso sarebbe forse stato diverso.

 Come che sia, dopo la guerra Roy preferì suonare fuori dagli USA e in Francia in particolare. Qui è colto appunto a Parigi, prima con alcuni connazionali (a eccezione del bassista Michelot) e poi con dei francesi.

 If I Had You (King-Shapiro), da «Roy Eldridge & His Orchestra», Dial. Roy Eldridge, tromba; Gerald Wiggins, piano; Pierre Michelot, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato il 29 marzo 1951.

 Wild Man Blues (Morton), id.

 I Remember Harlem (Eldridge), ib. Eldridge; Benny Vasseur, trombone; Albert Ferrari, sax tenore;  William Boucaya, sax baritono; Raymond Fol, piano; Barney Spieler, contrabbasso; Robert Barnet, batteria. Registrato il 28 ottobre 1950.

sabato 28 maggio 2022

I Can’t Get Started (Lester Young & Nat «King» Cole)

 Nel riascoltare dopo molti anni questo pezzo una cosa mi ha riempito di meraviglia: l’accompagnamento di Nat «King» Cole al tema e poi all’assolo di Lester Young: mi riferisco tanto alla disinvoltura delle scelte armoniche (siamo nel 1942) quanto alla sottigliezza e alla varietà dell’interazione con il solista

 I Can’t Get Started (Gershwin-Duke) da «The Complete Aladdin Recordings of Lester Young», Blue Note CDP 7243 32787 2 5. Lester Young, sax tenore; Nat «King» Cole, piano; Red Callender, contrabbasso. Registrato il 15 luglio 1942.

venerdì 27 maggio 2022

Interpret It Well – Mixed Metaphor (Ches Smith)

 Ches Smith, percussionista di jazz «e altre musiche» originario della California e attivo a New York (fra altri con Zorn, Berne, Douglas, Halvorson), è fuori da poco con questo disco di sue composizioni. Come per il disco con archi di Fred Hersch che ti ho presentato qualche settimana fa, anche qui le note che accompagnano il lavoro sottolineano come sia stato concepito in epoca di lockdown per il COVID-19.

 Il trio con Taborn e Maneri è una working band di Smith a cui qui si è aggiunto Bill Frisell, un ammiratore delle composizioni di Smith. Si può capire perché lo sia: minimali ma non narcotiche, «spaziose» e asciutte, esse consentono alla sonorità di Frisell di espandersi con calma, siccome suole, incoraggiando in lui anche una certa estroversione. Come sempre succede quando Frisell fa l’ospite in un disco, tutti gli altri finiscono attratti nella sua orbita espressiva.

 In Interpret It Well, che prende il titolo dal disegno di Raymond Pettibon che illustra la copertina del CD, Ches Smith suona uno sparuto vibrafono. L’ascolto di Craig Taborn ci rassicura del fatto che la jarrettizzazione adombrata in un suo recentissimo disco ECM non è irreversibile.

 Ecco qui il quartetto dal vivo a NY, giusto un anno fa.

 Interpret It well (Smith), da «Interpret it Well», Pyroclastic. Bill Frisell, chitarra; Mat Maneri, viola; Craig Taborn, piano; Ches Smith, vibrafono, batteria. Registrato nell’ottobre 2020.

 Mixed Metaphor (Smith), id.

giovedì 26 maggio 2022

Season In The Sun – When Sunny Gets Blue (Jeanne Lee & Ran Blake) RELOADED

 Reload dal 3 gennaio 2015. Per scrupolo filologico, ho lasciato intatti i riferimenti alla stagione e alle circostanze meteorologiche.

 In questi giorni del freddo più crudo, nelle settimane più fastidiose e torpide dell’anno, la voce di Jeanne Lee ha dentro di sé un sole non battente, ma che scalda fin nelle midolla, in particolare in queste due canzoni che trattano di sole o ce l’hanno nel titolo e in cui le note, parole, raggi di luce di Jeanne si fanno strada in mezzo alle brume create da quel bel tipo di Ran Blake, un pianista capace di offuscare tutte le funzioni armoniche in una progressione senza mai tradire il canto e lo swing.

 Season In The Sun (Landesman-Wolf), da «The Newest Sound Around», BMG International 174805. Jeanne Lee con Ran Blake, piano; George Duvivier, contrabbasso. Registrato nel dicembre 1961.

