lunedì 5 dicembre 2022

Sin Street (Pete LaRoca Sims)

 Le turcherie, effetto collaterale nella musica, nell’arte e nel costume europei delle guerre contro i Turchi (e particolarmente della battaglia di Lepanto, 1571) sono arrivate a influenzare indirettamente il jazz, come riflesso di certe musiche sette- e ottocentesche da salon, e anche direttamente, come dimostra fra l’altro questo disco del 1967 del batterista Pete LaRoca Sims, molto bello e molto avanzato (peccato che PLRS, il batterista originale del quartetto di Coltrane, abbia di lì a poco abbandonato per molti anni la musica per mattersi a fare, go figure, l’avvocato…).

  In copertina il disco ha Le Bain Turc di Dominique Ingres, proprio come avrebbe avuto «Electric Bath» di Don Ellis, inciso nel settembre di quell’anno e contenente la famosissima turcheria Turkish Bath nell’allora esotico tempo di 7/4. Ma anche il tempo pari di questa sorta di blues turco di LaRoca cela una curiosa divisione interna, 2+4+2.

  Sin Street (Pete LaRoca Sims), da «Turkish Women at the Bath», 32 Jazz CD 32052. John Gilmore, sax tenore; Chick Corea, piano; Walter Booker, contrabbasso; Pete Laroca Sims, batteria. Registrato il 25 maggio 1967.

sabato 3 dicembre 2022

Night and Day (Vijay Iyer)

 Mi ha entusiasmato questa versione di Night and Day di Vijay Iyer, un musicista che mi sembra diventare via via più bravo (questo è uno dei suoi ultimi dischi); o almeno, a me piace sempre di più con tempo, laddove sulle prime non mi aveva persuaso.

 Bene alla sua altezza sono gli altri due; il batterista Sorey ha una carriera parallela, o forse convergente, di compositore «concertistico».

 Night and Day (Porter), da «Uneasy», ECM. Vijay Iyer, piano; Linda Oh, contrabbasso; Tyshawn Sorey, batteria. Registrato nel 2020.

venerdì 2 dicembre 2022

Love, Gloom, Cash, Love (Herbie Nichols) RELOAD

Reload dal 21 settembre 2011 

 Che disastro che Herbie Nichols non abbia potuto suonare e incidere di più con musicisti al suo livello. Con lui, anche gente come Roach, Blakey, Richmond, per tacere dei contrabbassisti, suonavano addirittura meglio del loro solito.

  Love, Gloom, Cash, Love (Nichols), da «Love, Gloom, Cash, Love», Betlehem/Rhino 76690. Herbie Nichols, piano; George Duvivier, contrabbasso; Danny Richmond, batteria. Registrato nel novembre 1957.

giovedì 1 dicembre 2022

Surrounding – Trees for the Forest – Trembling (Caleb Wheeler Curtis)

 Caleb Wheeler Curtis suona il sax alto e il soprano e compone le musiche che suona: ha trentasette anni, viene dal Michigan, è bianco. È un protetto del pianista Orrin Evans, che ha prodotto questo come i precedenti due dischi di Curtis per la sua casa discografica Imani.

 Da questo disco, Curtis esce un musicista riflessivo, poco sollecito di una musica e di un linguaggio solistico incalzanti e di immediata presa ritmica. La sua sonorità, quando non richiami Ornette (cosa che fa esplicitamente in Surrounding) è un po’ sfocata, sabbiosa, volutamente così poco autorevole fino a risuonare timida.

 Il disco si dichiara concepito nel corso di una residence che dev’essere stata bucolica a Peterborough, NH, come «MacDowell fellow» e ne porta secondo me gli indizi nel suo passo deliberato, ruminativo, in certo modo doveroso, quasi di chi senta di doversi attenere a un progetto, come da lui ci si aspetta. Musica ben fatta da musicisti competenti a dire poco, ma che mi ha dato l’impressione di marciare sul posto, un’impressione corroborata dal fatto che, della relativa larghezza delle maglie nell’armonia delle composizioni di Curtis, nessuno dei quattro si sente invogliato ad approfittare. La musica si sostiene alla fine sull’impalcatura robusta di una ritmica di pezzi grossi.

 Il programma si svolge sagacemente in pezzi brevi, e sono parecchi, dieci; sono arrivato in fondo non dirò stanchezza, ma con un piccolo sforzo dell’attenzione.

 Direi che mi vale la pena aspettare Curtis – che mi sembra più attrezzato come sopranista – al prossimo suo disco.

 Surrounding (Curtis), da «Heatmap», Imani. Caleb Wheeler Curtis, sax alto; Orrin Evans, piano; Eric Revis, contrabbasso; Gerald Cleaver, batteria. Registrato il 20 luglio 2021.

