domenica 4 luglio 2021

Way ’Cross Town (Carl Perkins)

 Carl Perkins (1928-1958) nell’unico disco a suo nome.   

 Perkins, menomato dalla polio, suonava con l’avambraccio sinistro parallelo alla tastiera, posizione che lo costringeva a un’economia espressiva (contiguità delle due mani) di cui le sue esecuzioni non risentono. Nativo di Indianapolis, Perkins fu attivo a Los Angeles. Qui è con una delle quintessenziali ritmiche californiane dell’epoca.   

 Way ’Cross Town (Perkins), da «Introducing Carl Perkins», Ace CDBOP-008. Carl Perkins, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Larance Marable, batteria. Registrato il 4 aprile 1956

Red’s Good Groove – Love Is Here To Stay (Red Garland)

 Un quintetto occasionale del 1962 interrompe la lunga sequenza di dischi in trio di Red Garland per la Prestige. Le qualità di questo pianista a dir poco singolare appaiono in luce radente; la compagnia appare squisitamente hard bop in primo luogo nella front line, ma il repertorio della seduta è poi composto per quattro sesti di standard, come nei dischi in trio, standard che Red affronta alla sua caratteristica maniera preziosa ed esornativa, che addolcisce anche la bruschezza abituale dei due fiati. 

 Sia nel blues che intitola il disco che in Love Is Here To Stay apprezza l’inappariscente sottigliezza armonica di Garland.

 Red’s Good Groove (Garland), da «Red’s Good Groove», Jazzland JLP 87. Blue Mitchell, tromba; Pepper Adams, sax baritono; Red Garland, piano; Sam Jones, contrabbasso; Philly Joe Jones, batteria. Registrato il 22 marzo 1962.

 Love Is Here To Stay (Gershwin), id.

sabato 3 luglio 2021

Black Coffee (Earl Hines)

 Earl Hines più asciutto ma non meno estroso del solito. 

 Black Coffee (Burke-Webster), da «Here Come Earl “Fatha” Hines», Red Baron J2k 57331 (Flying Dutchman). Earl Hines, piano. Registrato il 17 gennaio 1966.

giovedì 1 luglio 2021

What’s New (Walt Dickerson)

 Walt Dickerson qualsiasi cosa suonasse, una delle sue interessanti composizioni o uno standard usurato, la soffondeva in una luce di sorpresa, come di lieta scoperta. Il trio ritmico lo segue e lo completa benissimo; Austin Crowe, già sentito su Jnp con Dickerson, è eccellente ed Edgar Bateman era un grande batterista.

 What’s New (Haggart), da «A Sense of Direction», OJCCD-1794-2. Walt Dickerson, vibrafono; Austin Crowe, piano; Eustis Guillemet Jr. , contrabbasso; Edgar Bateman, batteria. Registrato il 5 maggio 1961.

mercoledì 30 giugno 2021

Composition 37 (Anthony Braxton)

 Torna Jazz nel pomeriggio, consolidato nella sua natura a-periodica e poco fiducioso di trovare qualcuno all’ascolto (chi ci sia vorrà perdonare la riserva). Questo quartetto di sassofoni quasi canonico del 1974 contempera l’avanguardia musicale nera – non so se qui sia il caso di parlare di jazz – di Chicago, New York e Saint Louis.

 


(Composition 37)
(Braxton), da «New York, Fall 1974», Arista. Anthony Braxton, sax sopranino; Julius Hemphill, sax alto; Oliver Lake, sax tenore; Hamiet Bluiett, sax baritono. Registrato il 16 ottobre 1974.

martedì 27 aprile 2021

Water from an Ancient Well (Abdullah Ibrahim)

 A questo disco di Abdullah Ibrahim, del resto uno dei suoi più famosi, Jazz nel pomeriggio è ricorso negli anni diverse volte. È un disco in cui suonano tutti benissimo, e tanto è ovvio vista la caratura dei musicisti; ma, cosa rara, è un disco in suonano tutti con vera ispirazione, e questo è ancora più raro di quanto si crederebbe. 

 Curiosità: per volontà o più probabilmente per caso oltreché per ovvia suggestione armonica, Dick Griffin e Charles Davis nei loro assoli citano fuggevolmente Witchi Tai To di Jim Pepper.