 When Sunny Gets Blue (Fischer-Segal), id., senza Duvivier. 

mercoledì 25 maggio 2022

Gee, Baby, Ain’t I Good To You – Out Of Nowhere (Tom Stewart & Steve Lacy)

 Tom Stewart, piuttosto oscuro esecutore di tenor horn (il flicorno tenore, simile all’euphonium, suonato spesso da Django Bates; nelle mani di Stewart sembra un trombone a pistoni), in questa simpatica seduta del 1956, organizzata da Creed Taylor, riunì un bel gruppo di cui faceva parte il suo amico Steve Lacy.

 Lacy, ventunenne, colto qui prima dei suoi dischi Prestige e delle collaborazioni con Gil Evans e ancora fresco di dixieland, è già di tutti il solista più disinvolto e interessante.

 Gee, Baby, Ain’t I Good To You (Redman-Razaf), da «Tom Stewart Quintette/Sextette», ABC-Paramount. Tom Stewart, flicorno tenore; Steve Lacy, sax soprano; Dave McKenna, piano; Whitey Mitchell, contrabbasso; Al Levitt, piano. Registrato nel 1956.

 Out Of Nowhere (Hyman-Green), id.

martedì 24 maggio 2022

Summit Ridge Drive (Artie Shaw) RELOAD

Reload dal 13 aprile 2011. Per scrupolo filologico, ho lasciato intatti i riferimenti all’ora e alle circostanze meteorologiche.

 Per augurarti la buonanotte di questo bel giorno di sole e vento, ecco un hit dei Gramercy Five, il gruppo composto da membri della big band di Artie Shaw che fungeva da intermezzo nelle esibizioni dell’orchestra, seguendo una tradizione dell’era dello Swing (facevano così anche Goodman, Basie, Lunceford). I Gramercy Five con Shaw erano sei e comprendevano il clavicembalo, suonato con molto gusto da uno dei grandi pianisti del jazz classico, Johnny Guarnieri.

  Summit Ridge Drive (Shaw), da «The Complete Gramercy Five Sessions», RCA 87637. Billy Butterfield, tromba; Artie Shaw, clarinetto; Johnny Guarnieri, clavicembalo; Al Hendrickson, chitarra; Jud DeNaut, contrabbasso; Nick Fatool, batteria. Registrato nel 1940.

lunedì 23 maggio 2022

Pannonica (Barry Harris)

 Come tutti sanno, anzi mi pare che ne abbiamo parlato anche qui, Barry Harris è stato fra gli interpreti meglio qualificati o, come si dice, più idiomatici della musica di Monk. L’aveva studiata a fondo e per giunta di Monk era stato amico intimo, per un certo periodo abitando con lui sotto il tetto della baronessa Nica.

 La quale è dedicataria di questa composizione, una delle più note di Monk. Nell’esecuzione, lontana da tutti i più ovvi monkismi, si sente bene la comprensione profonda che Harris aveva di questa musica.

 Pannonica (Monk), da «The Bird Of Red And Gold», Xanadu. Barry Harris, piano. Registrato il 18 settembre 1989.

domenica 22 maggio 2022

Catta (Bobby Hutcherson); un anniversario

 22 maggio, il blog compie gli anni: vide infatti la luce, perché mi annoiavo, un mattino di quel giorno nel 2010. Ecco qui il post inaugurale (fa’ clic per vederlo). 

 Di solito non mi curo dell’anniversario, che ho ricordato qui l’ultima volta nel 2015, non è una data importante, tuttavia mi fa meraviglia che, se pur in modo sussultorio, questa pubblicazione proceda da dodici anni con qualcuno che ancora viene a consultarla. 

 Dodici anni! Buon compleanno, Jazz nel pomeriggio, ora puoi salire in ascensore da solo. Il pezzo di musica che ti propongo è lo stesso oggi di quel 22 maggio di dodici anni fa, Bobby Hutcherson, e mi piace come e più di allora.  

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 Gli auguri sono graditi, naturalmente.

 Catta (Hutcherson), da «Dialogue», Blue Note BLP 4198. Freddie Hubbard, tromba; Sam Rivers, tenore; Bobby Hutcherson, vibrafono; Andrew Hill, pianoforte; Richard Davis, contrabbasso; Joe Chambers, batteria. Registrato il 3 aprile 1965.

sabato 21 maggio 2022

Do You Know What It means To Miss New Orleans – Royal Garden Blues (Bobby Hackett & Zoot Sims)

 «Musica per i vostri sogni».