 Trees for the Forest (Curtis), id. ma Curtis suona il sax soprano.

 Trembling (Curtis), id.

martedì 29 novembre 2022

It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) – Don’t Blame Me – Snowy Morning Blues (Sammy Price)

 Sammy Price (1908-1992), texano, formatosi professionalmente a Kansas City come un altro musicista che gli è spesso accostato, Jay McShann, si affermò a New York come pianista accompagnatore in tante sedute di registrazione della Decca, conosciuto soprattutto per le sue capacità nel boogie e per la sua inclinazione blues.

 Price non era tuttavia un musicista folk come i classici pianisti del boogie woogie (Jimmy Yancey viene alla mente), ma un musicista di esperienze e orizzonti più vasti e di variate risorse strumentali, come dimostra questo tardo disco in assolo registrato in Canada nel 1979. Il blues nelle esecuzioni è sempre presente, se non come forma, certo come linguaggio. Snowy Morning Blues, il ragtime di James P. Johnson, si presenta qui radicalmente ristrutturato, in forma di canzone.

 It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) (Ellington-Mills), da «Sweet Substitute», Sackville 3024. Sammy Price, piano. Registrato il primo novembre 1979.

 Don’t Blame Me (Fields-McHugh), id.

 Snowy Morning Blues (Johnson), id.

lunedì 28 novembre 2022

Sunday (Coleman Hawkins)


 Sunday (Miller-Styne), da «Coleman Hawkins and Confrères», Verve. Roy Eldridge, tromba; Coleman Hawkins, sax tenore; Hank Jones, piano; George Duvivier, contrabbasso; Mickey Sheen, batteria. Registrato nel 1957.



sabato 26 novembre 2022

Keeping up with Time – In Moscow (Vagif Mustafazadeh)

 Jazz nel pomeriggio riapre dopo la pausa più lunga che abbia conosciuto in oltre dodici anni, interrotta soltanto da un generoso guest post di Alberto Arienti Orsenigo.

 Si ricomincia, tuttavia non a pieno regime. Per esempio, oggi ti propongo due pezzi di Vagif Mustafazadeh (1940-1979), pianista e compositore originario dell’Azerbaigian, padre della nota Aziza Mustafazedeh, pianista a sua volta e cantante: un musicista di grande talento e personalità su cui tanto ci sarebbe da dire, come puoi immaginare. Però oggi io non te ne dico niente, se non che Vagif Mustafazadeh qui si è sovraregistrato; per il resto, ti lascio appunto immaginare. 

 Prometto, a me stesso in primo luogo, di tornarci sopra in seguito, e intanto sarò lieto, anzi felice, se volessi dirne qualcosa tu, che probabilmente ne saprai già più di me.

 Keeping up with Time (Mustafazadeh), da «Hands over Hands», Azerbaijan International – AICD1401. Vagif Mustafazadeh, piano e tastiere. Registrato nel 1971.

 In Moscow (Mustafazadeh), id.

venerdì 25 novembre 2022

Move Over (Duke Ellington)

 Move Over, del 1928, mostra Duke Ellington men che trentenne già in possesso di una sagacia compositiva caratteristica, e illumina almeno in parte il suo rapporto non ovvio, non facile con il blues.

 Il pezzo è in forma AA'BA ed è preceduto da una intro di otto battute dalle armonie diminuite su un basso cromatico discendente; il primo tema A, nella misura insolita di 20 battute, si compone di due frasi, una di 8 battute e una di 12; di questa seconda, le ultime otto richiamano armonicamente due terzi del blues; su B, preceduto da un transizione di quattro battute, si svolgono poi tre chorus di blues effettivo con gli assoli di trombone, chitarra e clarinetto. 

 Ha osservato Benjamin Givan («Ellington and the Blues», in The Cambridge Companion to Duke Ellington, Cambridge University Press, 2014): «Dopo meno di dieci anni di carriera, Ellington aveva già trovato una maniera straordinariamente complessa per incastrare delle progressioni blues entro le norme fraseologiche della canzone popolare».

