martedì 18 gennaio 2022

Au fil de la parole – The Loop of Chicago (Benoît Delbecq)

 La musica di Benoît Delbecq non somiglia a quella di altri, in special modo quando suona il pianoforte da solo.

 Au fil de la parole (Delbecq), da «The Weight of Light», Pyroclastic Records. Benoît Delbecq, piano. Registrato nel marzo 2020.

 The Loop of Chicago (Delbecq), id.

martedì 7 dicembre 2021

What The World Needs Now Is Love – Alone Together (Stanely Turrentine)

 «Easy Walker» è uno dei miei Blue Note preferiti. Ha molto per stuzzicare il mio interesse, oltre alla qualità musicale intrinseca. Soprattutto quella sua apparenza un po’ dimessa, come non fosse che uno in più fra i tanti set Blue Note di Stanley Turrentine; ma già incuriosisce la presenza di un McCoy Tyner appena liberatosi dall’impegno con Coltrane, che nell’ultima fase sembrava essergli diventato grave, per non dire penoso (il suo sollievo, qui, io lo sento evidente).

  Già al secondo o al terzo pezzo si capisce che non è la solita jam session di pezzi da novanta quella che ci passa sotto le orecchie: Tyner non è né Wynton Kelly né Kenny Drew né Sonny Clark e assoggetta il programma, con discrezione ma inesorabilmente, al proprio linguaggio armonico, riuscendo ad avvincere anche in un pezzo jazzisticamente non idiomatico come What The World Need Now Is Love (Turrentine doveva avere un debole per Bacharach).

  Turrentine è più conciso e raziocinante del solito nel suo procedere; la deliberazione che mette nella scelta delle note, il peso che vi conferisce, la collocazione calibratissima nella battuta e la sonorità brunita richiamano Sonny Rollins.

  Più di tutto impressiona l’integrazione di pianista, saxofonista (sentili nelle esposizioni) e ritmica in un quartetto che come unico precedente, credo, aveva il Blue Note di Turrentine «Rough ’N’ Tumble», registrato proprio una settimana prima. E sono saporiti alcuni tocchi d’arrangiamento, come le quattro battute di tag in cadenza plagale nel chorus di Alone Together, pronunciate con l’enfasi dell’amen di un coro gospel.

  What The World Needs Now Is Love (Bacharach), da «Easy Walker», Blue Note CDP 7243 8 29908 2 6. Stanley Turrentine, sax tenore; McCoy Tyner, piano; Bob Cranshaw, contrabbasso; Mickey Roker, batteria. Registrato l’8 luglio 1966.

  Alone Together (Schwartz-Dietz), id.

domenica 5 dicembre 2021

’Round Midnight – Recorda-Me – If you’re Not Part Of The Solution, You’re Part Of The Problem (Joe Henderson)

 Live famoso, uno dei tanti live dal Lighthouse di Los Angeles. Questo complesso di Joe Henderson del 1970 non registrò mai in studio, anzi, il live lo coglie praticamente nel suo formarsi, e durò pochissimo, ma ha lasciato una delle istantanee più vive di quel periodo del jazz in America. 

 D’epoca sono le sonorità alonate e scampananti del Fender e l’antipatico rimbalzo gommoso del contrabbasso, ripreso in direct come fu voga per tutto quel decennio nei dischi di jazz straight ahead; fuori del tempo, per così dire, è l’intensità bruciante di Henderson, che soprattutto in ’Round Midnight asciuga al suo fuoco le polle riverberanti di suono di George Cables. In Recorda-Me e nel funky di If you’re Not…, Woody Shaw («pretty crazy at that time» secondo il produttore del disco Keepnews) dimostra come sia stato il trombettista più personale di quel decennio, il vero erede di Booker Little nel segno di una più grande materialità e crudezza del suono.

 ’Round Midnight (Monk) da «At The Lighthouse», Milestone 00025218471428. Joe Henderson, sax tenore; George Cables, piano elettrico; Ron McClure, contrabbasso; Lenny White, batteria. Registrato nel settembre 1970.

 Recorda-Me (Henderson), ib. più Woody Shaw, tromba; Tony Waters, conga. 

