mercoledì 11 gennaio 2023

Summertime – Lowland-ism – Catwalk (Bennie Green)

 Nel 1927 James Weldon Johnson (1871-1938) pubblicò una raccolta di poesie intitolata God’s Trombones: Seven Negro Sermons in Verse, ispirata all’oratoria sacra afroamericana. 

 La dice lunga che il poeta scegliesse il trombone come voce vicaria della spiritualità cristiana degli africani negli Stati Uniti. Questo strumento, che il jazz ha reinventato come tutti quelli che ha fatto suoi, esprime una qualità vocale e, appunto, oratoria, tipicamente afroamericana, soprattutto nei trombonisti del jazz premoderno e, fra i moderni, in uno stilista straordinario come Bennie Green, che ti ho presentato diverse volte su Jazz nel pomeriggio

 Green, nato a Chicago nel 1923, morto nel 1977, fece parte della leggendaria orchestra di Earl Hines che comprendeva Parker, Gillespie, Billy Eckstine e Sarah Vaughan e suonò poi e registrò con i grossi calibri del jazz moderno, ma il suo bello è che non venne mai meno alla sonorità e a quell’approccio caratteristico del trombone classico; somiglia pochissimo, per intenderci, a J. J. Johnson.

 Non esagera in fondo Bill Coss, autore delle liner notes di questo bellissimo disco del 1960, quando scrive che «nel trombone di Bennie Green risiede il cuore del retaggio jazzistico»Il disco ci mostra nella luce migliore anche Jimmy Forrest, tenorista con la qualità sonora e l’espressività un po’ greve dei tenori r’n’b degli anni Cinquanta ma la disinvoltura di fraseggio di un bopper di classe.

 Summertime (Heyward-Gershwin-Gershwin), da «Hornful of Soul». Bethlehem. Bennie Green, trombone; Jimmy Forrest, sax tenore; Archie Hall, organo; Wyatt Ruther, contrabbasso; Art Taylor, batteria; Tommy Lopez, conga. Registrato nel dicembre 1960.

 Lowland-ism (Babs Gonzales), ib.; c.s. più Lem Davis, sax altro; Mal Waldron, piano, al posto di Hall.

 Catwalk (Waldron), id.

martedì 10 gennaio 2023

Angel – Little Wing (Gil Evans)

 Non so se a tutti i frequentatori dei social media, segnatamente Facebook, sia capitato come a me in questi giorni di vedere una quantità di post su Jimi Hendrix. Io mi ero per questo persuaso dovesse ricorrere qualche anniversario relativo al chitarrista, che però era nato in novembre e morto in settembre. Boh.

 Comunque qui abbiamo il famoso disco del 1975 nel quale Gil Evans interpreta canzoni di Hendrix, con qualche anno di ritardo su un progettato incontro discografico dei due. La natura non jazzistica del repertorio non incide sull’impegno profuso da Evans nelle partiture, che sono, pur in consonanza con lo spirito degli originali e nell’uso di strumenti e ritmiche rock, ancora distintamente evansiane: parlo di impegno perché nei successivi incontri di Gil Evans con un musicista di quell’ambito, cioè Sting, a me Evans è parso rinunciatario e non veramente coinvolto; ebbi quest’impressione anche ascoltando i due in persona a Umbria Jazz, sullo scorcio finale degli anni Ottanta.

 Little Wing qui è presente in una versione diversa e meno concisa (o almeno mi sembra così: non ho al momento modo di controllare) di quella che compare in un altro disco di Evans del periodo, «There Comes A Time». A cantare è sempre Hannibal Peterson.

 Angel (Hendrix), da «Plays the Music of Jimi Hendrix», RCA. «Hannibal» Marvin C. Peterson, Lew Soloff, tromba; Tom Malone, trombone, sintetizzatore, flauto, basso; Peter Gordon, corno francese; Howard Johnson, clarinetto basso; David Sanborn, sax alto; Billy Harper, sax tenore; Trevor Koehler, sax tenore, flauto; David Horowitz, piano elettrico, sintetizzatore; Peter Levin, sintetizzatore; John Abercrombie, Keith Loving, Ryo Kawasaki, chitarra; Michael Moore, Don Pate, basso: Warren Smith, campane, percussioni, vibrafono; Bruce Ditmas, batteria; Susan Evans, conga, batteria. Registrato nel giugno 1974.

