lunedì 29 febbraio 2016

Sequence Ten (Moppa Elliott)

 Moppa (Matthew Thomas) Eliott (Pennsylvania, 1978) è il bassista e leader del quartetto americano Mostly Other People Do The Killing. Di recente ha voluto cimentarsi in quell’impresa perigliosa e poco comune, il disco di contrabbasso solo.

 Elliott, senza disconoscere il suo debito con Barre Phillips, Malachi Favors, Barry Guy, Dave Holland, ha spiegato, a proposito di questi assoli, di aver voluto schivare «le convenzioni delle forme lineari, secondo sviluppo» e ha citato piuttosto gli scrittori David Foster Wallace (e già così mi si è reso caro) e Milorad Pavić (l'autore del Dizionario dei Chazari).

 La press release m’informa che Elliott suona un contrabbasso boemo di fine Ottocento e adopera un arco in fibra di carbonio.

 Sequence Ten, da «Still, Up In the Air», Hot Cup Records. Moppa Eliott, contrabbasso. Registrato il 16 febbraio 2015.

domenica 28 febbraio 2016

sabato 27 febbraio 2016

Moonglow (Dizzy Gillespie)

 Moonglow (Hudson-Mills-DeLange), da «Have Trumpet, Will Excite!», Verve 549744. Dizzy Gillespie, tromba; Junior Mance, piano; Les Spann, flauto; Sam Jones, contrabbasso; Lex Humphries, batteria. Registrato il 17 febbraio 1959.

venerdì 26 febbraio 2016

Solo Flight (Charlie Christian)

 Solo Flight fu uno dei primi pezzi pubblicati da Jazz nel pomeriggio, anni fa ormai. Poi, quasi un anno fa, il server è collassato e tutto si è perduto, ma se c’è un pezzo di musica che merita di essere ripubblicato è questo.

 Come dicevo nel 2010, e lo confermo, Solo Flight con Charlie Christian è «uno dei pezzi di jazz più belli, gioiosi, ariosi e divertenti mai registrati».

 Solo Flight, da «Genius of the Electric Guitar», Sony-Legacy Music. Charlie Christian, chitarra, con l’orchestra di Benny Goodman: Cootie Williams, Alec Fila, Jimmy Maxwell, Irving Goodman, trombe; Lou McGarity, Cutty Cutshall, trombone; Skip Martin, Gus Bivona, sax alto; Benny Goodman, clarinetto; Georgie Auld, Pete Mondello, sax tenore; Bob Snyder, sax baritono; Johnny Guarnieri, piano; Artie Bernstein, contrabbasso; Dave Tough, batteria. Registrato il 4 marzo 1941.

giovedì 25 febbraio 2016

I’ll Never Smile Again – To Randy (John Handy)

 Ti ricordi tu di John Handy (1933), quell’intelligente, spiritoso, spesso ispirato saxofonista, clarinettista, compositore texano, poi rilocatosi in California, che ha fatto altro oltre che fornire alcuni memorabili assoli a famosi dischi di Mingus?

 Io sì, anche se forse meno di quanto dovrei. Guarda e senti qui che gagliarda compagnia teneva lo Handy in quello scorcio finale di anni Cinquanta. La formazione del secondo disco è solo in apparenza meno distinta di quella del primo: Don Friedman, sentito spesso qui sopra, è un grande pianista, uno dei migliori fra i billevansiani; e Lex Humphries è presente con molto onore in alcuni dischi importanti di Horace Silver del periodo. Bill Lee è il papà di Spike Lee, il regista del cinema.

 I’ll Never Smile Again (R. Lowe), da «In The Vernacular», [Roulette] Fresh Sound FSR-CD 647. Richard Williams, tromba; John Handy, sax alto; Sir Roland Hanna, piano; George Tucker, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato nel 1959.