 If you’re Not Part Of The Solution, You’re Part Of The Problem (Henderson), id.

sabato 4 dicembre 2021

Love Song for a Dead Che (Phil Woods) RELOAD

Reload dal 28 maggio 2011

 Stimolato a pubblicare qualcosa di sciocco e disimpegnato, ho trovato questo strano period piece di Phil Woods con orchestra più archi, dove Phil esegue questa canzone mielosa ma non spiacevole (anzi, non spiacevole ma mielosa) il cui titolo è sicuramente abbastanza sciocco, o forse non l’ho capito io.

  Più anni Sessanta di così si muore, e dovresti vedere la copertina.

  Love Song for a Dead Che (Joseph Byrd), da «Round Trip», Verve 559804-2. Phil Woods, sax alto e arrangiamenti, con orchestra comprendente Thad Jones, tromba; Jimmy Cleveland, trombone; Jerry Dodgion e Jerome Richardson, sax e flauto; Herbie Hancock o Sir Roland Hanna, piano; Richard Davis, contrabbasso; Grady Tate, batteria, e archi. Registrato nel 1969.

lunedì 29 novembre 2021

Angel Eyes – Blue for the Orient (Yusef Lateef)

 Yusef Lateef fu fra i pochi jazzisti che riuscirono a suonare il flauto senza parere fauni o eunuchi. In Blues for the Orient, Lateef suona invece lo shehnai, l’oboe indiano. 

 Nota di colore: al principio e alla fine di Blues for the Orient sentiamo la voce di Lateef, che presenta ed elogia – con pieno loro merito – gl’inglesi che lo accompagnarono nell’occasione. La voce di Lateef è sorprendentemente delicata per un uomo della sua corporatura, e per l’ingenua aspettativa che la voce del suonatore debba avere lo stesso peso di quella del suo strumento (mi riferisco al Lateef saxofonista).

 Angel Eyes (Dennis-Brent), da «Yusef Lateef Live at Ronnie Scott’s», Gearbox. Yusef Lateef, flauto; Stan Tracey, piano; Rick Laird, contrabbasso; Bill Heyden, batteria. Registrato il 15 gennaio 1966.

 Blues for the Orient (Lateef), ib. ma Lateef suona lo shehnai.

martedì 16 novembre 2021

Gentle Thoughts – The Zoo (Steve Kuhn & Sheila Jordan)

 Ho messo su un ECM anche oggima di altra annata e di altro suono, protagonisti due americani eccentrici. 

 Con la Sheila Jordan io vado a periodi, c’è il periodo in cui la sua maniera mi piace e quello in cui mi lascia indifferente o mi secca addirittura; questo gradimento a pendola dipende evidentemente da me, non da lei, quindi non è interessante parlarne. Stavolta, ad ogni modo, mi piace di più in The Zoo che nell’altra canzone. 

 Non va così con Steve Kuhn, un grande del pianoforte che invece mi piace sempre fuorché quando, calatosi qualcosa, smarrisce il senso del ridicolo e intona (anche grosso modo) informi querele.

 Gentle Thoughts (Kuhn), da «Playground», ECM 1-1159. Sheila Jordan con Steve Kuhn, piano; Harvie Swartz, contrabbasso; Bob Moses, batteria. Registrato nel luglio 1979.

 The Zoo (Kuhn), id.

lunedì 15 novembre 2021

The News – Go Happy Lucky – With You in Mind (Andrew Cyrille)

 Se il quartetto riunito da Andrew Cyrille non può dirsi una compiuta all stars è perché il pianista cubano David Virelles (n. 1983) non ha il nome degli altri tre, pur essendosi sentito molto negli ultimi anni: qui sopra con Chris Potter, ma poi con Threadgill, Stańko, Cyrille stesso.

 Il disco è organoletticamente un ECM quintessenziale e conoscendomi potrai immaginare che io non l’abbia trovato proprio avvincente; fra l’altro, il fatto che leader ne sia il batterista e il batterista non sia Pinco, ma Andrew Cyrille, no less, non impedisce che poi la batteria sia confinata nel consueto secondo piano delle registrazioni della Casa tedesca. 

 Cyrille è comunque sempre stato un batterista-percussionista più volto al colore che al bite e non aspetta certo di sentirsi dire da me come vuol essere registrato; Bill Frisell in queste acque nuota come un ranocchio e così Virelles, che è un pianista di notevole gusto anche quando adopera il sintetizzatore. Ben Street è uno dei migliori contrabbassisti di oggi, qui come in qualsiasi compagnia.