 Little Wing (Hendrix), ib.; Peterson, Soloff, Ernie Royal, tromba, flicorno; Tom Malone, Joe Daley, trombone; Peter Gordon, John Clark, corno francese; David Sanborn, sax alto, soprano, flauto; George Adams, sax tenore; Howard Johnson, sax baritono, clarinetto basso, tuba; Bob Stewart, tuba; David Horowitz, sintetizzatore, organo; Ryo Kawasaki, chitarra; Paul Metzke, basso elettrico, sintetizzatore, koto; Herb Bushler, basso elettrico; Bruce Ditmas, tabla, cuica, percussioni; Joe Gallivan, drum synthesizer, campane; Warren Smith, marimba, campane, gong, vibrafono, tamburo intonato; Sue Williams, percussioni; Tony Williams, batteria. Stessa data.

sabato 7 gennaio 2023

April in Paris (Thad Jones)

 Thad Jones è ricordato più per i suoi meriti di arrangiatore e bandleader che per quelli di trombettista (e cornettista), eppure era uno strumentista eccelso – per Mingus, il migliore che avesse mai sentito sullo strumento – e immediatamente riconoscibile per il suono aperto e il fraseggio ricercato.

  In questa April In Paris (lenta, quasi cauta e stupita, come anche gli altri pezzi del disco) Thad apre il suo assolo citando la canzone popolare Pop, Goes The Weasel, proprio come aveva fatto nell’esecuzione famosa di Count Basie a cui aveva preso parte quello stesso anno. Osserva Bob Blumenthal nelle note alla riedizione del disco: «Questa versione di April in Paris fa pensare che Jones avesse prestato attenzione alle sospensioni accordali così come Miles Davis cominciava ad adoperarle nel suo primo grande quintetto, un approccio che aveva interessato particolarmente Davis quando l’aveva sentito nel trio di Ahmad Jamal».

 April In Paris (Duke-Harburg), da «The Magnificent Thad Jones», Blue NOte 0946 3 92768 0. Thad Jones, tromba; Billy Mitchell, sax tenore; Barry Harris, piano; Percy Heath, contrabbasso; Max Roach, batteria. Registrato il 14 luglio 1956.

venerdì 6 gennaio 2023

Good Gravy – The Cellar Dweller – Avalon (Teddy Edwards)

 Ci fu vita sulla West Coast, intendo, fra i musicisti che avevano animato il West Coast jazz, anche dopo il tramonto del West Coast jazz vero e proprio, che a ben vedere durò ben poco, grosso modo dal 1952, anno delle prime incisioni del quartetto Mulligan-Baker, al 1956-57.

 Teddy Edwards, di cui su Jazz nel pomeriggio ho parlato diverse volte, era un californiano che per la verità con il West Coast in quanto stile ebbe poco a che vedere. Era un affascinante, personale sax tenore ma anche un arrangiatore e compositore di talento e mestiere, teste questa session del 1960 che ci permette anche di ascoltare quell’altro eccentrico di Jimmy Woods, un artista interessantissimo che non diede più notizia di sé dopo il 1966.

 Se da una parte i pezzi di questo disco richiamano, anche per il tipo di formazione e per il repertorio scelto, il West Coast «di scuola», dall’altra hanno un’edge, un’urgenza sonora ed espressiva, una franchezza ritmica che dimostrano che i tempi erano cambiati.

 Good Gravy (Edwards), da «Back To Avalon», Contemporary CCD-14074-2. Nathaniel Mees, tromba; Lester Robertson, trombone; Jimmy Woods, sax alto; Teddy Edwards, sax tenore; Modesto Brisenio, sax baritono; Danny Horton, piano; Rogers Alderson, contrabbasso; Larance Marable, batteria. Registrato nel dicembre 1960.

 The Cellar Dweller (Edwards), id.

 Avalon (Jolson-De Silva-Rose) (take 1), id.

giovedì 5 gennaio 2023

But Not For Me – Dream Of Monk (Fred Hersch & esperanza spalding)

 Mi fa dispiacere, ed è la seconda volta in poco tempo, non poter dire bene di un disco di Fred Hersch, che tanto ammiro come musicista e, anche se non lo conosco, come persona.

 La primavera scorsa si era trattato del disco con il quartetto d’archi; ora di un duetto d’imminente uscita, live at the Village Vanguard, con la cantante esperanza spalding (le iniziali minuscole, come per e.e. cummings, sono requisito dell’artista stessa).