 Water from an Ancient Well (Ibrahim), da «Water from an Ancient Well», ENJA/Tiptoe 888812 2. Dick Griffin, trombone; Carlos Ward, flauto; Ricky Ford, sax tenore; Charles Davis, sax baritono; Abdullah Ibrahim, piano; David Williams, contrabbasso; Ben Riley, batteria. Registrato nell’ottobre 1985.

domenica 18 aprile 2021

Old Gospel (Jackie McLean & Ornette Coleman)

  Old Gospel (Coleman), da «Old and New Gospel», BST 84262. Ornette Coleman, tromba; Jackie McLean, sax alto; Lamont Johnson, piano; Scott Holt, contrabbasso; Billy Higgins, batteria. Registrato nel 1967.

giovedì 15 aprile 2021

Gone With The Wind (Dolo Coker)

  «California Hard» è inteso qui come un ossimoro, perché lo stile hard (bop) è associato di norma alla costa Est e il jazz «californiano» è tutt’altra cosa. Qui di californiani troviamo Pepper, Vinnegar e Butler e se l’atmosfera non è quella un po’ sfibrata di tanto jazz West Coast, è tuttavia abbastanza lontana anche dall’essere hard: del resto, l’unico hard bopper comprovato della brigata è l’ex silveriano Blue Mitchell, un trombettista che sento sempre con piacere, come anche il titolare della seduta Dolo Coker.   

 Gone With the Wind (Magidson-Wrubel), da «California Hard», Xanadu XCD 1229. Blue Mitchell, tromba; Art Pepper, sax alto; Dolo Coker, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Frank Butler, batteria. Registrato il 27 dicembre 1976

lunedì 12 aprile 2021

Blues in Thirds (Archie Shepp & Horace Parlan)

 Blues In Thirds, la composizione di Earl Hines nota anche come Caution Blues, qui in un’esecuzione di due insigni modernisti, piena di feeling, di relax e di note calanti (di Shepp, ovviamente).

 Blues In Thirds (Hines), da «Trouble In Mind», SteepleChase SCCD3113. Archie Shepp, sax soprano; Horace Parlan, piano. Registrato il 6 febbraio 1980.

domenica 11 aprile 2021

Dance Arabe (Teddy Charles)

 Teddy Charles in un pezzo diciamo pure un po’ sciocco, ma divertente, in cui la «Danza araba» dello Schiaccianoci si sovrappone a Milestones

 Dance Arabe (Čajkovskij), da «Russia Goes Jazz (Teddy Charles Nonet & Tentet Complete Recordings)», Jazzbeat 533. Jerome Richardson, flauto; Jimmy Giuffre, sax tenore; Tommy Newsome, clarinetto basso; Pepper Adams, sax baritono; Hank Jones, piano; Teddy Charles, vibrafono; Jim Hall chitarra; Teddy Kotick, contrabbasso; Osie Johnson, batteria. Registrato il 6 maggio 1963.

sabato 10 aprile 2021

D.D.T – Lonely Moments (Mary Lou Williams)

 Di Mary Lou Williams qualche cosa su Jazz nel pomeriggio la trovi, frammentaria e laconicamente illustrata; tutte le volte che ne ho scritto ho avuto cura di chiarire che è una colonna del jazz, un’artista importante, e tutte le volte che mi capita di nominarla preciso sempre con aria virtuosa che, fosse soltanto stata un uomo, avrebbe un capitolo a suo nome nelle storie del jazz, come l’hanno Jelly Roll Morton o Duke Ellington.

 Alla fine, tuttavia, non ne dico mai molto, probabilmente perché… non è un uomo, e i capitoli dedicati a lei, che pure cominciano a esserci, non sono andato a cercarli, e insomma condivido tutti i pregiudizi dei più: il fatto che ne sia consapevole non è una scusa e l’ammetterlo è mediocre anche come furbizia (disingenuous, si dice in inglese).

 Breve, eccoti oggi MLW nel primissimo dopoguerra. Il bebop era già nato e precisamente conformato; la parte, indiretta e diretta, che la Williams ebbe nella sua gestazione è stata illuminata in parte e ancora dovrà esserlo, ma nelle musiche che ascoltiamo oggi m’importa osservare come i dispositivi armonici e testurali del bebop appaiano, non dirò «già superati», ma visti come dall’alto, integrati di una visione e di un progetto musicale che s’inizia molto prima – da Kansas City e dalle territory band, dallo stride piano – e che il bebop costeggia come cosa già nota e assorbita, senza bisogno di ostentarne certi caratteri superficialmente oltranzistici come l’ebbrezza della velocità e lo spasmo ritmico. Mary Lou Williams, come il Morton dei Red Hot Peppers vent’anni prima di lei, come l’Ellington di sempre, si muoveva in una linea storica sua propria, orientata a un’avanguardia dell’anima che talora precorre sviluppi che il jazz raggiungerà più avanti e talora li affianca: alcuni pezzi del ’46 e del ’47 contenuti in questo disco prezioso condividono in piccola misura lo straniato colore armonico dei coevi trii di Lennie Tristano; la versione orchestrata della sua nota composizione Lonely Moments (per uno strano organico di big band senza tromboni) comprende addirittura una breve sezione fugata.