 «The News» non contiene musica né eccitante né imprevedibile: solo in The News lo specchio dell’acqua s’increspa appena e nel blues Go Happy Lucky c’è quasi quasi l’idea che, proprio a volerlo, forse si potrebbe per un attimo pensare di battere il piede. È, ripeto, un ECM tipico. Gli è che, in questo periodo in cui io per un motivo o un altro ho i nervi a fior di pelle, ho trovato gradevolmente medicinale questo disco creato in epoca pre-pestilenza, e per tale te lo presento. 

 Porta pazienza con Cyrille che, in apertura di With You in Mind, declama qualche suo verso: lo fa con garbo e, a paragone di tanta nociva spoken word a cui ci è toccato fare l’abitudine, per tacere dei componimenti del suo vecchio leader Cecil Taylor, la poesiola non è infine neanche male.

 The News (Cyrille), da «The News», ECM. David Virelles, piano, sintetizzatore; Bill Frisell, chitarra; Ben Street, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria. Registrato nell’agosto 2019.

 Go Happy Lucky (Frisell), id.

 With You in Mind (Cyrille), id.

domenica 14 novembre 2021

Iron Man (Woody Shaw) (Larry Young)

 Woody Shaw, dopo che ieri te l’ho presentato con cautele e caveat, merita oggi risarcimento, almeno ai miei occhi. Qui, pochi mesi prima di quel disco Columbia, «Rosewood», che mi lascia insoddisfatto, è in compagnia diversa, eccezion fatta per Victor Lewis suo devoto, e in diversa temperie stilistica e sonora, che mi sembra più prossima alla sua sensibilità (il suo maggior agio io lo sento bene) e anche alla mia. Registrato nel 1977, «The Iron Men» vide la luce tre anni dopo.

 Segue, già pubblicata qui in anni lontani, la composizione più famosa di Shaw così come la suonò in uno dei più bei Blue Note degli anni Sessanta, «Unity» di Larry Young.

 Iron Man (Dolphy), da  «The Iron Men», Muse MR 5160. Woody Shaw, tromba; Anthony Braxton, sax alto; Muhal Richard Abrams, piano; Cecil McBee, contrabbasso; Victor Lewis, batteria. Registrato nell’aprile 1977.


 The Moontrane (Shaw), da «Unity», Blue Note 7243 4 97808 2 8. Woody Shaw, tromba; Joe Henderson, sax tenore; Larry Young, organo; Elvin Jones, batteria. Registrato il 10 novembre 1965.

sabato 13 novembre 2021

Rosewood – Rahsaan’s Run (Bobby Hutcherson) (Woody Shaw)

 La nota composizione di Woody Shaw prima in un Blue Note del 1974«Cirrus»a nome di Bobby Hutcherson. Shaw è nella formazione ma qui si limita a guidare i collettivi. Hutcherson suona il vibrafono negli assieme e la marimba in assolo. Segue una versione d’autore, la più nota di questo pezzo, dall’omonimo disco di Shaw del 1977 per la Columbia.

 Dico la verità? La dico: non vado matto per nessuna delle due versioni, né proprio per la composizione di Shaw, che pure, insieme con The Moontrane, è la più famosa delle sue. Woody Shaw lo preferisco con un quintetto, come in Rahsaan’s Run sempre da «Rosewood».

 «Rosewood», disco che ebbe molto successo di pubblico e di critica e che fu il primo di Shaw per una major, a mio parere risente dell’ultima circostanza, risultando alle mie orecchie un po’ leccato e privo in parte di quel senso di rischio che più mi piace nella musica di questo grande trombettista.

 Rosewood (Shaw), da «Bobby Hutcherson - Mosaic Select», Mosaic. Woody Shaw, tromba; Harold Land, sax tenore; Manny Boyd, flauto; Bobby Hutcherson, vibrafono e marimba: Bill Henderson, piano elettrico; Ray Drummond, contrabbasso; Larry Hancock, batteria; Kenneth Nash, percussioni. Registrato nell’aprile 1974.