 Do You Know What It means To Miss New Orleans (Alter- DeLange), da «Bobby Hackett & Zoot Sims Complete Recording», Lone Hill Jazz. Bobby Hackett, cornetta; Zoot Sims, sax tenore, con orchestra arrangiata e diretta da Bob Wilber: James Morreale, Rusty Dedrick, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Bob Cutshall, trombone; Bob Wilber, sax soprano e clarinetto; Jerry Dodgion, sax alto; Pepper Adams, sax baritono; Wayne Wright, chitarra; Dave McKenna, piano; Buddy Jones, contrabbasso; Morey Feld, batteria. Registrato nel 1967.

 Royal Garden Blues (C. e S. Wlliams), id.

venerdì 20 maggio 2022

Theme From The Cool World – Enter, Priest – Duke’s Last Soliloquy (Dizzy Gillespie & Mal Waldron)

 Uno dei dischi più belli di Dizzy Gillespie, o almeno uno dei miei preferiti, non è propriamente un disco di Dizzy, anche se il suo nome figura grande sulla copertina; è di Mal Waldron, che non vi suona ma che lo compose e arrangiò come colonna sonora di un film di Shirley Clarke del 1964, The Cool World, appunto. 

 Shirley Clarke (1919-1997), figura eminente del cinema indipendente/sperimentale americano della generazione di Mekas e Pennebaker, si rivolse spesso al jazz per l’argomento dei suoi film a soggetto e documentari: nel 1961 filmò il famoso spettacolo The Connection e nel 1985 realizzò un documentario intitolato Ornette: Made in America.

 La musica del disco e del film è marcatamente waldroniana, con mood più del solito variati a seconda della necessità drammatica; il complesso di Dizzy, il medesimo di «Jambo Caribe» sempre del 1964, la interpreta benissimo e in primo luogo lo fa Dizzy stesso, che è in gran forma.

 Il Duke del terzo pezzo non è evidentemente quello a cui pensi tu ma il tragico protagonista del film.

 Theme from The Cool World (Waldron), da «The Cool World», Philips [Verve]. Dizzy Gillespie, tromba; James Moody, sax tenore; Kenny Barron, piano; Chris White, contrabbasso; Rudy Collins, batteria. Registrato nell’aprile 1964.

 Enter, Priest (Waldron), id.

 Duke’s Last Soliloquy (Waldron), id.

mercoledì 18 maggio 2022

Georgia On My Mind (Derek Bailey)

 Giusto vent’anni fa, dietro istigazione di John Zorn, Derek Bailey incise un disco tutto di standard, cavandosela benissimo, direi, anche se in modo piuttosto diverso da come l’avrebbe fatto – per dire – Joe Pass.

 La versione degli standard data da Bailey non era nel segno facile dell’ironia e nemmeno in quello della parodia; era una versione composita, in cui frammenti di esecuzione tradizionale si alternavano a frammenti, più lunghi, in cui i parametri soliti erano abbandonati e che restavano collegati ai primi da grumi o gesti motivici o ritmici che vi galleggiavano come relitti, oppure dal puro e semplice fatto di coesistere giustapposti.

 Georgia On My Mind (Carmichael), da «Ballads», Tzadik TZ 7607. Derek Bailey, chitarra. Registrato il primo febbraio 2002.

martedì 17 maggio 2022

Snowy Morning Blues – The Mule Walk (James P. Johnson)

 Su JP Johnson, uno dei primi e dei più grandi pianisti del jazz, ho da molto tempo in animo scrivere un post un po’ articolato, soprattutto dopo aver letto il bel libro di Riccardo Scivales Storie di vecchi pianisti jazz e di come funzionava la loro musica, ma in questi giorni me ne mancano tempo e tempra.

 Poco male, intendiamoci. Intanto eccoti due gemme dal repertorio di JPJ; in Snowy Morning Blues t’invito a notare, nel secondo tema, le walking tenths alla mano sinistra.

 Snowy Morning Blues (Johnson), da «Father of the Stride Piano», Columbia. James P. Johnson, piano. Registrato il 25 febbraio 1927.