 Come nota di cronaca o di costume, le incisioni del 1945 sono di un combo tutto femminile (o quasi tutto: Bea Taylor era in realtà Billy Taylor, contrabbassista già con Ellington, chiamato all’ultimo minuto a sostituire June Rotenberg).

 D.D.T. (Feather), da «The Chronological Mary Lou Williams 1945-1947», Classics 1050. Mary Lou Williams, piano; Mary Osborne, chitarra; Bridget O’Flynn, vibrafono; «Bea Taylor» (Billy Taylor), contrabbasso; Margie Hyams, batteria. Registrato nel 1945.

 Lonely Moments (Williams), ib., Williams, piano. Registrato il 16 febbraio 1946.

 Lonely Moments, ib., Milton Orent - Frank Roth Orchestra diretta da Mary Lou Williams: Irving Kustin, Leon «Red» Schwarz, Edward Sadowski, tromba; Martin Glaser, Al Feldman, sax alto; Musa Kaleem, sax tenore; Maurice Lopez, sax baritono; Frank Roth, piano; Milton Orent, contrabbasso; Jack Parker, batteria. Registrato nel 1947.

lunedì 5 aprile 2021

Stablemates – Indian Summer (Joe Puma)

 Un chitarrista che mi piace ma di cui si parla meno di altri, almeno mi pare, è Joe Puma (1927-2000), che ha avuto una carriera soprattutto come sideman. Questa raccolta è l’unico disco suo che io abbia mai sentito e lo coglie dal 1954 al 1957 in bella compagnia. La nota di copertina assomiglia Puma a Tal Farlow e a Jimmy Raney; è meno appariscente e languoroso del secondo e meno virtuosistico del primo e per questo piace più dell’uno e dell’altro a me, a cui i chitarristi jazz piacciono tanto più quanto meno suonano come chitarristi (scherzo: quanto meno note suonano, ecco). 

 Con Eddie Costa, una figura elusiva di pianista e vibrafonista di cui ti ho parlato una volta, e con Oscar Pettiford, Puma rifà un po’ il trio di Red Norvo in tono più sobrio e anche più moderno

 Stablemates (Golson), da «The Jazz Guitar of Joe Puma», Fresh Sound fsr-CD 435. Joe Puma, chitarra; Eddie Costa, chitarra; Oscar Pettiford, contrabbasso. Registrato nel 1957.

 Indian Summer (Herbert-Dubin), ib. Puma, Bill Evans, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Paul Motian, batteria. Registrato nel 1957.

domenica 4 aprile 2021

I’m Getting Sentimental Over You (Ethan Iverson e Tom Harrell)

 Getting Sentimental è un altro di quegli standard degli anni Trenta che sono passati di moda, con tutto che era fra i preferiti di Monk. Tom Harrell ed Ethan Iverson lo prendono con le molle, ciascuno alla sua maniera: lirica malgrado tutto quella di Harrell, che risente un po’ gli anni nella sonorità ma non nella logica del fraseggio; spontaneamente cervellotica ma provvista di una sua sconcertante, inconfondibile poesia quella di Iverson, il titolare della seduta, che la canzone aveva già suonato in uno dei suoi primi dischi da leader sempre conferendole un tono spettrale.

 Se t’interessa, qui troverai il .pdf di un’intervista che anni fa feci a Tom Harrell per Musica Jazz.

 Buona Pasqua!

 I’m Getting Sentimental Over You (Washington-Bassman), da «Common Practice», ECM. Tom Harrell, tromba; Ethan Iverson, piano; Ben Street, contrabbasso; Eric McPherson, batteria. Registrato nel gennaio 2017.

sabato 3 aprile 2021

Love Song (Tony Williams)

 Restiamo un momento su Sam Rivers nel ruolo, ricordato anche ieri, di sideman di Tony Williams in due grandi Blue Note degli anni Sessanta (l’altro s’intitola «Life Time»). Ma piuttosto che dirtene io, lascio che a parlarne sia Ethan Iverson, così come lo fece molti anni fa sul suo bellissimo blog.

