Jazz nel pomeriggio

lunedì 27 luglio 2015

Mood Indigo (Earl Hines)

 Mood Indigo è una composizione jazzistica fra le meno toccabili, trattandosi, strutturalmente, di nulla più di una breve ed elementare sequenza armonica praticamente senza melodia fino al bridge – composto da Barney Bigard – , speziata da alcune tensioni (dissonanze) e risolta da Ellington per via d’orchestrazione in una macchia di colore sonoro.

 Ecco Earl Hines in quel miracoloso colpo di coda finale della sua carriera. Fa precedere la canzone da una molto schematica, sorprendente introduzione di quattro battute, quasi un recitativo, e poi espone il «tema» con un’armonizzazione grosso modo modale più schematica di quella dell’originale, armonicamente meno risolta, e in questo modo conferisce alla composizione una risonanza propriamente pianistica, un colore  affine ma non uguale a quello dell’originale.

 Nell’improvvisazione che segue, trattandosi di Earl Hines, succede di tutto. A metà esatta dell’esecuzione il tema è ripreso in una nuova tonalità (Sib) e ornato alla mano destra con marcatissime dissonanze di ritardo, quindi ripreso modulando in Fa. Non ricordo altra esecuzione di Mood Indigo che possa avvicinarsi a questa.

 Mood Indigo (Ellington-Mills-Bigard), da «Earl Hines Plays Duke Ellington», New World Records 80361. Earl Hines, piano. Registrato fra il 1971 e il 1975.

4 commenti:

loopdimare ha detto...

un genio un po' misconosciuto perchè non se la tirava per niente. ma erano altri tempi e c'era ancora l'etica d'intrattenere il pubblico.
me lo ricordo a Milano, nel 68 credo, al festival del jazz, capelli nerissimi di tintura e lucidi di brillantina, con una cantante giovane e carina ( e bsata). ma lui al piano ci giocava da dio, un po' titillando il pubblico per poi sosprenderlo con trovate mozzafiato.

Marco Bertoli ha detto...

Era proprio così, anche se io non ho avuto la fortuna di vederlo. Un grande musicista e uno dei personaggi più rappresentativi di quello che è stato il jazz in America nei suoi decenni d'oro.

È vero che non se la tirava. Pare che addirittura non tenesse in così gran conto le sue capacità pianistiche, perché la sua vera ambizione era quella del caporchestra. Pensa te… come Petrarca convinto che di affidare l'eternità del suo nome al 'De Africa' o quel che era.

sergio pasquandrea ha detto...

Bentornato, Marco. Sono al mare con connessione precaria, ma appena torno mi ascolto tutto.

Marco Bertoli ha detto...

Grazie! Ciao.