 Move Over (Ellington), da «The Original Edward “Duke” Elllington Hits, Vol. 1 - 1927/31», King Jazz KJ 144 FS.  Bubber Miley, Arthur Whetsol, tromba: Joe Nanton, trombone; Barney Bigard, clarinetto e sax tenore; Johnny Hodges, sax alto, clarinetto; Harry Carney, sax alto; Duke Ellington, piano; Lonnie Johnson, chitarra; Fred Guy, banjo; Wellman Braud, contrabbasso; Sonny Greer, batteria. Registrato il primo ottobre 1928.

sabato 1 ottobre 2022

[Guest post #76] Alberto Arienti Orsenigo & Blossom Dearie

 Com’è ormai, se non ancora tradizione, buona abitudine dopo che Jazz nel pomeriggio è rimasto chiuso a lungo, ad aprire le finestre per cambiare l’aria è Alberto Arienti Orsenigo, che, conforme al suo gusto, ha scelto una cantante e una bellissima versione di un amato classico dell’American songbook.

 Tea for two è una zuccherosa canzone scritta da Vincent Youmans (testo di Irving Caesar) inserita nel musical (e nel film) «No, No, Nanette». Scritta nel 1925, ha avuto successo per l’orecchiabilità del tema e per il testo ruffiano e civettuolo. Le versioni cantate sembrano voler perpetrare il misfatto e quella di Doris Day è forse quella perfetta per il traboccare di melassa. Le versioni jazzistiche solo suonate prendono il tema come fosse un’autostrada nel deserto, piatta e senza curve, e danno il gas (forse sperando di finire prima); famoso il virtuosismo mostrato da Art Tatum, che ne esce vincitore assoluto. 

 La canzone fu spremuta abbastanza ma ci fu ancora Tommy Dorsey che ebbe la sfrontatezza di eseguirla in versione cha-cha-cha, ottenendo uno dei suoi pù grandi successi.

 La popolarità un po’ ossessiva del tema spinse persino Dmitri Shostakovich a scrivere un suo arrangiamento, sebbene solo per scommessa col direttore d’orchestra Nikolai Malko: dopo averla ascoltata per radio, il compositore scommise di scrivere una nuova orchestrazione in mezz’ora, e ci riuscì.

 Io però vorrei parlare di una versione vocale che secondo me è perfetta perché rispetta lo spirito del testo ma contemporaneamente lo tradisce, trasformando il tutto in un giochino di alta sofisticazione. L’artista autrice di questa abile trasformazione è la cantante-pianista Blossom Dearie (1924 - 2009). 

 Dotata di un’aggraziata voce di ragazzina e di un notevole senso dello swing, nonché di un notevole humor molto garbato, ci propone le dolcezze della vita di coppia (legittima) con un'ingenuità fresca e affascinante. Lentamente, come lento è il tempo scelto, giocando su inflessioni, sospiri e ritardi, l’ingenuità del testo assume una sfumatura maliziosa che finisce per promettere molto di più dei pasticcini da tè, visto che poi alla fine lei vuole due bambini, la femmina per lui e il maschio per lei. Roba da non far dormire un’intera generazione di malintezionati!

 Ma l’eleganza della confezione, sobria nell’orchestrazione, alla fine vince su tutto e trasforma la canzone in un gioiellino, alla faccia anche degli autori.

 Tea for Two (Youmans-Caesar), da «Once Upon a Summertime», Verve. Blossom Dearie, canto e piano; Mundell Lowe, chitarra; Ray Brown, contrabbasso; Ed Thigpen, batteria. Registrato nel 1959.      

martedì 7 giugno 2022

Softly, As In A Morning Sunrise (Larry Young)

 L’organo nel jazz non mi piace (onde, per disdegnoso gusto, su Jazz nel pomeriggio negli anni te ne ho fatto ascoltare quasi tutti gli esponenti principali), con qualche sceltissima eccezione tuttavia; la più vistosa è Larry Young, che con «Unity» creò nel 1965 uno dei più bei dischi di jazz di quel decennio.

 La formazione è quella che è, e tutti suonano veramente come indemoniati.

 Softly, As In A Morning Sunrise (Romberg-Hammerstein II), da «Unity», Blue Note 56416-2. Woody Shaw, tromba; Joe Henderson, sax tenore; Larry Young, organo; Elvin Jones, batteria. Registrato il 10 novembre 1965.

domenica 5 giugno 2022

Blue Friday – Lotus Blossom – Old Folks (Kenny Dorham)

 Pochi jazzisti moderni hanno un CV come quello di Kenny Dorham (1924-1972), che fu presente alla nascita del bebop; fu membro delle big band di Billy Eckstine e della prima di Dizzy, trombettista di Charlie Parker nel 1948-49, dopo Miles Davis, poi negli originali Jazz Messengers cooperativi; che suonò e registrò con Monk, Coltrane, Andrew Hill e perfino con Cecil Taylor; che sostituì Clifford Brown nella band di Roach e fece esordire discograficamente Joe Henderson.

 Dicevo altrove parlando di Wynton Kelly di musicisti che hanno dato al jazz più di quanto abbiano ricevuto, almeno in termini di fama: eccone forse l’esempio più insigne.