Love Song è il solo pezzo del disco con una struttura accordale per l’improvvisazione; qui Rivers, Peacock, Williams e Herbie Hancock attentano un 5/4. Credo che sia il primo cinque del jazz che non affermi pedestremente il metro a ogni battuta, come fa Take Five. Incredibilmente, non temono di perdersi e in qualche modo riescono a destreggiarsi agevolmente nel cinque con alcune battute in tre. Non sempre azzeccano la forma, ma proprio qui è la magia di tutta la musica di quest’epoca con Williams e Hancock: se ne infischiano se per un attimo smarriscono la strada. Questo modo di suonare si sentì per pochissimi anni dei Sessanta, prima che il vernacolo straight-ahead lo bandisse.

 Love Song (Williams), da «Spring», Blue Note CDP 7 46135-2. Sam Rivers, sax tenore; Herbie Hancock, piano; Gary Peacock, contrabbasso; Tony Williams, batteria. Registrato il 12 agosto 1965.

venerdì 2 aprile 2021

Ecstasy – Bliss (Sam Rivers)

 Oggi free jazz con Sam Rivers nel 1977. La seconda metà degli anni Settanta fu il momento del suo grande successo internazionale, forse più in Europa che negli USA dove pure, a New York, Rivers fu una figura importante della loft scene. In Italia era di casa, per lo più in trio: io ricordo di averlo sentito, nel 1978, con Dave Holland e Thurman Barker, ma più spesso Rivers aveva in quegli anni alla batteria Barry Altschul, che con Holland costituiva proprio allora la ritmica dei complessi di Anthony Braxton, anche lui molto sovente in Italia nel periodo (Rivers, Braxton, Holland e Altschul si ascoltano tutti insieme nel disco ECM di Holland «Conference of the Birds» del 1972).

 Rivers è un musicista importante di cui Jazz nel pomeriggio non si è occupato quanto di Braxton, che può considerarsi una vera sua controparte; e quando l’ha fatto, è stato soprattutto per i suoi esordi in ambito di hard bop avanzato per la Blue Note in dischi bellissimi come «Fuchsia Swing Song», «A New Conception» e «Contours», oltre che nel magnifico «Spring» di Tony Williams. Venne fuori molto tardi, perché era del 1923, ma per anni raccontò di essere nato nel 1930; più che vanitoso, io ritengo che fosse imbarazzato da un certo gap generazionale con i freemen di prima generazione (Ornette, per dire, era del ’30, Cecil Taylor del ’29) e tanto più con quelli di seconda come Braxton (1945) e i chicagoani dell’AACM. 

 Una volta io ho definito lo stile di Sam Rivers «fra Coltrane e un Ayler di belle maniere», che non è molto più di una callida iunctura; se ci ripenso oggi, inoltre, la musica di Ayler mi sembra proprio abitare altrove. Il fatto è che in quello scorcio di anni Settanta in cui il jazz avanzato era rappresentato dagli uomini dell’AACM, dalla Wunderkammer braxtoniana e dagli europei più astratti o più abrasivi, Rivers risaltava come un musicista di grande e spontanea espressività, di quelli che la convenzione giornalistica definisce «viscerali» e oppone ai «cerebrali»; le sue smoderate esibizioni, in cui suonava tenore, soprano, flauto e pianoforte, avevano una carica immensa di energia che si trasmetteva al pubblico.

 Ecstasy (Rivers), da «Paragon», Fluid Records. Sam Rivers, sax tenore; Dave Holland, contrabbasso; Barry Altschul, batteria, percussioni. Registrato il 18 aprile 1977.

 Bliss (Rivers), id. ma Rivers suona il flauto, Holland il violoncello.

giovedì 1 aprile 2021

Yesterdays – Smoke Gets In Your Eyes – I Won’t Dance (Morris Nanton)

 Il trio di Morris Nanton suona le canzoni dal musical Roberta del 1933 (poi, nel 1935, un film con Fred Astaire e Ginger Rogers) e qui te ne presento le tre più famose. Nanton, pianista delizioso e dimenticato, ahimé quanto iniquamente, non è dimenticato affatto su Jazz nel pomeriggio: fa’ clic sul suo nome qui sopra e vedrai che negli anni ne ho scritto quello che non ho avuto tempo ed energie di ripeterti oggi. Una cosa però voglio dirla: era un pianista davvero brillante, vedi la coda a Yesterday, dove Nanton (un diplomato della Juilliard) si ricorda della coda della Seconda ballata di Chopin.

 Yesterdays (Rodgers-Fields), da «Roberta: The Original Jazz Performance», Warner Bros. Morris Nanton, piano; Norman Edge, contrabbasso; Charli Persip, batteria. Registrato nel dicembre 1958.

 Smoke Gets In Your Eyes (Rodgers-Fields), id.

 I Won’t Dance  (Rodgers-Fields)