 Non mi è di grande sollievo il fatto che stavolta l’insuccesso del lavoro non sia da attribuire a Hersch, che vi suona bene, ma alla spalding, della quale potrei dire molto ma decido invece di non dire niente, da tanto la sua prestazione mi è sembrata orribile sotto tutti i punti di vista. 

 Per giunta, la ripresa dal vivo non ci risparmia il banter della cantante con il pubblico: non che spiritoso o disinvolto, imbarazzante. Al proposito meriterà che riporti dalla press release* questa chiosa alla molto scadente versione di Girl Talk che qui si ascolta: «Il motivetto maschilista (chauvinistic) di Neal Hefti e Bobby Troup è sottoposto qui a un caustico esame da una prospettiva non soltanto femminista, ma anche eco-consapevole».

 L’omaggio a Monk è una composizione di Hersch francamente insulsa, frammenti monkiani o pseudo-tali contesti fra loro, con dei versi in tutto adeguati.

* Dove un tempo avevamo le liner notes, infatti, oggi abbiamo le press release; dove un tempo i critici o, nei casi sfortunati, i giornalisti musicali, oggi i PR people.

 But Not For Me (G.& I. Gershwin), da «Alive At The Village Vanguard», Palmetto. esperanza spalding con Fred Hersch, piano. Registrato nell’ottobre 2018.

 Dream Of Monk (Hersch), id.

mercoledì 4 gennaio 2023

Milano (The Jazztet)

 John Lewis nel 1956 dedicò a Milano questa ballad di caratteristica ispirazione melodica; si contiene nell’LP «Django» del MJQ. Lewis avrebbe avuto a che fare direttamente con Milano ancora nel 1962, quando provvide la musica a una pellicola dimenticata di Eriprando Visconti, «Una storia milanese»

 La versione del Jazztet di Benny Golson e Art Farmer, in questo disco del 1960 dedicato tutto alla musica di Lewis, è molto diversa dall’originale, meno atmosferica e più vicina alla temperie dell’hard bop, sia pure nelle mani di musicisti emotivamente contenuti come Farmer, Golson e Walton. A me, tuttavia, la versione originale del MJQ pare più «milanese», per come riusciva a cogliere una qualità delicata e umbratile, che spesso sfugge a chi la visita e anche a chi vi abita, della mia bella città, dove torno sempre con piacere. 

 Milano (Lewis), da «The Jazztet and John Lewis», Argo LP 684. Art Farmer, tromba; Thomas McIntosh, trombone; Benny Golson, sax tenore; Cedar Walton, piano; Thomas Williams, contrabbasso; Albert Heath, batteria. Registrato il 20 dicembre 1960.


martedì 3 gennaio 2023

Invisible Words – Breathing Altered Air (Falkner Evans)

 Falkner Evans è un pianista immagino fra i sessanta e i settanta, originario dell’Oklahoma, terzo cugino di William Faulkner, m’informa la press release di questo disco uscito nel 2021. Evans risiede a NY e ha avuto delle collaborazioni importanti. Io non l’avevo mai sentito nominare.

 Questa è una seduta di piano solo occasionata da una sua circostanza esistenziale triste, la morte della moglie nel 2020; la musica che ne è uscita è sommessa e ruminativa ma non disperata e intrisa di presagi cupi come lo fu, per dire, «You Must Believe In Spring», registrato da Bill Evans a seguire la morte, pure di propria mano, del fratello.

 Falkner Evans inventa una musica essenziale, di passo misurato che cambia poco o per nulla nel corso degli otto pezzi del disco; musica intima ma non «monologica», che non esclude né allontana l’ascoltatore, anzi: sembra chiedergli, con garbo, di fermarsi a prestarle ascolto.

 Invisible Words (Evans), da «Invisible Words», Consolidated Artists Productions CAP 1070. Falkner Evans, piano. Registrato l’11 gennaio 2021.

Breathing Altered Air (Evans), id.

giovedì 8 dicembre 2022

K-4 Pacific (Gerry Mulligan)

 Stimolato da un mio amico che l’ha nominato, ho riascoltato questo dimenticato da anni. Gerry Mulligan tornava alla discografia dopo un certo intervallo di tempo, con un jazz colorato di pop, molto 1971, molto piacevole.