 To Randy (J. Handy), da «No Coast Jazz», ib. Handy; Don Friedman, piano; Bill Lee, contrababsso; Lex Humphries, batteria. Registrato nell’estate o nel settembre 1960.

mercoledì 24 febbraio 2016

Over The Rainbow (Keith Jarrett)

 Oggi voglio fare un milione di hit e non lasciare un solo ciglio asciutto; non ce n’erano quasi alla Scala, lo ricordo con uno strano imbarazzo, quella sera di oltre vent’anni fa. How time passes, avrebbe detto Don Ellis.

 Over The Rainbow (Harlen-Hipburg), da «La Scala», ECM 1640. Keith Jarrett, piano. Registrato al Teatro alla Scala di Milano il 13 febbraio 1995.

martedì 23 febbraio 2016

Makin’ Whoopee – I Cover The Waterfront (Art Tatum)

 Qualche anno fa ho preso praticamente a caso uno degli assoli che Art Tatum registrò per la Verve dal 1953 al ’55 per ascoltare insieme a te, senza nessuna pretesa analitica, come in quella serie di incisioni il cieco dell’Ohio componesse delle brevi fantasie pianistiche, variegate e sicuramente stratificate nell’esecuzione, di spiccato carattere narrativo (nel senso di raccontare una storia, secondo un luogo molto comune ma molto vero del jazz classico).

 Qui senti Tatum suonare due canzoni oggi non più tanto eseguite come un tempo.

 Makin’ Whoopee (Donaldson-Kahn), da «The Art Tatum Solo Masterpieces», Pablo 0600753312018. Art Tatum, piano. Registrato il 28 dicembre 1953.

 I Cover The Waterfront (Heyman-Green), ib., 29 dicembre 1953.

lunedì 22 febbraio 2016

Moon Eyes (Buddy Tate)

 Moon Eyes (Tate), da «Swinging Like Tate – The Buddy Tate All Stars», Master Jazz MJR 8127. Buddy Tate, sax tenore; Buck Clayton, tromba; Dicky Wells, trombone; Earl Warren, sax alto; Skip Hall, piano; Lord Westbrook, chitarra; Aaron Bell, contrabbasso; Jo Jones, batteria. Registrato il 26 febbraio 1958.

domenica 21 febbraio 2016

Kippy (Abdullah Ibrahim)

 Kippy (Dollar Brand), da «African Piano», JAPO 60002 ST. Abdullah Ibrahim (Dollar Brand), piano. Registrato il 22 ottobre 1969.

sabato 20 febbraio 2016

[Extracurricolare] Marc Myers sulle big band

 Mi è capitato anche di recente di esprimere la mia poca affinità verso le big band degli ultimi decenni, particolarmente quelle bianche e tempo fa, avendo fatto quest’osservazione in riferimento alla Concert Jazz Band di Gerry Mulligan (musicista che riverisco), ne sono stato più o meno garbatamente ripreso nei commenti.

 Non perché pensi che la cosa mi dia ragione, ma solo per una certa sorpresa, ricopio qui sotto che cosa ha scritto ieri Marc Myers sul suo sito Jazzwax al proposito, prendendo spunto da un disco della big band di Thad Jones e Mel Lewis, in effetti bianca solo per metà, ma estendendo poi il discorso proprio a quella famosa orchestra di Gerry Mulligan. Myers si spiega meglio di me e naturalmente con miglior cognizione di causa. Corsivo mio.

 (Marc Myers è stato due o tre anni fa autore di un saggio importante e innovativo di «storia sociale» del jazz, Why Jazz Happened, che da allora vado proponendo a diverse case editrici italiane, simile in ciò a quel tale che vociava nel deserto).

 (…)
 I’ve always been on the fence about the band. While I fully appreciate the exceptional talent assembled and that the music was orchestral jazz, not pop contrivance, much of the music for me lacked a compelling narrative and seemed more of a musician’s idea of a great idea than a listener’s dream. Too much of the music seemed circuitous in its brassiness and never seemed to go anyplace special. Or, put differently, I never felt moved enough to join the journey.

 Then again I’ve long found the Gerry Mulligan Concert Band to be similarly flat and wind-baggy in the story department. Loads of talent but more about musicians impressing musicians than performing for people in the seats or buying records. No one is demanding that the recordings be pulled from the shelves. I just never found myself deeply touched by either band
(…).