 Rosewood (Shaw), da «Rosewood», Columbia JC 35309. Woody Shaw, tromba; Janice Robinson, Steve Turre, trombone; Art Webb, Frank Wess, flauto; Jimmy Vass, sax alto; Joe Henderson, sax tenore; Carter Jefferson, Rene McLean, sax tenore; Onaje Allan Gumbs, piano; Clint Houston, contrabbasso; Victor Lewis, batteria; Sammy Figueroa, Armen Halburian, percussioni. Registrato il 15 dicembre 1977.

 Rahsaan’s Run (Shaw), ib. Shaw, Jefferson, Gumbs, Houston, Lewis. Registrato il 19 dicembre 1977.

venerdì 12 novembre 2021

Salute to Charlie Parker (Lucky Thompson & Jimmy Hamilton)

 Il saluto a Charlie Parker composto da Jimmy Hamilton, l’immacolato clarinettista di Duke Ellington, si esaurisce nell’intenzione e nell’omaggio, dal momento che non mi sembra che né il pezzo né gli assoli contengano riferimenti al lessico di Bird. In compenso, a un certo punto (01:50) si ascolta una contromelodia di gusto ellingtoniano.

 Il disco, molto bello, è a nome di Lucky Thompson, che qui lascia per lo più la scena a Hamilton.

Salute to Charlie Parker (Hamilton), da «Accent On Tenor Sax», Fresh Sound FSRCD 355. Ernie Royal, tromba; Jimmy Hamilton, clarinetto; Lucky Thompson, sax tenore; Billy Taylor, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Osie Johnson, batteria. Registrato nel 1954.


giovedì 11 novembre 2021

Nature Boy (Miles Davis)

 Pensavo a Dean Stockwell, attore per lo più caratterista in tantissimi film americani e non solo americani, morto ottantacinquenne un paio di giorni fa. Io lo ricordo in particolare nel film che interpretò a dodici anni per Joseph Losey, Il ragazzo dai capelli verdi («The Boy With Green Hair»). Mi colpì molto e mi commosse quando lo vidi da bambino alla televisione (che i capelli del protagonista fossero verdi lo accettai sulla fiducia). 

 Nature Boy, la strana canzone dell’ancor più strano compositore Eden Ahbez (George Alexander Aberle), resa famosa da Nat «King» Cole, ricorreva in quel film contribuendo alla sua atmosfera sospesa e malinconica. Qui la suona Miles nel disco che fece per l’etichetta di Mingus e di Max Roach, la Debut, poco dopo la sua trionfale esibizione al festival di Newport del 1955. Un ascolto raro, Elvin Jones pre-Coltrane.

 Nature Boy (Ahbez), da «Blue Moods», [Debut] OJCCD-043-2. Miles Davis, tromba; Britt Woodman, trombone; Teddy Charles, vibrafono; Charles Mingus, contrabbasso; Elvin Jones, batteria. Registrato il 9 luglio 1955.

mercoledì 10 novembre 2021

Spur – Plight – Mother Wit (Charles Tolliver)

 Non trovo oggi molto di originale o solo d’interessante da dire su Charles Tolliver, un musicista che ho sempre avuto caro da quando, io quasi bambino, lo sentii a Milano in qualche cavernoso palasport a cui dovette accompagnarmi il papà (ciao, papà!) perché ero troppo giovane per uscire la sera da solo. 

 Con lui quella volta (1977 o ’78, direi) c’erano Wilbur Little al contrabbasso e Alvin Queen alla batteria. La musica che ascoltai m’impressionò vivamente, complici sicuramente la giovanile suggestionabilità e l’ambiente gelido benché fosse estate, immenso e buio, così come lo ricordo, e ricordo che quella sera riconobbi due dei quattro o cinque temi suonati: It’s Time, perché l’avevo sentito pochi mesi prima suonato dal quartetto di Max Roach al teatro Ciak di Milano, e Round Midnight, che il trio suonò – mi affido a ricordi dubitosi perché leggendari – a 300 di metronomo, con furia astratta.

 Qui Tolliver guida un suo splendido quartetto in tournée europea nel 1969; il disco fu registrato a Londra. Stanley Cowell è il grande, concettoso pianista che sappiamo e si distingue anche il meno noto batterista Jimmy Hopps. La musica è molto di quegli anni senza essere invecchiata di uno iota. Spur è il blues, Plight un pezzo modale in 3, secondo il gusto di Tolliver, Mother Wit una ballad sontuosa.