 K-4 Pacific (Mulligan), da «The Age of Steam», A&M SP-3036. Harry “Sweets” Edison, Roger Bobo, tromba; Bob Brookmeyer, trombone a pistoni; Jimmy Cleveland, trombone; Ken Shroyer, trombone basso; Bud Shank, sax alto; Tom Scott, Ernie Watts, sax tenore, flauto; Gerry Mulligan, sax baritono; Roger Kellaway, piano; Howard Roberts, chitarra; Chuck Domanico, contrabbasso; Joe Porcaro, batteria. Registrato nel luglio 1971.

lunedì 5 dicembre 2022

Sin Street (Pete LaRoca Sims)

 Le turcherie, effetto collaterale nella musica, nell’arte e nel costume europei delle guerre contro i Turchi (e particolarmente della battaglia di Lepanto, 1571) sono arrivate a influenzare indirettamente il jazz, come riflesso di certe musiche sette- e ottocentesche da salon, e anche direttamente, come dimostra fra l’altro questo disco del 1967 del batterista Pete LaRoca Sims, molto bello e molto avanzato (peccato che PLRS, il batterista originale del quartetto di Coltrane, abbia di lì a poco abbandonato per molti anni la musica per mattersi a fare, go figure, l’avvocato…).

  In copertina il disco ha Le Bain Turc di Dominique Ingres, proprio come avrebbe avuto «Electric Bath» di Don Ellis, inciso nel settembre di quell’anno e contenente la famosissima turcheria Turkish Bath nell’allora esotico tempo di 7/4. Ma anche il tempo pari di questa sorta di blues turco di LaRoca cela una curiosa divisione interna, 2+4+2.

  Sin Street (Pete LaRoca Sims), da «Turkish Women at the Bath», 32 Jazz CD 32052. John Gilmore, sax tenore; Chick Corea, piano; Walter Booker, contrabbasso; Pete Laroca Sims, batteria. Registrato il 25 maggio 1967.

sabato 3 dicembre 2022

Night and Day (Vijay Iyer)

 Mi ha entusiasmato questa versione di Night and Day di Vijay Iyer, un musicista che mi sembra diventare via via più bravo (questo è uno dei suoi ultimi dischi); o almeno, a me piace sempre di più con tempo, laddove sulle prime non mi aveva persuaso.

 Bene alla sua altezza sono gli altri due; il batterista Sorey ha una carriera parallela, o forse convergente, di compositore «concertistico».

 Night and Day (Porter), da «Uneasy», ECM. Vijay Iyer, piano; Linda Oh, contrabbasso; Tyshawn Sorey, batteria. Registrato nel 2020.

venerdì 2 dicembre 2022

Love, Gloom, Cash, Love (Herbie Nichols) RELOAD

Reload dal 21 settembre 2011 

 Che disastro che Herbie Nichols non abbia potuto suonare e incidere di più con musicisti al suo livello. Con lui, anche gente come Roach, Blakey, Richmond, per tacere dei contrabbassisti, suonavano addirittura meglio del loro solito.

  Love, Gloom, Cash, Love (Nichols), da «Love, Gloom, Cash, Love», Betlehem/Rhino 76690. Herbie Nichols, piano; George Duvivier, contrabbasso; Danny Richmond, batteria. Registrato nel novembre 1957.

giovedì 1 dicembre 2022

Surrounding – Trees for the Forest – Trembling (Caleb Wheeler Curtis)

 Caleb Wheeler Curtis suona il sax alto e il soprano e compone le musiche che suona: ha trentasette anni, viene dal Michigan, è bianco. È un protetto del pianista Orrin Evans, che ha prodotto questo come i precedenti due dischi di Curtis per la sua casa discografica Imani.

 Da questo disco, Curtis esce un musicista riflessivo, poco sollecito di una musica e di un linguaggio solistico incalzanti e di immediata presa ritmica. La sua sonorità, quando non richiami Ornette (cosa che fa esplicitamente in Surrounding) è un po’ sfocata, sabbiosa, volutamente così poco autorevole fino a risuonare timida.

 Il disco si dichiara concepito nel corso di una residence che dev’essere stata bucolica a Peterborough, NH, come «MacDowell fellow» e ne porta secondo me gli indizi nel suo passo deliberato, ruminativo, in certo modo doveroso, quasi di chi senta di doversi attenere a un progetto, come da lui ci si aspetta. Musica ben fatta da musicisti competenti a dire poco, ma che mi ha dato l’impressione di marciare sul posto, un’impressione corroborata dal fatto che, della relativa larghezza delle maglie nell’armonia delle composizioni di Curtis, nessuno dei quattro si sente invogliato ad approfittare. La musica si sostiene alla fine sull’impalcatura robusta di una ritmica di pezzi grossi.