 [Sono sempre stato ambivalente nei confronti di quest’orchestra [quella di Thad Jones & Mel Lewis, ndr]. Da una parte, so apprezzare la somma di talenti che ha rappresentato e il fatto che la musica fosse vero jazz orchestrale, non una qualche trovata pop; ma dall’altra, la musica per me mancava quasi sempre di un senso narrativo cogente, simile piuttosto all’idea che un musicista può avere di una buona idea che non al sogno di un ascoltatore. Troppa di quella musica sembrava girare su se stessa nel suo esibito smalto sonoro (brassiness), senza imboccare una direzione chiara. In altre parole: non mi sono davvero mai sentito stimolato ad abbandonarmici.
 È poi vero che anche la Concert Jazz Band di Gerry Mulligan a me è sempre parsa ugualmente piatta e vacua quanto al «raccontare una storia». Un sacco di talento, ma più di musicisti intenti a impressionare i colleghi che non il pubblico o i compratori di dischi. Non pretendo certo che quei dischi vengano ritirati dai negozi. È solo che nessuna di queste due orchestre mi ha mai veramente toccato].

Another World – Tallboys (Andy LaVerne)

 Un bel disco di Andy LaVerne (1947), credo l’esordio a suo nome. LaVerne, ascoltato qui sopra due o tre anni fa in un trio insolito con l’organo, è un pianista di valore e di bel CV, dal quale ci si sarebbe aspettati di sentire di più. Vale per lui quanto detto due o tre giorni fa per Donald Brown: l’intenso impegno didattico l’ha sottratto alla scena jazzistica.

 Spiral (LaVerne), da «Another World», SteepleChase SCCD 31086. Andy LaVerne, piano; Mike Richmond, contrabbasso; Billy Hart, batteria. Registrato il 9 settembre 1977.

 Tallboys (LaVerne), id.

venerdì 19 febbraio 2016

B.A.M. – It Don’t Mean A Thing (Gary Bartz)

 Gary Bartz due giorni di seguito: beh, questo blog appare sempre più incline a seguire il mio whim piuttosto che l’equilibrio della programmazione, e in questi giorni mi piace sentire Gary Bartz (1940), saxofonista supremo, quando vuole, e leader carismatico dei suoi complessi, che in questi anni ti ho fatto sentire poco o niente. Il quintetto è, come si dice, «stellare», non solo per la presenza di Woody Shaw ma per quella ben più rara del grande pianista Albert Dailey, oltreché di Rashied Ali, ancora fresco della collaborazione con Coltrane e che qui suona curiosamente come Elvin Jones.

 B.A.M. sta per «Black Arts Movement», un’organizzazione attiva in quel periodo (1969) a Baltimore, Maryland, la città natale di Bartz dove il disco è stato ripreso dal vivo; non ha a che vedere con la «BAM» che di recente ha occupato pagine di qualche rivista di jazz.

 B.A.M. (Bartz), da «Home!», Milestone MSP 9027. Woody Shaw, tromba; Gary Bartz, sax alto e steel drums; Albert Dailey, piano; Bob Cunnningham, contrabbasso; Rashied Ali, batteria. Registrato il 30 marzo 1969.

 It Don’t Mean A Thing (Ellington), ib. ma senza Shaw.

giovedì 18 febbraio 2016

Tadd’s Delight (Gary Bartz)

 Tadd’s Delight (Dameron), da «There Goes The Neighborhood», Candid CCD-79506. Gary Bartz, sax alto; Kenny Barron, piano; Ray Drummond, contrabbasso; Ben Riley, batteria. Registrato nel novembre 1990.

mercoledì 17 febbraio 2016

Capetown Ambush – Phineas – New York (Donald Brown)

 Donald Brown (Memphis, 1954) è di quei musicisti più noti ai colleghi che al pubblico; ma questa volta la colpa non è tanto del pubblico superficiale quanto del fatto che Brown, dopo aver lavorato negli anni Ottanta con Art Blakey e con Donald Byrd, si è dedicato soprattutto all’insegnamento, prima alla Berklee e poi all’università del Tennessee.