 Spur (Tolliver), da «The Ringer», Arista AL 1017. Charles Tolliver, tromba; Stanley Cowell, piano; Steve Novosel, contrabbasso; Jimmy Hopps, batteria. Registrato il 2 giugno 1969.

 Plight (Tolliver), id.

 Mother Wit (Tolliver), id.

martedì 9 novembre 2021

Lulu’s Second Theorem – Bent Yellow (Sylvie Courvoisier & Mary Halvorson)

 Pianoforte e chitarra: la mente corre alle collaborazioni di Bill Evans e Jim Hall, e io penso anche a una, di esiti molto diversi, di Kenny Barron e Ted Dunbar.

 Ora ce n’è questa istanza con Sylvie Courvoisier, pianista e compositrice svizzero-americana (n. 1968) che non ti avevo ancora fatto sentire, e Mary Halvorson (1980), che invece qui è ricorsa altre volte e che mi sembra oggi la voce più originale sulla chitarra in un idioma jazzistico, e la più valida. 

 Il duetto è riuscito in primo luogo per le composizioni delle due e poi per come mette a profitto, nella composizione e nelle esecuzioni, il contrasto d’intonazione, o di temperamento, fra i due strumenti.

 Lulu’s Second Theorem (Courvoisier), da «Searching for the Disappeared Hour», Pyroclastic Records. Mary Halvorson, chitarra; Sylvie Courvoisier, piano. Registrato il 2 o il 3 giugno 2021.

 Bent Yellow (Halvorson), id.

lunedì 8 novembre 2021

What Is This Thing Called First Strike Capability? – So Sorry Please (Tom Varner)

 Ma perché? La domanda mi sale spontanea alle labbra ogni volta che sento jazz suonato su uno strumento inappropriato (il fagotto, per esempio, o l’arpa o il corno). Perché tanto ovvio dispendio di lavoro e di talento per dotare dei requisiti minimi di swing, intonazione, articolazione e proiezione del suono uno strumento che per propria natura vi si nega? Sarà il gusto della sfida?


 Mah. Comunque Tom Varner, qui nel 1985, è ormai da anni il più assiduo e il migliore dei praticanti del french horn sulla scena del jazz; messa da parte ogni perplessità ontologica, si tratta un musicista coi fiocchi, come i cornisti di norma sono – Julius Watkins, David Amram, Gunther Schuller – , sia come vigoroso solista sia come compositore. What Is This Thing Called First Strike Capability? (gran titolo programmatico per la track d'apertura di un disco) comincia con il contrabbasso a scandire  l’eterna sequenza di Cole Porter. La front line vi si sovrappone quindi con tre «serie» di sette suoni derivate l’una dall’altra in successione, più o meno aritmiche e solo la prima senza ripetizioni, quindi si lancia in un intricato head boppeggiante con vago riferimento alla prima delle serie: ma sul bridge, quello che si sente somiglia piuttosto al bridge di Undecided di Charlie Shavers.

 L’unisono di corno e sax che in So Sorry Please precede l’esposizione del tema di Bud Powell ricorda, credo senza volere, gli unisoni di Anthony Braxton con George Lewis, la cui sonorità, al trombone, ricordava infatti quella di un corno.

 What Is This Thing Called First Strike Capability? (Varner), da «Jazz French Horn», Soul Note 1211762. Tom Varner, corno; Jim Snidero, sax alto; Kenny Barron, piano; Mike Richmond, contrabbasso; Victor Lewis, batteria. Registrato l’8 o il 9 ottobre 1985.

 So Sorry Please (Powell), id.

domenica 7 novembre 2021

One Hour (If I Could Be With You One Hour Tonight) – Hello Lola (Coleman Hawkins & Red McKenzie)

 Dal 1929, ecco un complesso che sta fra il jazz e quella musica detta novelty che prosperò negli USA grazie alla diffusione capillare del disco: canzonette senza pretesa musicale, spesso d’intento comico, il cui punto d’interesse era qualcosa d’insolito e vagamente circense o da music-hall, di norma nella strumentazione.

 I Mound City Blowers di Red McKenzie, per esempio, furono un trio costituito in origine da pettine con velina (l’esecutore mugolava sommessamente con le labbra a contatto di un foglietto di carta velina che copriva i denti del pettine), kazoo e banjo. In seguito divenne marchio per diverse formazioni di studio, come questa, contenenti jazzisti anche di vaglia. Le canzoni erano sempre distinte dal suono caratteristico, alla fine un po’ molesto, come di canoro zanzarone, del pettine di McKenzie, che qui fraseggia tuttavia con gusto armstronghiano e con un certo swing.