 Il programma si svolge sagacemente in pezzi brevi, e sono parecchi, dieci; sono arrivato in fondo non dirò stanchezza, ma con un piccolo sforzo dell’attenzione.

 Direi che mi vale la pena aspettare Curtis – che mi sembra più attrezzato come sopranista – al prossimo suo disco.

 Surrounding (Curtis), da «Heatmap», Imani. Caleb Wheeler Curtis, sax alto; Orrin Evans, piano; Eric Revis, contrabbasso; Gerald Cleaver, batteria. Registrato il 20 luglio 2021.

 Trees for the Forest (Curtis), id. ma Curtis suona il sax soprano.

 Trembling (Curtis), id.

martedì 29 novembre 2022

It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) – Don’t Blame Me – Snowy Morning Blues (Sammy Price)

 Sammy Price (1908-1992), texano, formatosi professionalmente a Kansas City come un altro musicista che gli è spesso accostato, Jay McShann, si affermò a New York come pianista accompagnatore in tante sedute di registrazione della Decca, conosciuto soprattutto per le sue capacità nel boogie e per la sua inclinazione blues.

 Price non era tuttavia un musicista folk come i classici pianisti del boogie woogie (Jimmy Yancey viene alla mente), ma un musicista di esperienze e orizzonti più vasti e di variate risorse strumentali, come dimostra questo tardo disco in assolo registrato in Canada nel 1979. Il blues nelle esecuzioni è sempre presente, se non come forma, certo come linguaggio. Snowy Morning Blues, il ragtime di James P. Johnson, si presenta qui radicalmente ristrutturato, in forma di canzone.

 It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) (Ellington-Mills), da «Sweet Substitute», Sackville 3024. Sammy Price, piano. Registrato il primo novembre 1979.

 Don’t Blame Me (Fields-McHugh), id.

 Snowy Morning Blues (Johnson), id.

lunedì 28 novembre 2022

Sunday (Coleman Hawkins)


 Sunday (Miller-Styne), da «Coleman Hawkins and Confrères», Verve. Roy Eldridge, tromba; Coleman Hawkins, sax tenore; Hank Jones, piano; George Duvivier, contrabbasso; Mickey Sheen, batteria. Registrato nel 1957.



sabato 26 novembre 2022

Keeping up with Time – In Moscow (Vagif Mustafazadeh)

 Jazz nel pomeriggio riapre dopo la pausa più lunga che abbia conosciuto in oltre dodici anni, interrotta soltanto da un generoso guest post di Alberto Arienti Orsenigo.

 Si ricomincia, tuttavia non a pieno regime. Per esempio, oggi ti propongo due pezzi di Vagif Mustafazadeh (1940-1979), pianista e compositore originario dell’Azerbaigian, padre della nota Aziza Mustafazedeh, pianista a sua volta e cantante: un musicista di grande talento e personalità su cui tanto ci sarebbe da dire, come puoi immaginare. Però oggi io non te ne dico niente, se non che Vagif Mustafazadeh qui si è sovraregistrato; per il resto, ti lascio appunto immaginare. 

 Prometto, a me stesso in primo luogo, di tornarci sopra in seguito, e intanto sarò lieto, anzi felice, se volessi dirne qualcosa tu, che probabilmente ne saprai già più di me.

 Keeping up with Time (Mustafazadeh), da «Hands over Hands», Azerbaijan International – AICD1401. Vagif Mustafazadeh, piano e tastiere. Registrato nel 1971.

 In Moscow (Mustafazadeh), id.

venerdì 25 novembre 2022

Move Over (Duke Ellington)

 Move Over, del 1928, mostra Duke Ellington men che trentenne già in possesso di una sagacia compositiva caratteristica, e illumina almeno in parte il suo rapporto non ovvio, non facile con il blues.

 Il pezzo è in forma AA'BA ed è preceduto da una intro di otto battute dalle armonie diminuite su un basso cromatico discendente; il primo tema A, nella misura insolita di 20 battute, si compone di due frasi, una di 8 battute e una di 12; di questa seconda, le ultime otto richiamano armonicamente due terzi del blues; su B, preceduto da un transizione di quattro battute, si svolgono poi tre chorus di blues effettivo con gli assoli di trombone, chitarra e clarinetto. 

 Ha osservato Benjamin Givan («Ellington and the Blues», in The Cambridge Companion to Duke Ellington, Cambridge University Press, 2014): «Dopo meno di dieci anni di carriera, Ellington aveva già trovato una maniera straordinariamente complessa per incastrare delle progressioni blues entro le norme fraseologiche della canzone popolare».