 The Mule Walk (Johnson), ib., registrato il 14 giugno 1939.

lunedì 16 maggio 2022

Open, To Love – Nothing Ever Was, Anyway (Paul Bley) RELOADED

                                            Reload dal 27 aprile 2017 

Non è facile immaginare oggi che effetto dovesse avere sulle orecchie del 1973 «Open, To Love» di Paul Bley, perché la sua influenza su molto jazz successivo, soprattutto bianco ed europeo, è stata così pervasiva e insieme subliminare da rendere strano pensare che, prima che Bley la suonasse, una musica del genere non ci fosse. È questo disco ad aver tracciato le linee programmatiche dell’etichetta tedesca ECM di Manfred Eicher, nel bene e nel male una delle più importanti degli ultimi quarant’anni.

 Cresciuto su radici profonde nel blues, nel modernismo di Bud Powell e di Bill Evans e nutrito di una linfa ritmica senz’altro jazzistica, il pianismo-albero di Bley innalza e allarga i rami toccando l’impressionismo e il puntillismo e annuncia – aveva cominciato a farlo anni prima – la musica di Keith Jarrett in molti suoi caratteri peculiari. La dimensione del silenzio, le microdinamiche acquistano in «Open, To Love» un valore strutturale; nella lunghezza estenuata delle pause e dei valori e nel rilievo che vi assumono ogni singola nota e rumore (in Open, To Love si sente Bley agire direttamente sulle corde e cantare; non mugolare à la Jarrett, cantare proprio, anche se sottovoce), la musica vive in un eterno presente in cui diresti che qualunque cosa possa succedere.

 Questa apertura, annunciata dal titolo, la sottrae a un’epoca e a uno stile precisi ma anche alle tentazioni del sentimento squisito, dell’edonismo sonoro, non evitate invece da tanto jazz derivativo, in specie europeo. È musica che, presentandosi con lo stigma della contemplazione, cioè del distacco, risulta infine personale come poche; per questo non sembra fuori luogo osservare come, di sette pezzi del disco, cinque siano composizioni di due ex-mogli di Bley, Carla Bley (nata Borg) e Annette Peacock.

 Open, To Love (A. Peacock), da «Open, To Love», ECM 1023. Paul Bley, piano. Registrato nel settembre 1972.

 Nothing Ever Was, Anyway (A. Peacock), id.

domenica 15 maggio 2022

Roses Poses – Booda (Bobby Hutcherson)

 Buona domenica. C’è Bobby Hutcherson domenicale anche lui, rilassato e quasi spensierato, come spesso gli capitò dopo l’impegno insolito che per tutti gli anni Sessanta aveva profuso in un numero incredibile di dischi per la Blue Note, diversi fra questi esempi fra i più alti di jazz modernissimo pur senza potersi ascrivere alle avanguardie del tempo (di cui tuttavia Hutcherson era stato parte a fianco di Shepp e di Dolphy). Va detto anche che quando questo disco «Waiting» uscì, nel 1976, la Blue Note non era più da quasi dieci anni quello che era stata.

 L’atmosfera più leggera, ora esotica (Roses Poses) ora più funky (Booda), è sottolineata dall’uso da parte di Bobby della marimba.

 Roses Poses (Hutcherson), da «Bobby Hucherson», Mosaic Select 26 [«Waiting», Blue Note]. Oscar Brashear, tromba; Thurman Green, trombone; Harold Land, sax tenore; Bobby Hutcherson, marimba; Dwight Dickerson, piano; Kent Brinkley, contrabbasso; Larry Hancock, batteria. Registrato il 24 marzo 1975.

 Booda (Hutcherson), id.

sabato 14 maggio 2022

All The Things You Are (Billy Taylor)

 Una versione nulla meno che eccezionale, da tutti i punti di vista, dell’esausto standard da parte di Billy Taylor che, nel 1957, suona così tanto piano jazz, a momenti perfino a scapito dello swing, che di più è difficile anche immaginare di poterne chiedere; mi verrebbe da dire, è quasi troppo.

 Al contrabbasso, Mingus non si tiene indietro.

 All The Things You Are (Hammerstein-Kern), da «Taylor Made Piano», Roost. Billy Taylor, piano; Charles Mingus, contrabbasso; Marquis Foster, batteria. Registrato nel 1957.