 Il quale McKenzie in questi due pezzi ha con sé nientemeno che Coleman Hawkins venticinquenne, stilisticamente già pienamente formato, i quattro chicagoani Pee Wee Russell, Eddie Condon, Gene Krupa e Glenn Miller e il neorleaniano Pops Foster; manca il pianoforte. Si trattava di un gruppo razzialmente misto: in sede discografica, in quegli anni, questa non fu una rarità.

 One Hour (If I Could Be With You One Hour Tonight) (Creamer-Johnson), da «The Complete Recordings, 1929-1941», Affinity CD AFS 1026-6. Red McKenzie con Glenn Miller, trombone; Pee Wee Russell, clarinetto; Coleman Hawkins, sax tenore; Eddie Condon, banjo; Pops Foster, contrabbasso; Gene Krupa, batteria. Registrato il 14 novembre 1929.

 Hello Lola (McKenzie-Means), id.

sabato 30 ottobre 2021

People, Places & Things – Smokin’ (Fuller)

 Sabato ancora con Curtis Fuller. È un piacevole disco del 1972 con qualche escursione funk. Sono sempre contento quando sento Bill Hardman e Jimmy Heath, ma anche il chitarrista Ted Dunbar, che qui figura sotto il suo primo nome Earl, con il quale non è di norma conosciuto.

 People, Places & Things (Fuller), da «Smokin’» Mainstream 370. Bill Hardman, tromba; Curtis Fuller, trombone; Jimmy Heath, sax tenore; Cedar Walton, piano elettrico; Earl Dunbar, chitarra; Mickey Bass; basso elettrico; Billy Higgins, batteria. Registrato nel 1972.


 Smokin’ (Fuller), id.

giovedì 28 ottobre 2021

A Lovely Way To Spend An Evening (Curtis Fuller)

 Una ballad con il trombone, come migliore non si potrebbe desiderare. Curtis Fuller, quel Bloomsday del 1957,  aveva una sezione ritmica che lévati.

 A Lovely Way To Spend An Evening (McHugh-Adamson), da «The Complete Blue Note/UA Curtis Fuller Sessions», Mosaic. Curtis Fuller, trombone; Bobby Timmons, piano; Paul Chambers, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Regstrato il 16 giugno 1957.

mercoledì 27 ottobre 2021

Cherokee (Don Byas)

 Don Byas, di cui è trascorso da una settimana l’anniversario di nascita (avrebbe compiuto centonove anni), è uno dei pochissimi nella cui produzione discografica posso pescare a caso, sicuro di non restare deluso. Quando poi pesco fra i suoi dischi americani di metà anni Quaranta, trovo sempre qualcosa che mi fa riflettere.

 Mi piace oggi farti sentire Cherokee, la canzone di Ray Noble che sarebbe diventata in quel decennio un vessillo dei modernisti, suonata da Byas ancora nella fase «alta» del bebop, con una sezione ritmica indistinta e in un contesto che intende presentarsi come bebop ma non riesce a esserlo, a dispetto dell’inserzione nell’arrangiamento di quattro battute di progressione «moderna» (o classicheggiante) fourth up / fifth down (a 1:25 e ancora a 1:37).

Senti come la ritmica, che già arranca al tempo staccato dal saxofonista, arretri stilisticamente di quindici anni, mettendosi addirittura a dividere in due, non appena Byas esce di scena, al minuto 2:08, e lascia solo il pover’uomo del pianista. Don, che un bopper vero e proprio non fu, qui è sicuramente il più moderno dei quattro con il suo fraseggiare scioltissimo.

 Charlie Parker avrebbe registrato la sua versione di Cherokee, Ko-Ko, forse l’assolo più famoso e rivoluzionario di tutto il jazz, sei mesi dopo, il 26 novembre 1945. A me sembra probabile che avesse nelle orecchie questa pionieristica versione di Don Byas.

 Cherokee (Noble), da «Savoy Jam Party», Savoy SJL 2213. Don Byas, sax tenore; Teddy Brannon, piano; Frank Skeete, contrabbasso; Fred Radcliffe, batteria. Registrato il 17 maggio 1945.