 Formatosi dunque nel crogiolo del bebop, il suo stile incorporava con naturalezza quella sintassi: la sola influenza di cui chiarissimamente risenta è quella di Parker, per il resto si tratta di uno dei trombettisti più personali del jazz, al punto di essere anomalo per sonorità, che è inflessa e delicata senza essere milesiana, e per il fraseggio lunghissimo, concettoso, direi pianistico. Come compositore, ha dato al repertorio almeno due pezzi, Blue Bossa e Lotus Blossom, il quale ultimo senti qui oggi.

 Il setting di tromba con sezione ritmica non è dei più consueti ma a Kenny si addice più che a qualsiasi altro trombettista che mi venga in mente, con la parziale eccezione di Art Farmer in «Sing Me Softly Of The Blues». Ascolta, soprattutto in Blue Friday, l’intesa di tromba e batteria. In tutto il disco, Art Taylor è pari alla fama che, a paragone di altri batteristi, non ha (un altro).

 Blue Friday (Dorham), da «Quiet Kenny», [Prestige] VICJ-23574. Kenny Dorham, tromba; Tommy Flanagan, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato il 13 novembre 1959.

 Lotus Blossom (Dorham), id.

 Old Folks (Hill-Robinson), id.

martedì 31 maggio 2022

I Surrender Dear (Lennie Tristano) RELOAD

                                      Reload dal 19 giugno 2014

 Già nel 1946 Lennie Tristano trattava la tonalità da sussiegosa distanza.

 I Surrender Dear (Gershwin-Duke), da «Intuition», Properbox 64. Lennie Tristano, piano; Billy Bauer, chitarra; Clyde Lombardi, contrabbasso. Registrato l’8 ottobre 1946.

lunedì 30 maggio 2022

If I Had You – Wild Man Blues – I Remember Harlem (Roy Eldridge)

 Provo rammarico per aver prestato poca attenzione, purtroppo non solo su Jazz nel pomeriggio, a uno dei solisti più grandi, originali e influenti del jazz, cioè Roy Eldridge.

 Eldridge era un uomo di particolare sensibilità e, carattere che sovente a questo si accompagna, orgoglioso e anche competitivo. Per questo patì l’ascesa dei beboppers e in particolare di Dizzy Gillespie il quale, come ebbe a confessare a Norman Granz, temeva suonasse «più tromba» di lui. Eppure Roy non poteva ignorare che senza il suo esempio Dizzy non sarebbe diventato il Dizzy che tutti conoscono, e il bebop stesso sarebbe forse stato diverso.

 Come che sia, dopo la guerra Roy preferì suonare fuori dagli USA e in Francia in particolare. Qui è colto appunto a Parigi, prima con alcuni connazionali (a eccezione del bassista Michelot) e poi con dei francesi.

 If I Had You (King-Shapiro), da «Roy Eldridge & His Orchestra», Dial. Roy Eldridge, tromba; Gerald Wiggins, piano; Pierre Michelot, contrabbasso; Kenny Clarke, batteria. Registrato il 29 marzo 1951.

 Wild Man Blues (Morton), id.

 I Remember Harlem (Eldridge), ib. Eldridge; Benny Vasseur, trombone; Albert Ferrari, sax tenore;  William Boucaya, sax baritono; Raymond Fol, piano; Barney Spieler, contrabbasso; Robert Barnet, batteria. Registrato il 28 ottobre 1950.

sabato 28 maggio 2022

I Can’t Get Started (Lester Young & Nat «King» Cole)

 Nel riascoltare dopo molti anni questo pezzo una cosa mi ha riempito di meraviglia: l’accompagnamento di Nat «King» Cole al tema e poi all’assolo di Lester Young: mi riferisco tanto alla disinvoltura delle scelte armoniche (siamo nel 1942) quanto alla sottigliezza e alla varietà dell’interazione con il solista

 I Can’t Get Started (Gershwin-Duke) da «The Complete Aladdin Recordings of Lester Young», Blue Note CDP 7243 32787 2 5. Lester Young, sax tenore; Nat «King» Cole, piano; Red Callender, contrabbasso. Registrato il 15 luglio 1942.

venerdì 27 maggio 2022

Interpret It Well – Mixed Metaphor (Ches Smith)

 Ches Smith, percussionista di jazz «e altre musiche» originario della California e attivo a New York (fra altri con Zorn, Berne, Douglas, Halvorson), è fuori da poco con questo disco di sue composizioni. Come per il disco con archi di Fred Hersch che ti ho presentato qualche settimana fa, anche qui le note che accompagnano il lavoro sottolineano come sia stato concepito in epoca di lockdown per il COVID-19.