 Move Over (Ellington), da «The Original Edward “Duke” Elllington Hits, Vol. 1 - 1927/31», King Jazz KJ 144 FS.  Bubber Miley, Arthur Whetsol, tromba: Joe Nanton, trombone; Barney Bigard, clarinetto e sax tenore; Johnny Hodges, sax alto, clarinetto; Harry Carney, sax alto; Duke Ellington, piano; Lonnie Johnson, chitarra; Fred Guy, banjo; Wellman Braud, contrabbasso; Sonny Greer, batteria. Registrato il primo ottobre 1928.

sabato 1 ottobre 2022

[Guest post #76] Alberto Arienti Orsenigo & Blossom Dearie

 Com’è ormai, se non ancora tradizione, buona abitudine dopo che Jazz nel pomeriggio è rimasto chiuso a lungo, ad aprire le finestre per cambiare l’aria è Alberto Arienti Orsenigo, che, conforme al suo gusto, ha scelto una cantante e una bellissima versione di un amato classico dell’American songbook.

 Tea for two è una zuccherosa canzone scritta da Vincent Youmans (testo di Irving Caesar) inserita nel musical (e nel film) «No, No, Nanette». Scritta nel 1925, ha avuto successo per l’orecchiabilità del tema e per il testo ruffiano e civettuolo. Le versioni cantate sembrano voler perpetrare il misfatto e quella di Doris Day è forse quella perfetta per il traboccare di melassa. Le versioni jazzistiche solo suonate prendono il tema come fosse un’autostrada nel deserto, piatta e senza curve, e danno il gas (forse sperando di finire prima); famoso il virtuosismo mostrato da Art Tatum, che ne esce vincitore assoluto. 

 La canzone fu spremuta abbastanza ma ci fu ancora Tommy Dorsey che ebbe la sfrontatezza di eseguirla in versione cha-cha-cha, ottenendo uno dei suoi pù grandi successi.

 La popolarità un po’ ossessiva del tema spinse persino Dmitri Shostakovich a scrivere un suo arrangiamento, sebbene solo per scommessa col direttore d’orchestra Nikolai Malko: dopo averla ascoltata per radio, il compositore scommise di scrivere una nuova orchestrazione in mezz’ora, e ci riuscì.

 Io però vorrei parlare di una versione vocale che secondo me è perfetta perché rispetta lo spirito del testo ma contemporaneamente lo tradisce, trasformando il tutto in un giochino di alta sofisticazione. L’artista autrice di questa abile trasformazione è la cantante-pianista Blossom Dearie (1924 - 2009). 

 Dotata di un’aggraziata voce di ragazzina e di un notevole senso dello swing, nonché di un notevole humor molto garbato, ci propone le dolcezze della vita di coppia (legittima) con un'ingenuità fresca e affascinante. Lentamente, come lento è il tempo scelto, giocando su inflessioni, sospiri e ritardi, l’ingenuità del testo assume una sfumatura maliziosa che finisce per promettere molto di più dei pasticcini da tè, visto che poi alla fine lei vuole due bambini, la femmina per lui e il maschio per lei. Roba da non far dormire un’intera generazione di malintezionati!

 Ma l’eleganza della confezione, sobria nell’orchestrazione, alla fine vince su tutto e trasforma la canzone in un gioiellino, alla faccia anche degli autori.

 Tea for Two (Youmans-Caesar), da «Once Upon a Summertime», Verve. Blossom Dearie, canto e piano; Mundell Lowe, chitarra; Ray Brown, contrabbasso; Ed Thigpen, batteria. Registrato nel 1959.      

martedì 7 giugno 2022

Softly, As In A Morning Sunrise (Larry Young)

 L’organo nel jazz non mi piace (onde, per disdegnoso gusto, su Jazz nel pomeriggio negli anni te ne ho fatto ascoltare quasi tutti gli esponenti principali), con qualche sceltissima eccezione tuttavia; la più vistosa è Larry Young, che con «Unity» creò nel 1965 uno dei più bei dischi di jazz di quel decennio.

 La formazione è quella che è, e tutti suonano veramente come indemoniati.

 Softly, As In A Morning Sunrise (Romberg-Hammerstein II), da «Unity», Blue Note 56416-2. Woody Shaw, tromba; Joe Henderson, sax tenore; Larry Young, organo; Elvin Jones, batteria. Registrato il 10 novembre 1965.