 Fortuna dei suoi studenti, immagino, ma peccato per noi, come puoi sentire anche qui, perché si tratta di un bel pianista e soprattutto di un compositore e arrangiatore dotato di respiro e senso della costruzione e delle texture anche con materiali semplici, come nel primo di questi tre pezzi che si sviluppa su un insistito pedale, e con una formazione ristretta. Phineas è naturalmente Phineas Newborn, il grande pianista concittadino di Brown.

 Capetown Ambush (Brown), da «Sources Of Inspiration», Muse MCD 5385. Eddie Henderson, tromba; Gary Bartz, sax soprano; Donald Brown, piano; Buster Williams, contrabbasso; Carl Allen, batteria. Registrato l’11 agosto 1989.

 Phineas (Brown), id. ma Bartz suona il sax alto.

 New York (Brown), id.

martedì 16 febbraio 2016

Piece 1 (Eje Thelin)

 Eje Thelin (1938-1990) è stato un grande trombonista svedese, sentito su Jnp anni fa come sideman di Kenny Wheeler. La sua maestria completa sul trombone è in evidenza in questo disco di free jazz molto d’epoca e molto intenso, emozionante, che presenta Joachim Kühn nel ruolo insolito di saxofonista.

 Piece 1 (Thelin), da «Acoustic Space», EMI 4E 062-34180. Eje Thelin, trombone; Joachim Kühn, sax alto e piano; Adelhard Roidinger, contrabbasso; John  O’Payne, batteria. Registrato il 30 aprile 1970.

lunedì 15 febbraio 2016

Pretty Strange (Charlie Rouse)

 Saggio magistrale d’interpretazione, l’improvvisazione vi è praticamente assente, da parte di uno dei nostri sax tenori preferiti, il caro Charlie Rouse. Ci credo bene che Monk, pur angariandolo fantasiosamente (Rouse pare fosse oltretutto un uomo di buonissima indole) se lo sia tenuto stretto per tanti anni.

 Pretty Strange (Randy Weston), da «Takin’ Care Of Business», [Jazzland] OJCCD-491-2. Charlie Rouse, sax tenore; Walter Bishop Jr, piano; Earl May, contrabbasso; Art Taylor, batteria. Registrato l’11 maggio 1960.

domenica 14 febbraio 2016

Life Has Its Trials (Dorothy Ashby)

 Eh sì, la vita mette alla prova tutti, prima o poi.

 Dorothy Ashby aveva deciso che una delle sue prove fosse dimostrare che l’arpa, fra tutti gli strumenti, potesse suonare funky.

 Life Has Its Trials (Ashby), da «Afro-Harping», Cadet LPS-809. Dorothy Ashby, arpa, con orchestra arrangiata e diretta da Richard Evans. Registrato nel febbraio 1968.

sabato 13 febbraio 2016

Misty Hymen (The Claudia Quintet)

 La storia di come questo complesso del batterista John Hollenbeck abbia finito col chiamarsi Claudia forse è più interessante e spiritosa della musica che mi sia capitato di sentire da questi cinque bravi musicisti di New York, che producono quel genere di jazz, o post-jazz come forse si dovrebbe dire, «ironico», antiemotivo e in definitiva, così pare a me, non affatto privo di degnazione verso l’ascoltatore.

 Questa musica mi fa venire in mente l’acida definizione che Whitney Balliett diede una volta di quella di George Russell: una malevola parodia del jazz. Qui, un andamento ritmico fratturato priva le esecuzioni di quell’impulso ritmico in avanti che convenzionalmente s’identifica con lo swing, facendole marciare sul posto con esito tetro e burattinesco, tuttavia privo di dramma: un effetto sicuramente voluto ma per me, dopo pochissimo, tedioso.

 Misty Hymen (Hollenbeck), da «I, Claudia», Cuneiform Rune 187. The Claudia Quintet: Chris Speed, sax tenore; Ted Reichman, fisarmonica; Matt Moran, vibrafono; Drew Gress, contrabbasso; John Hollenbeck, batteria. Registrato  nel 2003.