 Il trio con Taborn e Maneri è una working band di Smith a cui qui si è aggiunto Bill Frisell, un ammiratore delle composizioni di Smith. Si può capire perché lo sia: minimali ma non narcotiche, «spaziose» e asciutte, esse consentono alla sonorità di Frisell di espandersi con calma, siccome suole, incoraggiando in lui anche una certa estroversione. Come sempre succede quando Frisell fa l’ospite in un disco, tutti gli altri finiscono attratti nella sua orbita espressiva.

 In Interpret It Well, che prende il titolo dal disegno di Raymond Pettibon che illustra la copertina del CD, Ches Smith suona uno sparuto vibrafono. L’ascolto di Craig Taborn ci rassicura del fatto che la jarrettizzazione adombrata in un suo recentissimo disco ECM non è irreversibile.

 Ecco qui il quartetto dal vivo a NY, giusto un anno fa.

 Interpret It well (Smith), da «Interpret it Well», Pyroclastic. Bill Frisell, chitarra; Mat Maneri, viola; Craig Taborn, piano; Ches Smith, vibrafono, batteria. Registrato nell’ottobre 2020.

 Mixed Metaphor (Smith), id.

giovedì 26 maggio 2022

Season In The Sun – When Sunny Gets Blue (Jeanne Lee & Ran Blake) RELOADED

 Reload dal 3 gennaio 2015. Per scrupolo filologico, ho lasciato intatti i riferimenti alla stagione e alle circostanze meteorologiche.

 In questi giorni del freddo più crudo, nelle settimane più fastidiose e torpide dell’anno, la voce di Jeanne Lee ha dentro di sé un sole non battente, ma che scalda fin nelle midolla, in particolare in queste due canzoni che trattano di sole o ce l’hanno nel titolo e in cui le note, parole, raggi di luce di Jeanne si fanno strada in mezzo alle brume create da quel bel tipo di Ran Blake, un pianista capace di offuscare tutte le funzioni armoniche in una progressione senza mai tradire il canto e lo swing.

 Season In The Sun (Landesman-Wolf), da «The Newest Sound Around», BMG International 174805. Jeanne Lee con Ran Blake, piano; George Duvivier, contrabbasso. Registrato nel dicembre 1961.

 When Sunny Gets Blue (Fischer-Segal), id., senza Duvivier. 

mercoledì 25 maggio 2022

Gee, Baby, Ain’t I Good To You – Out Of Nowhere (Tom Stewart & Steve Lacy)

 Tom Stewart, piuttosto oscuro esecutore di tenor horn (il flicorno tenore, simile all’euphonium, suonato spesso da Django Bates; nelle mani di Stewart sembra un trombone a pistoni), in questa simpatica seduta del 1956, organizzata da Creed Taylor, riunì un bel gruppo di cui faceva parte il suo amico Steve Lacy.

 Lacy, ventunenne, colto qui prima dei suoi dischi Prestige e delle collaborazioni con Gil Evans e ancora fresco di dixieland, è già di tutti il solista più disinvolto e interessante.

 Gee, Baby, Ain’t I Good To You (Redman-Razaf), da «Tom Stewart Quintette/Sextette», ABC-Paramount. Tom Stewart, flicorno tenore; Steve Lacy, sax soprano; Dave McKenna, piano; Whitey Mitchell, contrabbasso; Al Levitt, piano. Registrato nel 1956.

 Out Of Nowhere (Hyman-Green), id.

martedì 24 maggio 2022

Summit Ridge Drive (Artie Shaw) RELOAD

Reload dal 13 aprile 2011. Per scrupolo filologico, ho lasciato intatti i riferimenti all’ora e alle circostanze meteorologiche.

 Per augurarti la buonanotte di questo bel giorno di sole e vento, ecco un hit dei Gramercy Five, il gruppo composto da membri della big band di Artie Shaw che fungeva da intermezzo nelle esibizioni dell’orchestra, seguendo una tradizione dell’era dello Swing (facevano così anche Goodman, Basie, Lunceford). I Gramercy Five con Shaw erano sei e comprendevano il clavicembalo, suonato con molto gusto da uno dei grandi pianisti del jazz classico, Johnny Guarnieri.

  Summit Ridge Drive (Shaw), da «The Complete Gramercy Five Sessions», RCA 87637. Billy Butterfield, tromba; Artie Shaw, clarinetto; Johnny Guarnieri, clavicembalo; Al Hendrickson, chitarra; Jud DeNaut, contrabbasso; Nick Fatool, batteria. Registrato nel 1940.